Articolo taggato ‘servizi’

Massolo, lo 007

Martedì, 22 Maggio 2012

Alla fine, dopo mesi di voci in cui veniva segnalato alla più sfavillante sede diplomatica, ma anche alla più importante delle authority e pure alla direzione generale di Confindustria, la poltrona è arrivata. Una poltrona che nessuno aveva mai pensato potesse essere destinata all’ambasciatore Giampiero Massolo, classe 1954, segretario generale della Farnesina, l’uomo con i baffi che negli ultimi vent’anni è apparso in tutti i telegiornali sempre un passo indietro a premier e a ministri degli Esteri, la quintessenza del potere della diplomazia, l’enfant prodige del ramo.La poltrona è quella di capo del Dis, il Dipartimento informazioni per la sicurezza, l’organo di coordinamento dell’intelligence italiana interna ed esterna, uno dei posti nevralgici del Palazzo, la cassaforte dei dossier riservati e delicati lasciata da Gianni De Gennaro, ex capo della Polizia, uomo tra i più potenti e temuti della nomenklatura ora nominato dal governo Monti sottosegretario con la delega ai Servizi.A pensarci bene il posto su misura per uno come Massolo, diplomatico sopravvissuto non alle bombe di Beirut o di Sarajevo ma alla guerriglia della politica romana, da destra e da sinistra di volta in volta promosso e premiato, senza conoscere la pausa in un’irresistibile ascesa, senza mai un cedimento alla vanità, alle chiacchiere di Palazzo, alla fibrillazione dell’apparire.Un’ombra della Repubblica per il grande pubblico, fatta di discrezione e riservatezza: cosa volere di più per chi avrà a che fare con barbe finte nazionali e soprattutto internazionali? Ma una roccia, un burocrate di ferro all’interno della Farnesina dove a soli 53 anni nel 2007 viene nominato al vertice della piramide diplomatica dall’allora ministro degli Esteri Massimo D’Alema, culmine di una carriera senza barriere che ha destato non pochi malumori in un enclave dove conta più che in ogni altra parte la gerarchia, la nascita e il doppio cognome, la differenza di casta tra chi è diplomatico e chi è funzionario, persino il dovere di un minimo di birignao.Per i suoi critici, la scalata fulminea di Massolo è la ricompensa a chi sa obbedire chiunque conduca il gioco: Francesco Cossiga per segnalarne la doppia tessitura di rapporti lo definiva un fasciocomunista. Per chi gli è amico, invece, è la prova di una bravura tecnica che fa comodo a tutti. Fatto sta che all’arrivo di Monti a Palazzo Chigi il numero uno della diplomazia raggiunge quasi la nomina di ministro degli Esteri. In un governo di tecnici lui è un tecnico puro che ha da poco firmato una riforma amministrativa della Farnesina. Viene scalzato dall’ambasciatore a Washington Giulio Terzi di Sant’Agata. Il testa a testa non aiuterà certo i rapporti tra i due.Secondo quanto ha raccontato lui stesso a una feluca di gran rango che gli riconosce il contagocce nelle parole ma la sottigliezza di un humour assai garbato (“Ha sempre saputo come dire no”) è grazie all’incontro nel ’94 nella toilette di Palazzo Chigi con un Silvio Berlusconi appena sbarcato a Roma, sorriso di plastica stampato in faccia, marziano arrivato nel Palazzo, che la sua vita prende la piega giusta per condurlo alla vetta.Massolo che parla inglese, francese, russo, polacco (è nato a Varsavia) e un po’ di tedesco, è consigliere diplomatico aggiunto a Palazzo Chigi (governo Carlo Azeglio Ciampi) dove è approdato tre anni prima con Giulio Andreotti premier: una gran scuola. Il Cavaliere se ne invaghisce e ne fa il capo della sua segreteria particolare. In un certo senso è l’inizio e la fine della sua carriera diplomatica.Massolo si laurea alla Pro Deo di Roma, l’università voluta da Gianni Agnelli diventata poi Luiss, e poi vola a Torino assunto dalla Fiat. Nel 1978 vince il concorso in diplomazia e torna a Roma: la prima missione è all’ambasciata d’Italia presso la Santa Sede, poi Mosca e Bruxelles presso la Cee. Questo è quanto. Dal 1988 in poi Massolo non traslocherà mai più all’estero diventando una contraddizione in termini del lavoro in diplomazia: quasi un quarto di secolo stanziale in patria, un paradosso per la Farnesina, caso più unico che raro.

Quel che conta, la politica apprezza. Non buca un ministro. Dopo Berlusconi passa, con lo stesso incarico, al neo premier Lamberto Dini, che da ministro degli Esteri del governo Prodi lo nomina capo del servizio stampa oltre che, nel 2000, anche vice segretario generale. Chi lo ferma più? È un lavoratore instancabile, attento a non scavalcare mai il ministro di turno, abile a non dimenticare quello precedente: un vulcano della politica dei due forni, lo stemma andreottiano.In dieci mesi diventa vicario del segretario generale (il ministro è Renato Ruggero). Direttore generale degli Affari politici solo per sette mesi, il tempo che il ministro Gianfranco Fini lo coopti capo nel suo gabinetto. Fini si sta giocando l’abiura del fascismo “male assoluto” e Massolo lavora con Italo Bocchino e Andrea Ronchi per il viaggio in Israele (dove il rappresentante diplomatico è proprio Terzi). Nel 2006 arriva la promozione a ambasciatore di grado, un anno dopo quella di direttore del personale, fino alla nomina dalemiana: l’ufficio al primo piano della Farnesina, quello da segretario generale. Mai un passo falso, mai una sbavatura: Massolo, secondo un suo collega, ragiona e agisce come un computer. La sua riforma amministrativa degli Esteri raccoglie più mugugni e contestazioni che consensi. Padrone assoluto del ministero, controlla tutto, anche le nomine meno importanti in genere lasciate alla discrezionalità del capo del personale. Accorpa direzioni generali, da tredici a otto. Accentua il lato commerciale e marketing della carriera secondo i desiderata del Cavaliere. Gli ambasciatori della vecchia guardia lo accusano di cedere di fronte al potere politico e di non contrastare con la forza necessaria i tagli del ministro Giulio Tremonti “l’ex segretario Umberto Vattani con tutti i suoi difetti si sarebbe battuto di più”. E certo non fa piacere la campagna per abbassare l’età della pensione da 67 a 65 anni che a fine 2012 manderà a casa una generazione di alte feluche, Giulio Terzi in primis. Massolo è stato ministro degli Esteri in pectore per una notte. Si racconta che non abbia raggiunto l’obiettivo per aver chiesto troppe assicurazioni per il futuro. L’altra versione è che Terzi, oltre al sostegno di Fini (sul quale poteva contare pure Massolo), avesse anche l’ok di Pier Ferdinando Casini. Una delusione difficile da digerire. Anche perché governare la Farnesina con un politico come ministro ha una valenza ben diversa rispetto a quando il ministro è un diplomatico anche lui e vuole e sa dove mettere le mani. Così per il segretario generale arriva davvero il tempo di migrare. L’occasione del Dis è da afferrare al volo. Soprattutto con un governo deciso a dare un impulso alla rete estera dei servizi e a puntare sulla mission, nel più puro dei pallini esterofili di Monti, di collaborare intensamente con le intelligence internazionali visti i molteplici tavoli di crisi aperti. La rete di altissimi rapporti tessuta negli anni da Massolo, consolidati da sherpa del governo italiano nel summit G8 dell’Aquila, servirà proprio a questo. La nuova poltrona gli permetterà anche di avere accesso ai dossier più delicati. E questo non ha fatto piacere proprio a tutti. Denise Pardo per “l’Espresso

