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Adesso processate tutte le mantenute (by Sgarbi)

Martedì, 25 Giugno 2013

Dunque, fra i tanti reati contro la persona e contro il patrimonio, oggi ufficialmente si aggiungono il reato di telefonata e il reato di cena.

Cosi ha stabilito il tribunale di Milano. Difficile immaginare una concussione per interposta persona in cui il concusso non trae alcun beneficio o utilità ricevendo soldi o ottenendo un avanzamento di carriera. E anzi a fare il favore è una persona con la quale il concussore non ha parlato. Il reato si fa più sottile: concussione per lettura nel pensiero, senza contropartita. Addiritura per costrizioone insistente.

Passiamo al vantaggio ottenuto per la «raccomandata»: tornare a casa alle due di notte invece che alle sette del mattino. Qualcuno ha sofferto danno? La società ha patito? La pena sanziona una violazione grave. È evidente che la condanna non è a un cittadino ma tecnicamente ad personam. Il reato di telefonata si applica solo al presidente del Consiglio, e solo se si chiama Silvio Berlusconi. Quale violazione sì intende punire e perché il «costretto» non si dichiara tale, perché si usano concetti astratti, il «costretto» altro non è che lusingato. E per questo agisce. E non ha agito.

Quanto al reato di prostituzione minorile manifestatosi in cene neanche nei casi delle escort più sofisticate, si verifica una frequentazione assidua con incontri, cene e ospitalità nella casa del cliente nei luoghi in cui si è configurato il reato. Né risulta che la minore avesse soggezione o fosse forzata ad atti contro la sua volontà. Come nel caso del concusso, la parte lesa non si dichiara tale anzi si manifesta lesa per l’azione dei magistrati che la schiacciano sul tipo di autore della prostituta. Ma la prostituzione e un mestiere, e non occasionale. Ruby ambisce a un ruolo più strutturato: è, e vuole essere, come altre, letteralmente una mantenuta. Non offre prestazione in cambio di denaro, ma ottiene denaro richiedendolo per prospettive di lavoro e vede il suo «inesistente» cliente ripetutamente. Ne ha anche il telefono.

I rapporti con le prostitute non presuppongono relazioni, intrattenimento continuativo rapporti amicali. La prostituta da una cosa, e prende soldi. Ruby prende soldi e non da la cosa. Non si configura, in quanto minorenne, come «parte lesa» perché è interessata a un ruolo che non si esaurisce nell’eventuale atto sessuale. Non ci sarebbe stato reato senza passaggio di danaro, ma certamente Ruby si sarebbe sentita lesa se non ne avesse avuto. Cosi ha ottenuto senza dare per la pur discutibile liberalità di un uomo di cui non si può contestare il diritto al piacere di dare. Molte amanti, molte mogli sono «mantenute». E non per questo sono puttane. Anche l’entita della cifra esonda dalla tariffa di una prostituta. E la misura di un regalo non si può configurare come un reato? Ruby non accetta di essere prostituta.

Deve esserlo per forza? E chiunque maschio o femmina riceva danaro si prostituisce? Ma il paradosso è che Ruby e doppiamente lesa dai magistrati: nella reputazione e nel vedersi sottrarre, in via cautelativa, i denari che Berlusconi le ha dato. Eccola diventare parte lesa, ma dei magistrati non di Berlusconi. I due reati inventati restano indimostrabili se non come astrazioni, per un astratta tutela della condizione di minorenne. ma il «reato di telefonata» circoscrive la concussione almeno nel caso di un altra alta autorità istituzionale: presidente della Repubblica.

Dopo aver posto la condizione, per accettare il secondo mandato di un governo di alte intese, Napolitano esercita la sua pressione su una figura più debole, il presidente del Consiglio Letta imponendogli di nominare il ministro della Giustizia Annamaria Cancellieri, già insoddisfacente ministro degli Interni. Non ha un sostegno politico, non ha un merito reale, ma diventa ministro per la seconda volta, e Letta, non può dire di no. La vera Ruby è lei, sostenuta da Napolitano, e con un utilità evidente che si manifesta in potere subalterno e in indennità ministeriali. Di fronte l’evidenza, perché non si apre un inchiesta per concussione relativa alla telefonata o alle pressioni di Napolitano sul presidente del Consiglio? Di questi tempi, dopo il caso delle telefonate di Mancino potremmo aspettarcelo. Ma, vista l’età della Cancellieri ci salveremo dal reato di prostituzione minorile.
Alias di cene. v. sgarbi ilgiornale

