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Il quarto segreto di Fatima guida i passi di Bergoglio

Martedì, 23 Aprile 2013

Papa Bergoglio è alle prese col giallo del «quarto segreto» di Fatima, la misteriosa parte della profezia della Madonna che non sarebbe ancora stata pubblicata? Lo si evince da una serie di eventi sorprendenti di questi giorni.

Prima di esporli ricordiamo l’antefatto. Nel pieno della Prima guerra mondiale la Madonna appare, il 13 maggio 1917, a Fatima, in Portogallo, a tre pastorelli: Lucia dos Santos e i due cuginetti Francesco e Giacinta Marto. L’evento si ripete ogni 13 del mese, fino al 13 ottobre di quell’anno, quando la Madre di Cristo dà il «segno» richiesto – come sfida – dai giornali laici e dai commentatori del tempo: il sole che vortica nel cielo. Nell’apparizione del 13 luglio la Madonna aveva affidato ai bambini un messaggio per il mondo intero, una grande profezia di ciò che sarebbe accaduto di lì a poco se l’umanità non fosse tornata a Dio: la rivoluzione comunista in Russia, la diffusione del comunismo in tutto il mondo, grandi persecuzioni sulla Chiesa e infine una nuova e più terribile guerra mondiale col genocidio di popoli (si avverò tutto).

La terza parte di quel messaggio del luglio 1917, che – secondo l’indicazione della Madonna – doveva essere rivelata nel 1960, fu invece secretata nel 1959 da Giovanni XXIII. Fiorirono così per anni attorno ad essa paure apocalittiche e ipotesi di ogni genere.  Nel 2000 Giovanni Paolo II decise di rendere pubblico il Terzo Segreto: in quel testo suor Lucia descrisse la visione del «vescovo vestito di bianco», la sua dolente Via Crucis in una città distrutta, in mezzo ai cadaveri, infine il suo martirio, sul monte della Croce, insieme a tanti vescovi e fedeli.

Era stato l’allora monsignor Bertone a istruire la pratica della pubblicazione del Segreto. Ma in quella istruttoria, nella pubblicazione e nell’interpretazione di quel testo molte erano le falle. Nel mio libro Il quarto segreto di Fatima, uscito nel novembre 2006, mostrai le tante contraddizioni e gli indizi che inducevano a pensare che quel terzo segreto fosse incompleto: mancava un testo, di cui si conoscevano alcune caratteristiche, contenente le parole profetiche della Madonna sulla Chiesa e sul mondo di oggi.

Riferivo pure che l’antico segretario di Giovanni XXIII, monsignor Capovilla, testimone diretto degli eventi, in una conversazione con Solideo Paolini aveva accennato proprio all’esistenza di quel testo misterioso. Nel maggio 2007 Bertone, nel frattempo diventato Segretario di Stato vaticano, uscì con un suo libro-intervista dove ribadiva la versione sua (e non solo sua), senza però dare una sola risposta alle tante domande e ai dubbi.

Qualche giorno dopo partecipò a una trasmissione tv durante la quale – senza contraddittorio – ripeté la sua idea e mostrò le buste aperte nel 2000 e contenenti il terzo segreto. Questo coup de théatre, che avrebbe dovuto confutare ogni dubbio, fu però un autogol. Infatti fu facile osservare che su quelle buste mancava qualcosa che doveva esserci. Perché monsignor Capovilla aveva riferito, in un’intervista di alcuni anni prima, che quando – nel 1959 – papa Roncalli lesse il Terzo segreto e decise di secretarlo, disse allo stesso Capovilla di «richiudere la busta» scrivendoci sopra «non dò nessun giudizio» perché il messaggio «può essere una manifestazione del divino e può non esserlo». Ebbene questa scritta, di pugno di Capovilla, nelle buste mostrate in tv non c’era. Perché? Bertone non dette risposta. Evidentemente c’era un’«altra» busta che conteneva la parte controversa.

Di lì a pochi giorni lo stesso Capovilla, interpellato da Paolini, confermò l’esistenza di qualcos’altro: un «allegato». Qualcosa che – secondo Capovilla, che faceva suo lo scetticismo di Roncalli – non proveniva dalla Madonna, ma era piuttosto una «riflessione» della suora «sul vescovo vestito di bianco».

È la parte mai rivelata del terzo segreto che – dalle testimonianze dei pochi che la lessero – pare essere esplosiva. Del resto ad aprire nuovi scenari sul terzo segreto è stato lo stesso Benedetto XVI nel maggio 2010.

Il Segretario di Stato infatti aveva ripetuto fino ad allora che esso riguardava l’attentato a Wojtyla del 1981 e si era già tutto realizzato e scriveva polemicamente a pagina 79 del suo volume: «L’accanimento mediatico è quello di non volersi capacitare che la profezia non è aperta sul futuro, è consegnata al passato. Non ci si vuole arrendere all’evidenza».

Invece papa Benedetto XVI affermò l’esatto opposto: «Si illuderebbe chi pensasse che la missione profetica di Fatima sia conclusa». Disse queste parole nel pieno dello scandalo pedofilia, durante un improvviso pellegrinaggio a Fatima, il 13 maggio 2010, davanti al Santuario. In quella circostanza egli inserì nella profezia del Terzo segreto proprio lo scandalo della pedofilia, culmine di una drammatica crisi del sacerdozio e della Chiesa. Ed è evidente che tale scandalo non poteva essere compreso nella visione rivelata nel 2000 (dove non c’è traccia di esso), ma in un’altra parte che è tuttora da pubblicare.

Benedetto XVI disse infatti: «Oltre questa grande visione della sofferenza del Papa, che possiamo in prima istanza riferire a Papa Giovanni Paolo II, sono indicate realtà del futuro della Chiesa che man mano si sviluppano e si mostrano… e quindi sono sofferenze della Chiesa che si annunciano… Quanto alle novità che possiamo oggi scoprire in questo messaggio, vi è anche il fatto che non solo da fuori vengono attacchi al Papa e alla Chiesa, ma le sofferenze della Chiesa vengono proprio dall’interno della Chiesa, dal peccato che esiste nella Chiesa».

