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La decadenza della scuola: un accumulo di esperienza senza più alto fine (by Miriano)

Sabato, 3 Novembre 2012

Quando ho preso in mano i libri della prima elementare del primo figlio erano passati ventotto anni dalla mia, di prima elementare, ma il mio sussidiario me lo ricordavo ancora un po’. Cominciando a sfogliare i testi del futuro scolaro, ricordo che ho pensato: “bene, questi sono i libretti per giocare. Poi ci diranno dove prendere i libri veri”. Ci ho messo un po’ a realizzare che erano quelli, i libri veri.
La scuola è cambiata incredibilmente in questi anni, e forse, a meno che non si insegni, non si realizza quanto fino a che non ci si trovi ad avere dei figli che la frequentano. D’altra parte anche la scuola che ho fatto io, negli anni ’80, era a sua volta completamente diversa da quella – severa, accurata, basata su un largo uso della memoria – frequentata dai miei genitori. A questo punto, nella speranza che i miei professori di latino e greco non stiano leggendo, devo confessare che spesso qualche scolaro di qualche decennio più vecchio mi sorprende con citazioni dalle lingue classiche, brani che io ho dimenticato, e che invece lui ha scolpiti nella mente, immagino, a suon di pomeriggi incollati alla sedia.
Un po’ di tempo fa, volendo a mia volta fare alla prole uno dei consueti predicozzi (quella volta l’argomento era “come si scrive”), ho preso un mio vecchio quaderno delle elementari per leggere qualcuno dei preistorici temini ai figli, i quali peraltro sostengono che la mia principale qualità materna sia quella di trovare sempre nuove e fantasiose vie per tormentarli, soprattutto nell’istante in cui l’avventura con gli omini Lego o la partita di calcio-corridoio sta diventando davvero entusiasmante. Comunque, costretti ad ascoltare, i ragazzi – che ovviamente non hanno peli sulla lingua se si tratta di criticarmi – hanno ammesso che sì, sicuramente alle elementari scrivevo in modo ordinato e senza errori di grammatica né di ortografia, ma certo producendo una prosa “altamente soporifera”.
I loro temi, invece, sono scritti in modo per me inaccettabilmente disordinato, e grammaticalmente un po’, diciamo, creativo, ma sono un fuoco di fila di trovate, spesso pieni di fantasia e personalità. Ogni tanto, se c’è una storia da inventare, fanno capolino come niente il generale Eisenhower, i servizi inglesi dell’MI5, i Beatles, Stalin, Dante Alighieri, e citazioni cinematografiche: riferimenti a mondi di cui io alla loro età probabilmente neanche sospettavo l’esistenza.
Credo che questo fotografi abbastanza fedelmente il cambiamento della scuola e del sistema educativo in generale: i ragazzi di oggi, se seguiti a dovere, sono piuttosto svegli, bombardati come sono di stimoli, informazioni, esperienze, possibilità. Ma anche quando sono seguiti bene, da genitori attenti e presenti, da buoni insegnanti, faticano a gestire tutto. Faticano a essere ordinati, sia con le cose materiali che con le idee, faticano a rispettare semplici consegne per le quali sia necessaria concentrazione, spesso faticano a fare cose con le mani, perché tra scuola, attività pomeridiane, tempo destinato alla tecnologia in senso lato – computer, tablet, cellulari, consolle per i giochi, e anche tv, ormai meno amata dai bambini – le occasioni di esercitare la manualità, magari di fare lavoretti, piccole commissioni in casa, sono sempre di meno.
A me sembra che si sia persa cura, profondità, metodo, capacità di ricordare e di tenere punti fermi, pazienza nel cercare le soluzioni, a favore dell’ampiezza delle conoscenze e della rapidità. Personalmente non credo che sia un bene. Intanto, comunque, è un dato di fatto, un dato di fatto con cui senz’altro bisogna fare i conti: non demonizzando né sottovalutando né esaltando “le magnifiche sorti e progressive”, ma prendendo le misure.
Noi in famiglia per esempio abbiamo stabilito due giorni alla settimana in cui i figli possono giocare con i videogiochi, dopo i compiti, in modo che negli altri giorni la discussione sul tema tecnologia non si apra nemmeno. Io e mio marito avevamo infatti notato, prima di questa delibera della suprema autorità famigliare (il padre), che l’estenuante quotidiana contrattazione (“Posso giocare? Quando? Quanto?”) era causa di nervosismo pressoché perenne. Ovviamente secondo la nostra prole siamo i genitori più orribili che il pianeta abbia mai visto. Sostengono che nessuno dei loro amici sia sottoposto a simili vessazioni, e a dire il vero non stento a crederlo.
A parte alcune lodevoli eccezioni, infatti, mi sembra che lo stile educativo dei genitori contemporanei sia in linea con quello della scuola: accumulare esperienze, una dietro l’altra, senza un disegno alto, senza un progetto, in una sorta di horror vacui che costringe a riempire tutti gli spazi disponibili. Non sono rari i bambini che – magari dopo il tempo pieno a scuola (quest’anno la prima elementare, nell’unica sezione a tempo ridotto dell’intero quartiere, ha avuto solo diciotto iscritti, mentre oltre cento bambini cominceranno la loro carriera scolastica stando otto ore al giorno sui banchi) – hanno tutti i pomeriggi impegnati tra inglese, tennis, pallavolo, danza, nuoto, chitarra e via dicendo; per invitarne uno a giocare bisogna aspettare che trovi spazio in agenda.
Il discorso qui si fa ampio, e ci sarebbe da tirare in ballo il fatto che tante mamme lavorano e preferiscono (o sono costrette a farlo) subappaltare una buona parte del loro compito educativo; c’è poi la questione della scomparsa del gioco libero per strada, in piazza, al parco, che rende necessario riempire il tempo, inventando magari modi artificiosi per far muovere un po’ i muscoli dei bambini; c’è soprattutto il problema che l’educazione sembra decisamente avere perso la bussola che indichi una direzione – tolto Dio dall’orizzonte sono tolti tutti i punti cardinali – e allora si procede sommando esperienze, sperando che la quantità supplisca alla scarsa qualità.
Quando si hanno troppe cose da fare come i bambini di oggi, però, le conoscenze e le esperienze non si fissano bene: non si ha tempo di lasciarle depositare, diventare parte di noi. Se invece che insegnare a scrivere, a leggere e a far di conto la scuola sostituisce le ore di italiano e matematica per proporre corsi di danze popolari e cucina regionale (sic), se al posto della matematica c’è l’ora di tecnologia (a che serve, che già a tre anni sono più veloci di noi, questi bambini digitali?), se poi si corre tutto il pomeriggio tra sport e impegni vari, è dura imparare un metodo, impadronirsi del sapere, organizzarlo in modo personale, lasciarlo sedimentare come solo avviene nei fecondi momenti di noia.
Questo modello didattico si basa sull’idea di fondo che i bambini vadano lasciati esprimere, e non costretti, soffocati da compiti troppo noiosi, mnemonici (benedetta memoria!), vessatori. Un’idea che, oltre impregnare di sé il modo di insegnare, produce una tolleranza molto alta nei confronti dei comportamenti indisciplinati dei bambini e dei ragazzi, ma questo tema, seppur profondamente intrecciato, richiederebbe un capitolo a parte. c.miriano Fonte: Il Timone, settembre 2012

