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Perché ogni bimbo esige un papà e una mamma

Sabato, 28 Gennaio 2012

Perché oggi parlare di madri e padri rappresenta un argomento sfidante? L’essere genitori parrebbe di primo acchito una delle esperienze esistenziali più note e condivise, una sorta di “universale” indiscusso e indiscutibile dell’umano. Eppure, attualmente, in un clima di individualismo e di relativismo, anche tale tema è ampiamente messo in questione. L’incremento dell’instabilità coniugale con la diffusione di famiglie monogenitoriali, l’esperienza della genitorialità sempre più vissuta come una scelta e un diritto individuale, la diffusione di forme familiari alternative e il dibattito sui diritti delle coppie omosessuali mettono in discussione l’affermazione da sempre condivisa secondo la quale «un bambino per crescere ha bisogno di un papà e di una mamma». Potremmo riassumere la sfida a cui maternità e paternità sono attualmente sottoposti in un paio di domande che paiono serpeggiare nel dibattito culturale odierno. Perché due genitori? E perché diversi? In prima battuta sarebbe già possibile rispondere a queste domande semplicemente osservando, dal punto di vista fenomenologico, come tutta la letteratura psicologica metta da sempre in evidenza il ruolo differenziale delle due figure genitoriali, mostrando come madri e padri giochino ruoli e funzioni diversi e complementari nell’educazione dei figli e nella trasmissione di competenze e valori. Se è vero – come è vero – che, per crescere, un individuo ha bisogno di fare esperienza della differenza, ossia di essere in grado di mettersi in rapporto, confrontarsi e imparare dall’altro, la non omologabilità delle funzioni del maschile e del femminile appare decisiva. Molte ricerche di psicologia dimostrano come, lungo il percorso di crescita dei figli, la compresenza di un “codice affettivo materno”, improntato alla cura, alla protezione e all’accoglienza incondizionata e di un “codice etico paterno”, espresso dalla responsabilità, dalla norma, dalla spinta emancipativa, siano fondamentali per garantire un’equilibrata evoluzione dell’identità personale. In particolare, è stata da sempre ampiamente sottolineata l’importanza di instaurare un buon legame di attaccamento con la madre, così come, soprattutto negli studi più recenti, è stata enfatizzata la centralità della funzione paterna man mano che il figlio cresce, a motivo della necessità di regole e di orientamento verso l’autonomia che, specie dall’adolescenza in poi, divengono fondamentali. Numerosi studi, inoltre, hanno mostrato in più occasioni come, in situazioni familiari peculiari caratterizzate dall’assenza di un genitore, o dalla carenza di una delle due funzioni genitoriali (specie con l’impallidimento della figura paterna, tipico del nostro contesto fondamentalmente “matrifocale”) si possano riscontrare non poche difficoltà, anche a lungo termine, per i figli. Eppure, qualcuno potrebbe obiettare, è possibile crescere senza un genitore: l’esperienza positiva di numerose famiglie in cui anche non per scelta, ma per un’avversità del destino, una figura genitoriale è venuta a mancare, testimonia che, pur nella fatica della perdita e dell’assenza, i figli possono crescere sani e sereni anche con la sola madre o il solo padre. La funzione “differenziante” può essere assunta anche da altre figure di riferimento, nonni, amici, reti di sostegno esterne, così come l’esercizio delle funzioni educative può essere condiviso con altri che non siano l’altro genitore. Le funzioni materna e paterna sono inoltre per alcuni aspetti interscambiabili: sempre più frequentemente si incontrano madri che esercitano alcuni aspetti della funzione paterna e viceversa padri che svolgono parte della funzione materna (per esempio aspetti legati all’accudimento), soprattutto oggi dove il rifiuto dei modelli normativi del passato conduce i padri ad allinearsi maggiormente alle modalità di relazione tipicamente femminili-materne (si parla a tal proposito di new nurturant fathers). LA CENTRALITA’ DELL’ORIGINE La questione va dunque posta a un altro livello. Il tema della “necessità” per l’umano di un paterno e di un materno, o meglio proprio di “quel padre” e di “quella madre”, implica uno spostamento di attenzione dal piano materiale-fenomenologico a un piano simbolico-antropologico e soprattutto impone un capovolgimento della prospettiva dal punto di vista dei genitori a quello del figlio.  Se c’è un dato indiscutibile, su cui non si può obiettare, è che per nascere “quel figlio” ha bisogno di “quel padre” e di “quella madre”. Le differenze di genere e di generazione sono inscritte nella procreazione e sono metafora della vita psichica: è importante dunque partire non dalla coppia, ma dal figlio. Il figlio è sempre generato da due, e da due “diversi”, da un maschile e da un femminile, da due stirpi familiari, da due storie intergenerazionali e sociali. La differenza (di genere, di stirpe, di storia) non solo consente la procreazione, ma permette anche che nel tempo il figlio diventi a propria volta generativo da più punti di vista. L’incontro con l’altro da sé evidenzia il limite (tu sei quello che io non sono) e al tempo stesso la potenzialità dell’umano (solo insieme a te posso andare oltre me stesso), quindi aiuta a riconoscere ciò che si è e l’obiettivo per cui si è nati. Centrali diventano dunque i temi dell’origine, dell’identità e della generatività. Il figlio, per strutturare la propria identità personale, ha bisogno di riconoscersi nel suo punto di origine che è sempre frutto di uno scambio tra quel materno e quel paterno che lo hanno generato e che consentirà di inserirsi in una storia intergenerazionale e sociale, che lo renderà a propria volta generativo a livello biologico, psicologico e simbolico-culturale, ossia gli permetterà di realizzare pienamente se stesso e la sua umanità. Senza un’origine non c’è identità. Alla domanda «chi sono io?» non riusciamo a rispondere esaurientemente senza far riferimento alla nostra origine. Solo il semplice fatto di pronunciare il nostro nome e cognome ci fa risalire a chi il nome l’ha scelto per noi e ci ha inserito in un’appartenenza familiare. Ripartendo dal tema dell’origine, si capisce così che questo processo non può che riguardare sia una madre sia un padre. Se il parto è affidato interamente alle donne (per questo mater semper certa est), la nascita è rappresentata dal riconoscimento del padre, dalla nominazione (in nomine patris), dall’ingresso del nuovo nato nella famiglia come persona unica e irripetibile proprio perche “distinta”, “separata” e per questo “nominata”. Françoise Dolto afferma che è il padre a infondere a un atto biologico come la nascita un carattere propriamente “umano”; attraverso l’adozione simbolica del nuovo nato, il padre riconosce e umanizza la nuova vita nascente. La donna, dunque, mette al mondo, ma non genera da sola. Perché il processo della nascita sia compiuto occorre spostarsi da un piano puramente biologico a uno simbolico-sociale che il riconoscimento paterno e l’assegnazione del “nome del padre” consente di introdurre. È la madre che ospita la funzione paterna e ne consente l’esercizio. È fondamentale che nella relazione madre-figlio/a ci sia il riferimento a un terzo, il padre appunto. È il padre che istituisce la differenza/ differenziazione dall’originaria simbiosi con la madre (come ha sempre affermato la psicoanalisi) e, nominandolo, “taglia”, “separa” “de-finisce” il