Il bello non è un rotolo di carta igienica

Lunedì, 13 Giugno 2011

In un importante concorso artistico nazionale, qualche anno fa, un bastoncino ingessato e inchiodato in un muro, da cui pendeva un rotolo di carta igienica, vinse il primo premio. Il voto popolare, cioè di chi aveva visitato la mostra, elesse un altro dipinto, di taglio figurativo, come miglior opera. Perché? Come mai si assiste, oggi, ad una sempre più pronunciata discrasia tra giudizio dei critici artistici e buon senso comune? Questa distanza tra buonsenso comune e giudizio degli addetti ai lavori se da un lato dimostra che l’uomo conserva sempre dentro di sé la capacità di un giudizio dall’altro rivela che la cultura e l’estetica contemporanea si sono allontanati dalla bellezza e dalla ricerca della verità. Quali sono le ragioni di questi cambiamenti radicali nel concetto di fatto artistico? Perché l’arte non è più testimone e portatrice del bello? Per provare a rispondere a queste domande dobbiamo cercare di capire meglio che cosa sia avvenuto nella cultura e nell’arte nel secolo scorso. Joseph Ratzinger, allora decano del collegio cardinalizio, nell’aprile 2005, durante l’omelia della Missa pro eligendo romano pontefice, parla di dittatura di un nuovo paradigma culturale: «Il relativismo, cioè il lasciarsi portare “qua e là da qualsiasi vento di dottrina”, appare l’unico atteggiamento all’altezza dei tempi odierni. Si va costituendo una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie». Siamo nell’epoca in cui ogni affermazione sull’esistenza della verità viene tacciata di «fondamentalismo religioso» o di «conservatorismo culturale». Chiedendosi che cosa influisca maggiormente nell’affermazione del relativismo gnoseologico, lo storico dell’arte austriaco Hans Sedlmayr (1896-1984) risponde la perdita del centro, ovvero la perdita della centralità dell’io. Solo in un autentico rapporto di riconoscimento della dipendenza dal Mistero, dal significato del Tutto, da Dio possono persistere la consapevolezza di sé dell’uomo, un vero umanesimo e una proficua fecondità. Così, il grande filosofo russo contemporaneo N. A. Berdjaev (1874-1948) si è espresso al riguardo: «L’affermazione dell’individualità umana presuppone l’universalismo; lo dimostrano tutti i risultati della cultura e della storia moderna nella scienza, nella filosofia, nell’arte, nella morale, nello stato, nella vita economica, nella tecnica, lo dimostrano e lo provano con l’esperienza. È provato e dimostrato che l’ateismo umanistico porta all’autonegazione dell’umanesimo, alla degenerazione dell’umanesimo in antiumanesimo, al passaggio della libertà in costrizione. […] In essa l’uomo deve di nuovo legarsi per raccogliersi, deve sottomettersi al supremo per non perdersi definitivamente».
Quando l’uomo non ha più la consapevolezza del proprio io, potremmo anche dire della natura del proprio cuore, fatto per l’amore, per il bene, per la bellezza, allora emergono il brutto, la negatività, la perdita di senso delle cose. Morte, oscenità, bruttezza, abnorme uso della sessualità sostituiscono desiderio di vita, sacralità, bellezza e tenerezza amorosa: ecco in parte chiariti alcuni scenari artistici, pseudoartistici e cinematografici della contemporaneità. La contemporaneità ha smarrito anche il senso della tradizione e dell’identità in nome del pluralismo e del multiculturalismo con la conseguenza che si rischia di far crescere le nuove generazioni senza un «padre», senza una «madre». Pensiamo che cosa significherebbe presentare ad un bimbo tante donne e fosse lui a dover scegliere tra queste la madre: impazzirebbe, probabilmente; certamente, crescerebbe nell’insicurezza e nell’instabilità affettiva. Conseguenza di questo rifiuto del padre, della tradizione, è l’odio per l’Occidente, per la nostra cultura, per il cristianesimo. Messa in discussione l’esistenza della verità (relativismo gnoseologico), consegue, di necessità, anche la perdita delle dialettiche bene/male (relativismo etico) e bellezza/bruttezza (relativismo estetico). L’età contemporanea si caratterizza, così, dal dubbio (esteso ad ogni ambito umano) che la ragione possa davvero incontrare la realtà: è un dubbio metodico e sistematico. L’estetica contemporanea è, in ultima analisi, figlia dell’affrancamento dell’arte dal Mistero, da Dio. Dal XVII secolo, da quando, cioè, inizia ad affermarsi la modernità dal punto di vista filosofico, l’uomo ha affermato una frammentazione delle differenti discipline, una parcellizzazione del sapere unitario e organico, la nascita dell’autonomia dei campi. Come si è tradotto il relativismo nell’estetica contemporanea? In primo luogo, ci sembra di poter affermare che il Novecento, secolo delle ideologie imperanti, abbia assistito al prevalere dell’idea anche nell’elaborazione dell’opera d’arte. Chiariamo meglio il concetto. Fino all’Ottocento possiamo constatare che esiste una inscindibilità tra forma e contenuto. Il significato dell’opera d’arte viene certo desunto dal fruitore o dal critico d’arte in maniera ermeneutico – interpretativa, ma a partire da una forma chiaramente distinguibile: per questo l’opera è segno, nel senso più generale di rapporto tra significante (la rappresentazione in sé) e significato (ovvero quanto l’opera d’arte vuole comunicare). Il soggetto, certo, gioca sempre un ruolo decisivo nella comprensione dell’opera, però a partire dall’oggetto. Di fronte a molta arte del Novecento, invece, lo spettatore comune si deve far da parte – a detta degli esperti e critici d’arte – e far parlare gli interpreti, gli unici depositari della capacità di comprensione di un’arte così distante da quella passata. E che cosa fanno questi critici? Assegnano un significato arbitrario ad un significante che di suo, spesso, non rappresenta alcuna forma o figura. Sovrappongono a significanti grafici un pensiero, un’idea, un concetto portando, quindi, il significato dall’esterno, fatto mai avvenuto in passato quando l’opera d’arte valeva di suo a prescindere dal dono interpretativo del critico o dell’artista. Scrive il filosofo A. Finkielkraut: «Dichiara Malevic: Finora non c’è stato tentativo pittorico in quanto tale esente da ogni tipo di attributi di vita reale». Oggi, al contrario, l’arte è sempre più lontana dalla realtà, sempre meno imitatrice del reale, si traduce in fatto cerebrale, non colpisce più per la sua unità, non sorprende più, non cattura con il sentimento della contemplazione che si prova di fronte alla bellezza. Solo attraverso un rito di iniziazione il fruitore può arrivare a cogliere qualche chiave ermeneutica dell’opera. Nel panorama contemporaneo, invece, l’attribuzione della patente di opera d’arte diventa, spesso, un’operazione intellettuale o, se preferiamo, ideologica, nel senso che prevale il pensiero sulla realtà rappresentata. In secondo luogo c’è un fatto del tutto nuovo che riguarda la realizzazione dell’opera d’arte nel Novecento. Anche nel passato, certamente, l’artista lavorava sovente su commissione e veniva retribuito con una ricompensa, magari con il vitto e l’alloggio offerti dal mecenate, o con somme di denaro (talvolta non modeste). É sempre, cioè, esistito un rapporto tra potere e artista, rapporto talvolta contraddittorio e contrastato, che può aver inciso a volte sui messaggi da veicolare, ma non ha mai comportato una mercificazione delle opere come beni di consumo o strumenti di investimento. Oggi, però, in gran parte le realizzazioni artistiche sono subordinate al guadagno, all’investimento. Spesso, ad esempio, per stimare il valore di un quadro si utilizzano le dimensioni del dipinto e un coefficiente di moltiplicazione che è in relazione al curriculum dell’artista. In terzo luogo il relativismo applicato all’estetica si traduce nella perdita della dimensione del simbolico, cioè del legame tra il particolare e l’universale, tra l’oggetto artistico e il suo significato, tra l’arte e la forma, tra l’arte e bellezza. «Simbolico» è ciò che unisce, al contrario «diabolico» è ciò che divide. L’arte del Novecento si è affrancata dall’idea di bello, così come, del resto, la cultura ha desistito dal perseguire la strada della ricerca di una risposta alla domanda sul bello. Nell’epoca in cui proliferano i critici letterari e artistici, il dubbio investe ogni ipotesi di affermazione di una verità anche nel campo dell’arte. É il trionfo del pensiero debole. Più che dire che cosa sia il bello, artisti, critici e movimenti mostrano il multiforme e parcellizzato mondo artistico attraverso una miriade di manifesti. Questo esasperato soggettivismo estetico, commisto alla maniacale tendenza a creare ex nihilo «manufatti d’arte» senza alcun legame con la tradizione passata e con le «tecniche ereditate», ha, spesso, portato gli artisti a realizzare opere «brutte». Dobbiamo, quindi, cercare di recuperare la dimensione della bellezza e chiederci di nuovo: che cosa è bello? Ma più che voler definire il bello si deve partire dalla riflessione su ciò che desta in noi la bellezza. Di questo parleremo, però, la prossima volta. g. fighera labussolaquotidiana