P2, a chi è servito lo scandalo?

Venerdì, 20 Maggio 2011

Sono passati trent’anni: titoli giganteschi, la patria in pericolo salvata appena in tempo, i giornalisti spediti a frugare tra gli iscritti alla loggia massonica segreta Propaganda 2, poi detta P2; i nomi di militari, politici, imprenditori e gente di spettacolo (Maurizio Costanzo, il povero Alighiero Noschese perfetto imitatore, poi morto suicida…) riuniti in una losca combriccola di cui si sussurrava molto e si sapeva poco. Oggi non se ne sa veramente molto più dopo i processi penali e i lavori della commissione d’inchiesta guidata dalla democristiana Tina Anselmi.Certo, il «programma politico» di Licio Gelli, il fondatore, era ed è lì, nero su bianco, ma riletto oggi sembra una banalità da centrodestra moderato: presidenzialismo, rafforzamento dei partiti di centro, chiusura ai comunisti di allora. La P2 era certamente un’associazione molto attiva nel lobbying: il Corriere della sera per esempio risultò dominato dai suoi iscritti (Bruno Tassan Din, l’amministratore delegato, il direttore Franco Di Bella che lasciò il posto a Piero Ottone per una vigorosa apertura a sinistra), ciò che ne causò la rovina e il conseguente sorpasso di Repubblica, che ingrassò le tirature proprio grazie alla P2.La cultura del sospetto fu il lascito permanente della vicenda P2 e quella cultura andò a saldarsi con la già attiva cultura delle «liste» misteriose: quando lo scandalo esplose, i giornali alludevano alla mai trovata «lista dei 500 di Sindona» (dal nome del banchiere siculoamericano Michele Sindona avvelenato in carcere come il mafioso Gaspare Pisciotta, cognato e assassino del bandito Salvatore Giuliano). Poi emergeranno periodicamente nuove liste, da quella della Gladio a quella del dossier Mitrokhin, della cui commissione parlamentare d’inchiesta sono stato il presidente dal 2002 al 200 Liste e complotti non dimostrati, questa l’eredità emotiva e retorica della P2, se andiamo a fare un bilancio. Che alla fine non si sia cavato un ragno dal buco è dimostrato anche dal fatto che il «venerabile» Licio Gelli non soltanto è vivo e vegeto a 92 anni, ma libero di recitare, nell’indifferenza generale, l’antica parte del dispensatore di messaggi cifrati: a febbraio ha detto che Silvio Berlusconi è soltanto un debole e che Giulio Andreotti aveva più stoffa, disponendo di una fantomatica sua lista detta «Anello».Chiacchiere cui nessuno dà peso. Eppure Gelli era stato dipinto come il demonio che possedeva questa nazione. Tutto lì? Certo la P2 non era una bocciofila, basta leggere i nomi di rispetto, ma certamente la sua memoria viene oggi ravvivata come un utile marchio con cui generare, in un gioco retorico, il bestiario di figure come la «P3» o la «P4» risalendo magari fino alla «P38» che era la pistola preferita dei brigatisti rossi. Eppure, trent’anni fa, il trauma fu violentissimo e improvviso: il governo di Arnaldo Forlani cadde subito dopo avere reso pubblica, il 21 maggio 1981, la lista degli iscritti.L’Italia fu travolta da una ventata di panico democratico perché veniva certificata l’esistenza di una congiura in cui confluivano i mostri dell’immaginario collettivo: i servizi segreti deviati, la massoneria, la mafia, la Cia, il Mossad, i fascisti, la finanza occulta… un gran minestrone di cui a conti fatti non si è trovato nulla. Dal lavoro della commissione parlamentare emerse soltanto uno studio sociologico sui gruppi di potere che condusse all’austera notazione secondo cui la P2 costituiva «un complotto permanente che si plasmava in funzione dell’evoluzione della situazione politica ufficiale».Come dire nulla. La commissione stigmatizzò anche, con tono accigliato, l’«uso privato della funzione pubblica da parte di alcuni apparati dello Stato» legati alla loggia. Banalità. Tuttavia qualcosa di singolare accadde: risultò che l’intero vertice militare era stato arruolato da Licio Gelli attraverso un’efficace catena di promesse di promozioni, fazioni, intrighi e carriere. Grazie a questa retata, al momento dello scandalo i generali e gli ammiragli erano tutti lì, in trappola, e il risultato fu che vennero con un sol colpo decapitati i servizi segreti e i quadri di comando delle forze armate: 52 alti ufficiali dei Carabinieri, 50 dell’Esercito, 37 della Guardia di finanza, 29 della Marina militare, più 11 questori, cinque prefetti.Questa decapitazione delle difese interne ed esterne spinge a controllare in quale contesto ciò avvenisse: era dunque il 1981, nel pieno della guerra fredda che minacciava di diventare calda, con l’Unione Sovietica che aveva adottato la dottrina militare (oggi verificabile nei verbali delle riunioni del Patto di Varsavia integralmente pubblicati in “A Cardboard Castle”, pubblicato da Vojtech Mastny and Malcolm Byrne) di un attacco improvviso con cui separare l’Europa dagli Stati Uniti, messi di fronte al fatto compiuto.Quella guerra poi non si fece, dicono i verbali, perché la Polonia, perno dell’operazione, era stata sottratta al controllo sovietico dal sindacato Solidarnosc guidato attraverso l’elettricista Lech Walesa dallo stesso papa polacco Karol Wojtyla, che ne ebbe in cambio alcune revolverate nello stesso maggio 1981 (il 13, ndr) in cui vennero fatti trovare da Gelli gli elenchi della P2 a Villa Wanda, vicino ad Arezzo. Questo fatto, diversamente dalla vaga e banale sociologia delle lobby, è incontrovertibile e meriterebbe, 30 anni dopo, qualche riflessione. p. guzzanti panorama