Come si vede Benedetto XVI evitò di indicare l’attentato del 1981 come «la» realizzazione del terzo segreto e collocò il compimento del Terzo segreto steso negli anni successivi all’attentato del 1981 e nel nostro stesso futuro: «Sono realtà del futuro che man mano si sviluppano e si mostrano… sofferenze della Chiesa che si annunciano».

È il contrario di quanto affermato dal Segretario di Stato. Benedetto XVI addirittura fece capire che il «trionfo del Cuore Immacolato di Maria» annunciato a Fatima dalla Madonna stessa, come conclusione della sua profezia, non poteva essere identificato nella mera caduta del comunismo del 1989, ma doveva ancora realizzarsi.  Il Papa infatti nel maggio 2010 disse: «Possano questi sette anni che ci separano dal centenario delle Apparizioni (2017) affrettare il preannunciato trionfo del Cuore Immacolato di Maria a gloria della Santissima Trinità».

Evidentemente per Benedetto XVI stavano per arrivare gli anni decisivi. Questi. Ed eccoci ad oggi. Papa Ratzinger, ormai 85enne, sente mancargli le forze di fronte alla sfida dei tempi e rinuncia al pontificato l’11 febbraio, festa della Madonna di Lourdes.

Il successore viene eletto il 13 marzo successivo (il giorno 13 del mese richiama la devozione di Fatima). Molti riflettono sulla misteriosa espressione del Terzo segreto: «Il vescovo vestito di bianco». Di cui suor Lucia scriveva: «Abbiamo avuto il presentimento che fosse il Santo Padre».

Ci si chiede se quelle parole possano riferirsi al papa dimissionario. O al successore che ama definirsi «vescovo di Roma».

Lo stesso papa Francesco, devoto a Maria (a cui dedica la sua prima uscita), cita Fatima all’Angelus del 17 marzo. Poi una decina di giorni fa un episodio sorprendente. Papa Bergoglio telefona a monsignor Capovilla, ormai novantenne, che vive nella bergamasca. Lo vuole incontrare.

Capovilla aderisce. Questo strano incontro e i suoi contenuti restano tuttora avvolti nel mistero. Perché nel primo mese del suo pontificato il Papa ha sentito il bisogno di vedere riservatamente l’antico segretario di Roncalli? Per quale urgenza?

Infine tre giorni fa, a un mese esatto dalla sua elezione, un annuncio a sorpresa: papa Francesco ha chiesto al patriarca di Lisbona, il cardinale José Policarpo, di consacrare il suo pontificato alla Madonna di Fatima.

Cosa significa? E che dobbiamo aspettarci? a. socci libero

Dio è meglio del PIL per uscire dalla crisi (by Socci)