Ministre e amanti di Silvio in piazza! (by Sgarbi)

Domenica, 13 Febbraio 2011

“Propongo alle ministre di rispondere con una manifestazione di orgoglio dell’amore, della sua libertà, anche delle sue perversioni. Occorre chiamare in piazza in tutte le città le donne amanti sotto lo slogan ‘donne e amanti di Silvio’. Senza vergogna senza ipocrisia: quante sono le donne che vorrebbero andare ad Arcore? Proviamo a verificarlo”. Lo dichiara in una nota Vittorio Sgarbi (repubblica.it)

La crisi è figlia di due donne (by Sgarbi)

Mercoledì, 24 Novembre 2010

La crisi politica che stiamo attraversando ha origini insolite, ma facilmente ricono­scibili. Non si tratta, come qualcuno vor­rebbe far credere, di un impazzimento do­vuto a promesse non mantenute, a diverse concezioni della giustizia, a incomprensio­ni tra Nord e Sud, tra Lega e componenti nazionalistiche della maggioranza, alla prepotenza di Tremonti, alla insofferenza del mondo della scuola per le riforme della Gelmini, alle malintese prospettive federa­­liste, insomma a ragioni ideali, economi­che, culturali, improvvisamente affiorate all’interno di una maggioranza fino a ieri relativamente coesa, e lungamente collau­data, ma di una crisi sessuale. Berlusconi ha introdotto una variante al celebre pre­cetto andreottiano: «Meglio comandare che fottere». Per lui è (o appare), vista la sereni­tà dei suoi comportamenti), «meglio fottere che comanda­re ». E infatti la politica non c’è più. Stiamo assistendo agli ef­fetti imprevedibili e catastrofi­ci di opposte concezioni della vita amorosa non tra cattolici e libertini, non fra tradizionali­sti e figli disinibiti della rivolu­zione sessuale, tra vecchi e gio­vani, ma, all’interno di quello che fu lo stesso partito, tra Fini e Berlusconi. Questo è eviden­te a tutti. E, dopo più di quindi­ci anni di più o meno tranquil­la convivenza sono maturate opposte e incompatibili con­cezioni della vita sessuale. Tut­to è tranquillo finché ci sono, benché in seconde nozze, due mogli. Poi, più o meno nello stesso tempo, Fini abbandona la moglie Daniela (o ne è ab­bandonato) e si avvia verso la Tulliani; e Berlusconi viene ab­bandonato clamorosamente da Veronica. Già in questi di­stacchi c’è una differenza. Da­niela Fini se ne va discreta­mente senza fare comunicati e sceneggiate; Veronica Lario non riesce a trattenersi e si sfo­ga, in due tempi, prima nel 2007, poi nel 2009, non su Chi, ma sul giornale del nemico, la Repubblica. Già la scelta del­l’organo ha un rilievo politico, ma gli argomenti sono tutti di natura personale e sessuale. La prima volta Veronica rim­provera a Berlusconi l’indeli­catezza di aver detto a Mara Carfagna: «Se non fossi sposa­to ti sposerei» (ma lui afferma di essersi limitato a dire: «Sei una donna da sposare»). Fra­se forse infelice, ma generica, che indica una situazione di fatto. L’attuale capricciosa e in­v­erosimile posizione della mi­nistra delle Pari opportunità palesa che sposarla sarebbe stato un clamoroso errore. Ma la seconda lettera di Veronica a Repubblica rivela che fu un errore anche sposare lei. Infat­ti, dopo anni di convivenza, Berlusconi scopre di essere stato vicino a una donna che non conosceva la quale, aven­do avuto tutto da lui, avendo forse tollerato qualche inno­cua scappatella, improvvisa­mente si erge a preoccupata e severa moralista verso il «dra­go » (suo marito) che frequen­ta e mette in lista «ciarpame senza pudore». Se ne accorge dopo le fotografie del marito mano nella mano di una bella ragazza (Francesca Impiglia, da me per primo scoperta), nel giardino di villa Certosa, e dopo le altre fotografie di cin­que ragazze scherzosamente sulle sue ginocchia,in un’altra allegra occasione in Sarde­gna; dopo gli articoli e le inter­cettazioni su attrici, show girl e giornaliste in diverso modo frequentate e in diverso modo care a Berlusconi.  