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Orlandi, delitto a sfondo sessuale (by padre Amorth)

Martedì, 22 Maggio 2012

«E’ un delitto a sfondo sessuale», sostiene il capo mondiale degli esorcisti, padre Gabriele Amorth. L’anziano sacerdote, molto stimato da Benedetto XVI, rivela a La Stampa una pista interna per la scomparsa nel 1983 della cittadina vaticana davanti alla chiesa di Sant’Apollinare, da poco riferita riservatamente ai familiari della ragazza.«Come dichiarato anche da monsignor Simeone Duca, archivista vaticano, venivano organizzati festini nei quali era coinvolto come “reclutatore di ragazze” anche un gendarme della Santa Sede. Ritengo che Emanuela sia finita vittima di quel giro – spiega padre Amorth – Non ho mai creduto alla pista internazionale, ho motivo di credere che si sia trattato di un caso di sfruttamento sessuale con conseguente omicidio poco dopo la scomparsa e occultamento del cadavere». E ancora: «Nel giro era coinvolto anche personale diplomatico di un’ambasciata straniera presso la Santa Sede».Una testimonianza che padre Amorth ha reso pubblica ora nel suo libro «L’ultimo esorcista» e che presenta tratti in comune con la lettera anonima arrivata alla madre di Emanuela Orlandi nella quale si riferisce di una trappola nella quale fu attirata la quindicenne nella sacrestia di Sant’Apollinare.Monsignor Pietro Vergari, parroco della basilica negli Anni 80, continua a protestare la sua estraneità ai fatti («Sono tranquillo, non ho nulla da nascondere»), ma è considerato dagli inquirenti un elemento centrale nella sparizione.«Nell’ispezione nella cripta non hanno trovato nulla se non appunto il corpo di De Pedis – afferma don Vergari -. Tutte quelle ossa ritrovate non sono altro che ossa antichissime, risalenti a secoli fa quando anche i laici venivano sepolti nelle chiese. Ora dicono che faranno indagini approfondite ma non vedo proprio che cosa possano trovare».Il prelato è finito nel registro degli indagati della procura di Roma, per concorso nel sequestro della ragazza, in concomitanza di una perquisizione presso il suo domicilio nel corso della quale è stato sequestrato un computer.Vergari, già sentito nel 2009 come testimone a proposito del seppellimento del capo della banda della Magliana, De Pedis nella cripta di Sant’Apollinare, sarà presto convocato in procura per essere interrogato, questa volta nella veste di indagato, dai pm Capaldo Maisto. Pietro Orlandi, fratello di Emanuela, ricorda che suor Dolores, la direttrice della scuola di musica frequentata dalla sorella nel palazzo di Sant’Apollinare, raccomandava alle studentesse di stare alla larga dal rettore della basilica.Nell’inchiesta sulla scomparsa della figlia di un commesso pontificio, un gendarme vaticano è stato sentito in procura come persona informata dei fatti, mentre su una decina di ossa ritrovate a Sant’Apollinare sarà effettuato il test del Dna per compararlo con quelli della Orlandi e di Mirella Gregori, l’altra ragazza scomparsa 29 anni fa a Roma.I resti saranno analizzati a Milano dagli esperti del Labanof, il Laboratorio di antropologia e odontologia forense. Il coinvolgimento di don Vergari apre scenari inquietanti. Osserva Pietro Orlandi: «Emanuela scomparve alla sette di sera. Mai sarebbe salita su una macchina con un sconosciuto. Se l’avessero presa con la forza, a quell’ora in pieno centro qualcuno se ne sarebbe accorto. L’ipotesi della basilica ha un senso. Se a Emanuela qualcuno avesse detto di seguirlo a Sant’Apollinare non si sarebbe insospettita. Un luogo sacro non dovrebbe spaventare nessuno».Dunque potrebbe essere caduta in un tranello teso da qualcuno che era in rapporti con l’allora rettore della basilica. «Che a Sant’Apollinare ci fossero giri strani e gravitasse un pezzo di malavita romana, non solo De Pedis con cui don Vergari era in confidenza, è purtroppo qualcosa di risaputo», precisa Pietro Orlandi: «Le amiche della scuola di musica di Emanuela mi dissero che suor Dolores, la direttrice, non le faceva andare a messa o cantare nel coro a Sant’Apollinare ma preferiva che andassero in altre chiese proprio perché diffidava, aveva una brutta opinione di monsignor Vergari». Per il momento gli indagati restano cinque: don Vergari, Angelo Cassani, Gianfranco Cerboni, Sergio Virtù e Sabrina Minardi