Lunedì, 19 Marzo 2012

Monopolizzano la scena ormai da mesi: la “signora crescita” e il “signor Pil”. E inseguiamo tutti drammaticamente il loro matrimonio. Anche in queste ore sono al centro delle trattative fra partiti, governo e sindacati. La politica italiana si è perfino suicidata sull’altare di questa nuova divinità statistica da cui sembra dipendere il nostro futuro. Se però alzassimo lo sguardo dalla cronaca dovremmo chiederci: chi è questo “signor Pil”? I manuali dicono che è il «valore di beni e servizi finali prodotti all’interno di un certo Paese in un intervallo di tempo». Ma fu proprio l’inventore del Pil, Simon Kuznets, ad affermare che «il benessere di un Paese non può essere facilmente desunto da un indice del reddito nazionale».Lo ha ricordato ieri Marco Girardo, in un bell’articolo su Avvenire, aggiungendo che ormai da decenni economisti e pensatori mettono in discussione questo parametro: da Nordhaus a Tobin, da Amartya Sen a Stiglitz e Fitoussi. Girardo ha riproposto anche un bell’intervento di Bob Kennedy, che già nel 1968, tre mesi prima di essere ammazzato nella campagna presidenziale che lo avrebbe portato alla Casa Bianca, formulò così il nuovo sogno americano: «Il Pil non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro paese. Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta. Può dirci tutto sull’America, ma non se possiamo essere orgogliosi di essere americani».Non è una discussione astratta. Infatti con l’esplosione e lo strapotere della finanza – che nei primi anni Ottanta valeva l’80 per cento del Pil mondiale e oggi è il 400 per cento di esso – questo “erroneo” Pil è diventata la forca a cui si impiccano i sistemi economici, il benessere dei popoli e la sovranità degli stati. Oggi la ricchezza finanziaria non è più al servizio dell’economia reale e del benessere generale, ma conta più dell’economia reale e se la divora, la determina e la sconvolge (e con essa la vita di masse enormi di persone). Anche perché ha imposto una globalizzazione selvaggia che ha messo ko la politica e gli stati e che sta terremotando tutto. La crescita del Pil o la sua decrescita decide il destino dei popoli, è diventata quasi questione di vita o di morte e tutti – a cominciare dalla politica, ridotta a vassalla dei mercati finanziari – stanno appesi a quei numerini.Dunque le distorsioni e gli errori che erano insiti nell’originaria definizione del Pil rischiano di diventare giudizi sommari e sentenze di condanna per i popoli. Per questo, l’estate scorsa, nel pieno della tempesta finanziaria che ha investito l’Italia, un grande pensatore come Zygmunt Bauman, denunciando «un potere, quello finanziario, totalmente fuori controllo», descriveva così l’assurdità della situazione: «C’è una crisi di valori fondamentali. L’unica cosa che conta è la crescita del Pil. E quando il mercato si ferma la società si blocca».Nessuno ovviamente può pensare che non si debba cercare la crescita del Pil (l’idea della decrescita è un suicidio). Il problema è cosa vuol dire questa “crescita” e come viene calcolata oggi. Qui sta l’assurdo. Bauman faceva un esempio: «Se lei fa un incidente in macchina l’economia ci guadagna. I medici lavorano. I fornitori di medicinali incassano e così il suo meccanico. Se lei invece entra nel cortile del vicino e gli dà una mano a tagliare la siepe compie un gesto antipatriottico perché il Pil non cresce. Questo è il tipo di economia che abbiamo rilanciato all’infinito. Se un bene passa da una mano all’altra senza scambio di denaro è uno scandalo. Dobbiamo parlare con gli istituti di credito». Con questa assurda logica – per esempio – fare una guerra diventa una scelta salutare perché incrementa il Pil, mentre avere in un Paese cento Madre Teresa di Calcutta che soccorrono i diseredati è irrilevante.Un esempio italiano: avere una solidità delle famiglie o una rete di volontariato che permettano di far fronte alla crisi non è minimamente calcolato nel Pil. Eppure proprio noi, in questi anni, abbiamo visto che una simile ricchezza, non misurabile con passaggio di denaro, ha attutito dei drammi sociali che potevano essere dirompenti. Ciò significa che ci sono fattori umani, non calcolabili nel Pil, che hanno un enorme peso nelle condizioni di vita di una società e anche nel rilancio della stessa economia. Perché danno una coesione sociale che il mercato non può produrre, ma senza la quale non c’è neppure il mercato. Ecco perché Benedetto XVI nella sua straordinaria enciclica sociale, “Caritas in Veritate”, uscita nel 2009, nel pieno della crisi mondiale, ha spiegato che «lo sviluppo economico, sociale e politico, ha bisogno, se vuole essere autenticamente umano di fare spazio al principio di gratuità», alla «logica del dono».Ovviamente il Papa non prospetta “l’economia del regalo”. Il “dono” è tutto ciò che è “gratuito”, non calcolabile e che non si può produrre: l’intelligenza dell’uomo, l’amore, la fraternità, l’etica, l’arte, l’unità di una famiglia, la carità, l’educazione, la creatività, la lealtà e la fiducia, l’inventiva, la storia e la cultura di un popolo, la sua fede religiosa, la sua laboriosità, la sua speranza. Se vogliamo guardare alla nostra storia, sono proprio questi fattori che spiegano come poté verificarsi, nel dopoguerra, quel “miracolo economico” italiano che stupì il mondo. Tutti oggi parlano di crescita (e siamo sotto lo zero), ma come fu possibile in Italia, dal 1951 al 1958, avere una crescita media del 5,5 per cento annuo e dal 1958 al 1963 addirittura del 6,3 per cento annuo?Non c’erano né Monti, né la Fornero al governo. Chiediamoci come fu possibile che un Paese sottosviluppato e devastato dalla guerra balzasse, in pochi anni, alla vetta dei Paesi più sviluppati del mondo. Dal 1952 al 1970 il reddito medio degli italiani crebbe più del 130 per cento, quattro volte più di Francia e Inghilterra, rispettivamente al 30 e al 32 per cento (se assumiamo che fosse 100 il reddito medio del 1952, nel 1970  noi eravamo a 234,1). È vero che avemmo il Piano Marshall, ma anche gli altri lo ebbero. Inoltre noi non avevamo né materie prime, né capitali, né fonti energetiche. Eravamo usciti distrutti e perdenti da una dittatura e da una guerra e avevamo il più forte Pc d’occidente che ci rendeva molto fragili. Quale fu dunque la nostra forza?È – in forme storiche diverse – la stessa che produsse i momenti più alti della nostra storia, la Firenze di Dante o il Rinascimento che ha illuminato il mondo, l’Europa dei monaci, degli ospedali e delle università: il cristianesimo. Pure la moderna scienza economica ha le fondamenta nel pensiero cristiano, dalla scuola francescana del XIV secolo alla scuola di Salamanca del XVI. Noi c’illudiamo che il nostro Pil torni a crescere se imiteremo la Cina. Ma la Cina – anzi la Cindia – non fa che fabbricare, in un sistema semi-schiavistico (quindi a prezzi stracciati), secondo un “know how” del capitalismo che è occidentale. Scienza, tecnologia ed economia sono occidentali. L’Oriente copia.Proprio l’Accademia delle scienze sociali di Pechino, richiesta dal regime di «spiegare il successo, anzi la superiorità dell’Occidente su tutto il mondo», nel 2002, scrisse nel suo rapporto: «Abbiamo studiato tutto ciò che è stato possibile dal punto di vista storico, politico, economico e culturale». Scartate la superiorità delle armi, poi del sistema politico, si concentrarono sul sistema economico: «negli ultimi venti anni» scrissero «abbiamo compreso che il cuore della vostra cultura è la vostra religione: il cristianesimo. Questa è la ragione per cui l’Occidente è stato così potente. Il fondamento morale cristiano della vita sociale e culturale è ciò che ha reso possibile la comparsa del capitalismo e poi la riuscita transizione alla vita democratica. Non abbiamo alcun dubbio».
Loro lo sanno. Noi non più.di Antonio Socci www.antoniosocci.com

Lavorare nelle feste è cosa buona, giusta e libera (by Facci)