figlio sottraendolo dallo stato di onnipotenza e introducendo il senso del limite e contemporaneamente il senso e la direzione della sua crescita, favorendo così la sua piena umanizzazione. PROVOCAZIONI DELLA CULTURA CONTEMPORANEA In questa prospettiva concettuale e considerando le dimensioni essenziali della paternità e della maternità, la sfida e gli interrogativi che la società e la cultura contemporanea pongono alla genitorialità assumono un aspetto più radicale e complesso. A ben vedere, infatti, la messa in questione del senso della genitorialità non riguarda soltanto le nuove forme di vita familiare. Queste ultime rappresentano piuttosto la condizione empirico-fenomenologica che rende esplicito il tema, ma l’interrogativo circa la necessità per un figlio di accedere e di trattare mentalmente il rapporto con le proprie origini riguarda allo stesso modo le situazioni familiari più comuni o tradizionali. E anche all’interno di queste situazioni familiari ordinarie, dove cioè un figlio sperimenta in modo del tutto aproblematico la presenza di un padre e di una madre, diventa necessario riflettere su quanto le forme contemporanee della paternità e della maternità possano essere sfidate circa la loro funzione essenziale e messe alla prova dai modelli socioculturali emergenti. La riflessione e le ricerche sociologiche e psicosociali hanno da tempo, a questo proposito, messo in evidenza alcuni caratteri tipici della genitorialità contemporanea. Essi si inscrivono in un più complessivo e generalizzato processo di trasformazione sociale e culturale che ha prodotto un significativo cambiamento del modo stesso con cui sembra strutturarsi la mente e l’identità personale, segnata da un’accresciuta e ormai prevalente centratura sulla ricerca dell’affermazione individualistica del Sé e sulla prevalenza di istanze narcisistiche che inducono a una ricerca immediata e superficiale della soddisfazione personale. Tale assetto ha, ovviamente, delle ripercussioni sulle forme della genitorialità, principalmente in due sensi. In primo luogo, e questo è un cambiamento assai rilevante, l’accesso alla genitorialità risulta essere percepito come l’esito di uno specifico e deliberato atto di volontà, contrassegnato da tratti di intensa idealizzazione e da elevatissime aspettative di conferma del proprio valore personale, tanto da rendere poco tollerabile e riconoscibile l’irriducibile scarto che l’unicità della realtà personale del figlio porta con sé. Nell’esperienza genitoriale appare, in altre parole, sempre più diffuso il bisogno che il figlio sia conforme non solo all’immagine del “figlio desiderato”, ma che esso sostenga e confermi il senso che il diventare genitori assume nell’economia psichica del padre e della madre. Da qui, del resto, deriva la crescente legittimazione del “diritto alla genitorialità”, inteso non più come possibilità o disponibilità dell’adulto ad accogliere un figlio, ma come opzione del tutto incondizionata e soggetta unicamente alla libera scelta dell’adulto. Tale assetto psichico e culturale che, a prima vista, sembrerebbe produrre un rafforzamento della posizione del genitore rispetto al figlio, comporta in realtà anche un suo indebolimento, nel senso che amplifica gli aspetti di dipendenza del genitore nei confronti del figlio e riduce la sua capacità di porsi come guida autorevole, capace di tollerare le inevitabili frustrazioni e i conflitti che l’emergere dell’autentica e originaria realtà del figlio produce. Un secondo carattere dei processi più complessivi di trasformazione sociale e culturale che pare essere strettamente connesso alle forme contemporanee della genitorialità riguarda la difficoltà a riconoscere e tener conto del rilievo, tutt’affatto che semplice e lineare, ma piuttosto contrastato se non addirittura contraddittorio, che gli elementi di legame (e di vincolo) assumono nel determinare l’identità personale. Essi sono assai ricercati nella loro valenza funzionale e strumentale, sia sul piano interpersonale, sia sul piano sociale, ma assai meno riconosciuti nella loro valenza di significazione e di vincolo, poiché ciò è avvertito come un ostacolo o un limite all’affermazione delle proprie istanze individuali. In tal modo, però, si rischia di misconoscere l’essenza stessa della realtà genitoriale, che al contrario non può essere che strutturalmente relazionale, cioè fatta – come allude la sua etimologia – di vincolo (re-ligo) e di senso (re-fero). A questo proposito anche il pensiero psicologico, nonostante da molto tempo siano disponibili evidenze empiriche più che ragionevoli, contribuisce in molti casi a legittimare e rafforzare una visione sostanzialmente riduzionistica della realtà genitoriale, laddove continua ad attribuire un rilievo pressoché esclusivo al determinismo intrapsichico o, al più, al “modellamento” determinatosi nell’originaria interazione diadica con le figure di attaccamento. Al contrario, il fondamento dell’identità personale, a partire dal suo substrato genetico-biologico, non può che essere ricondotto a una struttura triadico-relazionale che, a sua volta, si inscrive in una più ampia concatenazione transgenerazionale. La genitorialità, in altre parole, non può che dispiegarsi in un “gioco a tre” e il fondamento dell’identità del figlio, in quanto figlio, non può che risolversi in un’unica e specifica collocazione spazio-temporale, cioè in un posto specifico all’interno della storia e della geografia familiare. E non si tratta, ovviamente, di una questione puramente materiale, ma prima di tutto mentale, dal momento che ogni posizione all’interno del “corpo familiare” è unica e raccoglie l’insieme dei significati, delle aspettative e dei desideri che, anche inconsapevolmente, si trasmettono e depositano attraverso le generazioni. Potersi misurare mentalmente con due genitori, nella loro essenziale unicità, e soprattutto potersi identificare e riconoscere nel legame, come elemento “terzo”, eccedente gli individui, è una condizione necessaria per parametrarsi in modo congruo e realistico con le proprie coordinate di origine o, detto diversamente, per dare un fondamento reale e non immaginario alla propria identità. A fronte di una cultura spesso spaventata dai limiti e dalla differenza – se non addirittura violenta – nei confronti di essi, avversa ai legami, centrata su valori individualistici e poco interessata a dare senso e a indicare obiettivi alle esperienze di vita delle persone, la famiglia, con le sue categorie di paternità, maternità, filiazione, propone dunque la sua sfida presentandosi – come affermano Eugenia Scabini e Vittorio Cigoli nei loro numerosi scritti sull’approccio relazionale simbolico – come il luogo per eccellenza dell’incontro-relazione tra le differenze fondative dell’umano (quelle tra genere, generazione e stirpi) e dunque orientato a un fine generativo, com’è propria dell’incontro tra differenze, sia sul piano biologico, sia su quello culturale. Per questola necessità di riconoscersi in un padre e in una madre è un’istanza originaria dell’umano e, al di là della presenza/assenza fisica delle due figure, il diritto inalienabile di chi è figlio, ciò che non può essere censurato e che pretende di essere rispettato è l’accessibilità almeno simbolica alla propria origine, il potersi riconoscere in un’appartenenza che da sempre e per sempre lo definirà come persona pienamente umana. di R. Iafrate e G. Tamanza «Vita e Pensiero» via bussolaquotidiana

