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Grillo manovrato dalla Destra americana (by De Michelis)

Venerdì, 15 Giugno 2012

«Mentre ai tempi della guerra fredda c’era uno schema preciso ed era prevalente la contrapposizione col blocco comunista, adesso questo non c’è più e ha reso generali gli scontri di interessi. Grillo potrebbe essere utilmente utilizzato ai fini di indebolire la situazione dell’Europa e dell’Italia. Lo ha detto alla Zanzara su Radio 24 in diretta su www.radio24.it, l’ex ministro socialista Gianni De Michelis. «Casaleggio non lo avevo mai sentito nominare, – continua il politico – ho scoperto dopo le elezioni amministrative che conta molto di più di quello che sembra. Mi hanno detto – continua De Michelis – che ha una società e degli interessi in America, dunque potrebbe essere un elemento di questa teoria. In questo momento Obama è quello che ha più interesse a tenere la situazione sotto controllo. I repubblicani credo siano disponibili a correre il rischio di indebolire la situazione americana, non solo quella mondiale, pur di vincere le elezioni» Il Sole 24 Ore

La vera storia della crisi greca

Sabato, 5 Maggio 2012

Durante la recente discussione svoltasi nei Parlamenti di numerosi stati-membri dell’area dell’Euro circa l’approvazione del nuovo piano di aiuti di 130 miliardi di Euro alla Grecia, alcuni deputati si sono chiesti se la Grecia fosse pronta a partecipare al progetto della moneta unica, l’euro. Dalla metà degli anni Novanta, la Grecia ha fatto degli sforzi formidabili per riuscire a soddisfare i criteri della convergenza. Ha utilizzato tutti i mezzi disponibili: politica fiscale, politica monetaria, politica dei redditi, vaste privatizzazioni di banche ed imprese pubbliche. Qualunque sia il modo con cui si misura la performance fiscale (a livello del saldo di cassa o della contabilità nazionale), il deficit pubblico è calato di dieci punti percentuali, dal 12,5% del Pil nel 1993, al 2,5% nel 1999, l’anno dei dati economici con i quali si è decisa l’ammissione della Grecia nella zona dell’Euro, in occasione del Consiglio Europeo di Santa Maria da Feira, tenutosi nel mese di giugno del 2000. Simili sviluppi positivi, si sono osservati anche per gli altri criteri di convergenza nominale richiesti (inflazione, tassi di interesse a lungo termine, debito pubblico, tasso di cambio). È opportuno ricordare a questo punto, che la decisione di ammissione è stata presa in seguito ad un accuratissimo controllo delle performances dell’economia greca da parte della Commissione Europea, della Banca Centrale Europea e del Comitato Economico e Finanziario, con i loro relativi pareri. Anzi, è degno di nota il fatto che, malgrado la restrittiva politica fiscale e monetaria di quel periodo, indispensabili per ridurre il disavanzo pubblico e l’inflazione, il ritmo di crescita del Pil era iniziato a migliorare. Da negativo nel 1993, era salito al 4%, alla fine degli anni Novanta, per mantenersi a questi livelli fino al 2007. Si è osservato un aumento degli investimenti privati e del flusso di capitali dall’estero verso la Grecia, grazie al calo dell’inflazione e degli interessi, che avevano raggiunto percentuali al di sotto del 10%, dopo venti anni in cui superavano questa cifra.Due sono i motivi addotti da quanti sostengono che la Grecia non doveva far parte dell’Unione Economica e Monetaria d’Europa. Il primo motivo, che è anche quello maggiormente noto, è che la Grecia ha contraffatto i dati economici per riuscire ad accedere all’Uem.Il governo neo-eletto di Nuova Democrazia nelle elezioni del 2004, quattro anni dopo l’approvazione dei dati relativi all’adesione della Grecia, ha avuto un’ispirazione politica estremamente infelice, cambiando il modo con cui venivano iscritte le spese per la difesa, allo scopo di alleggerire il loro peso nel bilancio, durante il suo mandato. Tuttavia, il cambiamento ha avuto l’effetto di aumentare i deficit pubblici negli anni precedenti al 2004, con un conseguente periodo di intensa contestazione e diffamazione della Grecia. L’asserzione che la Grecia fosse entrata a far parte dell’area dell’Euro con dati falsificati, si leggeva sulle prime pagine di numerose testate giornalistiche in tutto il mondo. Purtroppo, questa asserzione è stata adottata anche da molti uomini politici dell’area dell’euro ed è ripetuta ancora oggi. Questa accusa, tuttavia, dimostra quanta disinformazione ed eventualmente quanta ipocrisia ci sia in queste dichiarazioni. Anche con il cambiamento della metodologia, e secondo i dati revisionati, il disavanzo pubblico in quell’anno cruciale (1999), aveva raggiunto il 3.1% del Pil, contro il precedente 2.5%. Più precisamente, aveva raggiunto il 3.07%, secondo Eurostat.Questo deficit resta inferiore al corrispondente deficit revisionato di altri stati membri, la cui valutazione è stata effettuata con i dati statistici relativi all’anno 1997, affinché costituissero la «prima ondata» degli stati-membri, creatori dell’Euro nel 1999. Dal sito web di Eurostat, risulta che molti altri stati-membri erano stati ammessi nell’area dell’euro con un deficit pubblico superiore al 3.1% del Pil, senza che ciò fosse oggetto di continui riferimenti, anche se questi paesi presentano oggi problemi simili a quelli della Grecia.La responsabilità di quanto su esposto, certamente pesa sul governo dell’epoca in Grecia, di Nuova Democrazia. Tuttavia, è una responsabilità che pesa anche sull’amministrazione di Eurostat e sulla Commissione Europea, che hanno adottato i dati fiscali inviati dall’allora governo greco e non hanno convocato ufficialmente la Banca di Grecia e neanche il governo precedente per esprimere il loro parere. Anzi, è del tutto incoerente quanto avvenuto successivamente, il 2006: Eurostat ha ritenuto che il metodo corretto di iscrizione delle spese sulla difesa fosse quello di iscriverle in base alla consegna del materiale, cioè quello applicato dalla Grecia prima del 2004. Tuttavia, Eurostat, pur dovendo, non ha provveduto alla correzione retrospettiva di questi dati: il 3,07% del Pil quale disavanzo pubblico per la Grecia nel 1999 si è mantenuto, mentre invece si sarebbe dovuta applicare la nuova decisione. Questa irrilevante discrepanza di 0.07% del Pil, rispetto ai limiti posti dal Trattato, adottato senza molta riflessione dalle amministrazioni dell’area dell’Euro, non consente di apprezzare l’enorme sforzo di adeguamento economico.Ricordiamo a questo proposito che anche recentemente si è diffusa una campagna di diffamazione contro la Grecia, per un’abituale operazione di swap valutario avvenuta tra il Ministero greco delle Finanze e la banca Goldman Sachs, alla fine del 2001, di quelle che in quel periodo erano fatte a centinaia da tutti gli stati-membri, come semplici operazioni di gestione del