E VIGNA RIVELA: LE LISTE ERANO NOTE GIÀ NEL 1976…
Da “Panorama
Le liste segrete della loggia P2 rese pubbliche nel maggio 1981? In realtà erano note alla magistratura già dall’agosto 1976. Lo rivela Piero Luigi Vigna, ex procuratore di Firenze, nel libro In difesa della giustizia scritto con Giorgio Sturlese Tosi per la Rizzoli e in uscita a fine mese. Vigna indagava sul terrorismo nero e interrogò Licio Gelli. «Mi consegnò personalmente la lista di tutti gli iscritti alla P2» ricorda il magistrato. «Verificai che la legge di pubblica sicurezza risalente al fascismo, in sostanza, consentiva la creazione di associazioni segrete ma esigeva che, a richiesta delle autorità, fossero mostrate le liste degli appartenenti. E che, se ci fosse stato un dipendente pubblico, questi avrebbe perso il posto, lo stipendio e la pensione.Giudicai però che quella norma contraddiceva l’articolo 18 della Costituzione che sancisce la libertà di associazione e non ne feci niente. Quando poi iniziò il processo per l’omicidio di Vittorio Occorsio e dovetti presentare in aula la lista della P2, ritenni opportuno farla pubblicare su alcuni organi di stampa.Nel 1981 quelle stesse liste, con pochi nomi diversi, furono ritrovate a Castiglion Fibocchi: solo allora mi telefonò il ministro dell’Interno, Virginio Rognoni, dicendo: «So che lei era già a conoscenza di questi documenti. Perché non li ha mai inviati al ministero?». Risposi: «Non pensavo che al ministero si leggesse solo Topolino, perché, signor ministro, guardi che sono stati già pubblicati».

Gelli e il nuovo potere occulto

Domenica, 27 Febbraio 2011

Potrebbe essere una «transizione morbida» l’obiettivo celato dietro l’inusuale necessità di intervenire pubblicamente che ha colto da qualche tempo Licio Gelli. Ne è convinto Giuseppe De Lutiis, tra i maggiori analisti italiani di terrorismo e servizi segreti, al quale i segnali che circolano da qualche tempo – come le rivelazioni dello stesso Gelli sull’Anello, una struttura segreta e parallela che il Venerabile ha collegato a Giulio Andreotti – non sono sfuggiti. Neppure quelli che sembrano indicare nella fase attuale una certa similitudine con quella attraversata dal paese tra il ’92 e il ’94. «È inevitabile pensare – spiega – che, quello che Giorgio Galli chiama il governo invisibile, stia lavorando a un dopo Berlusconi meno caratterizzato dal muro contro muro». Almeno, sarebbe una differenza con quegli anni disgraziati. I segnali sono tanti. Le parole di Licio Gelli sono lì, nero su bianco. E non ci sono soltanto quelle: c’è una concatenazione di eventi che suggerisce che qualcosa, dietro le quinte del potere, molto dietro quelle quinte, stia accadendo, al riparo dal clamore delle cronache. Poi, certo, qualche segnale va dato. Ed ecco, infatti, che è puntualmente arrivato. C’è stato uno strappetto di Licio Gelli dopo il cosiddetto scandalo P3, per prendere le distanze da quel «sodalizio di affaristi». Poi, a gennaio, dopo che lo stesso Gelli si era concesso al quotidiano friulano il Piave svolgendo alcune osservazioni su Tina Anselmi, è arrivata una sibillina intervista pubblicata dall’Espresso nella quale il prefetto Bruno Rozera, pezzo pregiato della massoneria, parla anche di Gelli, ricordandone significativamente l’attività nel periodo precedente agli anni tra il 1992 e il 1994. Infine, due interviste consecutive dell’ex capo della P2, una al Tempo e una ad Oggi, nelle quali Gelli sembra prendere in modo deciso le distanze da Berlusconi e fa una rivelazione: «Io avevo la P2, Cossiga la Gladio e Andreotti l’Anello». Ce ne è abbastanza per farsi qualche domanda. «Già – dice Giuseppe De Lutiis – non è casuale se in poche settimane Gelli abbia espresso in più sedi le sue valutazioni e lo abbia fatto con interviste di quel tenore. D’altra parte, non credo neppure che quella del prefetto Rozera, che ha informazioni paragonabili a quelle in possesso di Gelli, sia una decisione casuale. E questo è possibile attribuirlo al fatto che l’era di Berlusconi sembra terminata, sia perché lo stesso interessato ha contribuito molto ad accelerarne la fine, sia per la durata che si avvicina al ventennio. E forse anche per altre ragioni che noi non conosciamo». Insomma, mentre la vita politica sembra avvitata da mesi in una picchiata molto pericolosa, «potrebbe essere – osserva De Lutiis – che queste interviste servano a preparare il terreno ad un cambio di gestione sia del potere palese che di quello più o meno occulto». Dunque, la promessa di Gelli, il quale ha annunciato altre rivelazioni, «potrebbe aiutarci, se mantenuta, a comprendere molti aspetti della difficile gestione di questo paese che è stato definito efficacemente come una portaerei nel Mediterraneo e che ora vede al comando una persona che anche a livello internazionale non viene più ritenuta affidabile». De Lutiis non esclude però che le parole di Licio Gelli nascondano anche un elemento di natura più personale. «Gelli – osserva – è stato un uomo di frontiera, considerato come un demone dall’area progressista. Ora, a 92 anni, con qualche rivelazione e qualche apertura, potrebbe voler preparare il terreno anche per meritare una valutazione meno negativa della sua figura quando lui transitasse all’Oriente Eterno».
D’altra parte, aggiunge De Lutiis, «Gelli detiene tanti di quei segreti che può scegliere di rivelarne alcuni senza per questo far franare una intera area politica». Per ora, dal cappello ha tirato fuori l’Anello, organizzazione segreta della quale sino a poco fa era ignota la stessa esistenza e della quale tuttora non conosciamo neppure il vero norme: nelle poche carte che ne attestano l’esistenza è indicato come Noto Servizio; Anello è un nome attribuitogli da alcuni appartenenti in via informale. Nato alla fine della seconda guerra mondiale, la sua esistenza fu svelata soltanto nel 1998 da alcuni documenti riservati, rinvenuti in un archivio del Viminale da Aldo Giannuli, su incarico dei magistrati di Milano e Brescia che indagavano sulle stragi di piazza della Loggia e di piazza Fontana.
«Già, dell’Anello sappiamo molto poco ma almeno ora sappiamo che esiste. A dircelo, al là di qualche documento e di alcune testimonianze, c’è anche Gelli». «Devo dire – confessa De Lutiis – che inizialmente ero scettico, forse influenzato da valutazioni negative provenienti da un ambiente molto informato. Ma poi mi sono convinto del contrario». Ebbene, di questa organizzazione conosciamo il pezzetto di storia riferito a Mario Roatta relativo alla metà degli anni ’40 ma poi, spiega De Lutiis, «dobbiamo fare un salto di molti decenni per arrivare alla fuga di Kappler e al sequestro Cirillo, vicende nelle quali l’Anello operò, come intervenne, secondo qualcuno, anche nel caso Moro. Ma – prosegue De Lutiis – se l’Anello esiste dal ’45, cosa ha fatto dopo? Mancano 60 anni, forse potrebbe essere stato protagonista di altri episodi, forse, sapendone di più, potremmo rileggere un pezzo di storia della Repubblica». Soprattutto, c’è da chiedersi chi lo gestì negli anni ‘50, gli anni della guerra fredda in cui più aspra era la contrapposizione tra il mondo occidentale e quello comunista. «Di Gladio – dice ancora De Lutiis – non sappiamo nulla su quello che può aver fatto dopo il ’46. Ad esempio, fino al ’56 è esistita anche una organizzazione detta “O”, erede della Osoppo, formazione partigiana moderata, che raccoglieva oltre 5mila aderenti. C’erano rapporti tra queste due strutture? Cosa hanno fatto nel primo decennio di guerra fredda conclamata? Non conosciamo neppure i nomi degli aderenti a nessuna delle due organizzazione. E non sappiamo come una formazione come l’Anello si sia collocata in un simile sistema di apparati, nel quale si sono mossi anche il Sifar e l’Ufficio affari riservati. Ma, certo, la sua esistenza è coerente con quell’apparato».
Se questo è il quadro, è evidente che per noi è difficile anche comprendere l’affermazione di Gelli che ha collegato il Noto Servizio con Andreotti. «La semplificazione prospettata da Gelli – osserva De Lutiis – dovrebbe essere suffragata da qualche prova. Ciò che è noto, è che Andreotti operò per disvelare, e quindi rendere inservibile, Gladio che, invece, fu difeso da Cossiga. E ancora oggi negli ambienti eredi del servizio segreto militare, che era quello che gestiva Gladio, Cossiga è popolarissimo, quasi venerato, mentre verso Andreotti permane un sentimento, per così dire, di avversione». «Essendo trascorso mezzo secolo – conclude De Lutiis – forse le autorità politiche potrebbero ammettere gli storici a consultare almeno una parte delle carte, a meno che il maestro Venerabile non ci aiuti a caprine di più come ha promesso». a. calvi il riformista