Preti pedofili, in Olanda nella … media

Giovedì, 22 Dicembre 2011

Sono circolate negli ultimi giorni molte notizie di stampa sul rapporto della Commissione d’inchiesta sugli abusi di minori affidati alle responsabilità di istituzioni e parrocchie cattoliche in Olanda, pubblicato la settimana scorsa. Palesemente, molti di coloro che ne parlano non hanno letto il rapporto. Se n’è lamentata in Olanda la stessa Commissione. Che cosa è veramente successo? A fronte di campagne di stampa, nel 2010 la Conferenza episcopale olandese e la Conferenza dei religiosi olandesi hanno creato una Commissione d’inchiesta indipendente composta da docenti universitari cattolici – alcuni dei quali piuttosto «progressisti» – e non cattolici, incaricandola di raccogliere e analizzare dati nell’arco di tempo che va dal 1945 al 2010. Questa Commissione ha ora reso il suo rapporto. Nel presentare i dati quantitativi, la Commissione precisa che riguardano abusi su minori di 18 anni e che non ha neppure tentato di disaggregare i numeri relativi ai casi di vera e propria pedofilia – cioè di abusi su minori prepuberi – che sono peraltro certamente minoritari rispetto al totale. Fa pure notare che le cifre riguardano accusati e non colpevoli: è statisticamente verosimile che una percentuale degli accusati sia innocente, e i condannati da tribunali civili ed ecclesiastici sono molto pochi. Infine, è sbagliato riferire queste cifre a «preti che abusano», dal momento che comprendono tutti i dipendenti di parrocchie, scuole e istituti religiosi, molti dei quali sono laici. Utilizzando il metodo che era stato adottato negli Stati Uniti nei tre famosi rapporti del John Jay College, cioè scavando negli archivi dello Stato e della Chiesa, la Commissione è arrivata a un totale di 1.795 accuse di abuso su minori in un contesto cattolico nei sessantacinque anni esaminati: 27 accuse all’anno, che è una cifra percentualmente coerente con quelle statunitensi. La Commissione però ha seguito anche un altro metodo, spedendo 34.000 questionari a cittadini olandesi maggiori di quarant’anni. Con un’elaborazione matematica di questi dati ha concluso che i casi di abusi da parte di personale cattolico nei 65 anni dal 1945 al 2010 potrebbero essere molti di più di quelli che hanno dato luogo a specifiche accuse, e sarebbero tra i diecimila e i ventimila, con circa 800 «responsabili» – non tutti preti -, 105 dei quali sarebbero ancora vivi. Naturalmente la Commissione si rende conto, e lo scrive, che un’indagine condotta mediante questionari sui ricordi degli olandesi produce risultati incerti e da valutare con molta cautela, «perché parliamo di un periodo di 65 anni, perché la memoria umana è fallibile e perché le opinioni su che cosa costituisca un abuso sessuale divergono». Non c’è neppure bisogno di dire che tutte queste cautele sono sparite nei resoconti giornalistici sul rapporto. Così come è sparito un altro elemento essenziale. In coerenza con tutta la letteratura sociologica internazionale anche la ricerca olandese – con tutti i suoi problemi metodologici, francamente ammessi – conferma che, mentre è diffusa l’idea «che l’abuso sessuale si verifichi in modo significativamente più frequente nella Chiesa Cattolica che in altri contesti analoghi (istituzioni non cattoliche), questo non è affatto vero sulla base della nostra indagine». Gli abusi di minori sono da anni una piaga più diffusa in Olanda che altrove, e il rapporto ci ricorda che nel Paese dei tulipani «ogni anno più di centomila bambini sono vittima di abusi: mentali, fisici ma anche – come i dati della nostra ricerca hanno mostrato – sessuali». Le istituzioni cattoliche in Olanda non sono un ambiente più pericoloso di altri per i bambini. Quali sono le cause di questi abusi? Il rapporto distingue fra cause che riguardano la società olandese in generale – caratterizzata da impulsi libertari che talora hanno giustificato ogni forma di sperimentazione sessuale, pedofilia compresa – e cause interne alla Chiesa Cattolica. Fra queste dà rilievo a una pessima selezione e formazione dei candidati al sacerdozio, specialmente negli anni 1960 e 1970. Nonostante gli ammonimenti romani, candidati con evidenti problemi psicologici e sessuali erano sistematicamente ordinati, anche perché i centri psichiatrici incaricati dalle diocesi di valutazioni indipendenti dei seminaristi a loro volta spesso condividevano idee libertarie in tema di sessualità. Rimaneva anche in vigore una pratica di reclutamento di seminaristi molto giovani e non in grado di comprendere che cosa implica il celibato. Peggio, dopo il Vaticano II alcuni vescovi olandesi ordinavano candidati che non intendevano vivere il celibato, assicurando loro che presto Roma avrebbe ceduto e avrebbero potuto tranquillamente sposarsi. Sul celibato, precisamente, il rapporto cerca un difficile equilibrio fra dati statistici e opinioni «progressiste» favorevoli al matrimonio dei sacerdoti diffuse – e se ne dà atto – nella Chiesa olandese e tra gli stessi membri della Commissione. Afferma così che sul piano sociologico «non ci sono prove» di un’influenza del celibato sugli abusi, precisamente perché gli abusi sono percentualmente maggiori in ambienti non cattolici e non celibatari. Ma scrive pure che, interpellando oltre ai sociologi anche alcuni psicologi, la Commissione ha raccolto e fa sua l’opinione secondo cui «non è inconcepibile» che un modo immaturo di vivere il celibato porti alcuni sacerdoti agli abusi. Di particolare interesse è la parte sulle reazioni dei vescovi olandesi, che distingue tre diversi periodi: un tentativo di reprimere gli abusi, pur non comprendendo totalmente il problema, negli anni 1950; una cultura del silenzio e una gravissima negligenza dagli anni 1960 agli anni 1990; e una nuova severità, recependo le direttive vaticane, negli anni 2000. Il rapporto indulge a un po’ di retorica liberal sul carattere chiuso e patriarcale della Chiesa-istituzione, ma è difficile non notare come le peggiori negligenze di vescovi e superiori religiosi si siano verificate in coincidenza con l’egemonia in Olanda di una teologia progressista che minava in particolare i fondamenti tradizionali della morale. Con qualche concessione talora eccessiva al linguaggio di quella stessa teologia, e con i problemi metodologici che ho fatto notare, il rapporto dipinge un quadro sostanzialmente realistico. «L’incidenza di abusi sessuali di minori nella Chiesa Cattolica olandese nel periodo 1945-2010 è relativamente piccola in termini percentuali, ma è un serio problema in numeri assoluti». Nella Chiesa Cattolica olandese non ci sono stati in percentuale più abusi che nelle altre istituzioni olandesi in contatto regolare con minori, e solo una percentuale infima del clero è stata coinvolta. Tuttavia questi casi in numeri assoluti sono sempre troppi, chiamano in causa la cattiva gestione dei seminari e delle diocesi e un clima di diffusa contestazione della teologia morale cattolica. E giustificano le severissime parole del Papa su episodi vergognosi che disonorano tutta la Chiesa. m. introvigne labussolaquotidiana

Quando i pedofili sono ebrei ortodossi (by Introvigne)