La cultura? basta insegnarla

Venerdì, 2 Novembre 2012

Siccome è noto che noi prof abbiamo moltissimo tempo libero, leggevo ieri l’articolo di Marco Lodoli su Repubblica “Addio cultura umanista, per i ragazzi non ha più senso”. E pensavo. Pensavo, per esempio, che Lodoli e l’anonima collega di lettere che lui cita nell’articolo, affranta perché per i suoi alunni è “invisibile”, dal momento che quando spiega non se la fila nessuno, devono essere proprio sfortunati. Anzi, perseguitati entrambi da una jella nera ed atra, una sorta di maledizione atavica, un malocchio feroce appiccicatosi addosso a loro chissà per quale incantesimo. Perché ci vuole proprio sfiga (scusate il termine, parlo terra terra come i miei alunni, a volte), visto che entrambi insegnano, par di capire, in prestigiosi licei e quindi ad una platea di alunni anche parecchio selezionata all’origine, a ritrovarsi classi intere di zombi seminconscienti che non provano il benché minimo interesse per Dante e Manzoni, Catullo o Tucidide, la poesia, la storia e la letteratura. A me, per esempio, questa esperienza manca. E sì che insegno in una scuola media persa in mezzo alla campagna veneta, zeppa di ragazzini fra gli undici e i quattordici anni che la “cultura umanistica” non intuiscono nemmeno cosa sia, hanno come unico pensiero quello di giocare con la Play Station o scaricare l’ultima app del cellulare; nella stragrande maggioranza dei casi, da grande sognano al massimo di fare il meccanico per smontare motorini, e l’aula di un liceo non la vedranno mai. Eppure. Eppure loro alla letteratura ed alla poesia si appassionano. Persino alla grammatica, talvolta, che è tutto dire. E “invisibile” in classe, per loro, non sono mai stata: magari odiata, perché li massacro a forza di riassunti, temi ed esercizi di analisi logica, sì, ma indifferente no. Ci sono le classi che fanno “muro”, per carità, e anche quei singoli alunni che per quanto tu ti affatichi e ci provi a coinvolgerli, niente, non ce la fai. Ma sono le eccezioni, non la regola. Ai ragazzini, di norma, la letteratura piace, perché la letteratura è raccontare storie, e sentirsi raccontare storie è un bisogno primario per ogni essere umano. Certo, bisogna prenderli per mano. Nemmeno Dante ce l’avrebbe fatta ad attraversare Inferno e Paradiso, se Virgilio e Beatrice, generosamente, non lo avessero scortato con pazienza, spiegandogli ad ogni piè sospinto dov’era, cosa stava succedendo, chi avrebbe incontrato lì, perché era importante che ci parlasse. Ma il nostro lavoro è proprio questo. Loro ci vedono come dei vecchi catorci insopportabili che raccontano di gente morta da secoli e pallosa. Sta a noi dimostrare che no. Fargli capire, fonti alla mano, che metà di quello che leggono oggi ha radici antiche: e allora via, prendere il testo di Harry Potter e fargli scoprire che il Basilisco non l’ha inventato la Rowlings, ma è il protagonista di una favola spietata e bellissima di Leonardo da Vinci; che Conan Doyle, quando inventava i racconti di Sherlock Holmes con Irene Adler (sì, quelli del film, avete presente?) copiava da un autore greco, Pausania. E poi leggere i Promessi Sposi, e costringerli, recitandoglieli come una commedia goldoniana, a prendere atto che sono divertenti, sono comici, pieni di colpi di scena e hanno un montaggio mozzafiato che dovrebbe essere studiato dagli sceneggiatori di telefilm. Che sono un buon punto di partenza per spunti sull’attualità, perché Renzo era un piccolo imprenditore tessile del Comasco, che trasferisce e delocalizza poi la sua attività a Bergamo, contando sugli aiuti di Stato della Repubblica di Venezia per le imprese del settore “lusso”, com’erano considerate le filande allora. Bisogna spiegare loro, che non lo sanno, che la cultura umanistica non è una cosa per specialisti, ma quella che un domani ti serve, se farai il pubblicitario, ad inventare per il tuo prodotto uno slogan di successo, pieno di ritmo, allitterazioni, rime e di figure retoriche adatte a fissarsi nella mente del potenziale cliente per sempre; che la grammatica e la sintassi sono fondamentali per costruire un testo comprensibile per il tuo futuro sito web. Bisogna insomma far capire, ma credendoci noi per primi, che la cultura umanistica non è solo bella, ma è utile, anzi indispensabile: perché lo spot della Telecom non lo capisci se non sai chi erano Garibaldi e Mazzini, o Marco Polo, e metà delle pubblicità di profumi, quelle le cui foto le ragazzine ritagliano e attaccano sul diario, hanno dentro tante e tali citazioni di Storia dell’Arte da far provare, a chi le sa riconoscere, le vertigini. Bisogna essere cattivi e spietati, a volte, e fargli sbattere il muso su tutte queste citazioni che loro non sanno cogliere, su