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Solidarietà e comunità nell’Italia in crisi (by Leozappa)

Mercoledì, 11 Luglio 2012
La politica, totalmente concentrata sull´economia, sembra incapace di cogliere quanto sia radicato il senso di comunità nel nostro Paese.
Il terremoto e la recessione hanno portato alla luce una Italia che ha ben poco in comune con la società post-moderna raccontata sui media. Gli sfollati si rifiutano di abbandonare le loro case, piangono per le chiese crollate, invocano un futuro per e nel proprio territorio. Salvo sporadici episodi di sciacallaggio, le cronache testimoniano di aiuti e solidarietà, di altruismo e volontariato da e per tutta la nazione.
 
Per essere chiari: la Padania non ha mai marcato il confine della solidarietà. Dinanzi ai monumenti storici abbattuti dalle scosse, ovunque ci è sentiti abitanti del Belpaese, figli dei figli dei costruttori dei campanili, dei palazzi, delle città ferite, di coloro che hanno fatto grande l´Italia. A nessuno è venuto in mente che quei monumenti erano espressione di una penisola divisa in Stati e staterelli. Non solo gli anziani, anche i giovani, spesso con gli occhi umidi, hanno parlato dell´importanza della comunità. La comunità che aiuta, ma anche la comunità alla quale si appartiene. Credo che sia riduttivo considerarla una nuova consapevolezza. Il terremoto ha dato la forza di dire quello che si sentiva già, in cui si è sempre creduto, accettando il rischio di apparire fuori moda. Le televisioni hanno filmato messe all´aperto e sotto le tende. Nessuno ha osato opporsi alla ricostruzione delle chiese crollate, anche se le risorse economiche scarseggiano.
 
Dopo tanto tempo, non si sono rivendicati diritti: si sono professati doveri e vincoli di solidarietà. Il terremoto è una esperienza traumatica. Suscita grandi emozioni, ma l´istinto di sopravvivenza non ha prevalso.
Nello stato di necessità, non è la forza ma la fratellanza ad essersi imposta. C´è, pertanto, da chiedersi cosa rimanga, dopo il terremoto, di quelle biblioteche che, in questi ultimi decenni, hanno teorizzato la dissoluzione dei legami sociali promuovendo la società degli individui mossi dall´interesse egoistico. Nel terremoto non si è visto l´homo homini lupus professato dall´ideologia liberistica. Non è diverso lo spirito con cui, dalle grandi città ai più sperduti paesini, si sta cercando di fronteggiare la crisi economica.
 
Nessuna denuncia di operazioni speculative a danno di coloro che non riescono più a far fronte alle esigenze quotidiane, che non riescono a pagare il mutuo. Si moltiplicano, invece, le iniziative per venire incontro a chi è rimasto indietro, socialmente ed economicamente. Homo homini sacer. Una eresia per la ideologia liberistica, i cui assiomi l´individualismo, il self-interest, la concorrenza continuano ad orientare le scelte di politica economica e sociale. Non è paradossale, ma emblematico che qualche giorno prima del terremoto, un decreto legge avesse disposto che, in caso di calamità, lo Stato non si sarebbe più fatto carico degli oneri della ricostruzione. La gravità della situazione dei conti italiani è nota. Oggi, non è facile governare; ma quando si pensa di far quadrare il bilancio tagliando una voce di costo come quella delle calamità è chiaro che c´è qualcosa che non va. Non è solo colpa del governo dei tecnici (che è vincolato negli obiettivi, ma non nelle opzioni circa gli strumenti per conseguirli).
 
La principale responsabilità è di chi ha costruito una Europa senza anima, nella quale l´economia ha cessato di essere uno strumento per divenire il fine delle istituzioni. In questi mesi, si è tanto parlato di Europa, ma sempre con riferimento a conti e bilanci. Quando si è accennato al progetto politico, è stato solo per ipotizzare una soluzione per uscire dalla crisi economica. L´Europa si è identificata con l´euro e, con esso, si è contratta. È miope pensare di rilanciarne il progetto con misure economiche o con un maquillage istituzionale. Occorre avere il coraggio di mettere in discussione il mainstream liberistico e ripartire da quel sentimento di comunità che i traumi del terremoto e della recessione hanno mostrato ancora profondamente radicato nella carnalità della popolazione. Solo così si potrà vincere la dissoluzione dell´anti-politica. a.m.leozappa formiche

Il piccolo benefattore

Giovedì, 14 Giugno 2012

Chissà perchè immaginiamo i grandi mecenati come persone cariche di anni e di rughe. A Stezzano, un piccolo centro di 13mila abitanti nei pressi di Bergamo, un ragazzino di 12 anni è già titolare di un grande gesto e soprattutto di eterna riconoscenza: con le sue paghette, accumulate in questi anni, ha regalato ad un ospedale della Somalia un moderno reparto di pediatria.
La storia, finita sui giornali locali, è singolare e molto edificante.

 
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Fin da quando aveva 6 anni, Andrea Ravizza ha sempre rinunciato persino ai regali di compleanno o di tutte le festività previste sul calendario di ciascun bambino. In cambio, ha sempre chiesto ai genitori di convertire il valore dei vari doni in dollari, poi puntualmente versati all’ospedale regionale di Galkayo, 200 chilometri da Mogadiscio, reparto pediatria.
Ad oggi, la generosità di Andrea ha fruttato 6mila dollari, cifra considerevole per la realta disperata di quelle zone. Con questi soldi, i medici del posto sono riusciti a ristrutturare il reparto riservato ai più piccoli, partendo dai letti per arrivare fino agli infissi e ai serramenti. Ora i giovani pazienti somali possono essere ricoverati in un luogo dignitoso ed organizzato.
Ovviamente, la notorietà di questa storia è rimbalzata da un villaggio all’altro, fino ad arrivare sulle scrivanie del governo. Colpito da tanta sensibilità, il ministro della Sanità della regione interessata, il Puntland, ha ritenuto giusto e doveroso venire di persona in Italia per ringraziare il cuore d’oro di Andrea. Ai primi di giugno, con tanto di cerimonia nella scuola media di Stezzano, presente pure il sindaco, il ministro ha insignito Andrea dell’onorificenza di “Ambassador of good will”, ambasciatore della buona volontà.
E laggiù, a tanti chilometri di distanza, in un altro continente e in un altro mondo, una targa campeggia all’entrata del moderno reparto di pediatrica, ospedale di Galkayo, regione di Puntland: è dedicata al giovane ragazzo italiano Andrea Ravizza, piccolo grande uomo, capace di imprese senza età. c.gatti ilgiornale