Martedì, 13 Dicembre 2011

85 indagati e 117 bambini molestati in tre anni scoperti da una delle più grandi operazioni anti-pedofilia della storia criminale americana, che ha colpito a Brooklyn una comunità religiosa, accusata di preferire una «gestione interna» della crisi senza coinvolgere le autorità secolari. La solita parrocchia cattolica? No: questa volta si tratta della comunità ebrea ortodossa, numerosa e spesso anche decisiva elettoralmente a New York e dintorni.Non si può non notare anzitutto il curioso e provinciale atteggiamento della grande stampa italiana, che ha dedicato alla notizia solo qualche trafiletto. Non è difficile immaginare che cosa sarebbe successo se a Brooklyn fossero stati fermati 85 preti cattolici accusati di pedofilia. La disparità di trattamento è così clamorosa da richiedere un commento.La nostra stampa laicista nasconde il caso di Brooklyn perché mette in dubbio il dogma anticattolico secondo cui la pedofilia è più diffusa tra il clero cattolico che altrove, e lo è per colpa del celibato. I sociologi sanno da anni che non è così. Intendiamoci: ha ragione il Papa quando afferma che i sacerdoti pedofili esistono e che le loro azioni criminali e disgustose devono essere occasione di vergogna e penitenza per la Chiesa – e per tanti vescovi colpevolmente poco vigilanti. Ma sapere quanti sono i preti pedofili e se ci sono più pedofili fra i preti o altrove non è irrilevante.Si deve ricordare qui il lavoro svolto nel 2011 con il suo terzo rapporto sul tema dall’autorevole John Jay College di New York , riepilogando e aggiornando i dati quantitativi, che a sette anni dal suo primo rapporto del 2004 – di cui si troverà una sintesi nel mio libro «Preti pedofili» (San Paolo, Cinisello Balsamo [Milano] 2010) – rimangono ancora poco conosciuti, specie in Italia. Lo studio del 2004 riferiva che nell’arco dei cinquantadue anni dal 1950 al 2002 4.392 sacerdoti americani su circa 109.000 che avevano esercitato il ministero, cioè il 4%, erano stati accusati di rapporti sessuali con minori. Accusati, naturalmente, non significa condannati: a una condanna penale si era arrivati in meno di metà dei casi, in qualche caso forse per l’abilità degli avvocati o la prescrizione ma in altri perché gli accusati erano effettivamente innocenti.Ma il rapporto del 2011 dice soprattutto – e giova rileggerlo oggi dopo il caso di Brooklyn – che l’impressione che i media danno secondo cui i preti cattolici sono una categoria «a rischio» per quanto riguarda la pedofilia è falsa. Dopo avere osservato che nessun’altra istituzione ha aperto i suoi archivi e favorito ricerche così precise come quelle che negli Stati Uniti hanno interessato la Chiesa Cattolica, il rapporto passa in rassegna le comunità protestanti, i Testimoni di Geova, i mormoni, gli ebrei, e ancora le scuole pubbliche, le società sportive giovanili, i boy scout e conclude che – benché i dati limitati non permettano conclusioni certe – tutti gli elementi parziali che emergono sembrano indicare almeno che in tutti questi ambienti il rischio di abusi di minori non è più basso rispetto alle parrocchie e alle scuole cattoliche. Se poi si passa a un dato di carattere generale, si nota che negli Stati Uniti 246 minori ogni centomila sono vittima di abusi sessuali. Non è possibile sapere quanti minori «vengono in contatto» con preti cattolici, ma se prendiamo come riferimento i cresimati possiamo concludere che vittime di abusi in ambienti cattolici sono quindici minori ogni centomila. Detto in altre parole, le parrocchie e le scuole cattoliche purtroppo ospitano anche loro dei «pedofili» ma sono un ambiente sedici volte più sicuro rispetto alla società in genere.Vorrei anche sottolineare che sarebbe sbagliato criminalizzare dopo l’episodio di Brooklyn tutto l’ebraismo ortodosso. Lo stanno facendo certi ambienti liberal di New York, che hanno da rimproverare agli ebrei ortodossi soprattutto l’opposizione alla legge che introduce il matrimonio omosessuale nello Stato della Grande Mela. Se gli imputati saranno condannati potremo concluderne che ci sono più pedofili a New York tra gli ebrei ortodossi che tra i preti cattolici. Ma meno che tra i maestri di scuola pubblica o gli allenatori di squadre sportive giovanili. L’esplosione della pedofilia coinvolge tragicamente anche le comunità religiose – Chiesa Cattolica compresa, e il Papa invita a non sottovalutare mai quello che è comunque un gravissimo scandalo – ma non viene dalla religione. Viene dall’atteggiamento distorto nei confronti della sessualità nato con la rivoluzione sessuale degli anni 1960 e amplificato dalla pornografia via Internet e dal relativismo che distrugge i valori morali tradizionali. Non si tratta di spostare il linciaggio morale dai preti cattolici agli ebrei ortodossi,  le cui comunità anzi spesso testimoniano una convinta e lodevole adesione ai «principi non negoziabili» in materia morale. Ma di far notare che i preti non sono più a rischio pedofilia di altri, che il celibato non c’entra – ovviamente gli ebrei ortodossi si sposano, rabbini compresi – e che la furia anticattolica troppo spesso impedisce di vedere la dimensione globale del dramma pedofilia. m. introvigne labussolaquotidiana

Luca era gay e il tabù della conversione eterosessuale

Martedì, 13 Dicembre 2011

L’incontro con un ragazzo che, dopo aver trascorso molta parte della propria vita comportandosi da omosessuale, ha deciso di guardarsi dentro, ha ricevuto una forte motivazione religiosa e ha cambiato stile di vita è, evidentemente, un messaggio troppo forte da accettare. Così, l’ennesima conferenza di Luca (che “era gay e adesso sta con lei”), a Ferrara la settimana scorsa, ha ancora una volta sollevato il problema del cambiamento radicale da omosessuale a eterosessuale, ricevendo una tanto accesa contestazione da suscitare almeno alcuni “perché?”.  Perché non è possibile ascoltare senza polemiche il racconto di una conversione? Perché non sopire i toni contestatori e smettere di negare un fatto solo perché è in contrasto con la propria vita? Perché c’è sempre qualcuno che parla di sopruso e discriminazione verso gli omosessuali, quando la prima cosa che si dichiara è che il rispetto verso le singole persone è pieno e sincero?Con un titolo che non lasciava spazio alle illazioni: “Ero gay, con Maria ho ritrovato me stesso”, il racconto di Luca si è svolto in una parrocchia,  organizzato da associazioni dichiaratamente cattoliche, preceduto e concluso da una preghiera: nessun dubbio, si era in una prospettiva di fede, in un contesto culturale che dichiara di credere nella legge naturale, accetta i dati biologici senza per questo idolatrarli, consapevole che gli esseri umani sono degli spiriti incarnati, corpi ma non solo, anime immortali ma intessute di fisicità.Il racconto di Luca è filato liscio, anche se qualche commento sarcastico ha sottolineato i passaggi più fideistici, ma fin qui nessuna meraviglia. Il folto gruppo di rappresentanti dell’ARCI gay cittadina aveva iniziato già il giorno prima a promettere la contestazione del relatore e ad esigere di essere ascoltati, inoltrando tramite i giornali locali l’invito a intervenire per esternare le proprie posizioni e a “picchettare” l’ingresso. Se si fosse trattato di un pubblico dibattito sulle teorie scientifiche e psicologiche dell’omosessualità, ci sarebbe stato qualche motivo per chiedere la parola, ma il contesto di testimonianza, e i toni accesi della lettera ai quotidiani, consigliava di accettare solo domande scritte. A detta dei contestatori, questo era inaccettabile e ha dato origine ad intolleranze verbali. Ma la ribalta alle rivendicazioni gay e alle derisioni del cattolicesimo è francamente abbondante sui media e persino nei consessi internazionali: l’accusa di non avere spazi di espressione appare davvero risibile.Avendo scorso tutti i foglietti delle domande (ma avendone potuto leggere ad alta voce solo tre prima dell’interruzione), resto sempre più profondamente persuasa che il problema non sia tanto (e solo) l’omosessualità: il primo, decisivo, problema è la concezione stessa di persona. Cui deriva, immediatamente, quella di libertà. Ho visto ragazzi arrabbiati perché convinti che è giusto comportarsi come suggerisce un desiderio o una pulsione, che non c’è un modo giusto e uno sbagliato di vivere, che non c’è nulla di radicabile in una giustizia che abbia fondamento al di fuori della soggettività, che la libertà da rivendicare consiste nell’agire come si vuole. Luca è stato toccante mentre raccontava i profondi disagi che la sua precedente condizione gli procurava, il dolore per la morte degli amici, il vuoto di senso che accompagnava la sua vita brillante e lussuosa: disagi tipici di ogni storia di conversione; ma la dimensione religiosa non è stata riconosciuta, è stata stigmatizzata come disprezzo, come illusione, come violenza verso chi non la condivide.La serata non è finita male, perché i frati ospitanti e molti intervenuti hanno intavolato un dialogo personale con i contestatori e così è emerso una volta di più che è il rapporto interpersonale che consente un dialogo vero, sincero, libero dagli ideologismi, altrimenti quasi obbligati se si è schierati da una certa parte. E perché nel parlare a tu per tu emerge che si può discutere anche veementemente quando si confrontano le idee, ma che il rispetto reciproco è realizzabile solo faccia a faccia, in un rapporto interpersonale.A me resta una profonda tristezza nel vedere il disastro educativo e la nefanda influenza del “dogma” relativistico: abbiamo ancora molto da crescere, da studiare e da pregare per testimoniare efficacemente che la libertà vera non è quella di fare tutto, ma solo quella di fare il bene. c. mantovani labussolaquotidiana