questi retroscena che sono destinati a non intuire mai se non imparano qualcosa di quella benedetta cultura umanistica che credono inutile e noiosa. Ricattarli, spiegando che la cultura umanistica è qualcosa di affine ad una setta segreta, parla agli iniziati per indizi, e se li sai cogliere bene, sennò sei fuori, fai parte degli altri che sono esclusi, pussa via!. Che il potere vuol farti credere che non è necessario sapere il codice, ma ti racconta fandonie per tenerti fuori, perché da sempre il potere poi è nelle mani di chi sa usare bene i congiuntivi, sa scrivere riassunti e inventare slogan di effetto. E che anche chi apparentemente non è colto ma ha fatto i soldi, poi si circonda di chi è colto, se vuole mantenerli, perché persino Briatore, quanto deve scegliersi un aiutante da pagare con cifre a quattro zeri, prende alla fine quello che sa le lingue, ha una laurea, un master e un italiano corretto e fluente, mentre l’entusiasta ignorante con la terza media presa a stento lo lascia a casa, anche se gli era magari simpatico, eh. E’ un lavoro massacrante trovare il modo di far arrivare ai nostri alunni questo messaggio, scovare ogni giorno nuovi esempi da portare, sconfiggere punto per punto i loro pregiudizi (che poi son quelli di tutta la nostra società) dimostrando che sono falsi e stupidi. Ma è il nostro lavoro di insegnanti, e di insegnanti di materie umanistiche in specifico. Perché noi non siamo là per curarci di quell’unico illuminato e sensibile fanciullo che scrive sonetti, legge Platone e compone madrigali nel chiuso della sua stanza dopo aver frequentato con profitto alla mattina le lezioni di un raffinato liceo classico d’élite. Quello è una eccezione statistica, e ce la farebbe benissimo anche senza di noi. Il nostro obiettivo sono tutti gli altri, quelli che non odiano la cultura umanistica, ma semplicemente non la conoscono perché quello che viene presentato loro è solo un riassunto di cose astruse, di poeti morti, inutili e lontani dalla realtà, fatto da insegnanti altrettanto noiosi perché, quando viene loro chiesto di indicare un fine pratico per usare tutte le conoscenze che pretendono gli alunni acquisiscano, non lo sanno indicare. Io adorerei insegnare in un liceo classico, per fare i raffronti con i giornali alla mattina e spiegare che Tucidide faceva giornalismo d’inchiesta, usando le tecniche che oggi sono alla base dei programmi come Report, o che Erodoto è la miglior guida per indicare come vanno usate e citate le fonti; per far capire che la teoria della Relatività di Einstein può essere considerata lo sviluppo di una intuizione neoplatonica di Plotino; che si può andare a caccia di citazioni di Catullo e Properzio e Ovidio nei testi di De Andrè, ma anche di Samuele Bersani, Jovanotti, Malika Ayane; che il rap ha la stessa struttura metrica degli esametri omerici. Non lo faccio perché lavoro alle medie, ed i miei studenti sono troppo piccoli per queste disquisizioni qui. Però l’altro giorno, quando abbiamo letto in classe prima “In morte del fratello Giovanni” di Foscolo e poi l’originale carme di Catullo a cui è ispirato, e, dopo averglielo fatto sentire in latino e in metrica perché me lo avevano chiesto, e averli fatti ragionare sul testo, alla fine di un piccolo serrato dibattito, in cui due partiti si son confrontati, han deciso che Catullo era meglio come poeta e lo sentivano più vicino a loro: «Perchè sa, prof, Foscolo si sente che voleva bene alla sua famiglia, ma non riesce mica ad andare avanti, è come bloccato là, Catullo si dà pace, alla fine, e poi è più asciutto.» io il mio piccolo contributo alla preservazione della cultura umanistica presso le giovani generazioni sento di averlo dato, ecco. g.vaglio espresso

Libertari, per noi lo Stato è finto

Lunedì, 17 Settembre 2012
La riforma sanitaria di Obama, le prime proteste e batoste elettorali. Poi i Tea Party, con l’utopia di uno stato minuscolo che affascina anche in Italia.  «Lo Stato è solo una grande finzione» per Leonardo Facco, Movimento libertario. Piccolo viaggio in un mondo sempre sospeso tra una salutare eresia e il folklore. È come quando si commentano i fatti della politica americana con una certa perplessità, ancorata al punto di vista europeo. Un altro mondo, che dista ben più di un oceano e che eppure è sbarcato da questa parte dell’Atlantico, raccogliendo l’eco mediatico degli anni recenti: tutto è cominciato con le prime proteste di fronte alla riforma sanitaria disegnata dall’amministrazione guidata da Barack Obama, quindi è arrivata l’onda che ha travolto la Casa Bianca e i Democratici alle elezioni di medio termine di due anni fa, insediandosi al Congresso e mettendo in difficoltà anche i Repubblicani sul come gestire la situazione.