Gelli, l’Anello e i messaggi a Berlusconi

Venerdì, 25 Febbraio 2011

Quando parla uno come Licio Gelli è sempre difficile essere sicuri di qualcosa. «Certo, però, non può essere casuale che abbia deciso di parlare. Evidentemente, sa che può farlo. E sa che un ciclo politico che lui ben conosce si sta chiudendo». A dirlo è Stefania Limiti, autrice dell’Anello della Repubblica (edito da Chiarelettere), unico libro-inchiesta sul Noto Servizio, la struttura parallela destinata alle operazione “sporche” della quale sino a poco tempo fa si ignorava tutto, inclusa la sua stessa esistenza. Ebbene, di recente a parlarne è stato addirittura Gelli. Il capo della Loggia P2 ha tirato in ballo Giulio Andreotti ma, soprattutto, ha fatto pesanti osservazioni su Silvio Berlusconi che della “sua” loggia, la P2, era titolare della tessera contrassegnata dal numero 1812. Ultimamente Licio Gelli sembra diventato molto loquace, e già questa è una notizia. Di notizie, però, se ne trovano, e tante, soprattutto nelle molte parole che lo stesso Gelli ha affidato ai giornali. Soltanto nell’ultimo mese: il Piave, il Tempo e Oggi, al quale ha affidato la farse che ha colpito di più: «Io avevo la P2, Cossiga la Gladio e Andreotti l’Anello», sebbene già dalla intervista al Tempo avesse avviato una spietata analisi dell’operato di Silvio Berlusconi. E non sembra essere finita qui. Niente male, considerato il riserbo quasi proverbiale per il quale l’uomo è noto. In mezzo, e la circostanza probabilmente pesa, una lunga intervista dell’Espresso al prefetto Bruno Rozera, pezzo da novanta della massoneria che parla, e molto, anche di Gelli. Dopo averne parlato con Guido Salvini e Aldo Giannuli (fu quest’ultimo, nel 1998, mentre era al lavoro per conto delle procura di Brescia che indagava sulla strage di piazza della Loggia e di Salvini che a Milano era al lavoro su piazza Fontana, a scovare, in un archivio del ministero dell’Interno, alcuni documenti riservati che svelarono per la prima volta l’esistenza del Noto Servizio), il Riformista ne ha parlato anche con Stefania Limiti, la quale riparte proprio dalle interviste concesse da Gelli. «Gelli – orsserva la giornalista – sembra dire a Berlusconi: sarebbe stato meglio che la sera te ne fossi andato a dormire; ora il tuo tempo è finito; neppure un Anello, neppure Gladio ti possono più salvare. Insomma, mi sembra che Gelli stia cantando la fine di un uomo sul quale, peraltro, aveva puntato». Ma, spiega la Limiti, forse non è ancora tutto. «Dalle parole di Gelli – prosegue – mi pare emerga un Silvio Berlusconi molto più legato al passato, e alla prima Repubblica, di quanto si pensi. D’altra parte, spesso si dimentica che Berlusconi era già qualcuno ben prima della nascita di Forza Italia. La sensazione è che, se Gelli proprio ora e con certi toni parla di Berlusconi, forse lo fa perché Berlusconi fa parte di una storia che anche Gelli conosce molto bene». Giuseppe De Lutiis, che è tra i maggiori analisti italiani di terrorismo e servizi segreti, nella introduzione al libro della Limiti accenna a Giuseppe Cabassi, il cui nome compare nei documenti rinvenuti da Giannuli. Cabassi, era un noto imprenditore lombardo. Ebbene, scrive De Lutiis che, «all’epoca, era sentore comune che dietro Cabassi ci fosse il Psi, ma, secondo quanto dichiarato dall’amministratore delegato del gruppo (Rizzoli-Corriere della Sera, ndr) Bruno Tassan Din, dietro Cabassi, oltre al Psi, vi sarebbero stati i vertici della P2». Insomma, fa notare la Limiti, «Cabassi aveva un curriculum simile a quello che allora poteva vantare Berlusconi e, forse, era un altro nome sul quale aveva puntato la P2. Poi, è possibile che sia stato scelto un altro cavallo. Da qui, potrebbe nascere quella amarezza che sembra esprimere Gelli per la fine di un uomo nel quale aveva creduto». Ma non è ancora tutto. Era il maggio del 1997 e «l’allora presidente della commissione stragi Giovanni Pellegrino, intervenendo al Salone del Libro di Torino, rivelò di aver ricevuto una lettera da Raffaele Delfino, il quale fu tra i protagonisti della breve stagione di Democrazia nazionale, la formazione fuoriuscita dal Msi nel 1976. Fu una operazione – spiega ancora la Limiti – nella quale entrò pesantemente anche l’Anello come ho raccontato nella mia inchiesta. Delfino in quella lettera avrebbe raccontato che quella scissione fu finanziata proprio da Silvio Berlusconi». Di quella circostanza resta traccia anche in un resoconto di Repubblica: «Fu Berlusconi a finanziare la scissione Delfino dal Msi». Si deve ricordare che la rottura col Movimento sociale avvenne sull’appoggio – sul quale spingevano i fautori di Dn – al governo Andreotti in chiave anticomunista. Inoltre, secondo quanto il giudice Salvini e Aldo Giannuli hanno spiegato al Riformista, l’Anello compiva operazioni “sporche” in chiave anticomunista. Il fatto che Licio Gelli abbia ricollegato questa formazione al nome di Andreotti, e che abbia usato certi toni contro Silvio Berlusconi, dà da pensare. Certo, siamo comunque nel campo delle ipotesi, anche se, osserva ancora la stessa Limiti, «Gelli una cosa certa l’ha detta: l’Anello esisteva. Si dovrebbe ripartire da qui, anche perché quella struttura parallela ha inciso pesantemente nella vita pubblica del paese». La giornalista si riferisce alla fuga di Kappler e l’intervento nel caso Cirillo ma non soltanto. «L’Anello – aggiunge – è stato protagonista anche di altre vicende, tra le quali una dura campagna di intimidazione contro esponenti del Psi vicini al Pci all’epoca del centrosinistra». Pur essendo poco conosciuto, prosegue la Limiti, «l’Anello è stato presente molto più di quanto non si pensi. Negli anni la ragione sociale è cambiata, insieme alle condizioni politiche. E tutti i suoi membri sono sempre stati esecutori di ordini che il potere politico impartiva, anche dopo che il Pci non era più considerato come il pericolo numero uno». E oggi? «Oggi è probabile che i membri dell’Anello siano stati disattivati ma il modulo operativo dell’Anello ci deve interrogare ancora». Il perché Gelli ne torni a parlare oggi – legandolo ad Andreotti, mentre prende le distanze da Berlusconi – soltanto lui potrà spiegarlo. Secondo Giannuli l’accenno all’Anello sarebbe soltanto una «spruzzata di formaggio che rende più appetibile la vivanda» e la vivanda sarebbe tutt’altra. «Ma Gelli – aggiunge la Limiti – forse si sente ancora testimone, uno dei pochi rimasti, di un’epoca, e vuol far sapere che di quella epoca detiene ancora adesso tanti misteri. Ciò che è certo – conclude – è che se ci fossimo interrogati di più su questa struttura parallela, forse oggi saremmo in grado di comprendere gli altri anelli mancanti alla nostra Repubblica». a. calvi il riformista