disavanzo pubblico. Ancora una volta, si è detto che la Grecia aveva contraffatto i dati per accedere all’euro: il nuovo titolo a caratteri cubitali sulla prima pagina dei giornali, adottato però anche da numerosi politici. Ma hanno tutti dimenticato che questa operazione finanziaria ha avuto luogo ben due anni dopo il 1999, anno i cui dati sono stati valutati per decidere l’adesione della Grecia all’Euro, e un anno intero dopo l’ammissione della Grecia nell’Euro, approvata dal Consiglio Europeo di Santa Maria da Feira!Il secondo motivo addotto a giustificazione dell’errore commesso di aver accettato il paese nell’Unione economica e monetaria europea, è costituito dagli sprechi statali ed i suoi eccessivi deficit. Le performances economiche della Grecia dopo il 2003, in particolare durante la seconda metà del decennio del 2000, purtroppo non hanno seguito quelle degli otto anni precedenti. Nel 2006, il governo dell’epoca ha iniziato a perdere il controllo delle spese e delle entrate pubbliche, per raggiungere il culmine, negli anni 2008 e 2009, quando il deficit pubblico è salito vertiginosamente, superando il 10% del Pil.Il crollo della Lehman Brothers e la rivalutazione dei rischi finanziari da parte dei mercati, ha comportato l’aumento degli interessi sui prestiti della Grecia, che costituiva l’anello debole dell’area Euro. Così è scoppiata la crisi greca del deficit pubblico. La mancata adozione di misure urgenti e severe di stabilizzazione da parte di due governi greci consecutivi e l’esitazione della zona Euro ad intervenire, hanno provocato la chiusura dei mercati finanziari per la Grecia, per poi arrivare al suo salvataggio, dopo numerosi tentennamenti, con l’intervento della “troika” (Fmi, Ue, Bce), un salvataggio soggetto ad una severa applicazione delle misure di risanamento dell’equilibrio finanziario e della competitività.Gli effettivi sprechi rappresentano il motivo esclusivo di questi sviluppi? La principale causa della crisi, in Grecia come negli altri stati-membri periferici dell’area dell’Euro, è stata principalmente provocata dagli enormi disavanzi in continua crescita delle partite correnti di questi paesi, dalla perdita di competitività e, soprattutto, dai differenti livelli di sviluppo tra Nord e Sud, e non tanto dall’incapacità gestionale dei loro leaders. Il Sud acquista dal Nord prodotti industriali di alta qualità ed elevato livello tecnologico. Il Nord, invece, acquista dal Sud una quantità molto minore di prodotti. In media, nel periodo tra il 2000 ed il 2007, il disavanzo delle partite correnti della Grecia era pari al 8,4% del Pil, e del Portogallo del 9,4%, mentre le eccedenze della Germania erano del 3,2% del Pil, e dell’Olanda 5,4%. Per coprire questi disavanzi delle partite correnti in continua crescita, i Paesi periferici sono stati costretti ad indebitarsi sempre più. Il risultato è stato l’aumento del loro debito.Il ritardo nel funzionamento dell’amministrazione statale e delle istituzioni ancora una volta ha costituito il pretesto, per ribadire che la Grecia, e forse anche altri stati-membri periferici, non avrebbero dovuto diventare membri dell’Unione economica e monetaria. Questa Uem, tuttavia, non è un club di Paesi evoluti con interessi comuni, contrapposti a quelli dei Paesi in ritardo. Si tratta di una fase evolutiva dell’Unione, per facilitare la cooperazione economica tra i suoi membri, per creare rapporti che possano rafforzare gli sforzi comuni volti allo sviluppo, per ottenere la graduale convergenza delle loro economie e per sfruttare nel modo migliore le opportunità fornite dall’abolizione dei confini e dagli obiettivi condivisi. È un piano comune per raggiungere il progresso che quindi, deve includere nella sua pianificazione, i più potenti con le loro capacità, ma anche i più deboli, con le loro debolezze; deve prendere in considerazione gli squilibri e valutare il fatto che i paesi evoluti non sono solo soggetti ad oneri, anzi, ne traggono notevoli benefici, grazie ai loro servizi finanziari e le loro esportazioni.L’implementazione delle misure di stabilizzazione in Grecia, a maggio del 2010, ha comportato un miglioramento significativo dei risultati finanziari e della competitività, ma ha contribuito anche a creare una recessione economica profonda e di lunga durata, ad aumentare vertiginosamente la disoccupazione che ha raggiunto il 20%, incrementando la povertà e la miseria di parte del popolo greco. Non è solo la Grecia responsabile di questo risultato. La combinazione della politica economica imposta dal primo piano di aiuti non era la più adeguata e quindi le performances attese non sono realistiche, finanche per quei paesi dotati di economie molto più potenti di quella greca. Si ha la sensazione che le condizioni imposte dovessero costituire un esempio da evitare per gli altri Paesi, punendo in modo esemplare la Grecia. La recessione, inizialmente prevista dal Fme per il periodo 2009-2012 al -7,5%, attualmente si calcola sia a -18%, fatto questo che non consente il raggiungimento degli altri obiettivi, generando anche intense agitazioni sociali.La Grecia ha costituito il pretesto della crisi dell’Euro, non ne è stata, tuttavia, la causa. La sua causa va ricercata nel fatto che la zona dell’euro è un’unione monetaria a tutti gli effetti, ma non è una vera e propria unione economica e fiscale di stati-membri con differenti caratteristiche strutturali: quelle dei Paesi maturi dell’Europa del Nord, e quelle delle economie meno mature del Sud europeo. La crisi attuale è solo in parte crisi di debito pubblico, e ciò interessa principalmente la Grecia ed il Portogallo. Per il resto, si tratta di crisi del settore privato e del sistema bancario di numerosi stati-membri, e anche crisi del controllo e della sorveglianza da parte delle autorità monetarie dell’area euro. L’Unione europea non ha ancora ideato un contesto complessivo di governance economica, un nuovo modo per affrontare gli squilibri tra il nucleo centrale sviluppato e la sua periferia meno evoluta; non si è occupata sistematicamente di promuovere realmente la crescita economica. Se ciò non avrà luogo, allora ci saranno nuove crisi in futuro.Il fiscal compact che, secondo le leaderships dei paesi dell’euro, sarà in grado di assicurare la stabilità delle loro economie, non riuscirà a raggiungere questo risultato, senza altre misure che favoriscano la crescita e la convergenza effettiva e per finire, senza un progresso adeguato verso l’integrazione economica e politica dell’Unione.
di Kostas Simitis e Yannis Stournaras*, da il Sole 24 ore * Kostas Simitis è stato primo ministro greco e leader del partito socialista (Pasok) dal 1996 al 2004, Yannis Stournaras è direttore della Fondazione per la ricerca economica e industriale di Atene via micromega (2 maggio 2012)