Schiava sessuale di Gheddafi

Mercoledì, 16 Novembre 2011

Muammar Gheddafi ha saccheggiato la mia vita”. Safia ha 22 anni ma se ne sente il doppio addosso. Al quotidiano Le Monde la giovane libica racconta cinque anni di calvario trascorsi nell’harem dell’ex rais. Anche se per lei testimoniare, dice, è pericoloso.Racconta di come è stata rapita da ragazzina, violentata, picchiata, obbligata a partecipare a festini a base di sesso, droga e alcool, insieme ad altre ragazze, anche italiane – precisa -, belghe, egiziane.Una testimonianza, la sua, che sembra integrarsi con il racconto fatto al britannico Daily Mail dall’ex chef del defunto rais, il ventinovenne Faisal, che racconta della sua dipendenza dal sesso, che lo induceva a ingoiare grandi quantitivi di Viagra, tanto da indurre un’infermiera a metterlo in guardia sui pericoli per la salute. Secondo Faisal, poche ore prima di incontrare il principe Andrea nel 2008, Gheddafi si portò a letto quatro donne. A volte, dice Faisal, ce n’erano cinque.Le sue famose ”amazzoni”, le pretoriane di cui si circondava, dicono di aver dovuto fare sesso con lui. Alcune, le più scaltre, si facevano regalare ville e grosse somme in denaro, dice il Mail. Le altre donne che lui notava erano invece costrette e subire la sua violenza e basta. Un destino, quest’ultimo, toccato anche a Safia.Aveva solo 15 anni, nel 2004, quando Gheddafi la vide per la prima volta, mentre visitava il liceo dove la giovane studiava. Il colonnello, racconta, si fermò ad accarezzarle i capelli e fece un segno alle guardie del corpo, come per dire: ”Questa, la voglio”.Il giorno dopo ”tre donne in uniforme al servizio del dittatore” andarono a prenderla per consegnarla al rais, che all’epoca aveva 62 anni. Era l’inizio di un incubo: ”Non basterà raccontare, nessuno saprà mai cosa ho vissuto davvero, nessuno potrà mai immaginarlo”, confida la giovane a Le Monde, che l’ha incontrata a Tripoli a fine ottobre dopo la morte del dittatore.”Quando ho visto il cadavere esposto alla folla – confessa – ho avuto un breve piacere, poi ho sentito un gusto amaro in bocca”. A 15 anni Safia era la più giovane di quella sorta di harem, composto da una ventina di ragazze tra i 18 ed i 19 anni. Mentre lei singhiozzava e si dibatteva, qualcuno la obbligò ad indossare un completo di biancheria sexy e le mostrò come sfilarlo sensualmente, a tempo di musica.Quel giorno Gheddafi la violentò dopo che lei aveva tentato di fuggire: ”Sono diventata la sua schiava sessuale. Mi ha violentata per cinque anni”, racconta. Il suo tempo lo passava a piangere e a farsi bella, perché doveva essere sempre pronta a ricevere il rais. Dopo alcuni anni, lui la reclamava ancora, due, tre volte a settimana. Il suo corpo portava il segno di morsi, di colpi. I seni erano graffiati. Aveva continue emorragie.Un giorno del 2009 il colonnello, vedendola depressa, le concesse di andare a trovare i genitori. E fu il papà a organizzare la sua fuga. Ora Safia, che continua a fare incubi di notte, piange e si sente ”demolita”, vorrebbe testimoniare in un tribunale. Ma ha paura: ”Gheddafi ha ancora dei fedeli e poi – aggiunge – qui le donne sono sempre colpevoli”.blitzquotidiano.it

Porno Belen (by Lucarelli)