Gli USA dietro Fini

Venerdì, 24 Settembre 2010

I servizi segreti americani hanno informato Fini della manovra contro di lui a Saint Lucia. Lo scrive il Secolo XIX a firma di Sara D’Ambrosio “E a confortare i sospetti di Fini, sarebbe poi arrivata la segnalazione da parte dei servizi americani. Che osservano con sospetto le mosse del premier Berlusconi almeno da quando Obama siede alla Casa Bianca”. C’è di che riflettere… temis

La D’addario e gli 007

Venerdì, 27 Agosto 2010

Allora, Maurizio Sorge, da paparazzo di vip e gossip a stupratore di Patrizia D’Addario?  «Ma quale stupro non c’è stato nemmeno un bacio. La verità è che la D’Addario non ha perso il vizio di registrare ogni giorno video e audio per finalità che rimangono ancora tutte da scoprire. Eravamo da giorni ospiti nella villa salentina dell’imprenditore Salvatore de Lorentis per un servizio fotografico e delle serate della escort e di alcune ragazze. Entriamo in confidenza. Patrizia ci parlava anche del futuro, di video con immagini inedite di Berlusconi a palazzo Grazioli che avrebbe presto diffuso. D’improvviso abbiamo scoperto che registrava le nostre conversazioni, ci filmava con i cellulari. Perché? Mistero. Abbiamo preso paura, che intenzioni avrà? E così è stata allontanata da casa con il risultato che ci ha denunciati tutti per abusi sessuali. Prendano pure il mio dna, sono pulito. Non temo nulla». Partiamo dall’inizio che è meglio. «Sono arrivato alla villa lunedì sera 16 agosto. Avevo ricevuto un ingaggio da Fabrizio Citterio, che mi aveva telefonato per mandarmi in Puglia per un servizio fotografico a de Lorentis in risposta a un articolo uscito su DivaDonna della sua ex Carolina Marconi. Citterio mi dice che ci sarà anche la D’Addario per delle foto…». Quando conosce la D’Addario?  «Subito, appena arrivato. Entriamo in simpatia, parliamo di lavori, dei progetti. Eravamo tutti insieme, c’era lei, c’erano anche altre ragazze, come Giorgia Nicole Basciano e Arianna Gaia Necchi di Uomini e Donne, c’era Fabrizio Citterio con la fidanzata Nadia. La D’Addario dice che è pronta con un nuovo libro, svela particolari mai raccontati finora su quella notte. Il libro è già scritto, ci dice, e uscirà con un dvd con un paio di filmati inediti girati a palazzo Grazioli, immagini che riprendono Berlusconi a sua insaputa in momenti particolari». Quali?  «Non l’ho detto nemmeno ai magistrati che mi hanno interrogato ». Potrebbe dirlo a noi. «La mattina nel suo bagno. Il premier non ne sapeva niente». Bel rispetto della privacy sempre stando a quello che vi racconta… magari era una balla per farsi bella.  «Era convinta, determinata. Ci confida che c’è anche il progetto per un film con Alain Delon con il ruolo di Berlusconi». Boom.«Beh per dimostrarlo ci ha mostrato sul telefonino una fotografia ».  E chi ritraeva?  «Lei a cena con Delon. Io non avevo capito ma Citterio l’ha riconosciuto subito, era lui. Ci ha raccontato che una professionista di fiducia le aveva detto che una persona importante voleva incontrarla. Così lei andò a questa cena trovando al tavolo Delon ». Addirittura? Torniamo a palazzo Grazioli.  «A me e Citterio questi progetti comunque interessano. Un dvd della D’Addario su palazzo Grazioli venderebbe centinaia di migliaia di copie. Le propongo di farle da agente, di trovare qualcuno che acquisti i diritti. Suggerisco una divisione quasi a metà: il 60% lo incassa lei, il rimanente io. L’accordo verbale è quasi fatto tanto che quando la chiama Giorgio Tosi de L’Espresso per un servizio di foto lei risponde che da quel momento “Sorgi è il mio fotografo” tanto che Tosi rinuncia agli scatti». Vivevate nella stessa villa?  «Sì, de Lorentis è un imprenditore generoso. Mi aveva proposto di trattenermi sino a domenica prossima, suggerendomi le spiagge dove avrei trovato vip come Biagio Antoniacci, Morandi, Rutelli per delle foto da vendere… L’altra sera ha pure ospitato tre giocatori della sua squadra di calcio nella foresteria dove dormivo io. Così lunedì sera ci porta tutti a cena. Paga lui il conto a Gallipoli, al ristorante Marechiaro dove andiamo in una dozzina di persone, D’Addario compresa, per poi passare al bar Torresuda dove Patrizia aveva fatto una serata qualche giorno prima. Dopo andiamo in discoteca a La Praia dove Nicole e Arianna facevano una serata». E siete tornati in villa… «Alle 4 di mattina, la D’Addario, Lerry, un collaboratore di de Lorentis ed io rimaniamo nel patio della casa a parlare sino alle 7 di mattina. Lei torna sui video di palazzo Grazioli, su Berlusconi, sul libro che ha scritto, il primo, per il quale si lamenta di aver incassato solo 8 mila euro. Dice che da un anno non fa sesso, che ha vissuto segregata a casa. Si lamenta di non aver mai visto un euro dei soldi ricevuti per le interviste rilasciate a tv e giornali. Insomma, una lagna. L’indomani dopopranzo la D’Addario chiede alle ragazze dei tampax perché aveva il ciclo tanto che dobbiamo andare in una boutique a Gallipoli per comprare un pareo e dei costumi per realizzare meglio e “coperto” il servizio fotografico. E lì capita il primo incidente…».Cioè?  «Con Nadia, la compagna di Citterio, andiamo in negozio. La D’Addario prova costumi, camice, vestiti. Insomma per farla breve acquista abiti per un conto salatissimo: 2.400 euro e chiede a Nadia di pagare come spese di produzione del servizio fotografico. Lei non ci sta, ricorda che per le foto serve solo pareo e costumi, le due litigano e alla fine la D’Addario sborsa 730 euro mentre 250 li paga Nadia. Patrizia si era presa persino un vestito di Armani che certo non serviva per il servizio fotografico».E arriviamo alla vigilia delle violenze denunciate dalla D’Addario.
«Ma quali violenze? La sera corre via un po’ fredda, cena fuori poi tutti a casa. La accompagno fino alla camera dove mi fa altre confidenze sulla figlia, il marito, una vita incasinata. Cercavo di carpire più notizie possibili per capire se diceva balle anche perché gli affari si moltiplicavano. La D’Addario, ad esempio, chiedeva 6 mila euro per delle foto glamour che Fabrizio Citterio aveva concordato con Barbieri da scattare all’hotel Principe di Savoia di Milano ».Girava droga in villa?  «L’unica tirata di spinello l’ho fatta nel 1976 da ragazzo. Anche qui sono pronto a tutti gli esami, bulbo del capello compreso. Comunque, l’incidente capita il giorno dopo, mercoledì. Siamo a pranzo in casa quando la cuoca avvisa de Lorentis che la D’Addario videofilma tutto con i telefonini, con l’I-phone. Le chiediamo perché e lei scoppia a piangere, io guardo sul cellulare e vedo catalogati almeno venti filmati. Ne apro uno a caso, era stato girato in cucina – filmato innocuo ma ci preoccupiamo ugualmente, ricordando i filmati fatti al premier. Che intenzioni reali ha la D’Addario? Così l’accompagniamo in camera per fare le valigie. Lei piange, abbiamo affari insieme dice, “ma quali affari, non se ne fa più niente e basta”. In camera poi dalla borsa salta fuori un altro registratore. Solo audio. Chiedo di potere ascoltare il nastro per sapere se ci aveva registrato. Schiaccio “start” e sento gracchiare registrazioni di conversazioni. A decine. È una donna che registra ogni cosa. Ecco registrati colloqui anche illuminanti come quelli della D’Addario con un giornalista di un importante quotidiano nazionale in cui gli annuncia delle cose contro Berlusconi, della voglia di metterlo di nuovo in quel posto al premier in autunno e che dovevano fare insieme qualcosa il 20 del mese. C’erano telefonate di lei che manda la figlia contro il padre, poi tra lei e l’avvocato Antonio Cattaneo e anche con Citterio e il sottoscritto in conferenza». E poi che succede?  «La D’Addario se ne va e noi, che avremmo consumato violenze carnali e chissà cos’altro siamo talmente preoccupati che andiamo prima a cena fuori al ristorante “Le tre caravelle” e poi in discoteca. L’indomani arriva la polizia, quindici uomini e fanno la perquisizione. Ma la violenza non c’è stata. Sto preparando una querela per calunnia». È preoccupato? «Sì ma sa di cosa? Non delle accuse ma di questa donna. Se la sinistra si affida a lei per battere Berlusconi siamo proprio alla frutta. E lo dico certo non da berlusconiano. È da quarant’anni che voto a sinistra».IL SOSPETTO: I SERVIZI SEGRETI DIETRO AL PATRIZIA-GATE La D’Addario è stato strumento dei servizi segreti? La novità arriva da Carlo Vulpio, inviato del Corriere della Sera e soprattutto già candidato dell’Italia dei Valori. Insomma, un ex amico di Marco Travaglio, fine conoscitore del D’Addario gate e che aveva seguito passo dopo passo Luigi De Magistris quando da pubblico ministero a Catanzaro con le sue inchieste voleva mettere sotto scacco mezza Italia. Oggi Vulpio imbuca su Dagospia, il sito di Roberto d’Agostino che tutti consultano ma nessuno ammette di amare, una lettera che svela retroscena inquietanti attribuiti proprio alla escort: «La D’Addario – escort per sua scelta, nessuno le ha imposto nulla – si è comportata da ricattatrice pur di raggiungere i suoi obiettivi (per giunta di molto dubbia legittimità, come il cambio di destinazione di un edificio già condonato in un’area vincolata)». E poi l’affondo: «Continuare a pensare, o fingere di pensare, come fa Travaglio, che la visita della D’Addario a palazzo Grazioli sia stata una zingarata di un’allegra combriccola di cocainomani e non anche una “missione teleguidata” da una parte dei servizi segreti coinvolti nella stessa “guerra sporca” che oggi viene vede protagonista, suo malgrado, Elisabetta Tulliani, significa offendere l’intelligenza propria e l’altrui». Una “missione teleguidata”dagli 007. Urge saperne di più. Speriamo che intervenga qualche procura a fare chiarezza e non ci debba pensare il solito D’Agostino. (g. nuzzi libero)

Servizi deviati: di nuovo e sempre!