Rivelazioni e piccoli scandali di cui i giornali parlano e che certamente Veronica può co­noscere e commentare con un’amica e giornalista intelli­gente e informata come Maria Latella. Dunque, come avreb­bero detto i magistrati di Mila­no, Veronica non poteva non sapere. E, però, contempora­neamente, conteneva con la sua presenza coniugale le in­temperanze libertine del mari­to. Il suo compito discreto era molto simile a quello della mia compagna Sabrina, la quale vede, conosce ed è supe­riore; comprende, sorride, non attribuisce importanza al­le mie curiosità ma, soprattut­to, non si sfogherebbe mai in­viando una lettera a Repubbli­ca. Per questo Berlusconi me la invidia. Sabrina si incazze­rebbe discretamente con, ma non scriverebbe a un giornale per lamentarsi dei miei com­portamenti. E Infatti la chiave della crisi è qui; e da qui inizia l’attuale sconvolgimento che attraversa il mondo politico. Quando Veronica se ne va, il premier crede di essere torna­to libero, di essere single; e nul­la può contenere la sfrenate­z­za di questa nuova condizione alla quale da molti anni non era avvezzo. Manca la diga. E, superato l’episodio scatenan­te di Noemi, vengono i giorni della D’Addario, impensabili ai tempi di Veronica, e tutte le altre vicende di cui le crona­che hanno parlato e sparlato nel corso di questi mesi. Episo­di insignificanti, grottesca­mente amplificati, ma rivelato­ri della serenità, del diverti­mento, dello spirito ludico di Berlusconi tornato libero e in­differente alle critiche e al bia­simo dei moralisti. Nella nuo­va c­ondizione egli si sente pro­tagonista di Amici miei, e si av­via alla terza variante: «Meglio comandare per fottere». Scher­za, gioca, fa battute, si diverte. Il culmine è nell’ormai cele­bre ba­ttuta per una vicenda en­fatizzata da un pubblico mini­stero senza ironia ( che ha sere­namente dichiarato: «Se non c’era posto in un centro d’ac­coglienza, la ragazza poteva passare la notte seduta in que­stura »): «Ci risulta che sia la ni­pote di Mubarak ». Battuta im­pagabile. Per aiutare una gio­vane amica in difficoltà. E Ru­by, spalla perfetta, a spiegare: «Ho visto una sola volta Berlu­sconi. Per me è stato come la “Caritas”». E, ancora, in stato di grazia: «È un uomo molto buono e gentile, ma dovrebbe controllare meglio chi gli arri­va in casa ». La ragazza si conce­de una raccomandazione e una predica a un amico gene­roso ma un po’ imprudente. Siamo al sublime, tra battute fulminanti e ironia. Dall’altra parte c’è un modello completamente diverso. Fini non ci sta. Non è disponibile a scherzare. Lui, già fascista, è di­ventato un modello esempla­re del «politicamente corret­to ». Fini ha incontrato la Tullia­ni e ha scoperto che al mondo c’è solo una donna. Egli, tutto d’un pezzo, non si distrae, ve­de solo lei, sente solo lei. Fa quello che lei vuole. Nel suo ri­gore, e nel suo innamoramen­to, Fini non degnerebbe di uno sguardo, neanche di uma­na pietà, le Noemi, le D’Adda­rio, le Ruby. Lui le disprezza. La sua mente è totalmente pre­sa dalla Tulliani. Egli è occupa­to da lei; e quando Feltri, attra­verso di lei, inizia una batta­glia politica contro Fini con la forza di una inchiesta giornali­stica cer­tamente non provoca­ta da Berlusconi, Fini non si ve­de più e decide di rompere tut­to. È il modello Tulliani contro il modello Ruby. E, nel suo di­scorso a Bastia Umbra, Fini po­ne sullo stesso livello, nella rea­zione scandalizzata della stampa internazionale, il crol­lo di Pompei e la vicenda di Ru­by. Da una parte c’è lui,il cam­pi­one di princìpi fortificati dal­l’amore, dall’altra c’è Berlu­sconi non più occupato da Ve­ronica Lario ma visitato da ra­gazze che vanno e vengono, e cambiano sempre. Certo non lo influenzeranno, non ne orienteranno i comportamen­ti, le idee, la politica. Passeran­no senza lasciare traccia. Ma lui per loro è come un luogo di villeggiatura nel quale anda­re, fermarsi qualche ora o qual­che giorno, e ripartire. Ecco, in questi due modelli di vita amorosa e di esperienza sessuale totalizzante od occa­sionale, si gioca la partita della crisi. In principio era la Lario. Ora la Tulliani apre la crisi, in­dica la rotta. Mentre Berlusco­ni riceve ragazze di cui non ri­corda il nome e a cui non dà altro che sorrisi e qualche pic­colo aiuto, soprattutto psicolo­gico. Loro in compenso sono euforiche soltanto per averlo conosciuto, toccato. Fini sta chiuso in casa e ascolta soltan­to lei cui vuole mostrare il suo rigore, la sua integrità. Mai an­drebbe a un compleanno, mai in una discoteca. Lui è tutto d’un pezzo. Berlusconi è un pezzo per tutti. Ecco: la storia è questa, ma nessun bacchetto­ne repubblichino, con grana­te e tremaglie, potrà darci più garanzie di un sereno e scanzo­nato libertino. E anche la sto­ria futura: infatti se toccherà a Vendola inizierò una nuova fa­se prima erotica che politica. E, in quel caso, per Fini e an­che per Berlusconi, oggi con­trapposti, occorrerà guardarsi le spalle. Con il suo avvento non sarà più certa la centralità politica della gnocca. v. sgarbi giornale