Giacomo Galeazzi per “La Stampa

C’è un interner segreto: 550 volte più grande

Martedì, 10 Aprile 2012

«Follow the Money» (Insegui il denaro) è uno dei princìpi investigativi chiavi di ogni indagine moderna. Non a caso la Gola Profonda dello scandalo Watergate dà questo suggerimento ai giornalisti del «Washington Post» Bob Woodward e Carl Bernstein durante un incontro segreto in un parcheggio della capitale americana. Seguendo i soldi arriveranno fino all’ufficio del Presidente degli Stati Uniti. Da allora, le polizie di tutto il mondo hanno adottato questo precetto. Se non è possibile risalire alla fonte del denaro, la maggior parte dei reati commessi dalla criminalità organizzata non possono essere svelati. Ma ora esiste una valuta virtuale che rende impossibile rintracciare l’identità di chi effettua pagamenti illegali. E le polizie di diversi Paesi temono che la preda stia scappando di mano. Un gruppo della polizia inglese che indaga i reati telematici ha spiegato ai giornalisti di «Channel 4» perché questo sviluppo è particolarmente significativo. Innanzi tutto c’è un Internet pubblico, dominato da Google, Facebook, e Gmail, dove possiamo trovare quasi tutto quello che ci serve, dai giornali, agli orari ferroviari, alle ricette della nonna. Siamo in grado di accedere a questo tesoro di risorse e di informazioni perché i siti sono indicizzati dai motori di ricerca standard, come Google (che controlla più dell’ottanta per cento di questo traffico), Yahoo e Bing. Ed esiste un Internet segreto, cui non si accede attraverso i motori di ricerca convenzionali. Per entrare in questo mondo parallelo bisogna scaricare un programma speciale. Una volta installato questo programma, si può accedere, senza lasciare tracce telematiche, al web «profondo» o «nascosto». Che è molto più grande del web palese.Secondo uno studio del 2001 di Michael Bergman, dell’università di Santa Barbara, in California, i dati presenti nel web nascosto erano nel 2001 dalle 400 alle 550 volte di più di quelli presenti sul web pubblico. Alcuni di questi siti sono innocui, e contengono pagine tecniche o interamente private. Altri sono invece dei grandi bazar dove è possibile compare e vendere di tutto, dai passaporti falsi agli strumenti per clonare carte di credito, droga e materiale pornografico. Uno di questi bazar virtuali è Silk Road. A prima vista, sembra un sito simile a eBay.Ma il sottotitolo recita: anonymous market place. In una schermata descritta in un articolo di Adrian Chen pubblicato sulla rivista Wired, sono elencati dieci tipi diversi di droghe, tra cui marijuana, ecstasy, hashish, droghe psichedeliche e oppiacei. Un altra directory offre «prodotti digitali», e una terza non meglio precisati «servizi». Ma non si può comprare proprio di tutto. Una nota avverte: «Annunci per la vendita di strumenti per commettere omicidi e armi di distruzione di massa non sono permessi su questo sito»! Fino a non molto tempo fa, le polizie postali potevano però contare sul principio «Follow the Money». In molti casi erano proprio i tentativi di pagare che permettevano agli investigatori di rintracciare acquirenti e venditori di merci illegali. In presenza di fondati sospetti, Visa e Paypal aprivano i loro archivi e rivelavano