I Tea Party per le vie delle città più importanti o di quelle più periferiche, il concetto per cui lo Stato deve limitarsi che ha trovato accoglienza anche nell’Italia che affronta la crisi economica e le lunghe leve degli apparati burocratici ed esattoriali. Ma al di là del contagio, la confusione determinata dalla perplessità e dai preconcetti continua a tenere banco e allora la domanda è obbligata: chi diavolo sono questi libertari?

«Ci sono due fondamentali divisioni», spiega Leonardo Facco del Movimento libertario che ha appena fondato il partito Forza “Evasore” - «nato in contrapposizione al manifesto “Fermiamo il declino” di fronte al quale mi sono cadute le braccia». «C’è la tradizione anarchico – collettivista, con Michail Bakunin e sorto come contraltare alla Rivoluzione russa. E quella anarchico – capitalista americana, che si è evoluta nel tempo e con il pensiero di Murray Rothbart, con una visione della società senza stato». È il filone in questione, per cui «i libertari ritengono lo Stato una grande finzione, attraverso la quale tutti cerchiamo di vivere sulle spalle di tutti. I libertari chiedono una società volontaria, dove la comunità si rivolge al libero mercato per avere servizi». Tre i principi: la vita, la proprietà e la libertà, «lo stato non fa altro che lobotomizzare».

Occorre dunque sgombrare il campo dalle facili supposizioni, tipo che siano esaltati di destra, estremisti, gente dal grilletto facile. I luoghi comuni sugli Stati Uniti sono la lente d’ingrandimento peggiore con la quale analizzare la realtà. Diritti naturali, governo limitato, libero mercato, principio di non aggressione, appartenenza ad una comunità, individualismo: troverebbero spazio anche in Italia, di fronte ad una tradizione culturale così diversa rispetto a quella statunitense? «I principi universali sono traducibili in ogni parte del mondo, seguendo l’adagio gandhiano per cui le idee camminano sulle nostre gambe. Poi si scontrano con tradizioni secolari. Ma per quanto riguarda l’area centro-settentrionale italiana – aggiunge Facco – il Medioevo e la civiltà comunale presentavano nel dettaglio principi utili per la realizzazione di società libertarie, tenendo ovviamente poi conto dell’idea di società di oggi. Il mondo comunale rappresentava un affrancarsi dall’impero. I libertari non sono utopisti, ma ricercano un sistema d’organizzazione meno aggressivo». 

Un esempio? «L’educazione, vale a dire no all’istruzione di Stato. Non significa l’abolizione dello Stato, ma di esso all’interno dell’istruzione. Nessun ministero, nessun burocrate che stabilisca un programma unico valido per tutti: piuttosto tante scuole diverse, un mercato dell’istruzione». O ancora, la riforma previdenziale cilena del 1981: «Il singolo lavoratore prende tutti i soldi in busta paga e decide quale pensione riservarsi: in questo modo diventa protagonista del suo futuro». 

Nomi e volti: Rothbart, Ludwig von Mises, la Scuola austriaca, Fréderic Bastiat. Ed Ayn Rand. Nacque a San Pietroburgo nel 1905, a 21 anni lasciò l’Unione sovietica socialista e comunista per spostarsi negli USA dove è divenuta la scrittrice di testi di riferimento per i libertari. Il suo nome è circolato anche da noi dopo che il candidato repubblicano alla presidenza Mitt Romney ha scelto Paul Ryan come suo vice. Ryan è un lettore della Rand: per i detrattori ciò dovrebbe rappresentare un fagotto ingombrante nella sua formazione culturale. “La fonte meravigliosa” e “La rivolta di Atlante” sono due dei suoi libri più gettonati. Il primo è finito addirittura in una puntata dei Simpson: racconta la vicenda di Howard Roak, un giovane architetto che non vuole scendere a compromessi per difendere la propria – o meglio individuale – visione artistica. La liberal Lisa Simpson sbeffeggia la storia che viene rivisitata attraverso l’intraprendenza della piccola Maggie, punita dagli educatori all’asilo perché pensa ed agisce diversamente dai suoi compagni.

Gli scritti della Rand sono una guida utile per affrontare il viaggio: perché se dei libertari ormai si conoscono le istanze economiche (meno stato, più libertà d’iniziativa, più libero mercato), dietro c’è molto altro, a partire dalla relazione tra gli individui. «Amare è sapere dare valore. Solo un uomo razionalmente egoista, un uomo di autostima, è in grado di amare, perché è l’unico uomo in grado di tenere fermi, coerenti, senza compromessi i valori, di non tradirli. L’uomo che non sappia apprezzare se stesso, non può dare valore a niente e nessuno», commentava ne “La virtù dell’egoismo”, nel 1964 e pubblicato in Italia da Liberilibri. Oppure, sempre in quell’anno, in un’intervista ricordava come i suoi lettori citassero spesso una frase pronunciata da Howard Roak ne “La fonte meravigliosa”: «To say ‘I love you one’ must know first to say “I”». 

È l’egoismo razionale, elemento dell’oggettivismo, il pensiero filosofico che ruota attorno alla Rand che oltre a promuovere il puro capitalismo, sostiene l’individualismo che non danneggi gli altri, ma che aiuti piuttosto nella ricerca della propria felicità: «L’amore romantico, nel senso pieno del termine, è un’emozione possibile solo per l’uomo o per la donna di autostima inviolabile: è la sua risposta ai suoi valori più alti nella persona di un altro, una risposta integrata di mente e di corpo, di amore e di desiderio sessuale. Tale uomo o donna non è in grado di provare un desiderio sessuale divorziato dai valori spirituali».