Democrazia del profitto e valore della bellezza (by Rossi)

Sabato, 17 Marzo 2012

La più grande ristrutturazione storica del debito statale è avvenuta in Grecia in una situazione ancora non del tutto chiara. Il cosiddetto salvataggio, che non elimina tuttavia le dichiarazioni di default, è stato condotto con lo scopo dichiarato di tutelare, nei limiti del possibile, i creditori ben più che i cittadini greci. Creditori che, anche attraverso la speculazione ampiamente adottata con le assicurazioni stipulate sul default greco, mediante quei singolari derivati chiamati credit default swaps, per il momento, pur nei tagli all’ammontare dei crediti, hanno goduto di una sorta di sgangherata par condicio creditorum. E questa, ai danni di una cittadinanza, in pericolo di caduta oltre che economica, di democrazia. Questa operazione, creata dalle derive del capitalismo finanziario globale, è ben diversa dalla impostazione ideologica e culturale adottata dal presidente Roosevelt con il New Deal, che aveva in precedenza indicato come principio fondamentale per risolvere la crisi della grande depressione, progetti che venissero dal basso e non dall’alto, e che prestassero «fiducia una volta di più nell’uomo dimenticato in fondo alla piramide economica»Le politiche di austerity prima, e di vaga quanto incerta crescita poi, costituiscono da tempo in Occidente uno “stato di eccezione”, con grave pericolo della democrazia e dei diritti dell’uomo storico, ripresi nella Dichiarazione del 1948 e frutto della profonda cultura europea.The forgotten man, cioè l’uomo dimenticato, è sempre più dimenticato in ragione anche di una crescita basata soltanto ed esclusivamente sulle quantità del Pil, il quale può sì avere un suo riflesso nel rapporto tra i Paesi ricchi e i Paesi poveri, ma all’interno del singolo Paese, ricco o povero che sia, il Pil non conta più, se non in rapporto al benessere e al profilo soggettivo della ricchezza individuale, per cui quella dell’uno non dà la stessa felicità che l’identica ricchezza dà all’altro.Globalizzazione, Pil, crescita esclusivamente economica, spinta all’educazione alle sole culture tecnologiche o scientifiche, ma con scarso pensiero critico, sono state recentemente bollate e aspramente criticate da Martha C. Nussbaum, anche nell’articolo apparso sull’ultimo numero della rivista Il Mulino dal titolo “Educare per il profitto o per la libertà?”. Conclude significativamente la Nussbaum che “produrre crescita economica non significa produrre democrazia, né garantire una popolazione sana, occupata, istruita”. La creazione di élite competenti in tecnologie e affari ha sottovalutato l’importanza di educare alle scienze umane e alle arti per evitare l’ottusità morale che, eliminando i valori creati dalle scienze umane, ha soppresso uno degli aspetti principali della democrazia, quello della partecipazione critica dei cittadini alle scelte politiche. È così che l’”uomo dimenticato” si allontana sempre più dalla politica costellata di luoghi comuni e di interessi lobbystici, con governanti che impongono modelli e schemi di attività sociali, con presunzione e arroganza ora vergognosamente scandalosa, ora sobria, ma sempre aliena dal considerare al centro della democrazia the forgotten man.Eppure le disuguaglianze sempre più gravi create dalla cultura dell’economia finanziaria invece che dalla cultura delle scienze umane, delle arti (non del mercato dell’arte) e del pensiero critico, non vengono rimosse secondo una ricetta che già in altri momenti di crisi avevano convinto dei grandi illuministi come Condorcet. Questi era del parere che, per risolvere le inuguaglianze create dalla libertà dei commerci, fosse necessario garantire la parità di istruzione dei cittadini. Egli stesso, poi, fin da allora, sottolineava che è la ricchezza che domina la politica e che dunque la politica in realtà è appannaggio dei ricchi. L’invito di Martha Nussbaum a investire oltre che nelle competenze tecniche e scientifiche anche, e ora soprattutto, in quelle umanistiche e artistiche, che potrebbero sparire perché non producono profitto, rimane inascoltato. Ciò comporta il rischio di soffocare, nella mancata coscienza dei diritti umani e di quelli dei cittadini a scegliersi liberamente il loro governo, anche la grande tradizione della democrazia europea e dei diritti umani che fanno parte della sua storia. Cioè quei diritti sociali dell’uomo storico europeo alla salute, alla dignità del lavoro e all’abitazione, all’uguaglianza dei punti di partenza, insomma a tutto il processo di welfare che finora ha in qualche modo fatto sì che nei Paesi europei la pur dilagante povertà sia meno grave che altrove. Risultano allora inquietanti le dichiarazioni di chi è ai vertici delle istituzioni europee, che hanno accompagnato la crisi e che pretenderebbero ora di risolverla, che il welfare europeo è finito.Non è invece tempo di investire nella democrazia, nel pensiero critico e nella cultura della bellezza delle arti, grande patrimonio europeo e in modo particolare italiano? Sarà forse questa una strada per riproporre all’uomo dimenticato che anche la Bellezza, come nei miti dell’antica Grecia, produce ordine e giustizia, cioè elimina le disuguaglianze. La giustizia di Afrodite nella ricostruzione del mito greco fatta da James Hillman può essere un viatico da non trascurare poiché, come egli conclude, “quando Lei trionfa in tutta la sua sublimità, allora la sconfinata confusa chiarezza del cosmo stesso è in perfetto ordine, e anche la giustizia trionfa”. g. rossi ilo sole24 ore