Lunedì, 5 Marzo 2012

Sono in imbarazzo. Quando mi è  stato detto l’argomento sul quale avrei potuto «opinare», sabato pomeriggio, ho pensato a uno scherzo o che si trattasse di un’esercitazione da pagine cultural-scientifiche. Sono in imbarazzo perché la nota, invece, era proprio questa: «Monti abolisce Dio. Con un comma del decreto Salva-Italia (art. 31: negozi e supermercati possono stare aperti 24 ore 7 giorni su 7, la Regione Lombardia ha  presentato ricorso) Monti spazza via 4.000 anni di civiltà giudaico-cristiana. La ripartizione dei 6 giorni + 1 risponde a una liturgia vecchia di millenni, calibrata sui ritmi biologici dell’uomo. E i cattolici alla Riccardi fan  finta di niente». Sono in imbarazzo anche perché ho appreso che avrei avuto come contraltare Antonio Socci, un cristiano fervente che su temi del genere è capace di scriverti spataffiate teologiche di 500 righe: ma che è soprattutto un amico, uno a cui voglio bene, insomma, uno che non ho nessuna voglia di insultare come penso meriti chiunque voglia impormi il suo modo di vivere e le sue visioni ideologiche e religiose. Anche perché non si tratterebbe, nel caso, della solita contrapposizione tra laico e cattolico, ma peggio,   tra laicista e cattolico integralista, come io e Socci sappiamo essere e come un argomento così scemo soprattutto costringerebbe a diventare.     Quindi demolisco subito le basi della discussione, se non dispiace. Primo: questa non è una teocrazia e non è neppure (più) una democrazia con una religione di Stato, ergo non accetto che dei religiosi possano accampare pretese che valgano per chi religioso non è; ciascuno viva come vuole e come può, per me la regola del settimo giorno vale come quella dell’astinenza della carne il venerdì, non m’interessa. Chi voglia vivere il cattolicesimo in un certo modo – ma quanti, ormai? – può coltivare la propria separatezza e magari anche delle patate, come fanno gli Amish. Secondo: figuratevi che io non accetto neppure la definizione di «civiltà giudaico-cristiana», e sono stato contento che le celeberrime «radici cattoliche dell’Europa» non comparissero nella Costituzione continentale: ergo delle «liturgie vecchie di millenni» non me ne frega niente, anche perché se ne potrebbero citare altre di vergognose. Terzo: ho cercato di informarmi un minimo e ho visto che gli unici a difendere la sacralità della domenica, oltre agli ecclesiastici, sono i sindacati: e certe misture di prediche millenaristiche e rivendicazioni salariali per me bastano e avanzano. Quarto punto: in realtà non capisco neppure bene il problema, perché a nessuno è precluso di impostare la propria vita e le proprie domeniche come ritiene; il tempo di andare a messa non mancherebbe di certo – le messe del sabato sera ci sono già da una vita  -  e niente di male se alcuni officiano le loro liturgie domenicali mentre io riesco a comprare il pane e il latte. Anche perché si tratta di una liberalizzazione dei giorni e orari di apertura, non di un’imposizione svincolata dal mercato o dalla volontà del singolo esercente: se ci saranno i negozi aperti la domenica, cioè, vuol dire che esiste la domanda – il bisogno – e se c’è la domanda si movimenta il mercato e potrebbero anche crearsi dei posti di lavoro. Esattamente come già accade nelle località turistiche e nelle città d’arte, dove l’offerta e cioè l’eccezione (presunta eccezione) sono regolate dalla domanda, non da una bolla papale. E ci avviciniamo al punto chiave, che secondo me è questo: l’apertura domenicale dei negozi, in pratica, c’è già. Non dico solo nel centro della mia Milano, dove è tutto sempre aperto, ma dico anche nel vecchio e glorioso quartiere Lambrate dove io vivo: non c’è stata domenica senza una qualche «apertura straordinaria» di supermercati, discount, centri commerciali eccetera, male che vada si faceva la spesa persino all’Ikea (robaccia svedese) o all’Autogrill della tangenziale, insomma ce la si cavava, e per bevande e dolci e surgelati si poteva addirittura ripiegare su Blockbuster (una catena di noleggio film, figurarsi) sino a sera inoltrata. Qualcuno obietterà che questo vale in una grande metropoli e non certo nella provincia senese, ma diciamolo meglio: vale dove c’è la domanda, vale dove serve, e questo nonostante le vischiosità opposte per decenni da preti e sindacati. Non serve? Non  lo fai. L’ho messa giù cruda, mi rendo conto. È che non voglio confondere le discussioni: aprire i negozi la domenica (per chi lo vuole) è cosa   diversa dal mettersi a discettare sul nostro modello di sviluppo e sul nostro destino di criceti nella ruota del consumismo e del lavorare e lavorare e sempre lavorare – chi può farlo. I buoi sono già scappati, inutile richiudere le stalle (e i negozi) quando le moltitudini calpestano beatamente   da un pezzo i nuovi e orribili centri di aggregazione, soprattutto domenicali: i centri commerciali. Satana è già qui, e fa pure i saldi. In Italia la Chiesa non rinuncia a battaglie ben più intransigenti e antimoderne di quelle che  è in grado di fare altrove,   anche grazie a una classe dirigente prona e debole come nessun’altra nel mondo: ma la battaglia è stra-persa, e la Chiesa anziché bandire i centri commerciali dovrebbe cercare di entrarci. Pagando l’Ici, s’intende. di Filippo Facci libero