Dalla teoria alla pratica. Colorado Springs è uno dei centri ritrovatisi in bancarotta sulla lunga scia della crisi economica che attanaglia gli Stati Uniti – e la campagna elettorale di Obama. Di fronte alla montagna di debiti, non sono state alzate le tasse e non ne sono state introdotte di nuove: piuttosto i cittadini hanno tagliato i costi, introducendo forze volontarie perché rimanessero garantiti i servizi. Se così il comune ha fatto spegnere un terzo dei lampioni di Colorado Springs, i suoi abitanti hanno inoltrato regolare domanda per adottarne uno a cento dollari l’anno. Ai tassisti è stato chiesto invece di affiancare il lavoro della polizia nel mantenere la sicurezza, segnalando abusi e infrazioni durante l’orario di lavoro. Alla comunità è stata affidata una parte della gestione dei rifiuti e a turni si impegna a tenere puliti i parchi. Zona di conservatori (a Colorado Springs ha sede l’associazione Focus on the Family che tutela la famiglia tradizionale) che si applicano al libertarismo. 

Durante le primarie repubblicane i libertari si sono schierati per Ron Paul, che nel programma aveva inserito l’abolizione della Federal Reserve, nel mentre in Europa si discute se la Bce debba operare come la Fed, e per il quale avrebbe votato anche Facco: «Abbiamo seguito la sua campagna elettorale con molto interesse. E l’aspetto entusiasmante è che vi hanno partecipato molti giovani. C’è stato un grande fermento, specie in quella grande provincia americana dal motto “Don’t tread on me”».
A novembre si muoveranno in ordine sparso: chi tra i due mali sceglierà quello minore, vale a dire Mitt Romney. Chi invece voterà per Gary Johnson, l’ex governatore del New Mexico candidato del Libertarian Party alle Presidenziali. Chi non andrà al seggio. In attesa magari che arrivi il giorno di Rand Paul, figlio di Ron, membro del Tea Party e ora senatore per il Kentucky, approdato a Washington con la marea libertaria/conservatrice delle Mid Term Elections Dario Mazzocchi linkiesta

Bocciare è anti-economico ma educativo

Lunedì, 1 Agosto 2011

Nei giorni scorsi l’Ocse (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico), rielaborando uno studio effettuato nel 2009 nell’ambito del Pisa (Programme for International Student Assessment), ha fornito un rapporto indirizzato ai paesi membri, nel quale ritiene di ravvisare nelle cosiddette “bocciature” un danno economico per i paesi dove la pratica è diffusa e un danno formativo per gli studenti bocciati. Rileva, inoltre, che, sia dal punto di vista educativo,sia da quello economico, altrettanto deleteria è la tendenza a trasferire gli studenti bocciati in altri istituti o in altri corsi di studio: in questo modo si rafforzerebbero discriminazioni sociali poiché nel cambiare scuola vengono penalizzati i bocciati socialmente svantaggiati, costretti a frequentare scuole meno efficaci dal punto di vista della qualificazione finale. Questo è bastato perché su alcuni quotidiani si scrivesse del consiglio, dato dall’Ocse ai docenti, di non bocciare più; di scuole “all’antica” (tra cui , ovviamente quella italiana) e di altre che, invece, stanno abbandonando questo modello obsoleto. In realtà, la questione è vecchia (data almeno dal fatidico ’68), ma gli argomenti contro le bocciature scarseggiano e puzzano di tecnocrazia. Innanzitutto, in Italia le bocciature riguardano il 18% degli studenti (la media Ocse è al 15%) e il nostro paese si colloca al 22° posto tra i paesi Ocse: non si tratta quindi di cifre da capogiro o da terzo mondo. Inoltre, lo stesso rapporto Ocse consiglia l’alternativa dei corsi di recupero personalizzati o altre misure di sostegno, con questo ammettendo di fatto che vi siano studenti che, non adeguatamente preparati al termine di un anno scolastico, non meriterebbero la promozione a quello successivo.
Ma, come qualcuno si è già chiesto e come tutti i docenti sanno, se anche il recupero o il sostegno fallissero, perché lo studente proprio non studia, che si fa? Dietro a questo dilemma sta la realtà di una diversa percezione della scuola tra chi la ritiene, data la sua obbligatorietà di fatto e di diritto, un percorso prestabilito con esito certo e certificato (dove, però, si dovrebbe certificare soltanto l’avvenuta frequenza) e chi, invece, vede nella scuola il luogo nel quale si incontrano due volontà, quella di chi vuole imparare e quella di chi vuole insegnare. Nella scuola del primo tipo prevale il conto economico dei costi che gravano sul paese, la rapidità del percorso scolastico e, a ben vedere, una notevole uniformità negli esiti scolastici. Meglio ancora se questi esiti fossero programmabili in termini qualitativi e quantitativi per meglio assecondare le richieste del mercato del lavoro: non stupisce che un organismo come l’Ocse, che si occupa di sviluppo economico, faccia sua questa idea di scuola, insistendo, magari sul fatto che sarebbe bene, una volta iniziata una scuola, andare fino in fondo e nei tempi previsti. Nella scuola del secondo tipo, tutto questo passa in secondo piano; diventa più importante fare in modo che lo studente impari quel che serve per vincere l’ignoranza, scopra che senza fatica non si impara nulla, si senta incoraggiato a dare il meglio di sé e sia guidato a farlo dai suoi docenti fino a conseguire ciò che,con il suo lavoro, si è ripromesso di ottenere. Se questo non avviene, se lo studente non studia, il docente che intrattenga con lui un rapporto che si definisca veramente educativo, dopo aver esperito tutte le cure alternative (recupero e sostegno), non può evitare l’intervento chirurgico della bocciatura. Una cura, quindi, dolorosa, ma non una punizione né un rifiuto. L’obiezione economicistica dei costi che le bocciature produrrebbero per la comunità, in questo tipo di scuola suonerebbe un po’ strana, come se si dicesse che per limitare i costi della sanità bisogna smetterla con gli interventi troppo costosi e puntare tutto sulle cure palliative. Per quanto riguarda la dimensione sociologica del problema, vale a dire il fatto che tra i bocciati siano più numerosi gli studenti di famiglie economicamente svantaggiate, è evidente che per costoro la non bocciatura non è una soluzione: arrivati in fondo a un percorso scolastico nel quale non hanno imparato nulla, si ritroverebbero con il classico pugno di mosche di fronte al mondo del lavoro. Al contrario,è proprio con questi alunni che una scuola del secondo tipo può dare i risultati migliori. Per i docenti una scuola del primo tipo sarebbe una passeggiata, con poche soddisfazioni, quella del secondo tipo un impegno che permetterebbe di collaudare, verificandola, la solidità di una scelta professionale. e.riboldi labussolaquotidiana.it TEMIS: l’atteggiamento dell’OCSE conferma la visione economica della vita che pervade le ns istituzioni. vedi post leozappa su formiche su studiare vale più dei bot