Gli uomini di Stato martiri dei giudici star (by Sgarbi)

Venerdì, 29 Ottobre 2010

È una storia lunga e vergognosa. Comincio con le accuse naturalmente da Santoro di Leoluca Orlando nei confronti del maresciallo Lombardo, accusato di essere colluso con la mafia. Il maresciallo Lombardo era il comandante dei Carabinieri di Terrasini. Infamato, senza fondamento e senza prove, si uccise. Analoghe accuse furono fatte dal procuratore Caselli al tenente dei Carabinieri Canale, uomo capace, che godeva l’assoluta fiducia di Borsellino. Ucciso Borsellino, anche Canale fu ritenuto colluso con la mafia. Forte e coraggioso, ha resistito, per anni, difendendosi nei tribunali. Qualche mese fa, dopo essere stato mortificato e umiliato per anni, è stato riconosciuto innocente. Destino diverso è toccato a Bruno Contrada, condannato senza prove e difeso strenuamente da un avvocato «coraggioso e radicale» come Pietro Millio. Non si è mai capito che cosa abbia fatto Contrada, in che modo abbia favorito la mafia. Si sa soltanto che investigava in epoche e con metodi in cui non c’erano pentiti à gogo e intercettazioni ambientali capillari; e occorreva utilizzare i confidenti, garantendo loro favori e parziali impunità. Per la stessa ragione fu arrestato l’allora colonnello (poi promosso generale) Conforti, comandante dei Carabinieri del Nucleo Tutela del Patrimonio artistico. Cosa aveva fatto Conforti? Aveva, con grande abilità, ritrovato la reliquia della mandibola di Sant’Antonio da Padova sottratta al tesoro del santo dalla cosiddetta mafia del Brenta, per volontà di Felice Maniero detto «Faccia d’Angelo». Naturalmente Conforti ottenne lo straordinario risultato attraverso confidenti avvicinati con l’abilità di non farsi riconoscere e con gli espedienti del mestiere di ogni buon investigatore. Operazione non corretta. Dopo averlo difeso in televisione con grande veemenza, lo andai a trovare nel carcere militare di Peschiera dove stava in una cella stretta e profonda, come Silvio Pellico. Lo vidi in maniche di camicia, desolato, ma non umiliato, sconcertato ma non pentito, e lontano dall’idea di avere compiuto un qualsivoglia delitto. Era in carcere per aver compiuto il suo dovere. Sull’aereo che mi portava a Verona, il destino mi fece sedere a fianco di un ragazzotto dall’aria furba e tranquilla: era lo stesso Felice Maniero, pentito e quindi libero, autore del furto per cui il colonnello era in galera. Un rovesciamento tipico della giustizia malata. Avendomi riconosciuto, e conoscendo il mio temperamento, Maniero cercò di farsi piccolo nel suo sedile, forse temendo che io lo aggredissi. Ero più che indignato. Andavo a trovare un uomo onesto in galera, mentre il delinquente era libero e impunito. Dopo qualche tempo, a forza di urlare, Conforti fu liberato. Inutile dire che l’accusa era senza fondamento e che dopo qualche tempo fu completamente prosciolto (e, appunto, promosso). Erano comunque tempi difficili. Un uomo da tutti riconosciuto onesto e capace, e un valoroso magistrato, Luigi Lombardini, si convinse, al di là delle sue competenze dirette, a occuparsi del rapimento di Silvia Melis. La situazione appariva drammatica, perché non c’erano precedenti di rapiti in Sardegna che fossero stati liberati senza pagare il riscatto. Ci fu dunque una trattativa e Lombardini fece la sua parte, trattando e forse incontrando i rapitori. Nichi Grauso, con la tipica valentia dei veri sardi, mise la somma necessaria e andò direttamente a consegnarla. La Melis fu così liberata trovando il modo di far credere che fosse scappata. Indagati tutti, per non aver lasciato morire l’ostaggio e, in particolare, incriminato Lombardini per essersi messo in mezzo e aver tentato una trattativa. Fu così messo sotto inchiesta dalla Procura di Palermo, ancora una volta Caselli con quattro sostituti procuratori. Appena usciti dalla sua stanza i «colleghi» di Palermo, che erano ancora vicini, e in attesa di essere perquisito e magari arrestato, prese una pistola dal cassetto della sua scrivania e si sparò. La causa scatenante del gesto non mi pare dubbia; ma il Csm che si occupò della vicenda non osservò l’anomalia dell’irruzione e dello scioccante interrogatorio, ma concluse che tutto era stato regolare, che nessuno aveva commesso abusi, e che l’interrogatorio era stato formalmente corretto. Insomma, Lombardini si era ucciso perché era troppo sensibile. Cazzi suoi.
In tempi più recenti abbiamo assistito a l’incriminazione e alla condanna di un altro generale, il generale Ganzer, che io ho anche incontrato e che, essendo stato tutta la vita diligente corretto e operoso nel combattere i trafficanti di droga, improvvisamente ha deciso di farsi complice dei suoi nemici e collaborare con loro a spacciare la droga. Un esempio di pentitismo alla rovescia. Si è pentito di essere onesto, ottenendo grandi risultati, nella zona grigia delle inchieste tra collaboratori e confidenti creandosi con ciò non imprevedibili nemici, è stato condannato a 14 anni di carcere, dunque dire che ha scelto di fare il carabiniere non perché credeva nella giustizia e nell’onestà ma perché non vedeva l’ora di avere l’occasione di diventare un criminale. Non diversamente aveva lavorato nei servizi segreti (da noi sempre sospettati delle peggiori infamie e, per così dire, fisiologicamente deviati) il generale Pollari, cercando di contrastare il terrorismo, non potendo pensare di farlo convertendo fanatici kamikaze islamici. Anche lui un genio del male, per di più servile nei confronti del governo. Perché non chiedere, per Pollari, 12 anni di carcere? Insomma, i criminali vanno cercati tra le forze dell’ordine. L’esempio più luminoso è il generale Mori. Torturato per anni, trascinandolo sotto processo per favoreggiamento aggravato in relazione alla mancata cattura di Bernando Provenzano, oggi viene incriminato per concorso esterno in associazione mafiosa. Naturalmente, a concorrere a questa attività criminosa, non poteva mancare anche un altro carabiniere, il colonnello Giuseppe De Donno, e anche il capitano Antonello Angeli. Insomma, tre carabinieri che avendo il compito di combattere la mafia, hanno pensato di favorirla. Per favorirla meglio, il generale Mario Mori ha catturato Totò Riina. E per farsi perdonare non ha perquisito bene il suo covo, così come il capitano Angeli non ha aperto la cassaforte di Massimo Ciancimino dove era custodito il «papello» con le richieste di Totò Riina allo Stato. Gente strana questi carabinieri: mettono in galera i mafiosi e non aprono le casseforti. Insomma il figlio e collaboratore del padre Vito Ciancimino mafioso, e il generale Mori, in questa insalata russa hanno le stesse responsabilità nel concorrere a sostenere la mafia. Ma di Ciancimino si capiscono le ragioni. Di Mori, di De Donno, e di Angeli restano misteriose. Inutile pensare alla missione compiuta. Occorre sputtanarli confondendo le carte in una assoluta mancanza di rispetto e di rigore morale per chi ha deciso da che parte del campo stare. Ma, inseguendo i criminali, si è fatto loro simile. Continuo a guardare con indignazione i professionisti dell’Antimafia e credo che la verità l’abbia intuita il colonnello De Caprio, il capitano «Ultimo», che, riconoscendo «le più raffinate manovre Corleonesi» parla di «un attacco da parte di forze oscure che dall’interno di Cosa nostra vogliono distruggere il valoroso generale Mori». Non sarà che Riina si vendica del generale Mori attraverso i magistrati che lo hanno incriminato? v. sgarbi ilgiornale

Sgarbi e la marchetta a Bondi

Lunedì, 20 Settembre 2010

Sgarbi difende su Il Giornale Bondi di cui è consulente e che lo ha nominato Soprintendente a Venezia.  Senza pudore.