l’intera storia di una transazione sospetta. Ora esiste un modo per sfuggire a questi controlli. Dal 2009, si può usare una valuta virtuale che ha preso piede negli ultimi due anni, i Bitcoins. Slegati da una banca centrale o un governo, i Bitcoins sono generati automaticamente da una serie di computer in rete tra loro. Un sistema di crittografia assicura che il legittimo proprietario sia l’unico ad usare una unità per una sola volta. Ogni anno, la massa valutaria aumenta secondo un algoritmo prestabilito, facendo in modo di evitare spirali inflazionistiche. Ammettiamo dunque che volessi comprare delle pillole di ecstasy. Come procedo? Innanzi tutto cerco sull’Internet pubblico un cambia-valuta di Bitcoins, come ad esempio il sito Intersango (https://intersango.com/ ). Qui posso pagare con la mia normale carta di credito e comprare Bitcoins (un bitcoin costa circa 3 euro e settantaquattro centesimi). Una volta scaricata la valuta virtuale sul mio computer, entro nel web segreto e appare sul mio computer la schermata di Silk Road. Giunto nel bazar virtuale, seleziono le pillole di ecstasy e pago in Bitcoins. Dopo aver ricevuto la merce (di solito per posta), posso anche lasciare sul sito un commento sulla transazione così da far crescere la reputazione del venditore, come avviene su eBay e Amazon. A sua volta, chi viene pagato può facilmente riconvertire i Bitcoins in euro, dollari o sterline. La chiave di questo sistema è la possibilità del tutto legale di cambiare i Bitcoins in denaro. Questa valuta è usata anche per molte transazioni legittime sul web pubblico, e ha il vantaggio di tagliare fuori le banche e i gestori di carte di credito, e quindi azzerare i costi di transazione. All’origine dei Bitcoins vi sono, secondo Wired, gli ideali dell’Agorismo, una filosofia anarco-capitalista che predica l’avvento di una contro-economia dove i mercati sono privi di regole e sfuggono ad ogni forma di tassazione. Il mercato nero è l’ideale degli agoristi poiché libero da ogni interferenza statale. Ispirati dagli scritti di Ayn Rand, gli agoristi hanno anche il loro manifesto, The New Libertarian Manifesto, scritto nel 1980 da Samuel E. Konkin III. Nonostante i timori della polizia inglese, l’economia Bitcoins non supera i 57 milioni di dollari e alcuni errori tecnici (poi corretti) hanno fatto cadere il loro valore nel 2011. La gran parte del denaro criminale passa ancora attraverso le banche, che ripuliscono i narcodollari e i soldi delle nostre mafie, come avvertiva qualche anno fa Antonio Costa, direttore dell’ufficio delle Nazioni Unite per la lotta alla criminalità organizzata. Il pericolo maggiore dei bazar virtuali è l’offerta di materiale pornografico illegale. Transazioni economiche anche modeste si fondano su violenze ed abusi gravissimi. Piuttosto che bandire i Bitcoins o chiudere Silk Road, come vorrebbero due senatori americani, le polizie dovrebbero focalizzare le indagini proprio su quei venditori e cercare la collaborazione degli amministratori dei siti nell’Internet palese e segreto. Ad esempio, il fondatore di Intersango si è detto disposto a collaborare con le autorità per casi specifici. Ancora una volta, la soluzione sembra essere «Follow the Money».Federico Varese per “La Stampa