Le rivolte arabe? dietro c’è un americano

Domenica, 27 Febbraio 2011

Uno degli eroi delle rivolte mediorientali è un oscuro signore di ottantatrè anni di Boston. Si chiama Gene Sharp. I militanti democratici egiziani, secondo quanto riportato dal New York Times, lo paragonano a Martin Luther King e al Mahtma Gandhi. Le sue idee hanno influenzato le rivoluzioni democratiche e nonviolente in Serbia, quelle colorate in Ucraina, in Georgia, in Kyrgyzstan e ora quelle tunisine ed egiziane. Libri tradotti in 28 lingue e studiati dalle opposizioni di Zimbabwe, Birmania e Iran Quattro anni fa, era stato l’autocrate venezuelano Hugo Chavez ad accusare Sharp di aver ispirato le rivolte antigovernative nel suo paese. Nel 2007, in Vietnam, i militanti dell’opposizione sono stati arrestati mentre distribuivano un suo libro del 1993, From Dictatorship to Democracy, un manuale strategico per liberarsi dalle dittature (93 pagine scaricabili dal sito dell’Albert Einstein Institution). A Mosca, nel 2005, le librerie che vendevano la traduzione in russo dello stesso libro sono state distrutte da incendi dolosi. Gli scritti di Sharp, tradotti in 28 lingue, sono stati studiati dalle opposizioni in Zimbabwe, in Birmania e in Iran. Nel 1997, racconta il Wall Street Journal, un militante polacco-americano, Marek Zelazkiewicz, fotocopiò le 93 pagine di Sharp e le portò con sé nei Balcani, insegnando le tattiche di resistenza nonviolenta in Kosovo e poi a Belgrado. A Sharp si ispirano gli attivisti di Otpor, “mercenari della democrazia” Il testo di Sharp è stato tradotto in serbo e distribuito segretamente tra i militanti dell’opposizione, in particolare tra gli iscritti di Otpor, un gruppo di opposizione giovanile anti Milosevic. Otpor, grazie anche ai 42 milioni di dollari americani, ha esportato le tecniche di opposizione, apprese dal libro di Sharp, nelle ex repubbliche sovietiche, organizzando seminari di resistenza democratica in Georgia, in Ucraina, in Ungheria. Nel 2000 la Casa Bianca ha aperto un ufficio a Budapest per coordinare le attività dell’opposizione democratica serba, fornendo anche strumenti e tecnologia per diffondere notizie e informazioni alternative a quelle del regime. Nel 2003, sei mesi prima della rivoluzione delle rose, l’opposizione georgiana ha stabilito contatti con Otpor con un viaggio a Belgrado finanziato dalla Fondazione Open Society del finanziere americano George Soros. I militanti di Otpor hanno addestrato gli attivisti georgiani e in Georgia è nata Kmara, una versione locale di Otpor. I soldi sono arrivati da Soros e da una delle tante agenzie semi-indipendenti di cui si serve il Congresso americano per finanziare i gruppi democratici in giro per il mondo. In Ucraina è nato Pora, un altro gruppo democratico con forti legami con l’Otpor serbo e finanziato con 65 milioni di dollari dall’Amministrazione Bush. I militanti di Otpor sono diventati mercenari della democrazia, hanno viaggiato per il mondo a spese del governo americano per addestrare le opposizioni a organizzare una rivoluzione democratica. Otpor e Sharp hanno influenzato i ragazzi delle piazze di Tunisi e del Cairo Il modello Otpor e le idee di Gene Sharp, racconta il New York Times, hanno influenzato i ragazzi delle piazze di Tunisi e del Cairo. Promuovere la democrazia non è una politica facile da imporre. Deve seguire una strategia diversa paese per paese, calibrata su un ampio arco temporale e centrata sui diritti umani, sulla rappresentanza politica, sullo stato di diritto, sulla trasparenza, sulla tolleranza, sui diritti delle donne. Ma le tecniche di opposizione, redatte da un anziano signore di Boston, possono essere facilmente trasmesse. c. rocca il sole 24 ore

Caro Giannino, non tutto si fa per soldi (by Temis)

Martedì, 15 Febbraio 2011

tagliare i fuori corso universitari. l’università di parlermo ha messo un tetto agli anni di iscrizione consentiti a chi non è in regola con gli esami. oscar giannino, oggi, nella sua rubrica su radio24, ha applaudito la decisione. un ascoltatore si è lamentato dicendo: ma come giannino, proprio lei che invoca ad ogni piè sospinto la libertà plaude una decisione dirigista? la risposta di giannino: paludo perchè i fuori corso costano e io sono stanco di pagare. Raccontiamo questa cronachetta perchè il soldo diventa sempre più il criterio per giustificare le decisioni. emblematici i reportage dall’egitto. durante la protesta contro mubarack, i tg facevano a gara a dirci che la protesta era costata da 1 a 5 miliardi di euro. e allora? meglio la dittatura? temis

I falsi profeti Ue (by Krugman)