Chiese o scatole? basta con le archistar

Mercoledì, 16 Settembre 2009

Non è particolarmente originale affermare che Gianfranco Ravasi è persona intelligente e sensibile, ma è certamente bello trovarlo su un campo in cui la chiesa e molti preti hanno gravi responsabilità, ed è, per chi ha un ruolo importante come Ravasi più facile fingere di non vedere o ripararsi dietro a formule di comodo. Per intendere fino a che punto io condivida il suo pensiero, mi sembra utile citare uno stralcio di un mio articolo su questo giornale, il 29 agosto. Non avevo parlato con Ravasi e non conoscevo il suo pensiero. «Le biblioteche nuove come questa, minacciata a Milano, sono come le moderne architetture religiose, senza anima e vita rispetto alle chiese gotiche, rinascimentali e barocche». Oggi Ravasi esce, candidamente, allo scoperto, e dichiara: «Un certo cattivo gusto nelle chiese oggi è un dato di fatto. Per questo è indispensabile una formazione di tipo estetico a partire dai seminari e dalle parrocchie».

(continua…)

La mia vita dorata da indigente di successo – Sgarbi si confessa

Domenica, 25 Gennaio 2009

No. Non andrò a La Fattoria. Ho scherzato. Non che fare il sindaco, pur della prima capitale di Italia, me lo impedisca. Il sindaco di Varallo mi chiese con molta insistenza di aiutarlo a essere invitato all’Isola dei famosi, certo di non avere la disapprovazione dei suoi concittadini, ma il loro divertimento: il sindaco nel vaso dei pesci rossi, sempre davanti ai loro occhi. Così erano pronti, e compiaciuti, i miei. E, d’altra parte, il gesto io l’avevo già fatto, rinunciando, con tutti gli assessori, allo stipendio, e lavorando per il piacere di un’impresa gloriosa e apparentemente impossibile. Ci siamo riusciti: Salemi è diventata un luogo della mente di molti, e chiunque sa che lì sta capitando o può capitare qualcosa. Artisti, uomini di teatro, architetti, viaggiatori, si interrogano su questo nuovo luogo della carta geografica delle città immaginarie, e meditano di arrivare. Non fu così quando fui, pur con molto clamore, sindaco di San Severino Marche.
Apparve una stravaganza, ma la città c’era anche prima di me. Invece «questa» Salemi non c’era; ce ne era un’altra dimenticata, e che molti volevano maledetta per il terremoto e per la mafia: irredimibile.
E oggi mal si adattano a vederla rinata e diversa. E, come fu, «libera et immunis». Ma mentre gli impegni crescono, i soldi calano; ed è sempre più lontano il tempo in cui, come un alchimista, potevo trasformare il danaro in spirito, acquistando opere d’arte, rare, insolite, sconosciute, con i guadagni delle presenze televisive, che nel 1992 mi portarono ad essere il parlamentare che (non per la politica, certo) denunciava il più alto reddito dopo il senatore Agnelli. Un punto d’onore, ma anche una realtà gratificante. Durò qualche anno; poi, senza i piagnistei di Biagi, Luttazzi, Santoro, fui rimosso, e sistemato nel palinsesto alle 8,45 con un programma culturale, La casa dell’anima (abitavo in via dell’Anima), molto sofisticato, al posto dei battaglieri Sgarbi quotidiani. Accettai il trasloco e non feci una piega. Poi arrivò il governo, e fui vittima, come ancora oggi, dopo 8 anni, di Giulietti, che ottenne dal cda della Rai che io non fossi più pagato come ospite (lo ero di Paolo Limiti), in quanto sottosegretario. E da allora ogni mia apparizione alla Rai, compreso Ballando con le stelle, non viene compensata. Sembra incredibile, ma la maledizione di Giulietti, per me, e solo per me, si estende a ogni ruolo io rivesta, da parlamentare ad assessore a sindaco di Salemi. Così, chiunque può continuare il suo lavoro di avvocato, di medico, di professore, di notaio, di ingegnere, facendo il sindaco o l’assessore; io, lavorando in televisione, no. Regola insensata ed estensiva, decisa da un Cda che vede la televisione, oltre i confini della par condicio, che è stata inventata per regolamentare le presenze televisive in campagna elettorale, 40 giorni prima del voto, come uno strumento di persuasione diabolico, ma non ti impedisce di frequentarlo gratuitamente con gli stessi esiti rispetto alle conseguenze elettorali. E allora? Si ottiene il solo risultato di precludere il lavoro a chi, come me sul piano dell’ascolto dà prova di saperlo fare. Ovunque io vada, e per questo, non per la mia bella faccia, o buona testa, io vengo chiamato, aumentano gli ascolti; e, proprio a Ballando con le stelle, il mio intervento, atteso, ha registrato 10 punti di share più della media del programma (42% contro 31) e 20 punti più del programma Mediaset (La Corrida). E la persecuzione è personale, giacchè tale Bertolino ha condotto un programma su Rai 3 per almeno due anni, essendo assessore della bella città di Ravello. E, come lui, Domenico de Masi non credo sia andato gratuitamente ospite in televisione, essendo assessore dello stesso Comune. Dunque Ravello sì, e Salemi no. Perché? E come si può impedire, per non consentirlo a me, di andare in televisione, con regolare contratto (dal momento che possono andarci gratis) a tutti i sindaci, gli assessori, i consiglieri provinciali, comunali, regionali e i consiglieri di circoscrizione di tutta Italia? Tanto ha potuto Giulietti contro i lavoratori! In questa sconfortante realtà non posso rinunciare agli inviti, pur con il ricatto della gratuità, per evidenti ragioni di persistenza (anche sul mercato) della immagine, e per promuovere, ove possibile, mostre e libri che avrebbero altrimenti minore visibilità. Arrivarono anche a chiedermi di condurre gratuitamente il dopofestival di Sanremo. Per poi censurarmi per l’invito a Cossiga e a Cristina Bugatti. Così lo feci, pagato, su La7. Poi, il silenzio. L’embargo della Rai frattanto continua, nonostante le mie proteste con Petruccioli, e un esposto al presidente della Repubblica per l’evidente discriminazione e per la violazione dei miei diritti costituzionali di lavoratore. Anche l’altro ieri, alla Vita in diretta ho innalzato gli ascolti fino al mai attinto 27%, con evidente vantaggio economico per l’azienda, governata da un Cda che non mi riconosce l’equo compenso, ma volentieri si compiace del mio contributo. Per lavorare alla Rai, dovrò dimettermi da sindaco? O sprecare, per me e per la Rai, una fonte di profitto, determinata dalla popolarità e dalla intelligenza? A tal punto saranno violati i miei diritti? Alla casa madre, Mediaset, pur dopo la inopinata chiusura di Sgarbi quotidiani, lamentano gli effetti delle tante querele, e vantano crediti per le condanne delle cause civili contro la trasmissione (firmai un scellerato accordo che mi vedeva responsabile al 60%), e tendono, per questo, a non pagare le mie, pur frequenti e produttive, in termini di ascolto, presenze.