Monti ha abolito Dio e il popolo italiano

Lunedì, 5 Marzo 2012
Monte Mario è una collinetta che sovrasta il Vaticano. Non vorrei che Monti Mario pretendesse di sovrastare Dio stesso, spazzando via, con un codicillo, quattromila anni di civiltà giudaico-cristiana (e pure islamica) imperniata sul giorno del Signore, «Dies Dominicus». Comandamento divino, nel Decalogo di Mosè, che è diventato il ritmo della civiltà anche laica, dappertutto. Perfino in Cina. Il codicillo del governo che «abolisce» Dio (o meglio abolisce il diritto di Dio che è stato il primo embrione dei diritti dell’uomo, come vedremo) è l’articolo 31 del «decreto salva Italia». Dove praticamente si decide che dovunque si possono aprire tutti gli esercizi commerciali 7 giorni su 7 e 24 ore al giorno. Norma che finirà per allargarsi anche all’industria nella quale già è presente questa spinta. Dunque produrre, vendere e comprare a ciclo continuo. Senza più distinzione fra giorni feriali e festivi (Natale compreso), fra giorno e notte, fra mattina e sera.Sembra una banale norma amministrativa, invece è una svolta di (in)civiltà perché abolendo la festa comune – e i momenti comuni della giornata – distrugge non solo il fondamento della comunità religiosa, ma l’esperienza stessa della comunità, qualunque comunità, dalla famiglia a quella amicale e ricreativa dello stadio. Distrugge la sincronia sociale dei tempi comuni e quindi l’appartenenza a un gruppo, a un popolo. Per questo c’è l’opposizione indignata della Chiesa e dei sindacati (pure di associazioni di commercianti). La cosa infatti non riguarda solo chi – per motivi religiosi – vede praticamente abolita la domenica, il giorno del Signore (per i cristiani è memoria della Resurrezione di Cristo e simbolo dell’Eterno in cui sfocerà il tempo). Riguarda tutti, ci riguarda come famiglie, come comunità locali o particolari. Infatti è vero che ci sono lavori di necessità sociale che sempre sono stati fatti anche la domenica (pure il commercio in località turistiche e in tempi di vacanza). Ma è proprio l’eccezione che conferma la regola. La regola di un giorno di festa comune, non individuale, ma comune (sia per la liturgia religiosa che per le liturgie laiche), è infatti ciò che ci permette di riconoscerci. Ciò che consente di stare insieme ai figli, di vedere gli amici (allo stadio, al mare, in campagna, in bici, a caccia), di ritrovarsi con i parenti, di dar vita ai tanti momenti comuni o associativi. Se ai ritmi individuali già forsennati della vita si toglie anche l’unico momento comune della festa settimanale (o, per esempio, del «dopocena»), le famiglie ne escono veramente a pezzi. Tutti diventano conviventi notturni casuali come i clienti di un albergo. E si dissolvono i «corpi intermedi», i gruppi e le associazioni in cui l’individuo si realizza. Il giorno di festa comune ci ricorda infatti che non siamo solo individui, ma persone con relazioni e rapporti affettivi. Non siamo solo produttori/consumatori, ma siamo padri, madri, figli, fidanzati, siamo amici, siamo appassionati di questo o di quello, apparteniamo a gruppi, comunità, a un popolo. Il «giorno del Signore» nasce quattromila anni fa per affermare che tutto appartiene a Dio. Ed è significativo che il comandamento del riposo che fu dato da Dio nella Sacra Scrittura riguardasse – in quell’antichissima civiltà – anche servi, schiavi e animali: era il primo embrione in forma di legge di una liberazione, di un riconoscimento della dignità di tutti, che poi si sarebbe affermato col cristianesimo. Proclamare il diritto di Dio come diritto al riposo per tutti (e addirittura riposo comune) significava cominciare a far capire che niente e nessuno può arrogarsi un potere assoluto sulle creature. Perché tutti hanno una dignità e perfino gli animali vanno rispettati. Come pure la terra (i ritmi della terra) che non può essere sfruttata senza riguardo. Non a caso, proprio sul ritmo settenario della settimana, Dio, nella Sacra Scrittura, comanda al suo popolo quegli anni «sabbatici», che corrispondevano al «giorno del Signore», per cui ogni sette  c’era un anno in cui si liberavano gli schiavi, si condonavano i debiti e si faceva riposare la terra. Questo è il retroterra storico della «Giornata europea per le domeniche libere dal lavoro» che è stata indetta oggi, in dodici paesi europei. È promossa dalla «European Sunday alliance» a cui aderiscono 80 organizzazioni, non solo chiese e comunità religiose (in qualche paese pure ebraica e musulmana), ma anche  -  e soprattutto – sindacati dei lavoratori e associazioni dei commercianti. Un’inedita coalizione impegnata in una battaglia anche laica. Battaglia di civiltà come fu quella per la giornata di otto ore all’albore del movimento sindacale: infatti si cita come esemplare il caso delle lavoratrici rumene di una catena di supermercati tedeschi che a Natale e Capodanno scorsi si sono ribellate al lavoro festivo e hanno vinto. Fra l’altro la Corte Costituzionale tedesca ha dichiarato anticostituzionale l’apertura festiva perché lede la libertà religiosa e il diritto al riposo: la vita dell’uomo non è solo comprare e vendere. Perché non siamo schiavi. La situazione italiana si annuncia come la più dura. Infatti «in nessun Paese europeo esiste che i negozi stanno aperti 24 ore al giorno  e sette giorni su sette», dichiara ad Avvenire il sindacalista della Cisl Raineri. Oltretutto con una decisione piombata dall’alto. Cgil, Cisl e Uil stamattina distribuiscono un volantino dove si legge: «Oggi non fare shopping! La domenica non ha prezzo». I sindacati dicono che sarebbero soprattutto le donne a pagare il prezzo più duro perché sono quasi il 70 per cento del personale nel commercio e sono quelle che già oggi soffrono di più la difficile armonizzazione dei «tempi di lavoro» con la famiglia. È anche provato, dagli esperimenti fatti finora, che questa devastante trovata non avrebbe alcun beneficio né sull’occupazione, né sui consumi, infatti la gente non compra perché è tartassata dallo Stato e dalla recessione, non perché il supermercato è chiuso alla domenica. Infatti la Regione Lombardia ha già annunciato ricorso alla Corte Costituzionale contro la norma «ammazza domeniche». E la seguono a ruota Toscana e Veneto. Il mondo cattolico giudica inaccettabile quella norma ed è in subbuglio. Ora agli italiani, oltre ai soldi, pretendono di sottrarre pure Dio e la domenica. La Chiesa si sente «derubata» di una cosa assai più preziosa dei soldi che dovrà pagare per l’Imu (a proposito della quale non è affatto chiaro se e come le scuole cattoliche si salveranno). Già la presunzione di Monti nel chiamare «salva Italia» il suo decreto tartassatorio, oltreché irridente è quasi blasfema. Per i cristiani infatti a «salvare» è solo Dio. Non imperatori, tecnocrati, partiti, condottieri, duci o idoli vari. Al sedicente «salvatore» SuperMario si addice la battuta: «Dio esiste, ma non sei tu. Rilassati».Non è un caso se ieri questa decisione del «governo mari e Monti» è stata fulminata nell’editoriale di Avvenire come «emblematica di una deriva culturale, un nuovo “pensiero unico” che maschera come una maggiore libertà e progresso, ciò che in realtà è un impoverimento e una restrizione della libertà stessa». Avvenire (che ieri, con una bella pagina, ha fornito tutte le informazioni sull’iniziativa di oggi) denuncia il «ribaltamento di valore» che spazza via l’uomo e il giorno del Signore e «mette al centro la merce». Sacrosanto. Ma allora perché sostenere entusiasti questo governo e far accreditare perfino l’idea che esso segni il «ritorno alla politica» dei cattolici? Vorrei chiedere pure ai cosiddetti «ministri cattolici» Riccardi, Passera e Ornaghi: com’è stato possibile approvare entusiasticamente una tale assurdità? Perché una poltroncina val bene una messa? Speriamo di no. Ma se non è così si oppongano a questa norma. Si facciano sentire. di Antonio Socci www.antoniosocci.com