Martedì, 9 Novembre 2010

I potenti d’Europa sono ossessionati dall’idea di un nuovo patto di stabilità per l’euro, rinnovato e rafforzato, che significa maggiori restrizioni sul deficit di bilancio. Dopo mesi di accesi dibattiti sull’opportunità di punire quei paesi di Eurolandia che non riescono a ridurre a sufficienza il loro livello di indebitamento, la cancelliera tedesca Angela Merkel e il presidente francese Nicolas Sarkozy si sono accordati per introdurre sanzioni automatiche per prevenire future crisi del debito sulla falsariga di quella greca. Il loro accordo di fatto conferisce a certi politici il potere di bloccare queste sanzioni. In un editoriale del 24 ottobre scorso sul Financial Times, Wolfgang Münchau si stupisce dell’ultima fissazione europea. «Quello che fa sorridere è che il patto, qualsiasi forma prenda, non inciderà affatto sul futuro di Eurolandia – scrive –. Forse questa affermazione lascerà di stucco molti di voi, ma guardiamo ai dati: al contrario di quanto comunemente si crede, la dissipatezza dei conti pubblici ha avuto un ruolo marginale nella crisi di debito pubblico di Eurolandia. I vari governi greci hanno imbrogliato ma, per quanto ne so, gli alti funzionari europei coinvolti nel processo ne erano almeno parzialmente informati. Hanno scelto per ragioni politiche di non applicare il patto. Quanto alla Spagna e all’Irlanda, non hanno mai infranto le regole, e quindi non dovrebbero essere sottoposte a sanzioni, automatiche o di altro tipo». Quello che Münchau non dice, ma penso sappia, è che tutta questa faccenda assomiglia molto alla storia del bambino con un martello, che scambia tutto per un chiodo. I banchieri e gli economisti adorano letteralmente stare a brontolare sullo stato delle finanze pubbliche. I disavanzi li conoscono bene, e in più denunciandoli fanno la figura di gente integra e responsabile. Tutti sono stati incauti e il rimedio è uno solo. Quindi invece di prendere in considerazione la complessità dei nostri attuali problemi economici – come la necessità di tenere sotto controllo il sistema bancario ombra – molte di queste persone preferiscono fare la predica ai governi sui danni dei conti in rosso. Nei primi mesi di quest’anno si vedeva chiaramente, secondo me, che queste Persone Tanto Coscienziose per certi versi gongolavano per la crisi di debito greca. Finalmente il caso che stavano tanto aspettando: una nazione oberata dai debiti costretta a fare pesanti tagli di bilancio nel tentativo di fermare la crescita dei tassi d’interesse. E una volta scemato il clamore sul caso greco, hanno provato a ellenizzare tutto quello che gli capitava a tiro. La mancata impennata dei tassi d’interesse negli Usa è stata una grande delusione per questa gente. Gli europei sono ossessionati dal patto di stabilità? Beh, è molto più semplice che cercare di capire come far funzionare l’euro. p. krugman ilsole24ore (Traduzione di Fabio Galimberti)

Ruby: 500 foto e un video (bunga bunga a Berlusconi?)

Venerdì, 29 Ottobre 2010

Stivali neri, altissimi, corpetto e pantaloncini che lasciano ben poco all’immaginazione, lunghi guanti scuri e le movenze di una ballerina di lap dance. Eccola, Ruby in versione coniglietta, labbra rosse e sorriso ammiccante. Su Facebook si fa chiamare Ruby Rubacuori, ma il suo vero nome è Karima, che in arabo significa onorata. Sul web le sue foto spopolano, mentre si esibisce in versione da night club, oppure in abito da sera, o nella mise di venditrice di sigari. È la minorenne marocchina che con il suo racconto ai magistrati di Milano sta provocando la nuova bufera sul capo del Presidente del consiglio. Ruby sostiene di essere stata tre volte nella villa di Arcore di Silvio Berlusconi. Sostiene anche di aver partecipato a feste con avvenenti ragazze e a riti sessuali dall’esotico nome di “bunga bunga”. Ma, soprattutto, sostiene di aver ricevuto dallo stesso Berlusconi soldi in contanti, regali e la promessa di un centro benessere tutto suo. I magistrati di Milano, che sulla base dei suoi racconti hanno aperto un’inchiesta, disporrebbero anche di 500 foto e di un video, molto probabilmente girato con un telefonino, delle serate e dei festini di Arcore. Materiale scattato dalle numerose ragazze che partecipavano agli incontri e che, proprio come Ruby, immortalavano le kermesse. Ma i Pm si chiedono se davvero la ragazza, che compirà 18 anni solo il prossimo novembre, abbia ricevuto quei soldi. Perché se ciò fosse provato, l’ipotesi di reato sulla scorta della quale hanno iscritto nel registro degli indagati tre volti celebri amici del premier – e cioè il favoreggiamento della prostituzione – troverebbe una conferma. I tre finiti nelle maglie di questa storia sono Lele Mora, volto noto negli ambienti dello spettacolo e da qualche tempo anche alle cronache giudiziarie, il direttore del Tg4 Emilio Fede, e Nicole Minetti, ex ballerina di Colorado Cafè, ex igienista dentale di Berlusconi e oggi consigliere regionale della Lombardia eletta nel listino di Roberto Formigoni. Sarebbero stati loro ad accompagnare Ruby ad Arcore. La vicenda è spinosa, anzi assai scivolosa, perché il racconto della ragazza sarebbe infarcito di contraddizioni. Di certo c’è solo l’avvio di questa storia, che inizia la sera del 27 maggio di quest’anno, quando Ruby viene portata in questura, a Milano, accusata del furto di tremila euro sottratti a due amiche. La ragazza è senza documenti ed è minorenne. Si scopre che si è allontanata l’anno prima da una casa famiglia a Messina. Ma mentre i funzionari di polizia la interrogano, una telefonata dalla presidenza del Consiglio avrebbe convinto i poliziotti a lasciarla andare. «È la nipote di Mubarak», avrebbe spiegato il capo di gabinetto del questore Vincenzo Indolfi agli agenti che l’hanno presa in consegna. Il 9 ottobre il Consiglio dei ministri, su proposta del ministro dell’Interno, Roberto Maroni, ha promosso Indolfi (alle soglie della pensione) prefetto con funzioni di ispettore generale di amministrazione. Ruby lascia la questura a notte fonda e sale su un’auto. È quella di Nicole Minetti. Non è chiaro se la telefonata sia arrivata direttamente da Palazzo Chigi, ma per appurarlo i magistrati ascolteranno gli agenti presenti quella sera e sottoporranno Ruby a incidente probatorio. Nei mesi successivi, la ragazza racconta ai Pm di aver parlato, quella stessa notte nell’auto della Minetti, direttamente con il presidente del Consiglio. Non solo. Si dilunga nella descrizione dei festini nella villa di Arcore, insieme ad altre ragazze come lei, ma anche a due ministre, a star e vip. È a questo punto che parla dei “bunga bunga”, i dopo-cena erotici che Berlusconi le raccontò di aver copiato dal leader libico Muhammar Gheddafi. Ruby sostiene di essere stata notata da Emilio Fede durante un concorso di bellezza in Sicilia, un anno fa. E quando scappa dalla casa famiglia nella quale vive, si dirige a Milano, dove afferma di essere entrata, grazie a Fede, nel giro di Lele Mora. Quest’ultimo ora tace, la Minetti oppone un «no comment». Fede, invece, ammette di essere stato invitato alle cene «ma – aggiunge – nessuna festa con ragazze nude» e «mai con un risvolto di trasgressione». m. ludovico e. mincuzzi ilsole24 ore