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Quando gli architetti combinano guai

Giovedì, 22 Maggio 2008

Gli architetti in Italia sembra che preferiscano dimenticare di essere nelle città, Venezia, Firenze, Roma, Napoli, Torino, Bologna, Ravenna, Rimini, dove vi sono le più alte testimonianze del pensiero architettonico tradotto in opere. Parlo di pensiero perché è quello che sembra mancare oggi agli architetti: depensanti e ignari della storia. Chi lavora a Venezia deve pensare di misurarsi con Sansovino, Palladio, Sammicheli, Longhena, Massari; invece si muove come se alle spalle avesse il vuoto. Chi lavora a Firenze dovrebbe misurarsi con Giotto, con Alberti, con Michelangelo, con Vasari, invece compete con loro o li ignora. Chi è chiamato a Roma dovrebbe stare immobile, guardare, studiare, come ha fatto il Palladio, e sentire il vento dei secoli, dalla civiltà romana a quella medioevale, al Rinascimento, al Barocco, al Neoclassico in una ebbrezza senza fine. Ma non stanno fermi. Si agitano. Ed è stato timido il sindaco Alemanno nel confermare la sua avversità alla teca dell’Ara Pacis di Richard Meier. Non si può guardare, e non si vuole credere che qualcuno l’abbia concepita in totale disprezzo della città e in fiero contrasto con le sue belle architetture. Così per fare una fontanella con vasca si prepara la trappola per far cadere i turisti richiamati dall’Ara Pacis. Non solo essi inciampano e scivolano, ma il loro occhio, messo più a rischio delle loro gambe, è costretto a incrociare un incredibile muretto inutile e ingombrante che taglia a metà le due chiese nelle loro forme solenni, l’una manieristica, l’altra neoclassica, costringendoli a una veduta sofferente. E ciò che stupisce non è questa inutile violenza, ben evidente al sindaco Alemanno come a qualunque cittadino che ami Roma e i suoi monumenti senza retorica e pretendendone il rispetto, ma che Meier non le abbia neppure viste, che abbia costruito, stando lontano, la sua orrenda teca come un garage multipiano, come un condizionatore ingrandito, montandola a Roma come fosse un prefabbricato. Architetture come questa sono pensate per un altrove, non per il luogo reale dove dovrebbero insinuarsi tra le testimonianze preesistenti in modo armonioso. L’Ara Pacis è un delitto contro la civiltà e la storia e resta la testimonianza più prepotente di un fascismo architettonico che niente ha a che fare con la solenne architettura fascista. Un fascismo di pensiero che richiama opportunamente alla resistenza un sindaco di destra che non ha nessuna nostalgia fascista, e tanto meno del fascismo architettonico di un americano senza scrupoli che agisce in nome del dio danaro e che sarebbe stato maledetto da Ezra Pound. Su questo punto, contro questo orrore, non bisogna arretrare. Individuando in alcuni grandi architetti i veri nemici della cultura e delle città storiche.
A un livello minore, ma non senza arroganza, si pone il caso tanto discusso del Ponte di Calatrava a Venezia. Prima di tutto un ponte inutile, un gesto, un tentativo del sindaco colto di mostrare che Venezia non è una città finita, ma che si può continuare non contenti dell’orrore del nuovo Bauer e della Cassa di Risparmio in Campo Manin. Si può fare anche peggio. Perfino Carlo Scarpa, dopo essere morto, è stato forzato a restare nel triste intervento a San Sebastiano e nella deforme entrata dell’università di architettura, un infelice portale di cemento armato. Dopo il misurato intervento nel negozio Olivetti, anche Scarpa a Venezia aveva fallito. E non si sentiva la necessità di chiedere a Calatrava un ponte, costringendolo a dimensioni e a forme contenute per farsi vedere meno del previsto. Così ne è uscito un risultato modesto e che, provenendo da piazzale Roma, taglia il primo skyline del Canal Grande verso le chiese degli Scalzi e di San Simeon Piccolo. Non bastando l’inutile, si aggiunge il dannoso: e nell’illuminarlo dal basso si è determinato un altro effetto rischioso per i cittadini: non per la loro testa, questa volta, ma per i loro piedi, con il rischio di inciampare non riuscendo a vedere i gradini. Non si sa bene a cosa pensino gli architetti, oltre alla loro gloria, oltre a essere più visti che utili. Così appare, nel progetto, la minacciata pensilina di Isozaki agli Uffizi, ingombrante rispetto alle contigue logge vasariane. Così sono apparse le gocce di tal Cucinella a lambire piazza Maggiore a Bologna come due orinatoi, fortunatamente smantellati da Cofferati. Così i tre grattacieli minacciati alla Fiera di Milano e giustamente invisi a Berlusconi. I tre architetti stranieri che hanno forse tre volte passeggiato per Milano non hanno pensato alla città, alle sue necessità, alla sua tradizione architettonica con la quale dialogare, ma a far vedere forme che destassero stupore in una specie di luna-park architettonico (che è esattamente l’opposto della tradizione di Milano). Naturalmente le sovrintendenze e l’amministrazione comunale assistono impotenti a questa inutile ebbrezza, e sono attentissime a consentire la distruzione di architetture degli anni Venti e Trenta, degli stabilimenti storici dell’Alfa Romeo come del Teatro Lirico e a proibire la transitoria ruota di un vero luna park. Così i nuovi architetti sono attesi come una rivelazione e trovano complici negli amministratori che disprezzano la storia e non amano le loro città.

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Mughini contro Travaglio (e vai!)