“Anche chi copia ha speranza” (by Montezemolo)

Mercoledì, 9 Marzo 2011

«A scuola ero campione mondiale di copiatura» e questo dimostra «che anche chi copia ha speranza». dagospia ricorda questa dichiarazione di Montezemolo e, mentre in Germania il ministro Guttemberg si deve dimettere per aver copiato parti della tesi di dottorato, da noi un uomo che è stato presidente della fiat, della ferrari, di confindustria si erge a modello dei giovani rivendicando i suoi peccati scolastici. questa è l’italietta, paese senza speranza. temis

 

Bravi a scuola? premio in denaro (sic!)

Venerdì, 21 Gennaio 2011

una scuola ha istituito premi in denaro per chi prende la media dell’ 8 e delo 7 nel quadrimestre. oggi a radio24 una serie di ospiti commentavano l’accaduto e sostanzialmente condividevano l’iniziativa.  al più si è sostenuto che il denaro dovesse essere vincolato a buoni da spendere in  librerie, teatri, concerti, etc. nessuno che si sia reso conto del carattere dissacratorio e diseducativo dell’iniziativa. prevedere un premio in denaro significa far passare il principio per cui lo studio non è più un dovere,  non è più uno strumento per costruirsi il futuro, ma una attività come un’altra che può essere incentivata con il denaro. si dirà che i ragazzi di oggi non sono come quelli di ieri. vero ma anche quelli di ieri erano felici se davi loro del denaro, ma intanto erano in competizione per guadagnare un attestato o una medaglia di merito. non ci si venga a dire che tutto questo non basta più. internet è la prova che la competizione, di per sè, è uno stimolo imbattibile per l’essere umano. quale altra ragione hanno i contatori dei blog? quale altra altra ragione hanno i giochi da bar? mettete in palio una medaglia con tanto di onori e vedrete che anche i ragazzi di oggi si impegneranno a vincere.  la verità è che ad essere corrotti non sono i ragazzi, ma gli educatori che per primi non credono più alla loro missione: educare alla felicità (e non al ben-essere). temis

Libri proibiti nella Regione Veneto

Giovedì, 20 Gennaio 2011

C’è aria di censura, nel Veneto leghista. Gli scrittori pro-Battisti, prima genericamente ostracizzati da un assessore della provincia di Venezia, ora vengono messi al bando nelle scuole. Mentre nelle biblioteche comunali, nel silenzio generale, stanno sparendo le opere degli autori politicamente scomodi. “Non chiediamo nessun rogo di libri, intendiamoci. Semplicemente inviteremo tutte le scuole del Veneto a non adottare, far leggere o conservare nelle biblioteche i testi diseducativi degli autori che hanno firmato l’appello a favore di Cesare Battisti”, dice l’assessore regionale all’istruzione Elena Donazzan, 39 anni di Bassano del Grappa, pidiellina fervente cattolica, con alle spalle una militanza nel Fronte della Gioventù e un passaggio in An. “Un boicottaggio civile è il minimo che si possa chiedere davanti ad intellettuali che vorrebbero l’impunità di un condannato per crimini aberranti”, sbotta annunciando una lettera a tutti i presidi.  La sua crociata arriva dopo la “sparata” dell’assessore alla cultura della Provincia di Venezia, Raffaele Speranzon, che aveva detto: “Via quegli autori dalle biblioteche pubbliche”. Ora a chiederne ufficialmente la censura nelle scuole è l’assessore regionale. Al suo fianco il presidente della Regione Luca Zaia, che definisce la vicenda Battisti “abominevole”. E tuona: “I delinquenti vanno messi in galera, non lasciati liberi”.  Intanto casi di censura leghista, strisciante o esplicita, vengono  denunciati da alcuni bibliotecari veneti. A venire sconsigliati sono (soprattutto) i libri di Roberto Saviano. Nei giorni successivi alla messa in onda di Vieni via con me e alla polemica con Maroni il dirigente di una biblioteca in provincia di Treviso ha segnalato che il sindaco leghista non gradiva si tenessero i libri dell’autore di Gomorra: presenti in catalogo, ma spariti dagli scaffali. Quali saranno gli effetti reali della richiesta della Regione sulle scuole è difficile prevederlo. Carmela Palumbo, direttore scolastico regionale uscente, immagina si tratti di un semplice “invito culturale senza effetti normativi o giuridici”. Mentre Giorgio Corà, preside del liceo classico Pigafetta di Vicenza, è convinto si tratti “più di una provocazione politica che di una reale volontà di mettere all’indice dei volumi. In ogni caso se avessi nella biblioteca della mia scuola libri di quegli autori certo non li toglierei alla libera consultazione. I libri si conservano per il loro valore intrinseco. Indipendentemente dalle idee politiche degli autori o degli assessori”. Soddisfatto di aver sollevato “un gran vespaio”, come lo definisce lui, è l’assessore provinciale Speranzon: “Era proprio quello che volevo”. Anche se poi la presidente della Provincia, la leghista Francesca Zaccariotto, è stata costretta a fargli fare marcia indietro. In prima linea contro gli intellettuali pro-Battisti è scesa allora la combattiva Donazzan, nota alle cronache regionali per avere appena deciso di donare a tutti gli scolari delle elementari una copia della Bibbia: “Un autore, un intellettuale, esiste per quello che scrive. Questo è il suo ruolo nella società. Quella a favore di Battisti non è stata una petizione popolare. Ci troviamo davanti a un messaggio aberrante lanciato da intellettuali. A favore di un personaggio che si è macchiato dei peggiori crimini di sangue. L’unica cosa che possiamo fare è boicottare i loro libri. Smettere di leggerli. Non accoglierli nelle biblioteche pubbliche e nelle scuole”. Ultima tappa di una campagna politica lanciata la settimana scorsa da due esponenti del Pdl veneto, Roberto Bovo e Paride Costa, come iniziativa di solidarietà con i familiari delle vittime. Che ieri a Strasburgo hanno chiesto che l’Ue e la Francia sostengano l’estradizione di Battisti dal Brasile. Oggi il Parlamento europeo approverà una risoluzione in tal senso.  repubblica.it