Di Pietro, di morti sulla coscienza se ne intende… (by Jena)

Giovedì, 5 Aprile 2012

Quando dice che Monti ha i suicidi sulla coscienza, Di Pietro sa di cosa parla: approfondì la materia durante Tangentopoli. jena la stampa

Le orge di Martin Luther King e la Kennedy

Martedì, 13 Settembre 2011

Pianse, tenendosi la testa fra le mani, quando seppe che lo sbarco alla Baia dei Porci di Cuba era fallito. Recitava le preghiere inginocchiato davanti al letto, come un bambino, ma solo per qualche secondo. Metteva il pigiama per fare la pennichella di 45 minuti che si concedeva ogni giorno dopo pranzo. Voleva cacciare il potentissimo capo dell’Fbi Edgar Hoover e sbarrare la strada della Casa Bianca al suo vice, Lyndon Johnson.Si chiedeva se la morte violenta avesse fatto di Lincoln un presidente più popolare. E poi aveva una giovane moglie, Jacqueline, dotata della lingua più appuntita di Washington, che non sopportava Martin Luther King, accusato dall’Fbi di organizzare orge nel suo albergo poco prima del discorso «I have a dream».Pensavamo di sapere tutto di John Fitzgerald Kennedy, un mito così abusato da sembrare quasi un parente. Dovremo cambiare idea proprio a causa della lingua impertinente di Jackie, che tornerà a parlare stasera. La televisione Abc, infatti, manderà in onda gli estratti di otto ore e mezza di conversazioni che la ex first lady fece con lo storico Arthur Schlesinger pochi mesi dopo l’uccisione del marito a Dallas.Tutto raccolto in un libro che verrà pubblicato domani. È la storia di Camelot che Jacqueline aveva registrato per i posteri, rimasta segreta. Nel cinquantesimo anniversario della presidenza, la figlia Caroline ha deciso di pubblicarla, per sfatare anche i miti su di lei.È un racconto molto intimo, candido e personale, fatto da una giovane vedova di 34 anni che cerca di ritrovare la sua vita. Spesso in sottofondo si sentono le voci dei figli John e Caroline che giocano. Ad un certo punto il più piccolo, che allora aveva tre anni, si avvicina e viene intervistato anche lui da Schlesinger: «Cosa è successo a tuo padre?». «E’ andato in cielo». «E cosa ricordi di lui?». «Nulla».La parte politica delle rivelazioni è sorprendente. Kennedy aveva pianto davanti a lei nella camera da letto della Casa Bianca, dopo il fallimento della Baia dei Porci. Quando i sovietici avevano cominciato ad installare i missili a Cuba, aveva chiesto a Jackie di tornare a Washington dalla casa di campagna in Virginia. Lei l’aveva implorato di non mandarla da qualche parte a nascondersi con i bambini: «Se succede qualcosa, voglio morire con te. E anche i bambini».Kennedy era scettico sull’intervento in Vietnam e col fratello Robert voleva deragliare Johnson: «Ti immagini cosa succederebbe al paese, se Lyndon diventasse presidente?». Aveva qualche dubbio anche su Roosevelt: «Chiamarlo ciarlatano sarebbe ingiusto, ma ha fatto un sacco di cose discutibili». Aveva deciso di cacciare il capo dell’Fbi Hoover e voleva lanciare la campagna di rielezione nel 1964 con un viaggio storico nell’Urss. Temeva per la sua vita, e una volta aveva chiesto allo storico David Donald: «Lincoln sarebbe stato così grande, se non fosse morto?».Jacqueline dice che prendeva le sue opinioni da lui e le donne «non dovrebbero fare politica», idea poi cambiata. Ma ci aggiunge di suo: Martin Luther King era un «falso», perché l’Fbi lo aveva intercettato mentre organizzava incontri adulteri con donne; Charles De Gaulle era un «egocentrico»; Indira Gandhi «una donna orribile»; Churchill ormai un rimbambito; e la moglie di Johnson, Lady Bird, «un cagnolino ammaestrato».Spiega che le donne liberal preferiscono Adlai Stevenson a suo marito perché «hanno paura del sesso», e con un sussurro scivola anche nel pettegolezzo: «Non mi sorprenderebbe se Clare Boothe Luce (ex ambasciatrice Usa in Italia) e la cognata del presidente del Sud Vietnam fossero lesbiche». A Washington si fidava solo di Bob Kennedy, il ministro della Difesa McNamara e il consigliere Bundy, mentre «l’uomo più affascinante con cui ho parlato è André Malraux».Discuteva col marito anche il comportamento degli ambasciatori, demolendo ad esempio l’inviato in Pakistan McConaughy, e ricordava un imbarazzante incontro col dittatore indonesiano Sukarno, molto orgoglioso della sua collezione di dipinti erotici.
Era lui che le inculcava le opinioni, o il contrario?Anche gli aspetti privati si mescolano alla narrazione, inclusi i tremendi mal di schiena. Jackie descrive il suo matrimonio come «terribilmente vittoriano o asiatico», ma professa devozione assoluta per Jack. Rivela che lui pregava come un bambino, forse per superstizione, e quando era a Palm Beach andava a confessarsi in incognito. Ricorda che la sera dell’inauguration era distrutta, e andò al ballo solo grazie ad una pasticca di Dexadrine.Non parla di Dallas, a parte la campagna di odio sui giornali contro il marito, «che ha contribuito ad ucciderlo». Rammenta Camelot come il periodo più bello della sua vita, condiviso però con un uomo che aveva un lato malinconico: «Quando gli domandavo cosa volesse di più dalla vita, rispondeva che rimpiangeva di non essersi divertito abbastanza. Mi addolora soprattutto questo, che i suoi anni migliori fossero quelli che non ha vissuto». Paolo Mastrolilli per “la Stampa