Sabato, 15 Ottobre 2011

Ieri mattina apro distrattamente la posta elettronica e penso che sarà un giorno come un altro. I soliti inviti a mostre di pittori emergenti bulgari, le solite newsletter sull’uscita dell’ultima imperdibile fatica letteraria di Lory Del Santo, le solite irrinunciabili notifiche Giorgio-ha-accettato- la-tua-richiesta-di amicizia- su-Facebook. E invece succede che trovo la mail stringata di un tizio: «Ciao Selvaggia, ti ricordi della questione di quell’argentino che tentava di vendere il filmato girato di nascosto con Belen? Ebbene, esiste davvero quel video e questo è il link:…».Ci sono momenti nella vita in cui tutti desidereremmo essere persone migliori. In cui vorremmo che pruderie e nobiltà d’animo vincessero il braccio di ferro con voyeurismo e curiosità morbosa. Momenti in cui ci piacerebbe governare gli istinti più bassi e cliccare delete su una mail. Ecco, ieri io ho perso la mia occasione per sentirmi migliore e ho cliccato su quel link.C’era un video, in bianco e nero, girato in una camera da letto. Sdraiati sulle lenzuola, completamente nudi, c’erano Belen Rodriguez (o la sua sosia sputata, con la sua voce sputata) e il suo ex fidanzato argentino Tobias Blanco (o il suo sosia). Quel gran gentiluomo di Tobias Blanco che circa un anno fa arrivò in Italia col dvd sotto l’ascella per cercare di vendere a tv e giornali le immagini di una sua notte d’amore con l’ex fidanzata improvvisamente famosa. Cose che aiutano a credere nell’amore, all’epoca. All’epoca, lo fermò Fabrizio Corona, che gli si parò davanti in un ristorante meneghino con aria minacciosa invitandolo a dargli il cd e con Belen al seguito. Lei lanciò strali e insulti in egual misura, poi si recò in un commissariato dove depositò una denuncia. I commenti sulla vicenda furono vaghi e giustamente imbarazzati. Fabrizio Corona disse che era un video girato quando Belen era minorenne e la stessa Belen, in occasione di una cena in cui ci incontrammo casualmente , mi garantì che era un video così soft che potevo andarlo a vedere a casa sua.LA VOCE GIRAVA Fatto sta che dopo quell’episodio da far west de noantri, in molti, nell’ambiente, giurarono di aver visto quelle immagini. Pare che il cd fosse finito in varie redazioni tra cui Novella 2000, che fosse stato proposto ad agenti e loschi figuri e che in molti ne avessero fatto una copia da tenere in cassaforte. O da mettere sotto l’albero di Natale, chissà. L’unica cosa su cui erano tutti concordi era il fatto che se quel video era soft, allora si poteva proporre il kamasutra come libro di testo in prima elementare.Qualcuno una volta invitò anche me a vedere quel video, ma onestamente l’idea di partecipare a un focus group su quello che fa in camera da letto Belen Rodriguez col suo fidanzato non mi sembrò roba da Coca Cola e popcorn e provai a mettermi nei suoi panni. Anzi, nei panni di Belen senza panni addosso e mi guardai bene dall’accettare il biglietto in prima fila. Poi si disse che il galantuomo Tobias se n’era tornato in patria scornato come un bufalo della sua pampa argentina perché tutti i potenziali compratori gli avevano risposto: «No grazie, è materiale inutilizzabile poiché girato in una abitazione privata. Chi lo pubblica rischia la galera».Morale della favola: l’unico posto in cui poteva finire quel video era l’incontrollabile calderone della rete, piazzato lì da qualche impavido scellerato. E così è stato. Raccontarvi il contenuto di quei 22 minuti di effusioni spinte tra Belen e il galantuomo è un’impresa ardua. E forse anche premura piuttosto superflua, visto che durante quelle quattro ore in cui il video è stato online prima che venisse rimosso, credo l’abbiano visionato anche le comunità protestanti valdesi e i pastori altoatesini.Tanto per darvi l’idea del caos che s’è creato in rete, dopo la rimozione qualcuno ha scritto su un sito che quel video era sul mio profilo Facebook (falso, c’era solo il link al sito) ed è finita che nel giro di poche ore ho ricevuto 4.000 richieste di amicizia. Amicizia pura e disinteressata, ovviamente. Dicevamo del video. C’era del sesso con tutto il campionario di sospiri, posizioni, ammiccamenti alla telecamera (fissa, su un comò o qualcosa di simile), qualche esclamazione forte, una musica agghiacciante in sottofondo. Fidatevi, una di quelle colonne sonore con cui a me sarebbe passata la voglia di farlo anche con Brad Pitt.MATERIALE RECENTE Sembrerebbe un video di non molti anni fa, perché Belen è già Belen. Bella in maniera vergognosa, ma donna, non certo adolescente. Più di questo, è impossibile raccontare, anche perché, come potrete immaginare, sono cortometraggi in cui di trama ce n’è ben poca. C’è però molto da dire su quello che la vicenda insegna. Sempre più spesso, i personaggi famosi, sono vittime di violazioni atroci e poco arginabili della loro privacy. Quello che è successo a Belen, somiglia in maniera inquietante alla vicenda che vide protagonista Paris Hilton anni fa: un suo ex fidanzato (o chi per lui) diffuse in rete un filmino amatoriale in cui i due facevano sesso e nel giro di poche ore tutto il mondo seppe cosa c’è sotto gli slip di Paris Hilton. E di recente, star come Scarlett Johansson o anche l’ultima fidanzata di Leonardo Di Caprio Blake Lively, si sono ritrovate pubblicati sul web scatti privati (e piuttosto imbarazzanti) rubati dai computer personali o dalle memorie dell’iPhone.Ma la stessa sorte è toccata a tante anonime signorine che nella vita hanno avuto solo la sfortuna di incontrare non la celebrità e le sue controindicazioni ma dei fidanzati ignobili e vendicativi che hanno pensato bene di umiliarle pubblicamente mettendo in rete filmini amatoriali e foto osè. Chi abbia piazzato il video di Belen sul web è al momento un mistero e di sicuro, indagherà la polizia postale. Certo è che colpiscono da una parte l’ingenuità della showgirl e dall’altra la meschinità di chi quel video l’ha buttato in pasto al voyeurismo di massa. Una cosa è certa: oggi, prima di lasciare filmini ricordo di notti d’amore nel cassetto del proprio fidanzato, è il caso di pensarci bene. Stupidità, spirito vendicativo, meschinità e pochezza umana trovano un facile sbocco sul web e l’anonimato spiana la strada ai vigliacchi.Ci dispiace per Belen. Gliene abbiamo dette tante. Che dovrebbe cambiare fidanzato, che è rifatta, che non sa recitare e che va in moto in tre con sorella e fidanzato, ma questa roba qui, proprio non se la meritava. A mo’ di consolazione, quello che posso dire a Belen che forse lei non sa perché argentina, è che in Italia ci si dimentica di tutto e molto in fretta. Qui cadono in prescrizione i reati di mafia, figuriamoci se tra qualche mese staremo a ricordarci di un po’ di sano sesso in camera da letto. s.lucarell libero