Le scuole sponsorizzate

Lunedì, 20 Settembre 2010

Come fanno gli istituti scolastici ad andare avanti senza soldi? Chiedono aiuto al marketing. Ad emulare l’idea dell’istituto superiore Carlo dell’Acqua di Legnano, in provincia di Milano, che ha indetto un bando di 20 mila euro per restaurare un affresco, ci pensano ora anche molte scuole di Roma, che aspettano interventi da più di 2 anni.
Nel caso della Lombardia è bene ricordare che grazie al sistema della Dote scuola di Formigoni, in base ai dati ufficiali della Regione relativi allo scorso anno scolastico, alle scuole private sono andati 51 milioni di contributi per integrazione retta (68 mila beneficiari su 253.203 iscritti), sommati al sostegno alla disabilità pari a 3 milioni e 400 mila euro. Gli iscritti alle scuole pubbliche, invece, hanno usufruito di 38 milioni (192 mila beneficiari su 1.115.390).
Che sia davvero la pubblicità l’unica via d’uscita? Il brand, intanto, entra nelle scuole e lo fa dalla porta principale visto che, a Legnano, l’azienda che si occuperà dei lavori (oltre ad avere una targa all’interno dell’edificio) potrà istallare un cartellone anche all’esterno per tutta la durata del restauro, utilizzare le immagini dell’affresco ed essere citata nei video della provincia di Milano. Diversa la provocazione lanciata nella Capitale dove in alcuni istituti, a chi interviene per colmare i vuoti dell’amministrazione pubblica acquistando banchi sedie e lavagne, sarà data la possibilità di lasciare impresso il proprio nome sulla mobilia donata. Il colosso dei mobili low cost non se l’è fatto ripetere due volte: ad arredare le classi della scuola elementare Torricella Nord (periferia romana), infatti, ci ha pensato l’Ikea per un totale di 50 sedie, 50 banchi e due cattedre. Meno fortunati i bambini delle prime classi della scuola elementare di via Gastinelli, sempre nella periferia di Roma, che al primo giorno di scuola hanno trovato una bella sorpresa: aule completamente vuote. In soccorso di qualche alunno c’erano mamme intraprendenti con sedia piegevole al seguito. Per gli altri lezione sul pavimento. Non c’è dunque da meravigliarsi se cresce il numero degli istituti che senza aspettare l’ok delle istituzioni ricorrono in autonomia ai privati per rinforzare il proprio bilancio. C’è chi, come le elementari Thouar-Gonzaga di via Gentilino a Milano, espone striscioni con il nome delle ditte che hanno fornito i materiali per il rinnovo. E chi è pronto ad ospitare pubblicità negli schermi al plasma sistemati nei corridoio della scuola. Succede anche questo a Milano, precisamente all’istituto professionale Bertarelli di corso di Porta Romana. Il paradosso arriva quando la scuola è fatta in casa come è successo in provincia di Ancona, nel centro calzaturiero a Casette d’Ete, dove l’edificio scolastico è stato completamente costruito a spese della Famiglia della Valle. Una scuola elementare progettata dalla moglie dell’imprenditore proprietario della Tod’s: nella parte alta dell’edifico, sorretto da maestose colonne, compare ben in vista il cognome della famiglia. Così la scuola italiana somiglia sempre più a quella americana, dove da tempo la pubblicità trova spazio tra gli studenti: le aziende, infatti, firmano dei veri e propri contratti con i quali le varie società possono collocare nelle scuole i loro prodotti, fornire materiale didattico, dando in omaggio computer e campi di football, insomma usare i centri educativi come preziosi canali di marketing. La conquista della scuola da parte delle aziende è un tabù che negli Stati Uniti è caduto da tempo. Ma se questo accadesse anche da noi? Alcuni dirigenti scolastici che si trovano senza risorse cercano aiuti ovunque pur di andare avanti. D’altra parte, i pubblicitari sanno perfettamente come usare la comunicazione per colpire chi li ascolta. In questo caso sarebbero i giovani, una fetta di mercato molto appetibile. Ad oggi in Italia, c’è l’autonomia degli istituti che decidono se accettare la “collaborazione” di privati anche se ormai costretti. Finora ci si è limitati a donazioni di libri e materiale informatico. In futuro, chissà. di Luigina d’Emilio fatto quotidiano

Se a scuola ci fosse l’ora pagana

Venerdì, 23 Ottobre 2009

Aleggerne sulle cronache, non pare che l’ora di islamismodepuratosia prossima sul quadrante della scuola italiana.