Giovedì, 8 Maggio 2008

Nella furibonda puntata di "Annozero" che aveva a maestoso protagonista Beppe Grillo, e mentre tutti urlavano a tutti, m’era parso che Marco Travaglio pronunciasse a mezza bocca la seguente espressione: «La cloaca massima è la presidenza del Consiglio».
Beninteso questa presidenza del Consiglio, quella dove siede Silvio Berlusconi. Così mi era parso di sentire e tanto più che quella espressione combacia a perfezione con quanto Travaglio scrive nei suoi libri (nella mia biblioteca ce ne sono dodici, letti tutti tranne l’ultimo). Travaglio ha scritto ieri a "Libero" che quell’espressione non l’ha mai pronunciata.
Ne prendo atto e immediatamente mi scuso con lui e con i lettori di "Libero".

Quanto a Vittorio Sgarbi, che la presunta espressione di Travaglio l’aveva utilizzata in un suo articolo polemico apparso sul "Giornale", è perfettamente innocente dell’errore. Un errore che interamente mi appartiene. Ho sentito male, tutto qui. Solo che Travaglio di lettera di smentita ne ha scritta un’altra, a quel "Giornale" dov’era apparso l’articolo di Sgarbi. E lì dice una cosa più recisa, anzi offensiva, anzi cialtrona, seppure di una cialtroneria degna di un uomo piccolo piccolo. Dice che l’avergli attribuito quella frase è un "falso" combinato a tavolino dal duo Mughini&Sgarbi: «Uno dei tanti». Razza di cialtrone.

Premetto che l’ultima volta che ho condiviso «un tavolino» con Vittorio, che sento vicino in tante cose e per tante cose ma che per altre disapprovo (l’uso di insolentire gli interlocutori), risale a una quindicina di anni fa, quando eravamo entrambi ospiti a cena di Angelo Rizzoli. Ci provi Travaglio a dimostrare nero su bianco che io e lui abbiamo fatto combutta una sola volta, in questi ultimi vent’anni della nostra storia culturale, a combinare un "falso" ai danni di chicchessia. Ha a disposizione i miei articoli, i miei libri (ne ho scritti più di lui), i miei interventi televisivi. Esplori, razza di cialtrone.

QUESTIONE DI STIMA – Ricominciamo daccapo. Il fatto è che in quel mio articolo sull’Annozero consacrato a Grillo io Travaglio non ce lo volevo ficcare. Ho stima di lui, e quella stima l’ho espressa per iscritto e per orale ogni volta che ho potuto. Anche quando non condivido i suoi colpi di ascia, lo ascolto e lo seguo sempre con piacere. Una volta che avevo lodato un suo libro sul "Foglio" di Giuliano Ferrara, avevo scommesso con lui 40mila euro contro uno (40 mila pagavo io se vinceva lui, 1 euro pagava lui se vincevo io) che mai e poi mai uno dei giornali assatanati di faziosità su cui lui scrive avrebbero pronunciato elogiativamente il mio nome. Il mio nome pronunciato elogiativamente sulle colonne dell’ Unità o su quelle di Micromega, da questi giornali che hanno portato a vette supreme l’antropologia dell’odio e del manicheismo intellettuale? Sto ancora aspettando che Travaglio mi bonifichi l’euro.

Con tutto questo, lo ripeto, non avevo nessuna voglia di mettere Travaglio a fianco di Santoro e di Grillo. Epperò in quella puntata di Annozero, e se non ci fosse stato Vittorio a dimenarsi come un’anguilla, sarebbe passato pressoché inosservato il putiferio di insulti che Grillo stava scaraventando in volto al professor Umberto Veronesi. In quella sorta di Corte di Cassazione "rossa", dov’è il giudizio ultimo e definitivo sulle cose del mondo, si tratti del maresciallo Lombardo (poi suicida) o di Veronesi, le facce della Santa Inquisizione erano immobili.

IL MATCH CON VITTORIO – A cominciare dalla faccia di Travaglio, che peraltro è solito stare in piedi accanto a Grillo mentre lui vocifera e la claque sottostante ulula caninamente. Più precisamente quella claque fa un gesto con le mani, che per fortuna non è quello delle P38 che facevano i delinquenti della mia generazione, ma è il gesto del "vaffa", questa delizia della mente dei sottosviluppati. Di vedere questo spettacolo ignobile non lo potevo sopportare, ed ecco perché ho messo un riferimento allo stesso Travaglio, e mentre naturalmente non condividevo gli epiteti poco affettuosi che gli lanciava Vittorio.

E veniamo a Enzo Biagi, oggetto del contendere tra Travaglio e Vittorio. Ho scritto su "Libero", e non sul "Manifesto", che la rimozione di Biagi dal trono televisivo che era meritatamente il suo è stato un errore suicida di Berlusconi. Ho scritto su "Libero" che, fossi stato al posto del Berlusca, avrei invitato Biagi a cena, lo avrei blandamente rimproverato di avere intervistato un Benigni anti-berlusconiano di tale faziosità, e dopo di che mi sarei messo a parlare di donne e di calcio. Sarebbe stato fantastico, un Berlusconi all’apoteosi e Biagi che restava al suo posto.

Detto questo, Biagi non è stato fucilato né arrestato, com’era successo a Giovanni Guareschi. Aveva avuto una proposta professionalmente minore (come ripete Vittorio), ha avuto una ricca buonuscita. È nella natura del nostro lavoro di giornalisti, oggi ci siamo e domani per niente. Se è lecito paragonare il piccolo al grande, io sono stato cacciato dall’ottanta per cento dei giornali dove lavoravo. Senza mai una buonuscita. E quanto alla Rai, la spartizione delle spoglie da parte dei vincitori è pratica corrente di tutti. Bruno Vespa, che dei grandi professionisti della televisione non è il mio preferito, lo avevano messo a passeggiare nei corridoi Rai. Così è. Non tutto è bianco e non tutto è nero.

Mentre per i travaglisti scalzi eccome se è tutto nero o tutto bianco. Eccome se a 77 anni Bruno Contrada, per giudizio di tantissimi uno dei migliori poliziotti che abbia avuto l’Italia, non deve marcire sino all’ultimo dei suoi giorni in cella. (Ho appena finito di leggere il libro che gli ha dedicato Lino Jannuzzi, che ha un’idea opposta.)

Ps. Dimenticavo. In una pausa dei brogli che sono solito organizzare con Sgarbi, una mattina di domenica sono andato a votare. Ho votato così. Veltroni alla Camera, bianca al Senato, Rutelli al comune di Roma, Zingaretti alla provincia. Non ci riprovare Travaglio con i tuoi colpi d’ascia, con me non ci esce niente.

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