La politica, una questione personale

Venerdì, 15 Aprile 2011

Il presidente del Consiglio che riunisce i capigruppo di maggioranza e fissa il calendario dei prossimi impegni di governo aggiungendo – al processo breve appena messo in cassaforte – la legge sulle intercettazioni e la riforma della magistratura, è in fondo l’immagine di quella che è ormai diventata la politica italiana: una questione personale. E l’immagine è tanto più sconfortante per il Paese se si considera che più nessuno si stupisce di questa privatizzazione della vita pubblica. Ormai siamo tutti abituati, assuefatti, rassegnati. Che cos’è infatti diventata la politica italiana se non una battaglia pro o contro una sola persona, Silvio Berlusconi?Tutto ruota attorno a lui. L’attività del governo e quella del Parlamento, le inchieste più importanti della magistratura, le manifestazioni di piazza e le battaglie dei giornali, le diatribe interne ai partiti.Perfino la nostra tradizionale religione popolare, il calcio, ne è condizionata: ci si chiede quanti punti di gradimento valga uno scudetto, e quanti l’acquisto di Cristiano Ronaldo. Lui, lui, sempre e solo lui: in Italia non si parla d’altro e non ci si divide che sulla persona di Berlusconi.Chi lo ama è pronto a difenderlo qualunque cosa faccia: dice che i processi sono montature delle toghe rosse, e se per caso si imbatte in una prova provata di colpevolezza, replica che così fan tutti, che c’è di male. Chi lo detesta lo ritiene responsabile di ogni male, a volte fino a rendersi grottesco. Nel film «La bellezza del somaro» di Sergio Castellitto c’è un tale che inveisce contro Berlusconi perché il distributore automatico delle bibite s’è inceppato. «Che c’entra Berlusconi?», gli domanda Laura Morante. «Berlusconi c’entra sempre», le viene risposto.Mai nell’ Italia repubblicana una sola persona aveva così tanto occupato la scena, e così tanto monopolizzato la politica. Oggi la lotta è solo su una persona.Ecco perché diciamo che ieri, quando Berlusconi ha riunito i capigruppo a Palazzo Grazioli, nessuno deve avere avuto un sobbalzo nel prendere atto che l’agenda del governo coincide con un’agenda personale. Sono mesi che le Camere non si occupano che delle faccende personali del premier. Così è parso normale che il presidente del Consiglio, con tutti i guai che ha l’Italia e con tutti i disastri che accadono ai nostri confini, abbia chiesto ai capigruppo una full immersion sui fatti propri: le intercettazioni telefoniche, il depotenziamento dei pubblici ministeri, la possibilità di punire i giudici.«Abbiamo i numeri», pare abbia ripetuto il premier, ed è il ritornello tante volte sbandierato negli ultimi mesi. Sì, nonostante crisi e defezioni, il governo ha ancora i numeri. Ma per cosa li utilizza? Per portare a termine un programma? Per raccogliere il grido di aiuto lanciato da imprese e lavoratori? Per mantenere finalmente le vecchie promesse, meno tasse e Stato più leggero? Sarebbero le cose di cui il Paese ha bisogno, ma una politica ossessionata da una questione privata fa sì che i numeri servano, appunto, per risolvere una questione privata.Nonostante la maggioranza tenga, nonostante la rotta dei suoi oppositori, Berlusconi non dà comunque, di sé e del suo governo, un’immagine vincente. Il Berlusconi di questi tempi non c’entra nulla con l’uomo che regalava un sogno agli italiani. Quel che si respira è piuttosto un clima cupo, rabbioso, di vendette e di rese dei conti. Diremmo un clima da ultimi giorni dell’impero, se non sapessimo che già tante volte si è sbagliato nel sottovalutare la vitalità di Berlusconi. Non saranno dunque gli ultimi giorni di governo di quest’uomo e della sua corte. Ma l’atmosfera crepuscolare c’è tutta, fosse anche il crepuscolo non di un leader, ma di un Paese tenuto in ostaggio da uno psicodramma. m.brambilla lastampa

La flotta islamica che sbarca. Un cavallo di Troia?