Non è una crisi, questa è una guerra (by Socci)

Giovedì, 22 Dicembre 2011

Sembra che una coltre di oscurità sia scesa sul nostro tempo e non permetta di vedere con chiarezza la luce del giorno”, scrive il Papa nel suo messaggio per la giornata mondiale della pace.
Ma da dove viene questa tenebra che produce ansia e insicurezza? Cosa esattamente sta accadendo e perché? I saputelli di casa nostra indicano il nostro “debito pubblico”, ma la risposta è sbagliata (e provinciale) perché era a questi livelli anche dieci anni fa. Del resto il Giappone ha un debito pubblico che è quasi il doppio del nostro e un’economia che va male eppure non è minacciato da speculazione e default.
Noi abbiamo le nostre colpe, ma è assai più complesso scoprire perché d’improvviso tutto l’Occidente (anche Francia, Spagna o Germania e Stati Uniti) si trova sull’orlo dell’abisso. NON CRISI, MA GUERRA
Il primo passo per capire e uscire fuori dalla foresta oscura è dare il giusto nome alla cose. Diciamo allora la verità. Quella in cui ci troviamo non è una “crisi”, ma una “guerra”. Passa un’enorme differenza tra le due situazioni. Una “crisi” infatti è come un disastro naturale (terremoto o alluvione) o come la traversata di un deserto: ci fa sentire uniti da un compito comune e fa dire a delle persone in gamba che è addirittura “un’opportunità” (espressione che io però userei sempre con cautela o mai perché ci sono delle vittime).
Ma una “guerra” invece non è “un’opportunità” per nessuna persona perbene (solo loschi potentati bramano guadagnarci, ma di certo nessun uomo che abbia una moralità).
In una guerra ci sono nemici, interessi in conflitto e forti che assalgono deboli. In una guerra è vitale capire chi sta combattendo, per cosa e come. E da che parte stiamo noi.
A me pare che molte persone in gamba (penso al mondo cattolico) siano incorse nell’abbaglio di confondere una guerra con una crisi, scambiando lucciole per lanterne, o le cannonate delle artiglierie per i fulmini di un temporale o per i fuochi d’artificio della festa paesana.
Ha colto bene la situazione invece il gruppo di Alleanza Cattolica di Massimo Introvigne che sulla rivista “Cristianità” ha proposto una riflessione molto interessante, partendo proprio dalla nozione di “guerra” [http://www.alleanzacattolica.org/comunicati/acnews/acnews_2011_01.html].
E’ proprio perché non ci si è ancora resi conto che siamo in guerra – dice Cristianità – che molti, i quali condividono ideali comuni (per esempio cattolico-liberali o ispirati alla dottrina sociale della Chiesa) “rischiano  di dividersi tra loro”: sui “sacrifici”, il “governo dei tecnici”, l’Europa e altro.
Ed è anche per questo che in Italia i vecchi schieramenti politici si frantumano e tutto sta cambiando.
GUERRA ASIMMETRICA Capiamo allora di che tipo di guerra si tratta. “Cristianità” spiega: “Almeno dal 2008 è in corso una guerra mondiale più difficile da capire di altre, perché combattuta non su campi di battaglia militari – almeno non principalmente, perché non mancano episodi di questo genere, come la guerra in Libia – ma nelle borse, nelle banche e nel sistema finanziario internazionale.
Che questa sia una modalità delle moderne guerre dette ‘asimmetriche’, a proposito delle quali la parola ‘guerra’ è usata in senso proprio e non solo metaforico, è stato chiarito dagli stessi ideatori della nozione di ‘guerra asimmetrica’, i colonnelli dell’esercito della Repubblica Popolare Cinese Qiao Liang e Wang Xiangsui, che nel loro libro ‘Guerre senza limiti. L’arte della guerra asimmetrica tra terrorismo e globalizzazione’, talora presentato come ‘la Bibbia dei nuovi conflitti’, oltre all’esempio del terrorismo citano precisamente quello delle aggressioni attraverso tecniche di tipo finanziario”.
Anche Mario Monti concorda che il problema comincia nel 2008 con la grande esplosione dei “subprime” americani (costata 4.100 miliardi di dollari che hanno dissestato l’economia mondiale).
In una conferenza tenuta alla Luiss nel febbraio scorso affermava che anche in quel caso il disastro “è stato per un problema di regole e soprattutto di ‘enforcement’ delle regole” (cioè di attuazione, esecuzione delle regole) e – proseguiva Monti – “non tanto per carenze nei meccanismi di ‘enforcement’ quanto per il motivo più brutto che può star dietro a questa mancanza”.
Monti indicava l’atteggiamento dell’autorità che doveva sorvegliare i mercati e “le sue genuflessioni di fronte al mondo del grande capitalismo americano in quegli anni… ma anche abbiamo visto l’asservimento di finalità sociali, come quella di dare l’alloggio in proprietà ad ogni americano. Per cui si sono fatte cose turpi. Nessuno ha osato richiamare al rispetto di certe regole che pure esistevano”.
Anche Monti – a proposito di questa regolazione dei mercati – parla di “conflitto, non armato, ma conflitto”.
Resta da capire se, quanto e come tale regolazione “bellica” di forze finanziarie più potenti degli stati possa essere imposta da tecnocrazie spesso provenienti dallo stesso mondo finanziario e bancario e con procedure che sembrano annacquare sempre più democrazia e sovranità popolare.PERDENTI E VINCENTI
“Cristianità” scrive: “Dopo che la crisi del 2008, seguita dall’elezione di un presidente degli Stati Uniti particolarmente inadatto a governarla, ha dimostrato che per la prima volta dopo la fine della Seconda guerra mondiale l’egemonia statunitense può essere messa in discussione, si è scatenata una guerra asimmetrica di tutti contro tutti per cercare di sostituirla con ‘qualche cos’altro’, dove i principali contendenti sono la Cina, alcuni Paesi arabi – che si muovono anche secondo una logica di tipo religioso –, e il BRI, sigla riferita a Brasile-Russia-India, Paesi che si considerano le potenze economiche emergenti del futuro e formano il cosiddetto BRIC con la Cina, con cui però hanno interessi non coincidenti”.
Questa descrizione della situazione ha molti annessi: per esempio l’atteggiamento della Gran Bretagna risente del fatto che la sua prima “industria” è quella finanziaria e i capitali che hanno scelto Londra come loro “patria” sono anzitutto quelli del petrolio arabo. Bisogna tener presente infatti che i protagonisti in campo non sono solo degli interessi nazionali definiti perché vi sono ormai masse di capitali, senza patria e più potenti degli stati, che si muovono su loro logiche di profitto (o anche ideologiche o religiose).
Inoltre ci sono errori degli Stati Uniti e dell’Europa che hanno contribuito grandemente a dar fuoco alle polveri e a rendere l’Europa il vaso di coccio o meglio la preda.
Primo: gli Usa hanno “dopato” la loro economia non solo con le “bolle” speculative, ma anche consentendo alla finanza quell’errata globalizzazione che ha trasformato l’Asia e soprattutto la Cina in produttore a basso costo. Per questo hanno consentito quell’ingresso di schianto e senza condizioni della Cina nel Wto che ha messo in ginocchio le nostre produzioni e ha trasformato la Cina oggi nel “padrone” degli Usa (visto che ne detiene una parte significativa del debito pubblico).
Secondo. In Europa, col crollo del comunismo e la riunificazione della Germania, è riesploso lo scontro fra interessi nazionali, si è accantonata la cultura cattolica europeista di Adenauer, Schuman e De Gasperi e si è dato il potere a una tecnocrazia che ha inventato un’altra Europa, quella della moneta unica, senza una banca centrale come referente finale e senza un governo politico federale.
Così esponendo l’euro e l’Europa – inermi – agli assalti.
In questo scenario “bellico” l’Italia è un vaso di coccio che ha perfino osato andare per conto suo alla ricerca del petrolio libico e del metano russo. Perciò hanno usato il suo storico debito pubblico (e certi errori della sua classe politica) per punirla e metterla a guinzaglio essendo peraltro una preda appetitosa per i tesori che possiede (dal grande risparmio delle famiglie, alle aziende di stato, al patrimonio pubblico in generale) e che molti vogliono spolpare. La guerra continua e non è chiaro come si difende l’Italia e chi sta con chi. a.socci libero