Basta scandali: Blair consiglia la sinistra

Lunedì, 4 Ottobre 2010

Devo stare attento a non fare accadere un incidente diplomatico». Così Fabio Fazio parlava con il pubblico alle 15,30 nello studio tv3 della Rai di Corso Sempione a Milano, prima di registrare la puntata di Che tempo che fa con l’ex primo ministro britannico Tony Blair andata in onda su Rai 3.  Ancora prima, scherzando con i giornalisti presenti, Fazio ha detto che si sarebbe aspettato una manifestazione dei Radicali fuori dalla sede Rai e invece niente. Per la verità la manifestazione era stata minacciata nei giorni scorsi dal movimento di Pannella qualora Fazio non avesse posto una specifica domanda a Blair: «Lei sapeva dell’esistenza di un condotto umanitario per mandare in esilio Saddam Hussein, con conseguente inutilità di una guerra in Iraq?». La domanda Fazio l’ha fatta, nonostante si aspettasse la risposta «Non lo so». Così non è stato. La risposta è stata che Saddam Hussein andava eliminato perché era troppo pericoloso, visto la quantità di morti che aveva sulla coscienza. Ancora a microfoni spenti, poco prima di andare in onda. «Ha segnato la Samp? E vai!» (Fazio è tifoso della squadra di Genova). Poi dialoghi interlocutori in inglese e francese con l’ex premier, prima dell’inizio dell’intervista con la presentazione del libro di Blair “In viaggio” che sta vendendo molto bene.  Partiamo dal libro, “In viaggio” primo in classifica. Nel 53 Winston Churchill con la sua biografia vinse il premio Nobel per la letteratura. Mah, sono contento che il libro venda perché è scritto in modo diverso dal solito, ho voluto che fosse un racconto intimo ed umano. Devo dire che ho trovato sorprendente il suo libro. Non si può essere d’accordo con alcune sue scelte, ma siamo rimasto sorpresi per la franchezza da lei dimostrata verso i lettori. So anche che ci sono state contestazioni e alcune presentazioni del libro sono addirittura saltate. Nel corso dei miei dieci anni di mandato – dal 1997 al 2007 – ho gestito numerose problematiche ed è inevitabile che a qualcuno non siano piaciute. Cosa del genere accadono anche in Italia. In Italia la situazione è un po’ diversa. Qui ci si diverte molto, barzellette, racconti… Sì, mi piace, va sempre bene avere un po’ di humor in politica. Uno dei temi centrali del suo libro è il tema della guerra dell’Iraq che compare continuamente nella sua narrazione. C’è un Tony Blair prima e un Tony Blair dopo la guerra? Non ho capito se lei è convinto di avere fatto la cosa giusta o se il dubbio è il suo stato permanente. Bella domanda, non avrei pensato che avrei dovuto prendere una decisone importante come questa. Durante il mio mandato sono arrivato a gestire quattro conflitti, Iraq, Afghanistan, Kosovo e Sierra Leone, conflitti analizzati e analizzati continuamente e penso di avere fatto la cosa giusta. Il suo successore al partito Labour, Ed Miliband, ha detto che è stato un errore la partecipazione alla guerra. Ho vinto le elezioni anche dopo l’inizio della guerra in Iraq, nel 2005. Guardi anche in Afghanistan la situazione è difficile, ma una delle cose più importanti per i leader dei grandi paesi è imparare a gestire queste problematiche e rispettarci anche se non si è d’accordo. In Yemen e in Somalia abbiamo problematiche analoghe. Nel libro cerco di descrivere questi eventi e spiegare da un punto di vista umano cosa significhi prendere queste decisioni. Il punto è che i politici vengono percepiti come dei marziani ma invece siamo essere umani come gli altri e abbiamo la grande responsabilità di prendere queste decisioni. L’ispettore Onu Hans Blick ha recentemente detto che non esistevano prove dell’esistenza di armi di distruzione di massa. Se si rilegge la relazione di Hans se ne deduce che non aveva ottenuto le interviste che doveva ottenere. Il dibattito sulla presenza di armi di distruzione di massa in Iraq continuerà ancora a lungo. Togliere di mezzo Saddam è stato difficile, ma non dimentichiamo quello che era Saddam: aveva le armi di distruzione chimica di massa. Ce ne siamo liberati in due mesi perché, in quel momento, era il problema numero uno. Personalmente penso che abbiamo fatto bene a fare quello che abbiamo fatto con Saddam. Dopo l’11 settembre i grandi della terra avete preso in considerazione che la risposta potesse essere diversa da quella militare? Certo che si prendono in considerazione le opzioni non militari, ma sono convinto di avere fatto la scelta giusta. Sono morte 3mila persone nelle strade di New York in un giorno solo. Se fossero state 30mila o 300mila? Non è più possibile assumersi il rischio di questo estremismo. Dobbiamo combatterlo faccia e faccia ma dove è possibile provvedere con la diplomazia bisogna usare questo strumento. Alcune persone mi hanno scritto per chiederle se non pensa che sfruttando un corridoio umanitario si potesse salvare Saddam Hussein e se oggi fosse vivo sarebbe un fattore di maggiore sicurezza. Toglierlo di mezzo è stato molto difficile. Non dimentichiamoci che durante la sua permanenza al potere ci sono stati decine di migliaia di morti. Trattenerlo lì sarebbe stato peggio. Il giudizio definitivo su cosa era giusto fare verrà con il tempo ma i politici devono fare di tutto per creare un paese migliore. Volevo farle una domanda ingenua. So che lei è abituato a rispondere a domande scomode. Una volta in un programma Mtv dei ragazzini le fecero domande molto scomode a cui le rispose. Alla Bbc lo scorso 2 settembre ha detto che se l’Iran continuasse a sviluppare armi nucleari la risposta dell’Occidente sarebbe inevitabile. Perché solo l’Occidente può avere armi nucleari? Stessa cosa vale per la pena di morte. Personalmente io sono ovviamente contro la pena capitale, ma bisogna vedere quale sia la natura del regime che si voglia assicurare la bomba atomica: leggetevi i recenti interventi del presidente iraniano alle Nazioni Unite in cui dice che l’11 settembre è frutto del lavoro dei servizi segreti. Per me non è il caso che personaggi del genere abbiano la bomba atomica. In Medio Oriente sono molto più preoccupati dell’Iran che del conflitto mediorientale. Il 6 luglio 1982 a 30 anni e due mesi lei tenne il suo primo discorso in parlamento dicendosi socialista perché il socialismo è essere razionale e morale, perché è per la cooperazione e non per la competizione, per l’amicizia e non per la paura e perché sostiene l’uguaglianza. Si sente ancora socialista? Sì, ci vuole una definizione basata sui valori. Il grosso problema che ha la sinistra è l’impossibilità di discernere tra valori che non hanno tempo e la capacità di tradurli in una realtà sociale. Le politiche della sinistra dovrebbero cambiare insieme alla realtà. A pagina 50 del suo libro, sono arrivato a pagina 715 su 821, lei dice che suo padre era stato povero, apparteneva alla classe operaia e voleva diventare un borghese. Nel momento in cui il socialismo riesce a fare questo il suo compito storico è finito? Dovremmo essere in grado di stimolare che le persone siano ambiziose e che migliorino se stesse e le proprie famiglie e ciò non è in contraddizione con l’essere comprensivi e generosi. Sono diventano leader dopo quattro sconfitte. Dopo l’ultima delle quali stavo parlando con alcune persone che mi dicevano «Tra coloro che ti hanno votato contro cosa c’è che non funziona in loro?», gli ho risposto che dovevamo vedere cosa non funzionava nel nostro partito e che avremmo vinto le elezioni quando saremmo riusciti a offrire non quello che vorremo essere ma quello che la vita è. In Italia si scrive da molti parti che la Sinistra è alla ricerca di un papa straniero, lei sta andando via o qualcuno l’ha trattenuta? Ho già avuto abbastanza problemi a fare il capo del partito laburista inglese. Alcuni miei amici di sinistra mi chiedono «Come facciamo a battere Silvio?» la mia risposta è «Smettetela di parlare di scandali e parlate di politica». Si crede che la gente sia interessata a tutto quello che i media riportano, in realtà, in base alla mia esperienza, la gente butta i giornali come carta straccia e vota in base ai programmi elettorali.  A proposito di Labour, Milliban dice che in politica bisogna essere ottimisti, cosa ne pensa? L’ottimismo è una qualità importantissima in politica, quando prendo un aereo non voglio che il pilota sia depresso, o perlomeno non voglio saperlo, vorrei piuttosto un pilota che controllasse l’aereo. Non bisogna sempre parlare di problemi. I suoi rapporti con Berlusconi sono buoni? I miei rapporti con il premier sono buoni, probabilmente adesso diventerò molto impopolare ma devo dire che ormai sono aldilà del bene e del male, non dico solo le cose che la gente si vuole sentire dire. Quando ero primo ministro e Silvio presidente del Consiglio è stato un buon amico del mio Paese e, quando ha detto che avrebbe fatto qualcosa per noi, la sua parola l’ha mantenuta. In politica internazionale ci si preoccupa meno se il politico è di sinistra o di destra, di più se può cooperare come tu vorresti. La seconda cosa è che la politica può essere molto noiosa, così come anche le riunioni e i discorsi dei politici. Lei può dire quello che vuole di Silvio, ma non è stato mai noioso. Ha divertente alle nostre riunioni. Per un premier è più importante avere determinazione o dubbi? Si devono sempre avere dubbi prima di decidere ma poi un leader le decisioni le deve prendere e allora deve essere determinati altrimenti non sei un leader. Nel suo libro parla con molta sincerità dei sui momenti di debolezza. Negli ultimi tempi a Downing Street l’alcool era diventato una consolazione, penso ai suoi rapporti con Gordon Brown… Le manca il tempo trascorso come primo ministro? Ci sono stati momenti difficili. Ciò che faccio ora mi piace moltissimo: lavoro per portare la pace in Medio oriente, l’Africa, la mia fondazione per promuovere il rispetto tra le religioni, ma a volte confesso mi manca la politica. E’ realistica l’affermazione di Obama per cui entro un anno è possibile arrivare alla pace in Medio Oriente ? Il presidente americano ha messo al centro del suo programma la volontà di centrare questo obiettivo e sa che la gente vuole la pace. Vi invito tutti a visitare la Terra santa, capisci come le sacre scritture scrivano di posti bellissimi come le colline di Gerico dove vedi a est il Mar Morto e più vicino il palazzo di Erode e a ovest la luce di Gerusalemme. Lei sta facendo molto per la pace in Medio Oriente. Il XX secolo è stato dominato dagli estremi: comunismo, fascismo. Il XXI non sarà dominato dall’ideologia politica ma da religione e cultura. Se prendiamo gli israeliani e prendiamo i palestinesi entrambi vogliono la pace che, se dovesse arrivare, costituirebbe un enorme segnale di coesistenza pacifica in tutto il mondo. L’unica strada per arrivare alla pace e alla sicurezza è dare sovranità allo stato palestinese. Tony Blair, in conclusione, ha anche confermato che il figlio Leo fu concepito durante un (freddo) soggiorno nella residenza della regina Elisabetta II, a Balmoral. «Credo che la cosa sconvolgente fosse che un politico potesse fare sesso con la moglie», ha raccontato alludendo alle polemiche suscitate a suo tempo dalla rivelazione fatta dalla moglie Cherie Boots. Blair ha anche raccontato alcuni aneddoti come quando inciampò nel tappeto di Buckingham Palace e cadde addosso alla regina durante la «cerimonia del bacio», prima del suo insediamento come premier, nel 1997. E di quando, dieci anni dopo, lasciando Downing Street, la moglie – presente in sala durante la registrazione- a un giornalista che le chiedeva cosa le sarebbe mancato di più, rispose: «Non tu». e. bronzo ilsole24ore