Mercoledì, 6 Aprile 2011

itstud13Sulla Stampa di ieri uno scrittore, poeta e pensatore dalle forti venature pessimistiche, una delle figure più riverite nel panorama culturale italiano come Guido Ceronetti ha squarciato con un colpo di sciabola, con “un’opinione-pirata”, il velo dell’ipocrisia umanitarista, che avvolge il dibattito – se dibattito si può definire, sull’ondata di profughi e clandestini dal nord Africa che sta raggiungendo l’Italia. Gettando un allarme. Ceronetti in “Dal mare il pericolo senza nome”, scrive: “Non ho prove provabili, ma ho il senso del pericolo, in comune con tutti gli animali. Uno di questi è la talpa di un celebre racconto di Kafka. ‘Si crede di essere in casa propria, in realtà si è nella loro’. (…) Un elementare senso del pericolo (territoriale, identitario, genericamente nazionale, e in questo caso anche religioso) dovrebbe suggerire la semplice idea che, quando gli sbarchi sulle coste italiane diventano di migliaia, si pone un problema di difesa militare”. Invece, per Ceronetti è “strano”, “che si invochino aiuti e scatti di alleanze per prenderne sempre di più, per predisporre modi di accoglienza e non per stabilire e proteggere – umanamente ma fermamente – un confine militarmente invarcabile. (…) Non si danno vuoti disoccupati, né occupazioni innocenti o neutre. Gli stessi Stati Uniti temono e sempre più, inesorabilmente, temeranno, l’occupazione ispanica, che ha messo l’Arizona (immensa Lampedusa) in legittima fibrillazione”.Eppure, prosegue Ceronetti, “un senso di inconscio risveglio dell’istinto difensivo mi pare di leggerlo in questa perdurante spontanea esposizione del tricolore. C’è come un grido silenzioso dell’anima profonda. Queste bandiere non celebrano un passato, ma sono talpa che non vuole diventare casa loro e grida aiuto”. Ceronetti coltiva il sospetto che la “flotta da sbarco squisitamente islamica” che sta arrivando ondata dopo ondata, per spandersi in tutta la penisola, “sia stata pianificata, per l’occasione prevista della rivolta tunisina”. Che i sommovimenti politici e sociali che stanno squotendo il nord Africa e il medio oriente, quelli che la vulgata e l’opinione pubblica hanno prontamente etichettato come la “primavera araba”, siano qualcosa di più diverso e meno promettente. Ad esempio perché “hanno schiodato Israele dal suo ruolo fisso di centro di una ‘questione mediorientale’ stanca di essere diventata uno sgangherato luogo comune”. Un’invasione, “pianificata: non si sa da chi”, ma “il mio non è che un sospetto fondato”.Fondato su alcune evidenze, che lo scrittore non nasconde: “Il popolo che sbarca è di uomini validi, tra i diciotto e i quaranta, che pagano un esoso biglietto. (…) In qualità di profughi da guerre, lo scenario di guerra è da trovare. Le folle di veri profughi le conosciamo: prevalgono le donne e i bambini, ci sono immagini strazianti di vecchi che si trascinano… Qui l’anomalia è sbadigliante: di vecchi neanche l’ombra, e di aneliti a trovare lavoro non ce n’è spreco. Allora, c’è un plausibile scopo? Portare scompiglio politico e sociale in una Italia afflitta da sgoverno cronico? Saldarsi ad una comunità religiosa islamica preesistente già forte di voce, e da tempo? Azione in vista di un sogno, che potrebbe prendere corpo, di califfato europeo in cui l’europeo autoctono diventerebbe dhimmi (cristiano o ebreo tollerato, pagante tassa)?”.“Puoi pensarle tutte. La verità, nelle predicazioni unanimemente buoniste, è certamente impossibile trovarla”. Per nulla consolante, per lo scrittore, è “la soluzione del governo, dominato dai vantoni celoduristi della Lega, e promossa dal loro stesso ministro dell’Interno, è sconcertante: lo sparpagliamento lungo tutta la penisola della promettente piena umana in arrivo mediante una flotta di mezzi navali”. Infine chiude, da sublime Cassandra, evocando “un paragone classicissimo”: “La faccenda del cavallo di legno che sorprese l’eccessiva credulità dei poveri Troiani, che per metterselo in casa avevano addirittura squarciato le mura. Difficile, più che mai, capire; ma intelligere è essenziale. E una volta compreso prendere decisioni giuste è difficilissimo. Volerle giuste e umane, e insieme battere un nemico oscuro, un’armata disarmata, che ha per unica micidiale arma il numero, è una canzone di gesta”. ilfoglio.it

I nostri ministri sono manovrati dagli Americani (by Berlusconi)