Stesso sesso, nè coppia nè famiglia

Venerdì, 14 Ottobre 2011

«Da un punto di vista sociale due persone dello stesso sesso non costituiscono né una coppia, né una famiglia. La società ha bisogno della coppia uomo/donna perché essa è alla base del senso stesso dell’unione, nonchè dell’apertura verso l’avvenire». Sono le parole di monsignor Tony Anatrella (nella foto), accademico francese, psicanalista e specialista di fama internazionale in psichiatria sociale. Docente delle Libere facoltà di filosofia e psicologia di Parigi e del Collège des Bernardins, già consulente del Pontificio Consiglio per la famiglia e del Pontificio consiglio per la salute, domani sarà a Brescia in qualità di relatore al convegno dal titolo Famiglia= maschio+femmina?Ideologia di gender e natura umana. L’incontro si svolge a partire dalle 9.00 presso il Centro Pastorale Paolo VI ed è promosso dagli uffici Famiglia e pastorale della salute della Diocesi di Brescia insieme al Gruppo Lot, Alleanza cattolica, gruppo AGAPO, Obiettivo Chaire e Scienza e Vita Brescia. Il convegno si propone di riflettere sulla negazione della differenza tra uomo e donna, sul diritto a tutti i costi di scegliere il proprio orientamento sessuale, il tipo di coppia e i ruoli genitoriali ai quali ciascuno può aspirare.Monsignor Anatrella, ha ancora senso oggi considerare la coppia nucleo originario della famiglia, come composta da un maschio e una femmina? Oppure questa non è altro che una delle possibili opzioni tra diversi tipi di “coppia”?
«Nel momento in cui riflettiamo sulla coppia e la famiglia, dobbiamo tener conto della realtà delle cose. Gli uomini e le donne esistono e, di fatto, la loro presenza e la loro relazione hanno già un senso: sono i soli che formano una coppia dal momento che sono diversamente sessuati. Non ci sono che due identità: quella dell’uomo e quella della donna, non ne esistono altre a meno di non confondere l’identità sessuale, di fatto maschile e femminile, con degli « orientamenti sessuali», ossia dei desideri. Chi è attratto da persone dello stesso sesso ha adottato un’attitudine che è la conseguenza della storia che ha vissuto, dell’organizzazione della sua vita affettiva che manifesta come alcune fasi dello sviluppo psicologico non siano state affrontate. Si tratta di casi particolari che sono sempre esistiti e che dobbiamo approcciare con attenzione, stima e intelligenza. Tuttavia la questione che si pone oggi è quella di sapere se la vita coniugale e familiare può definirsi in rapporto all’omosessualità, in altre parole: possiamo approcciare l’omosessualità sul piano sociale nello stesso modo in cui l’approcciamo sul piano individuale? La risposta è: no.Viviamo in un momento storico di grande confusione di pensieri, sentimenti e relazioni, in cui tutto risulta ingarbugliato, senza le distinzioni razionali che invece sono necessarie. Da un punto di vista sociale due persone dello stesso sesso sono in una relazione speculare e dentro il diniego dell’alterità sessuale, esse non costituiscono né una coppia, né una famiglia. La società ha bisogno della coppia uomo/donna perché essa è alla base del senso stesso dell’unione, nonchè dell’apertura verso il futuro. In quanto tali, maschio e femmina aprono all’avvenire indipendentemente e aldilà dell’ essere procreatori, sono all’origine della storia. Un uomo e una donna che si sposano e formano una famiglia portano gioia e buonumore alle proprie famiglie d’origine, agli amici e alla società. Con loro e grazie a loro la vita continua, mentre intorno ci vengono proposte alternative che sono fuori dalla logica dell’alleanza, della generazione e della trasmissione, quest’ultime sono delle soluzioni narcisistiche che portano ad un vicolo cieco».Il pensiero dominante cerca di convincerci che i concetti di «madre» e «padre» siano di fatto soltanto delle convenzioni culturali e che gran parte dei problemi delle famiglie possa essere risolto suddividendo i compiti tra i genitori. La maternità e la paternità sono davvero funzioni sociali intercambiabili?«Si tratta di una visione semplicistica. Siccome non sappiamo più fare la distinzione tra uomini e donne, non siamo più in grado di dire cosa siano davvero maternità e paternità. Viviamo in una società matriarcale in cui il modello dominante è quello della donna e della mamma, gli uomini sono invitati ad allinearsi a questo archetipo recitando la parte della «mamma bis», come ho scritto nel mio libro La differenza vietata, edito da Flammarion, il padre deve confondersi con la madre e riproporre la sua immagine. Ora, il padre non è materno, nemmeno quando si occupa del nutrimento del figlio, è paterno. Per questo è più indicato che il bimbo venga nutrito dalla mamma ed sia tenuto in braccio da lei, soprattutto nei primi mesi di vita, periodo in cui il bimbo acquista fiducia staccandosi progressivamente da chi lo ha tenuto nove mesi in grembo. Intendiamoci, il padre può certamente occuparsi di lui e fornire tutte le cure necessarie, ma siccome il bambino è stato nel grembo della madre, quando nasce sviluppa un contatto corporale unico con lei, ha ancora bisogno della mamma per sentirsi al sicuro e svilupparsi a sua immagine. Poi, progressivamente, imparerà a differenziarsi grazie alla presenza del padre. Il papà e la mamma non hanno le stesse funzioni : la mamma protegge, stimola il bambino attraverso il linguaggio e lo risveglia affettivamente, mentre il padre, che è di sesso differente rispetto alla mamma, differenzia il bambino, gli svela la sua identità e il significato delle leggi del mondo, per questa ragione l’uno e l’altra sono complementari. Il discorso sulla divisione dei compiti è molto ambiguo e rischia di sfociare in conflitti, che nel contesto della famiglia ognuno possa portare il proprio contributo è senz’altro una cosa vera e buona, ma l’idea che i ruoli possano essere intercambiabili non è realista».Le teorie di genere affermano che  non esistono una natura femminile e una maschile, ma semplicemente un corpo che non è determinante per l’identità sessuale…«Siamo in pieno idealismo. Queste teorie sviluppano una falsa nozione di natura che non vuole riconoscere che c’è una struttura femminile o maschile dalla quale uomini e donne dipendono. I teorici del gender sono nella negazione del corpo quando Judith Bulter afferma che «il corpo è una materia neutra», non nel senso che esso risulta flessibile alla volontà, che gli riconosce dei limiti, ma nel senso che diventa possibile collocarlo dentro identità diverse e varie: quella dell’uomo, quella della donna, dell’omosessuale, del transessuale e altri. La psicanalisi freudiana lo ha dimostrato ma anche l’esperienza di ciascuno di noi lo prova: l’uomo e la donna sviluppano la propria psicologia in estensione all’interiorizzazione del proprio corpo sessuato. Si tratta di un riflesso fisico che opera durante l’infanzia e l’adolescenza mentre il soggetto si scopre e si accetta.Tuttavia ci sono dei casi individuali in cui dei soggetti non accettano il proprio corpo mentre alcuni altri sono convinti che la natura abbia sbagliato. Il loro corpo autentico è rappresentato dall’idea che si fanno, che non corrisponde alla loro realtà personale: il corpo immaginato è quindi estraneo al corpo reale. Ora, l’uomo e la donna dipendono da un’identità sessuale di fatto, essa è un’eredità che ognuno è chiamato a integrare nella propria vita psichica. La società attuale non favorisce questo lavoro perchè a tratti esalta e a tratti disprezza il corpo. Le mode ne sono il riflesso: tatuaggi e piercing danno l’illusione di avere un corpo diverso, questo è il sintomo della difficoltà ad accettare e accogliere il proprio corpo. In un mondo che presenta il corpo attraverso orrori e mostri, noi invece rimarchiamo la bellezza e l’importanza del corpo umano è che la persona stessa».Nel contesto attuale la tendenza è quella di lasciarci intendere che ciascuno ha il diritto di scegliere il proprio orientamento sessuale, ci sono dei rischi in questo ?«Questa concezione che si innesta sulla teoria di genere è frutto delle associazioni omosessuali. Appare piuttosto significativo osservare che la maggior parte delle nozioni che definiscono l’organizzazione della psicologia sessuale si trovano ad essere invertite, per esempio si parla di «orientamento sessuale» dove fino a poco tempo fa si parlava di desideri. Questo cambio lessicale è una manipolazone del linguaggio volta ad attribuire un carattere ontologico agli orientamenti sessuali, si cerca un’origine genetica, neurologia e ormonale per affermare che l’omosessualità e la transessualità sono del tutto naturali. Questi orientamenti hanno invece un’origine più complessa. Curiosamente, per tornare alla domanda precedente, si accetta il concetto di natura esteso in senso biologico ma si rifiuta il concetto di natura nel senso filosofico o psicologico del termine. Semplicemente, un «orientamento sessuale» non si sceglie, esso si impone perchè la sua origine è incosciente. Detto altrimenti nel momento in cui l’«orientamento sessuale» viene cercato come fine a se stesso, indipendentemente dall’identità sessuale, esso è sintomo di un problema psichico».Si parla molto di matrimonio in crisi. Oggi la maggior parte delle persone di fronte ad una crisi di coppia pensa al modo indolore per separarsi o divorziare invece di interrogarsi sul modo giusto per affrontare le difficoltà e superarle, perchè?«Molti, soprattutto fra i più giovani, non sanno fare coppia. Sono in grado di provarci, di avere esperienze sentimentali precarie, avere avventure sessuali, ma non sempre sanno come portare avanti una relazione. L’erotizzazione rapida dei rapporti costituisce spesso un serio handicap per avere une visione globale della propria persona, dell’altro e dell’avvenire. Di fronte a numerosi fallimenti, la tendenza è quella di smettere di credere all’amore anche se, in realtà, molti non l’hanno mai vissuto. Hanno vissuto esperienze sentimentali e sessuali, ma un esperienza dell’amore implica caratteristiche particolari e differenti.Questo è così vero che la generazione attuale non è in grado di affrontare le crisi, i conflitti e le incomprensioni relazionali, la maggior parte delle volte i giovani non sanno scegliere il partner e dunque la relazione non dura. Anche la convivenza, simbolo apparente di una relazione adulta, si gioca in terreno equivoco: siamo insieme ma senza impegnarsi. Le relazioni dunque restano superficiali e si organizzano principalmente attorno alla vita domestica e all’impiego del tempo senza progetti a lungo termine, per questo può finire in qualunque momento. Una volta sposati sono in molti a incontrare le stesse difficoltà perchè la cultura non ci insegna a fare coppia tra uomo e donna, essa ci propone piuttosto come riferimento il modello di coppia adolescente in cui rapidamente si arriva al punto di lasciarsi, senza riflettere, ecco perchè spesso ho parlato di società adolescentrica. Il divorzio è un autentico flagello che crea insicurezza nella società, che si infantilizza sempre di più. Agevolandolo, la società perde il senso del fidanzamento, dell’affrontare le tappe della vita di coppia e dell’affrontare e risolvere le crisi. Non è che un modo di prolungare l’infanzia, in cui gli adulti sembrano compiacenti perché essi stessi non sembrano in grado di diventare maturi».Quali sono le condizioni per una relazione autentica e duratura ?«Una relazione autentica implica che l’uomo e la donna abbiano riflettuto e siano preparati a vivere all’interno di un quadro sociale di grandi contraddizioni. I giovani s’abituano a vivere da soli, organizzano la loro vita affettiva nell’autosufficienza della psicologia del celibato, e poi sperimentano la difficoltà di fare poso all’altro, vanno supportati. Ultimamente ha preso piede una moda che vuole che  le giovani spose, una volta la settimana, escano tra amiche come ai bei tempi dell’adolescenza, ma questa abitudine certamente non favorisce lo sviluppo della coppia.Il discorso sociale che confonde il maschile e il femminile fa in modo che l’uomo e la donna non sappiano tener conto della psicologia differente del coniuge. I due proiettano semplicemente sull’altro  le proprie categorie e i propri modelli di pensiero. L’uomo immagina che la donna funzioni psicologicamente come lui e viceversa, questo è l’origine di tutti i malintesi.Affinchè il matrimonio duri, sono necessarie alcune condizioni psicologiche e spirituali: bisogna avere il desiderio di impegnarsi in un progetto comune, in funzione di questo impegno liberamente assunto verranno trattati i problemi relazionali. Il mito della trasparenza in cui ci si dice tutto è un’illusione, una falsa verità, non si tratta di mentire o ingannare l’altro, ma di mantenere la distanza necessaria per favorire una relazione in autentica verità. Inoltre il senso della fedeltà è un’altra componente indispensabile nel matrimonio, perchè niente di duraturo può vedere l’atto sessuale dissociato dall’impegno amoroso. Infine, in una prospettiva cristiana, la relazione coniugale radicata nell’amore è più strutturata rispetto a quella che si basa unicamente sui sentimenti o sull’attrazione sessuale dal momento che essa si deve nutrire nell’amore per rinforzare la relazione. La fonte dell’amore è in Dio che ne fa una ricchezza inesauribile per chi si impegna in nome Suo. Le coppie formate da un uomo e una donna sono l’avvenire della società».di Raffaella Frullone (brani dell’intervista di R. Frullone labussolaquotidiana