Il Lazio batte la Lombardia nel sociale

Martedì, 31 Agosto 2010

Palla al centro nel cammino verso il federalismo. La metafora calcistica aiuta, perché tra le regioni i progressi maggiori sono stati compiuti dal Lazio, che sopravanza così Lombardia e Veneto, seconde a pari merito. Fanalino di coda, invece, è la Sardegna. Questo, almeno, è quanto è accaduto negli ultimi dieci anni, un arco temporale significativo, secondo i risultati della classifica correlata. Risultati che invece si scostano un poco da quelli generali se si considerano le classifiche per aree tematiche: lavoro, scuola, sanità, credito, con Lombardia e Trentino Alto Adige che primeggiano nella maggior parte dei casi. Giusto nel 2000, infatti, i capi di stato e di governo dell’Unione europea fissarono obiettivi ambiziosi con la famosa, ma oggi finita praticamente in stand by, agenda di Lisbona 2010 per trasformare il Vecchio continente nell’area più dinamica e competitiva del pianeta: una sfida che chiamava anche le singole regioni a dotarsi di programmi e piani per ottenere miglioramenti sul fronte dell’occupazione, dell’ambiente e dell’innovazione. In quel periodo, poi, era in piena fase di attuazione la cosiddetta riforma Bassanini, che introduceva i primi germi di una devolution ancora oggi incompiuta, affidando alle regioni nuove competenze. Ebbene, dieci anni dopo, che bilancio se ne può trarre? Quali sono le regioni che più si sono date da fare? E ora che la partita del federalismo fiscale entra nel vivo, come si schierano sul terreno di gioco? A queste domande risponde l’indagine realizzata dal Sole 24 Ore e dal Centro studi Sintesi denominata «Il medagliere delle regioni 2000-2010». «In sostanza – affermano Valeria Benvenuti e Daniele Nicolai, autori della ricerca – sono stati presi in considerazione 43 indicatori, suddivisi in otto macroaree: ambiente, demografia e famiglia, governance, mercato del lavoro, mercato del credito, dinamiche economiche, istruzione e salute. Dal mix di questi indicatori è stato elaborato un punteggio che premia soprattutto chi si è mosso in questi dieci anni in maniera virtuosa». Dunque, per ogni indicatore, fatta 100 la media Italia, è stato calcolato il numero indice relativo al 2010 di ogni regione (per visualizzarne la posizione) e in più è stata misurata la variazione rispetto al 2000. Lo stesso meccanismo di calcolo è stato utilizzato per ciascuna delle otto macroaree.  Spiegano Benvenuti e Nicolai: «Le regioni che in ciascuna macroarea stanno sopra la media Italia e vantano nel periodo considerato una performance positiva, meritano la medaglia d’oro, che vale 3 punti; le regioni che stanno sopra la media ma con performance negativa conquistano la medaglia d’argento e 1 punto; le regioni che stanno sotto la media ma hanno realizzato risultati positivi prendono la medaglia di bronzo, che assegna 1,5 punti, e chi infine si trova sotto la media e ha pure una performance negativa si deve accontentare della “medaglia di legno”, la cui assegnazione comporta però il taglio di 1 punto». Risultato finale? Il Lazio, nonostante la zavorra dell’enorme deficit sanitario, è la regione che conquista la maglia rosa (vedi grafico a fianco e tabelle sotto), con quattro medaglie d’oro e 15 punti, superando Lombardia e Veneto (tre medaglie d’oro e 14 punti), seguite a loro volta dal drappello Trentino Alto Adige, Emilia Romagna, Liguria e Marche con 12 punti. All’ultimo posto, unica a raccogliere un punteggio finale negativo, è la Sardegna, che colleziona posizioni sotto la media e performance negative, fatta eccezione per l’ambiente, dove fa registrare la dinamica migliore fra tutte le regioni. (m. biscella sole 24 ore)

Stallo senza voto anticipato (by Folli)

Venerdì, 9 Luglio 2010

Difficile dare torto a Ernesto Galli della Loggia che sul Corriere della sera descrive un paese in cui la politica non esiste più. È una fotografia che abbraccia un po’ tutti: chi governa al pari di chi si oppone, salvo eccezioni. E la giornata di ieri ne offre un’interessante conferma. Nei giorni scorsi era tutto un susseguirsi di proclami bellicosi. Il presidente del Consiglio annunciava la resa dei conti con i dissidenti finiani, a costo di rischiare la crisi del governo. Sullo sfondo sembrava prender forma una sorta di “predellino due”, ossia, in codice, una riedizione del colpo improvviso con cui Berlusconi fece nascere in piazza il Popolo della libertà e mise in angolo i centristi. A sua volta il centrosinistra dava quasi per scontata la fine dell’era di Arcore e si dichiarava pronto ad assumere le responsabilità che le circostanze imponevano: una specie di governo di salute pubblica, pareva di capire, alla sola condizione che non ne facesse parte Silvio Berlusconi. Questo trambusto poteva a prima vista esser scambiato per un ritorno in grande stile della politica. Ma i fatti, se così possiamo chiamarli, sembrano andare in un’altra direzione. Può darsi che abbia ragione Marco Pannella, che torna a parlare di un sistema vischioso in cui alla fine Pdl e Pd sono più intrecciati e incollati tra loro di quanto vorrebbero ammettere. Ma forse la realtà è proprio quella di un paese disabituato alla politica in cui al massimo si riescono a tutelare le rispettive rendite di posizione: quelle del governo e quelle dell’opposizione, in un sostanziale immobilismo. Vediamo gli eventi delle ultime ore. Lungi dal produrre qualche clamorosa frattura, la nuova stagione del “ci penso io” ha l’obiettivo di puntellare il governo, eliminando dalla strada le mine pericolose. Dopo le dimissioni di Brancher, è la volta della legge sulle intercettazioni. Sembrava una bandiera irrinunciabile per Berlusconi, invece ieri, nell’imminenza dello sciopero dei giornalisti, il Pdl fa sapere che saranno introdotte modifiche al testo, nello spirito delle «perplessità espresse dal Quirinale». Significa che la legge dovrà essere smontata e rimontata a Montecitorio, proprio come voleva il presidente della Camera, ed è difficile che questo lavoro possa essere completato in agosto. Nel frattempo Berlusconi andrà all’incontro con le regioni sulla manovra economica, ma non sarà in grado di offrire loro quasi nulla perché Tremonti ha già ottenuto la “blindatura” del testo. Ed è facile immaginare quanto poco piaccia al premier questo ruolo in cui è costretto a subire il rancore, quasi la rivolta dei governatori (molti di centrodestra), senza avere nulla o quasi da offrire per uscire dalla riunione con un successo mediatico. In realtà, l’unica arma che Berlusconi potrebbe brandire per risolvere d’incanto i problemi di un governo imbalsamato sono le elezioni anticipate. Ma tutti sanno che oggi le elezioni non sono nella sua disponibilità. Quindi il premier è costretto al piccolo cabotaggio, nella speranza piuttosto flebile che in autunno maturino le condizioni per allargare la base del governo. Magari con un ingresso dell’Udc. Prospettiva molto incerta. È vero che Casini parla con insistenza di “unità nazionale”, ma è tutto da dimostrare che voglia andare in soccorso a Berlusconi. Più probabile che voglia tenersi pronto per una fase successiva, se e quando si presenterà. Anche il Pd attende, senza peraltro riuscire a imporre un tema, a farsi protagonista di una battaglia. Così passano i mesi e la politica resta nella nebbia. (s.folli ilsole24ore)