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Lo spread del sospetto

Martedì, 7 Gennaio 2014

Tutto ha inizio il 27 dicembre. Mercati rarefatti, pochi scambi, e nelle sale operative delle principali banche incollati ai terminali un manipolo di giovanotti annoiati che non vedono l’ora di imbarcarsi con il primo volo per Aspen, Gstaad, Dubai.

Improvvisamente avvengono due fatti inconsueti. Un operatore (chissà da dove) sbaglia un ordine sul computer ed i tassi sui titoli pubblici tedeschi hanno un’impennata improvvisa.

Secondo alcuni grafici, quelli sui Bund decennali arrivano a sfiorare il 4%. Di riflesso, per qualche minuto, lo spread con i titoli italiani si riduce a 5 punti-base; per poi salire subito a 53 punti-base e poi stazionare intorno ai 200; fino a scendere, l’altro ieri, sotto la quota «simbolo».

Contemporaneamente, le principali piattaforme sulle quali vengono scambiati i titoli pubblici di mezzo mondo, sempre il 27 dicembre, si accordano per modificare il titolo tedesco preso a riferimento (in termine tecnico, Benchmark).

Di colpo, a livello globale viene adottato come un Bund con scadenza il 15 agosto 2023. Rende il 2% e viene scambiato ad 1,95.

Piccolo particolare. Il nuovo titolo tedesco adottato come punto di riferimento ha tassi di 20 centesimi più alti di quello precedente. Il precedente titolo pubblico tedesco preso a riferimento quotava 1,71. L’unica piattaforma che il 27 dicembre non fa il passaggio è proprio quella italiana, il Mercato telematico dei titoli di Stato (Mts), che si adegua qualche giorno più tardi.

I grafici dicono che da quel giorno, proprio perché è cambiato il Bund sul quale calcolarlo, lo spread con i Btp decennali italiani ha iniziato a scendere; e con loro quelli spagnoli. Solo che lo spread con i titoli emessi da Madrid è sceso più rapidamente.

Il motivo di questo calo è chiaro. Lo spread è la differenza tra i tassi d’interesse tra i titoli tedeschi e quelli del resto del mondo. E se il titolo preso come punto di riferimento ha tassi più alti, lo spread si riduce se i tassi degli altri titoli restano fermi.

Ed è quel che è successo e che ha favorito il calo degli ultimi giorni. Con un particolare. Il nuovo titolo tedesco ha tassi superiori del 10% rispetto al vecchio. Ma lo spread italiano non è diminuito del 10%; non ancora, almeno.

A favorire la discesa, poi, è anche la forte liquidità sul mercato, innescata dalla politica monetaria delle principali banche centrali, a partire da quella europea. Non a caso, Matteo Renzi attribuisce a Mario Draghi il merito principale del calo dello spread.

Ma il merito, il presidente della Bce, lo dovrebbe anche dividere con quell’oscuro operatore che ha sbagliato l’ordine sul computer il 27 dicembre; e la contemporanea decisione delle piattaforme telematiche di cambiare il titolo tedesco preso come punto di riferimento.

I tecnici del ministero dell’Economia e della Banca d’Italia escludono che le tre cause alla base della riduzione dello spread (errore di un operatore, cambio del Benchmark, liquidità nel sistema) possano aver avuto un’unica regia. «Sarebbe argomento da intrigo internazionale», dicono. «Ma la Spectre non esiste: non su un mercato interconnesso come l’attuale». Ed aggiungono. «Noi fotografiamo gli andamenti. E gli andamenti ci dicono che questi elementi tecnici sono alla base della riduzione dello spread». Chi parla è gente abituata a veder scambiare, in una giornata di «fiacca», 8,5 miliardi di euro di titoli pubblici sui mercati telematici.

E, con la prudenza che è loro propria, stanno segnalando da qualche giorno una tendenza al rialzo dei tassi sia tedeschi sia americani. Un fenomeno, al momento, appena percepibile; ma in atto. Mentre, al momento, restano fermi quelli italiani.

Insomma, nonostante i legittimi commenti soddisfatti del presidente del Consiglio e del ministro dell’Economia sulla riduzione dello spread, il calo del differenziale fra i tassi d’interesse sui titoli pubblici è stato determinato più da componenti tecniche che da componenti politiche. f. ravoni il giornale

TEMIS: tre coincidenze sono una prova

L’impennata dello spread, complotto tedesco

Mercoledì, 12 Dicembre 2012

 All’origine dell’impennata dello spread ci fu Deutsche Bank, che nel luglio 2011 vendette una quantità ingente di Btp, Si parla anche di 7 miliardi. Un rilascio sul mercato di queste dimensioni avrebbe fatto innalzare perfino la temperatura delle calotte polari. Ora sappiamo anche perché: il 20 ottobre 2011 Deutsche Bank presenta un lungo lavoro al Governo tedesco e alla Troika (Fmi, Bce e Ue), intitolato “Guadagni, concorrenza e crescita“, nel quale chiede esplicitamente che vengano privatizzati i sistemi welfare e i beni pubblici di Francia, Italia, Spagna, Grecia, Portogallo e Irlanda. Prima mettono nel mirino i Paesi da invadere, poi li mettono in crisi, aumentando artificialmente gli interessi sul debito pubblico, poi mandano la cura, presentandola coma la sola possibilità. La terza guerra mondiale è servita, senza spargimento di sangue: un bottino facile facile, ottenuto con la complicità dei servi schiocchi e mediante l’introduzione di un cavallo di Troia.