“Non la do, lo prendo” – frammenti di un discorso serale

Giovedì, 22 Settembre 2011

31 anni, medico, bolognese, carina. parlando del nuovo fidanzato: perchè bisogna tenersela? - io non la do, lo prendo - (dopo tre mesi) vogliamo fare un figlio - se ho un figlio e poi non funziona, qual è il problema? - amen.  temis

Ilona Staller, la casta

Martedì, 20 Settembre 2011

Non avrei mai immaginato che un giorno avrebbero definito Ilona Staller “la casta”.
(Luca Maurelli). via linkiesta

Il tradimento, adesso, non vale più il divorzio

Lunedì, 5 Settembre 2011

Dicono che sia più facile. Proprio quella che sarebbe la cosa più difficile, il perdono. E invece i numeri, quelli raccolti fra gli avvocati inglesi, provano qualcosa che il cuore e lo stomaco non vorrebbero accettare: che il tradimento finisce in archivio, scivola via come l’acqua in certi canali di scolo ben puliti, viene chiuso in un cassetto come una vecchia fotografia da dimenticare e via, si ricomincia. Le corna non sono più motivo di divorzio, non il principale almeno. È la prima volta da anni. Al primo posto una ragione ovvia, ma impalpabile: non ci amiamo più; anzi ci amiamo, ma non siamo più innamorati; siamo cresciuti, siamo diversi, ci siamo allontanati. Ma l’affair, come lo chiamano gli inglesi, quello no, non è più tanto grave: soltanto il venticinque per cento delle coppie lo indica come motivo di separazione, mai così poche.Gli avvocati (l’indagine è condotta da Grant Thornton ed è stata riportata dal Daily Telegraph) dicono anche che siano state le star, coi loro comportamenti così sfacciatamente infedeli, a influenzare la mentalità comune: tanto da rendere le corna non proprio normali, ma comunque accettabili (l’ipotesi che i fedifraghi siano diminuiti, ovviamente, non è nemmeno presa in considerazione). Per esempio, un paio di mesi fa la ex supermodella Linda Evangelista ha fatto sapere al mondo intero che il padre di suo figlio è Francois-Henri Pinault, il miliardario francese sposato con Salma Hayek. L’attrice ha per caso battuto ciglio? Ma no, scomporsi per le corna non fa diva.Ma neanche maschio: sono tanti e tante quelli che dichiarano, almeno a parole, che perdonerebbero, o lo hanno fatto, così, come si potrebbe raccontare che sì, quel paio di jeans me lo comprerei. E poi, passiamo pure alla domanda successiva.Ma è possibile che all’improvviso qualcuno sia indifferente al tradimento, quando da sempre non si parla d’altro? Certo i numeri non dicono della sofferenza, dei ripensamenti, delle decisioni prese e cancellate e poi ribaltate di nuovo, delle notti insonni, i litigi, le lacrime, i sospetti, le insinuazioni, gli incubi che il perdono sia peggio del male, e il calvario non finirà mai. Però le percentuali sono chiare: il motivo più forte per dividersi è l’infelicità, ventisette per cento dei casi, l’amore che non c’è più, e forse c’entra sempre col tradimento, ma più alla lontana, si potrebbe quasi dire che quella sia la teoria, e le scappatelle la pratica. Ma colpisce ancora una volta una specie di spirito hollywoodiano, quello che mette in mostra soltanto gli amori grandi, plateali, drammatici, e poi se magari c’è qualche mese di difficoltà allora tutto pare grigio, inutile, da buttare. Nessuno elogia l’ipocrisia, è che anche dire «non siamo più innamorati» può suonare a volte così leggero, così facile, così da film: solo che poi in tribunale finisci davvero, e scopri che non c’è glamour, c’è solo la tristezza, con il suo strascico di infinità burocratiche e meschinità personali.
Per esempio: l’ottantadue per cento degli avvocati ha raccontato che i loro clienti hanno rimandato il divorzio per via della crisi, nella speranza di accordi migliori con le tasche piene. Perché va bene l’amore, va bene la passione, ma c’è pure il portafoglio, e a quello non si comanda. Le star insegnano, pure qui, ma forse la loro vita è soltanto più visibile, più spiata, non bisogna attribuire loro poteri che non hanno: semplicemente, si notano di più, parlano più spesso e magari le loro parole sono come i numeri dei sondaggi, da prendere con le pinze. E allora forse la gelosia è fuori moda, o forse le coppie cercano di restare più solide, qualcuno perdona davvero, qualcuno finge, magari è soltanto più facile parlare di grandi sentimenti, ineffabili, che di corna, così prosaiche, così banali. Anzi poi capita pure che siano loro, le celebrità, a fare la predica, come Gwyneth Paltrow che a Venezia ha bacchettato gli italiani, popolo di infedeli, ma pensa, allora tutta Hollywood è paese, alla fine. e. barbieri ilgiornale.it

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