Venerdì, 25 Marzo 2011

Non ho niente da dire». Berlusconi attraversa a passo spedito la hall del Conrad. Evita i giornalisti italiani che, almeno questa volta, non vogliono chiedergli di cucina politica nostrana, del rimpasto di governo, ma di Libia, del «povero Gheddafi da salvare», di una nostra possibile mediazione, del «saccente Sarkozy», dei nostri interessi petroliferi.E invece lui si nega (vedremo se oggi farà una conferenza stampa al termine del vertice europeo).Si nega per il momento perché sa che potrebbe dire quello che non può dire in pubblico e cioè di essere «angosciato», di essere stato trascinato in questa avventura libica. A trascinarlo «obtorto collo» sarebbero stati Franco Frattini, Gianni Letta e Ignazio La Russa. Con l’autorevole sponda del presidente della Repubblica Napolitano.Il kingmaker, a suo giudizio, sarebbe innanzitutto il ministro degli Esteri, in presa diretta con l’Amministrazione americana e il Segretario di Stato Hillary Clinton, la quale non perde occasione per elogiare la politica estera italiana (la Farnesina) in questa circostanza. Gli stessi elogi che ieri ha scritto il capo dello Stato in una lettera. «Cosa del tutto inusuale – osservano sospettosi a Palazzo Grazioli – visto che di solito Napolitano prende carta e penna per bacchettare il governo…».Alle cinque del pomeriggio Berlusconi, che in mattinata aveva dato forfait alla riunione del Ppe («per studiare i dossier europei», spiegano i suoi collaboratori), s’infila in macchina e di fronte alle telecamere nemmeno un sorrisino. Via verso Justus Lipsius, il palazzo dove lo attendono i colleghi europei, anche il «Napoleone dell’Eliseo». E qui lo raggiunge la buona notizia dell’accordo di affidare il completo controllo delle operazioni militari alla Nato. Adesso il Cavaliere ha tutte le ragioni per vendersi questa decisione come una sua vittoria (in effetti è sempre stata la linea di Roma).Buone notizie anche da Parigi dove il presidente dell’Unione africana, Jean Ping, fa sapere che oggi al vertice di Addis Abeba ci saranno pure esponenti degli insorti libici e del regime. Un flebile spiraglio di una possibile mediazione con Gheddafi per arrivare al cessate il fuoco e convincere il raiss a passare la mano. Ma è lo stesso Berlusconi a non crederci molto. È convinto che il suo vecchio amico del deserto non mollerà mai e poi mai «e prima di arrendersi farà una carneficina».Eppure, ancora oggi alcuni contatti con Tripoli sono in piedi e passano attraverso quadri intermedi della nostra diplomazia. L’unica vera finestra di mediazione c’è stata la notte in cui è stata votata la risoluzione dell’Onu. Anche la mattina successiva c’era ancora una chance se si fosse messa in moto una forte azione diplomatica. Ma quell’occasione si è persa. E il Cavaliere è «angosciato».Dice di non conoscere i leader dei ribelli, anzi alcuni li conosce bene e sono persone che fino all’altro ieri stavano con il Colonnello. E non gli sembrano quindi stinchi di santo, amanti della democrazia e della libertà. Quindi «non è il caso di avere facili entusiasmi», perché in quel governo di insorti non tutte le componenti sono il nuovo. Il riferimento è a figure come Mustafa Abdel Jalil (presidente del Consiglio nazionale di transizione libico ed ex ministro della Giustizia con Gheddafi) e ad Addel Fatah Yunis (ex ministro dell’Interno).«E poi – ragiona Berlusconi – è mai possibile che il nostro interesse è portare democrazia e libertà sempre nei Paesi dove c’è il petrolio? Allora se dovessimo seguire questo criterio dovremmo dichiarare guerra a mezzo Medio Oriente…». Insomma, il premier si sente trascinato dentro una missione che non riesce a sentire propria, che non corrisponde a una vera finalità di pace, ma è solo legata a interessi economici e di egemonia politica nel Mediterraneo.Angosciato per quello che potrà accadere a Gheddafi per il quale teme una fine come quella che è toccata a Saddam Hussein. Sembra che l’altra sera a palazzo Grazioli con i parlamentari Responsabili abbia sfogliato l’album delle fotografie con il raiss. Tempi d’oro, costellati di accordi che hanno fermato gli sbarchi di immigrati sulle nostre coste. E ora quella sua opera d’arte politica viene frantumata dalle bombe. Angosciato e deluso dal suo amico della tenda nel deserto che si ostina a non ascoltarlo.Ora i contatti diretti si sono interrotti da tempo e Berlusconi è vincolato da una parte del suo governo e da un voto. Frattini e La Russa gli ripetono che l’Italia aveva di fronte una strada obbligati. «Ma come possiamo fidarci di quelli di Bengasi?», è la sua domanda fissa. E il Capo della Farnesina, che ha ottimi rapporti con il presidente del governo provvisorio Jabril, lo rassicura. «Te li farò conoscere, vedrai che potremo fidarci».Qui a Bruxelles deve mettere da parte questi dubbi e angosce e fare in modo che l’Europa accetti di fare uno sforzo sul fronte immigrazione. I Paesi dell’Ue devono accettare di contribuire agli sforzi economici per la gestione dei migranti e dei profughi. E dividerseli, perché l’Italia non può essere invasa e sopportare gli effetti di quello che sta accadendo nel Maghreb. Il premier si aspetta ben poco: al di là delle dichiarazioni di intenti e qualche «spicciolo», difficilmente i Ventisette decideranno misure concrete per alleggerire la pressione sul nostro Paese.Amedeo La Mattina per “La Stampa