La lentezza dell’Italia ufficiale è Oriente, il suo tempo non conosceorario, tra la frenesia informatico- telematica s’intravvede il beduino che guarda le capre, la mula di mastro Don Gesualdo, la guerra di Troia… Basta pensare ai processi civili: passano generazioni… Però neppure l’Islam ha fretta. L’idea di convertire l’Europa cristiana in dissolvimento religioso,dopo lemuradi Vienna e le lance di Poitiers, e il lungo sonno prima di Lawrence e l’apparizione come dal nulla di Israele, èsognoislamico,certamente.

Ma forse nella diaspora delle moschee vecchie e nuove si pensa di arrivarci (Ramadan puntualmente osservato da almeno metà delle famiglie italiane oggi tiepidamente cattoliche) non prima del 2101.

Quel che sarà – sarà.

La prospettiva più vicina impone due verità: a) l’Islam non è assimilabile né modificabile. Quel che è avvenuto nel tremendo dogmatismo cristiano medievale rotto dalla Riforma e inoltre dopo tre secoli di miracolosa filologia critica biblica incessante non ha neppure sfiorato la grande Muraglia coranica, e adesso abbiamo anche il confronto radicale con una guerra santa senza frontiere. b) il moltiplicarsi delle moschee non è segno di integrazione né di estensione della libertà di coscienza (che subordina tutti i dogmi alla legge di ogni vera Repubblica) ma di occupazione, che per noi è politica e data per concessione, per loro si tratta invece di spazi e spazietti urbani assunti dalla fede coranica e sottratti legalmente, in senso religioso illimitato, alla sovranità della maggioranza non mussulmana.

Islam non è buddismo né chiesa evangelica o altro. Islam è Islam. E’ sciocchino chiedergli di essere diverso. All’Opus Dei puoi chiedergli di essere liberale? Bene.Aciascuno il suo.

L’ora scolastica cattolica brucia un tempo dello Stato uguale per tutte le religioni (che in Italia sono, grandi e piccole, circa settecento); l’ora scolastica islamica azzererebbe (o renderebbe relativa) la sovranità statale assoluta su tanti frammentini di territorio pubblico quante sono le aule destinate a ospitarla. Nell’idea coranica di comunità religiosa – se non erro -, la umma, il popolo dei credenti, come ogni asfalto o tappeto di preghiera, a maggior ragione ogni aula dove s’impartiscano a un pezzetto di umma lezioni di Libro Sacro (il Kitàb) diventerebbe dar-al-islam, Casa di Islam (tradotto solitamente terra d’Islam, ma nel fondo rimane sempre il senso primario di casa propria, porzione, porziuncola del popolo credente).

Esaminandola in base al diritto religioso islamico la faccenda potrà, credo, essere chiarita meglio, e suggerisco di consultarlo prima di compiere passi incauti per incantamento dell’inafferrabile fantasma dell’integrazione per tutti e concessa a tutti. Se l’ora fosse, utopisticamente, catto-mussulmana e addirittura maschile-femminile, la lezione di tolleranza sarebbe esemplare; ma dubito che la Chiesa e gli imam, giubilanti, la riceverebbero dal nostro Stato come una grazia.

La bio-diversità religiosa è una realtà umana come tutto ciò che è vivente, e ne va tenuto conto. L’esistenza delle balene (non esclusa Moby Dick) importa ai condominii della Bovisa o di Mirafiori, dei Parioli o di Firenze, ma per applicare alle religioni questa grande e povera verità non si può dare filosoficamente il mondo alle concezioni monoteiste: ci vuole una filosofia naturale, un pensiero dai monoteismi rigettato e perseguitato.

Un’ora scolastica e extrascolare diversa, allora? Di paganesimo puro e rigoroso? Di pitagorismo? Di stoicismo? Con letture virgiliane? Il sesto dell’Eneide come iniziazione ai regni per dove passerà Dante il cristiano? Dante frater templarius, amico di ebrei e di mussulmani, e grande condor in volo al di sopra di tutti?

Sarebbe una bella finestra, da cui potrebbero apparirci, forse, le luci remote dell’Amore infinito.
g.ceronetti lastampa.it

Nelle classi miste si studia peggio – studio inglese

Giovedì, 19 Marzo 2009

Le ragazze vanno meglio a scuola se la classe, e magari anche tutta la scuola, è femminile. Separate dai maschi, ottengono voti migliori, fanno maggiori progressi, hanno un rendimento scolastico più soddisfacente. Lo afferma un vasto studio condotto in Gran Bretagna sulle studentesse dagli 11 ai 18 anni, ovvero dalla scuola elementare alla fine di quella secondaria superiore. L’analisi sui voti ottenuti da 700 mila alunne, tutte nel settore della scuola statale, indica consistentemente che quelle che studiano in scuole femminili vanno meglio di quelle che studiano in scuole miste. In particolare, la ricerca, effettuata dalla Good Schools Guide, una guida all’istruzione scolastica, e pubblicata oggi con ampio rilievo dal quotidiano Guardian di Londra in prima pagina, rivela che le ragazze che entrano alle superiori con voti bassi fanno un considerevole progresso se continuano a studiare in scuole femminili, mentre continuano a ricevere voti bassi se vanno in scuole miste.

Il numero delle scuole femminili è costantemente diminuito in Gran Bretagna a partire dagli anni Settanta nell’ambito dell’istruzione statale, mentre resta assai diffuso nelle scuole private, che in questo paese sono quelle accademicamente migliori, che preparano meglio per l’accesso alle migliori università, ma che costano molto care, fino a 15 o 20 mila euro l’anno. Nella scuola statale, e con minore enfasi anche in quella privata, negli ultimi trent’anni si è registrata una crescente domanda da parte dei genitori per avere più scuole miste. Oggi, soltanto 221 mila ragazze e 160 mila ragazzi studiano in scuole solo femminili o solo maschili nel Regno Unito a livello secondario superiore, su una popolazione studentesca totale, in quella categoria di età, di 3 milioni e mezzo.

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