La rivoluzione di Papa Benendetto XVI (by Socci)

Mercoledì, 19 Maggio 2010

papaDomenica, in occasione del Regina coeli, 150mila fedeli si sono stretti attorno al Papa. Antonio Socci ha fatto con il sussidiario un bilancio dell’ultima «maratona» di Benedetto XVI, dal pellegrinaggio in Portogallo a piazza San Pietro per la preghiera coi movimenti.

 Tutti i giornali non hanno mancato di sottolineare il valore di questo gesto di vicinanza al Papa da parte della Chiesa italiana. Qual è stata la sua prima impressione?

 Mi è sembrata una manifestazione chiara della volontà di ascoltare e di seguire il Papa in un momento così delicato per la Chiesa e per la sua persona. Non è così scontato comprendere quello che Benedetto XVI sta cercando di trasmettere.

 Si riferisce al tema del peccato? «Il vero nemico da temere e da combattere – ha detto Benedetto XVI – è il peccato, il male spirituale, che a volte, purtroppo, contagia anche i membri della Chiesa». Lo aveva detto anche in Portogallo.

 Sì, ma c’è il rischio che non capiamo la preoccupazione del Papa. Vale anche per quelli che sono più sensibili e più affezionati alla sua persona, e mi riferisco all’editoriale di Giuliano Ferrara sul Foglio, in cui ha detto – con «autoironia» e affetto – che il Papa è «fuori linea». Dal suo punto di vista ha ragione, perché di fronte alla vicenda drammatica della pedofilia Benedetto XVI non si è messo a difendere la Chiesa dagli attacchi, anche se noi tutti avremmo avuto buoni argomenti per farlo.

 Allora cos’è secondo lei che rischia di sfuggirci?

 Il Papa non si è messo a denunciare il complotto. Anzi: Benedetto XVI è convinto che gli attacchi della stampa siano stati quasi una via usata da Dio per purificare il suo popolo. Ha cercato e sta cercando di far capire che la Chiesa non è un partito che ha bisogno di aver ragione, un’associazione umana che tiene innanzitutto a provare la bontà dei suoi membri. Quella del Papa è un’umiltà che difficilmente qualcun altro, dopo un secolo di orrori umani e politici, si può permettere come lui.

 Cosa c’è alla base di questo atteggiamento di Benedetto XVI?

Questo Papa, proprio come Giovanni Paolo II, ha potuto chiedere perdono perché ha fede. Lo ha fatto capire nello scandalo pedofilia. La Chiesa non è una cosca mafiosa che ha bisogno di omertà: bisogna dire la verità sempre, anche quando è scomoda, imbarazzante o addirittura umiliante. Anche se ci fosse stato un solo caso di pedofilia, Benedetto XVI avrebbe pianto con le vittime e avrebbe confessato la verità.