http://www.byoblu.com/post/2012/12/11/Lo-spread-un-imbroglio-dei-tedeschi.aspx#continue

Il complotto tecnico contro l’Italia

Lunedì, 14 Novembre 2011

Il ribaltone è stato sapientemente programmato.  l’obiettivo: non era buttare giù berlusconi, ma colonizzare l’italia. la scusa:  la crisi economica. il fine: (lettere naomi klein) riordinare l’europa. la prova: questa intervista a ennio doris tratta da tempi rileva i giochi contabili che hanno fatto cavalcare lo spread: “(…) E quindi? Cosa hanno inventato? L’autorità bancaria europea ha deciso di calcolare il peso dei titoli di stato nel bilancio delle banche non più al valore storico, ma al valore di mercato (mark to market). La conseguenza è che i titoli emessi dalla Germania e dalla Francia in questo momento in cui la loro domanda è molto alta, vengono contabilizzati con dei valori superiori rispetto al loro prezzo di realizzo alla scadenza. Questa è una sopravvalutazione assolutamente fittizia, ma grazie a questo scherzo le banche tedesche e francesi possono compensare i minusvalori generati dai titoli greci presenti nei loro portafogli. La conseguenza è che alle banche di Francia e Germania è stato richiesto di ricapitalizzarsi per 9 miliardi di euro l’una e per 5 miliardi l’altra.E l’Italia?All’Italia invece è accaduto l’opposto. In questa tempesta i titoli italiani hanno perso valore. Anche questo però è fittizio perché i nostri titoli verrano rimborsati come gli altri, alla pari. In sostanza le banche franco tedesche registrano dei capital gain che svaniranno così come svaniranno le perdite fittizie dei Btp. Il punto dolente è che le banche italiane dovranno aumentare i propri capitali per 14 miliardi: più della somme richieste a Francia e Germania, che hanno invece problemi maggiori rispetto al nostro sistema bancario.Si può dire che i titoli cosiddetti tossici siano diventati i Btp?Paradossalmente è così, anche se in realtà non lo sono. Questo è un altro elemento atipico. I veri titoli tossici non sono presenti nel territorio italiano, ma lo sono in Francia e in Germania. Questo è assurdo, perché cioè che determina la bontà di un titolo è la sua liquidabilità, cioè la capacità di essere venduto nel mercato. Un titolo di stato ha una vendibilità immediata, mentre i veri titoli tossici sono illiquidi: nessuno li vuole.Alla fine quali saranno gli effetti?
Che le banche italiane si guarderanno bene dal comprare titoli di stato italiani.E chi li compra allora?Questo è il punto. Quanto sta avvenendo è un vero e proprio attacco all’Italia attraverso un regolamento assurdo che favorisce taluni per penalizzare altri. Le regole create negli ultimi quindici anni hanno creato degli effetti opposti alle intenzioni.In che senso?Le faccio un esempio. In questi giorni è stata salvata dal default la banca belga Dexia che vantava degli indici patrimoniali superiori alla media. Il punto nodale, come detto prima, è rappresentato dal fatto che Dexia deteneva parecchi titoli non liquidi nel proprio portafoglio. Questo è il vero problema. Quindi le banche italiane, che sono state le più prudenti poiché non hanno investito in titoli tossici e non hanno dovuto essere salvate da terzi, sono quelle che pagano di più. Direi che non è per nulla corretto.Come spiega l’attacco all’Italia nei mercati finanziari e soprattutto qual è il modo per venirne fuori?L’attacco al debito sovrano italiano è in realtà un attacco all’Euro. In Europa, sono i singoli Stati che emettono il debito, ma le banche centrali nazionali non ne sono più i prestatori d’ultima istanza perché hanno trasferito le funzioni a loro tipiche alla Bce, la quale non si muove con difficoltà per comprare i debiti di singoli stati. Faccio un esempio per chiarire questo punto. La Francia vanta rispetto agli Stati Uniti dei fondamentali migliori. Perché il debito d’oltralpe deve costare 1,5 per cento in più del debito emesso dalla Federal Reserve? La risposta è molto semplice: la Fed, al fine di tenere basso il valore dei tassi, ha comprato sul mercato valori ingenti di titoli americani. Per la Francia, la Bce non fa la stessa cosa.Perché? La Germania che gode dei tassi al due per cento, non vuole concorrenza. Ergo alla Francia manca l’acquirente di debito d’ultima istanza. (…)” m. giardina tempi.it