Martedì, 13 Aprile 2010

tumblr_kzvjhjXznc1qzf9y4o1_500Politici spiati e minacciati dai servizi segreti? L’interrogativo tiene banco in queste ore nei palazzi della politica romana, e presto sarà al centro dell’attenzione della procura di Reggio Calabria dov’è pendente un’inchiesta che ha come parte lesa il parlamentare del Pdl, Italo Bocchino, uno dei parlamentari che sarebbero stati minacciati e pedinati.

Troppe coincidenze fanno da sfondo a una vicenda oscura che coinvolgerebbe altri esponenti politici oltre al vicepresidente dei deputati del Pdl che quand’era al Copasir criticò l’opera di smantellamento delle «reti» del Sismi in Irak all’indomani del ciclone Abu Omar.

Per iniziare a districarsi in questo ginepraio occorre dare un’occhiata alla domanda di autorizzazione a procedere dell’acquisizione dei tabulati telefonici di Bocchino inoltrata alla Camera dal procuratore capo di Reggio Calabria, Giuseppe Pignatone. Il quale, in merito all’indagine che sta conducendo la collega pm Carmela Squicciarini, riporta una nota del sostituto dove si ricostruisce parte della storia.

Questa: il 1º febbraio scorso Bocchino si presenta alla polizia postale e presenta una querela contro ignoti per aver ricevuto sul suo cellulare personale, il giorno prima, alle ore 20.44, un sms di minacce. Le prime indagini permettono di risalire a un numero che apparterrebbe a una cabina pubblica di Reggio Calabria. Per andare avanti con gli accertamenti sui tabulati, però, c’è bisogno di un’autorizzazione della Camera.

«Ciò posto – scrive infatti il pm Squicciarini – l’identificazione del mittente, autore del reato, non può che avvenire previa acquisizione dei tabulati relativi al traffico telefonico, limitatamente al giorno ed alla fascia oraria di interesse dell’utenza in uso al querelante, al fine di individuare esattamente la postazione telefonica utilizzata e quindi di verificare l’eventuale presenza di servizi di videosorveglianza ivi installati, che abbiano ripreso il soggetto intento a scrivere l’sms e/o a ricostruire la storia del mezzo di pagamento utilizzato al fine di risalire all’utilizzatore della carta prepagata, o di altra carta di pagamento, sulla scorta del traffico telefonico che risulti essere prodotto con il medesimo mezzo di pagamento».

La procura chiede soprattutto di poter visionare i tabulati di Bocchino «limitatamente al periodo compreso tra le ore 20 e le ore 21 del giorno 31 gennaio 2010». Che poi è lo stesso arco di tempo in cui sempre da Reggio Calabria, sempre dallo stesso numero, un minuto prima, e un minuto dopo le minacce a Bocchino, altri sms di minaccia venivano recapitati sui cellulari riservati di almeno altri due importanti 007. E se l’utenza di Bocchino poteva essere a conoscenza di più persone, i numeri dei funzionari dei servizi segreti erano sconosciuti a tutti, tranne a Forte Braschi.

Le minacce via sms, dunque, sembrano scritte dalla stessa mano. A che pro? Non è dato saperlo. A meno che non si voglia dare credito alle voci di pedinamenti, da parte di elementi distaccati del Sismi in un «raggruppamento», che avrebbero interessato altri politici, tra cui lo stesso Bocchino. Il quale sarebbe stato avvertito di queste «attenzioni» particolari da un «addetto ai lavori».

Di ciò l’esponente del Pdl avrebbe anche discusso a quattr’occhi con l’ammiraglio Bruno Branciforte, successore di Pollari alla guida del Sismi per nomina del governo Prodi. Il quale proprio a Bocchino avrebbe chiesto un appuntamento per spiegare che lui non sapeva niente delle «voci» circa l’esistenza di una struttura, alle sue dirette dipendenze, che pedinava politici e ministri.

Richiesto di una conferma o di una smentita, Italo Bocchino si è trincerato dietro un cauto no comment: «La questione è estremamente delicata, di questo non parlo certamente coi giornalisti. Confermo solo, visto che c’è una richiesta di acquisizione dei tabulati, l’inchiesta di Reggio nata in seguito ad alcune strane minacce che ho ricevuto sul mio apparecchio. Sul resto non dico niente. Se, e quando, il magistrato riterrà opportuno convocarmi, allora in quella sede dirò tutto ciò di cui sono venuto a conoscenza».

A dirla tutta, già a metà novembre Bocchino era stato fatto oggetto di avvertimenti minatori («Bastardo agente segreto»), provenienti stavolta da una cabina pubblica alle periferia est della capitale. E sempre a novembre ad alcuni 007 erano giunti avvertimenti simili

Si fa, dunque, irrespirabile l’aria nell’Aise, scosso sia dalla bufera giudiziaria che ha defenestrato l’ex direttore Nicolò Pollari, sia dalle rivelazioni di Francesco Cossiga – uno che di intelligence sa più di chiunque altro – che il 15 luglio denunciava «l’irritualità» di contatti segreti tra 007 e pm avvenuti prudenzialmente, guarda la coincidenza, da una cabina telefonica dentro l’Aise. Ancora Cossiga il 28 luglio scorso denunciò intercettazioni e pedinamenti di 007 «a membri del governo».

E il 2 ottobre, interrompendo un’intervista col Giornale, rispose in modo piccato al suo interlocutore: «Ma ti rendi conto? Io pedinato da una Punto bianca, la mia scorta se ne è accorta, e sai di chi era? Dell’Aise, era. Dove vogliamo arrivare? Davvero vuoi che la prossima volta faccia un’interrogazione con numero di targa e meno degli occupanti?».