 Una scelta, insomma, in cui certo mondo cattolico (o simpatizzante) vede una resa delle armi.

 La sfida si gioca non fuori, ma dentro il mondo cattolico. La condotta di certi vescovi su vicende di pedofilia negli anni passati, in cui hanno agito con buona intenzione ma decidendo di lavare i panni sporchi in famiglia, il Papa l’ha stigmatizzata. Non soltanto perché non è giusto nei confronti delle vittime, ma anche perché denota una concezione della Chiesa che manca di fede: sembra che la Chiesa per stare in piedi abbia bisogno della nostra menzogna. Ma Dio – ci fa capire il Papa – è più grande del cumulo di peccati che noi portiamo dentro la Chiesa. Dio non ha bisogno delle nostre menzogne, ma del nostro attaccamento alla verità e della nostra conversione. Con questa umiltà il Papa ha vinto gli attacchi e anche giornali che lo hanno attaccato, come il New York Times, lo hanno riconosciuto.

 Il viaggio in Portogallo e gli scandali hanno riproposto in modo inevitabile il problema dell’interpretazione del terzo segreto di Fatima. La profezia, ha detto il Papa, non si riferisce al passato: essa non è conclusa. Che cosa implica questo per il modo di concepire la fede?

 No, non direi che il collegamento era inevitabile. È stato il Papa, dopo questi mesi di sofferenza, a decidere di andare a Fatima per affidare la Chiesa nelle mani della Madonna. Ed è stato molto importante che in uno dei suoi principali discorsi abbia criticato l’eccesso di attenzione che c’è nella Chiesa per le strutture, l’organizzazione, il fare. Conta non il fare ma la fede, e riaffermarlo è sempre una rivoluzione perché da decenni viviamo in un mondo cattolico tutto ripiegato sui piani pastorali. Viene meno, di conseguenza, la percezione che è un Altro che fa la storia. Il Papa ha riorientato lo sguardo che dovremmo avere noi cristiani, soprattutto nel momento delle prove più difficili che ci vengono e che ci verranno richieste.

La Chiesa deve «ri-imparare la penitenza» e «accettare la purificazione», ha detto Benedetto XVI, aggiungendo che «il perdono non sostituisce la giustizia». Cosa vuol dire questo oggi per la Chiesa?

Il Papa ha corretto senza indugio quello che è stato un atteggiamento di moltissimi vescovi per decenni, che ha finito per non dare giustizia alle vittime e per esporre altri giovani agli abusi. Chi si macchia di questi delitti deve risponderne davanti alla giustizia di Dio e davanti a quella degli uomini. Ma la rivoluzione del Papa sta in una profonda de-clericalizzazione della Chiesa.

 Il centro della Chiesa cioè non e il clero, ma Gesù Cristo.

 Sì. E chi è chiamato ad un ministero nella Chiesa è un servo. Il Papa ha di mira l’atteggiamento tipico di un’ampia parte del ceto ecclesiastico, troppo incline a «proteggere» se stesso convinto – così facendo – di mettere al riparo il messaggio cristiano. È una difesa che troppo spesso non si vede scattare quando sono messe in discussione le verità di fede… Il clericalismo purtroppo è una malattia vistosa nella Chiesa cattolica odierna ed è trasversale, da «destra» a «sinistra».

A proposito della crisi europea Benedetto XVI ha accusato «un dualismo falso», quello di un positivismo economico che pensa di potersi realizzare senza la componente etica, che invece è «interna alla razionalità e al pragmatismo economico». Che ne pensa?

 Da cardinale, Joseph Ratzinger aveva pubblicato un saggio in cui diceva che il principio di Adam Smith per cui ognuno perseguendo il proprio egoistico interesse automaticamente fa il bene comune, era altrettanto ideologico dell’ideologia marxista, perché lega il bene comune ad un meccanismo e non alla libertà. Il disastro finanziario del 2008 e le sue conseguenze di oggi confermano in modo drammatico quello che il Papa aveva previsto, cioè che il positivismo economico in qualche modo può essere accostato al disastro del comunismo. Della libertà umana, con il suo dramma di bene e di male, non si può fare a meno.

Secondo un recente rapporto Demos «il 62 per cento degli italiani considera inadeguata la risposta della Chiesa di fronte agli episodi di pedofilia» e scende ai minimi la fiducia nel Papa, colpito da un «calo di credibilità». Lo ha scritto lunedì su Repubblica Ilvo Diamanti.

Non mi pare che si debba dare troppa importanza a questo tipo di sondaggi. A dire il vero poi il Regina coeli di domenica sembra dimostrare il contrario. I veri fattori in gioco sono un Papa che ha dato una risposta sorprendente, sia per gli avversari ma anche all’interno della Chiesa, dove si fa fatica a capire che l’umiltà e la debolezza sono in realtà una forza. Il problema è sempre la fede: quando essa è affievolita, si ha bisogno di garantirsi delle certezze storiche in maniera diversa. Ecco perché molta gente comune secondo me è rimasta disorientata.

sussidiario.net

A caccia delle orme (razionali) di Gesù

Mercoledì, 26 Novembre 2008

È difficile, molto difficile terminare la lettura del nuovo libro di Antonio Socci (Indagine su Gesù, Rizzoli, in libreria da domani) senza venir assaliti perlomeno da un dubbio: e se davvero quell’uomo che ha spezzato la storia in due, avanti Cristo e dopo Cristo, fosse la suprema rivelazione di Dio al mondo? Bisogna essere prevenuti alla massima potenza, anzi bisogna essere fermamente determinati a non volere credere, per liquidare la questione con un’alzata di spalle e un sarcastico commento: tutte balle, tutte vecchie superstizioni, questioni che la ragione ha spazzato via.

(continua…)