In questo clima di caccia alle streghe c’è chi ha rispolverato un’altra strana storia che ha per oggetto il ministro dell’Interno, Roberto Maroni. Tempo addietro, nei pressi della sua abitazione, la scorta si accorse di un’auto sospetta sotto casa. Fece un controllo e le persone che sedevano nell’abitacolo si qualificarono come carabinieri alle prese con un’indagine. Gli angeli custodi del ministro si appuntarono i nomi e i numeri di targa. L’indomani svilupparono i controlli: ai carabinieri, però, quei nomi non risultavano, eppoi la macchina era stata presa a noleggio.

Da chi? Dall’Aise. Che si giustificò spiegando che «ovviamente» non era il ministro l’oggetto del loro appostamento ma una società cinese di un palazzo di fronte. L’entourage del ministro oggi conferma che effettivamente l’utilitaria sotto il palazzo era dell’Aise ma che, «ovviamente», non era lì per Roberto Maroni bensì per indagini che riguardavano ben altre questioni. Una coincidenza, l’ennesima. «Ovviamente».

g.m. chiocci ilgiornale.it

A Craxi i Servizi dissero di andar via

Lunedì, 11 Gennaio 2010

Allo scoppio di Tangentopoli era deciso a rimanere in Italia e rispondere alle accuse dei magistrati. Intanto riceveva gli avvisi di garanzia, uno dopo l’altro, che poco dopo si sarebbero trasformati in mandati di cattura e poi in processi. Parlavamo sempre dello stesso problema, dalla mattina alla sera. Sapevo a memoria qualsiasi sfumatura.Come i bambini che ascoltano, attenti, continuamente il racconto di un adulto, ogni tanto lo correggevo se sbagliava qualcosa. Era dibattuto tra la libertà dell’esilio e la prigione, tra il partire e il rimanere in Italia, tra la pensione e la vita attiva, seppure piena di problemi. Anche in casa e tra gli amici c’era chi gli consigliava di andarsene e chi di rimanere.

"In molti mi suggeriscono di andar via. Ma non era convinto che fosse la decisione giusta. Tutt’al più mi faccio qualche giorno di carcere e poi tutti capiranno che non sono un delinquente, diceva. Certo, non sarà l’onorevole detenzione politica di Sandro Pertini e di tanti altri compagni. Io verrò arrestato come ladro. Ma poi la verità verrà a galla. Intanto vogliono umiliarmi, per distruggermi. Tutti sanno che ho sempre fatto politica. È l’unica cosa che mi appassiona. Che i soldi non mi interessino lo sanno tutti. Il fatto è, però, che intanto mi sporcheranno le dita, me le intingeranno nell’inchiostro per prendermi le impronte. Saranno gentili, anzi gentilissimi. Forse mi offriranno persino il caffè. Ma con la stricnina, come hanno fatto con Michele Sindona" .

(continua…)

Berlusconi: indagare sui servizi stranieri – interpellanza di Cossiga

Lunedì, 29 Giugno 2009

 Servizi segreti verifichino se da parte dell’intelligence di "Paesi alleati ed amici", vi è stata "un’operazione di ‘intossicazione e di disinformazione dell’opinione pubblica italiana e internazionale ed anche a livello di altri Governi esteri, nei confronti del nostro Paese e del suo Governo, al fine di screditare all’interno e/o all’estero la sua politica estera e militare o di influire su di essa". Lo chiede il presidente emerito della Repubblica Francesco Cossiga, in un’interpellanza ai ministri dell’Interno, dell’Economia e della Giustizia, in riferimento all’inchiesta condotta dalla Procura di Bari che fa riferimento anche a vicende private del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi.

"Premesso che l’articolo 55, comma primo del codice di procedura penale -spiega Cossiga- prevede che la polizia giudiziaria deve, anche di propria iniziativa, prendere notizia dei reati, impedire che vengano portati a conseguenze ulteriori, ricercarne di autori, compiere gli atti necessari per assicurare le fonti di prove e raccogliere quanto possa servire per l’applicazione della legge penale; presso atto che come riferito dalla signorina Manila Gorio nell’intervista da lei rilasciata al quotidiano La Stampa nel numero pubblicato il giorno 29 giugno 2009, la signorina Patrizia D’Addario, sua amica, avrebbe fatto alla procura della Repubblica di Bari, le note rivelazioni circa una sua relazione con l’onorevole Silvio Berlusconi, non di sua sola iniziativa ma perchè incitata a farlo da altri, verosimilmente dietro pagamento o promessa di denaro o di altre utilità; atteso che le unità di polizia giudiziaria, pur disponendo di esse direttamente l’autorità giudiziaria, dipendono, specie quando esercitino di propria iniziativa le funzioni di polizia giudiziaria loro attribuite, da un punto di vista organico dalle autorità amministrative preposte ai corpi di cui fanno parte e quindi all’apice dal ministro competente; considerato che si potrebbe configurare nei confronti della stessa e degli eventuali mandanti della predetta signorina D’Addario il reato di tentata estorsione e/o di tentata minaccia".

Cossiga chiede ai ministri "se non ritengano di dare immediati ordini e istruzioni affinchè le unità di polizia giudiziaria inquadrate nei corpi posti alle loro dipendenze svolgano, di propria iniziativa, tutte le indagini e gli eventuali altri atti di propria competenza in ordine al caso indicato". Il senatore a vita agli esponenti dell’esecutivo domanda "inoltre se non ritengano necessario trasmettere all’Autorità politica delegata i risultati delle indagini, perchè ordini ai nostri Servizi di informazione e di sicurezza un’inchiesta al fine di accertare se via stata o vi sia da parte di Servizi d’informazione esteri, anche di Paesi ‘alleati ed amicì, un’operazione di intossicazionè e di disinformazione dell’opinione pubblica italiana e internazionali ed anche a livello di altri Governi esteri, nei confronti del nostro Paese e del suo Governo, al fine di screditare all’interno e/o all’estero la sua politica estera e militare o di influire su di essa".

(continua…)

Ecco a chi serviva Genchi – parla Geronimo

Giovedì, 26 Marzo 2009

Il nostro è uno strano Paese, più interessato al gossip che alle questioni di sostanza. In questi ultimi giorni i grandi organi di informazione si sono catapultati a commentare la scelta del pm Luigi De Magistris di presentarsi alle Europee con la lista di Di Pietro. Scelta fin troppo scontata, visto il percorso di entrambi per acquisire quella notorietà che nella attuale stagione è diventata un valore politico fondante e il cui copyright è indubbiamente della sinistra diessina e postcomunista. E così il rischio che passino sotto silenzio vicende inquietanti ha finito per travolgere tutti, o quasi tutti.

(continua…)