Picchiare l’amante o moglie è lo stesso

Venerdì, 4 Marzo 2011

Anche se ad essere picchiata è l’amante anzichè la moglie, il reato è di maltrattamenti in famiglia: lo ha deciso la Cassazione (7929/11), perchè conta la stabilità della relazione. Perchè ci sia il reato basta che il violento abbia una relazione stabile con la persona oggetto delle vessazioni. Una relazione assimilabile alla consuetudine e alla comunità familiari comporta di fatto obblighi di assistenza e solidarietà come in una famiglia legalmente formata. La custodia cautelare per l’uomo violento è dunque stata confermata. lastampa.it

“Vaticano censura Ruby”

Venerdì, 21 Gennaio 2011

E’ il titolo di oggi del quotidiano romano da strada “Leggo”. Incredibile, pura disinformazia in stile sovietico. temis

“Lo stronzo non mi ha portato nella sua stanza”

Mercoledì, 19 Gennaio 2011

“Amoooo’”. Si chiamano tutte così: «amore, amo’, amo». «Amore, mi ha detto Maryisthell che il nostro amico domenica sera fa la cena a casa sua e vuole che noi coloradine andiamo a fargli vedere uno stacchetto… cosa devo dirgli, che vado??? Tvtttb!». «Ok tesorino, digli tutto ok». “Amo’”: amore a metà. Tra la voglia di soldi e quella di fregarlo. «Amo’, ti ho detto di dormire con me, una da cinque (mila, ndr) divisa in due». La “bunga” vita delle ragazze di via Olgettina passa tra studi estetici, studi di posa e studio del “nemico”;. «A una cert’ora ce ne siamo andate via tutte. E’ rimasta… c’era la Fico, Raffaella Fico» «Eh, te pareva!» «Non puoi capire, non puoi capire che cacchio fa quella… Proprio si sbatte, cioè stessi atteggiamenti di Pasqualina, proprio uguale, proprio… sono due napoletane di m…». Una concorrenza spietata, alla corte pettegolissima e ruffiana di “Papi”. Che tutte bramano, fingono di adorare, ma poi disprezzano: «Perché si sono fermate un sacco di donne… E lo stronzo non mi ha portato nella sua stanza». L’allarme è massimo quando “Papi”, per un po’ sceglie una favorita: «Secondo me ha perso la testa di brutto», si dicono Nicole Minetti e Barbara Faggioli, due “veterane” di Arcore, commentando l’ultima sbandata del “capo”; per Roberta, la miss torinese: «Eh va beh, ma io non l’ho mai visto andare in Sardegna con una sola… praticamente due settimane che sono insieme, mattino, pomeriggio e sera… Ieri ha detto che sono fidanzati». E’ un circo variegato quello di Arcore, che non risparmia nessuno, nemmeno «la valchiria bionda», come viene chiamata la fidanzata del “Trota”, ovvero il Renzo Bossi. «Allucinante», è una delle parole più frequenti: «Allucinante, ci vanno tutte, dalla cubana alla venezuelana, un puttanaio». Allucinata è T. M., la giovane studentessa della Bocconi che Nicole Minetti porta a una serata hard e che confiderà all’amica di essersene andata «disgustata». «Di più: se non ci sei stata non puoi capire». Eppure l’onnipresente Minetti l’aveva avvertita: «Giurami che non ti prende male nel senso che ne vedi di ogni, cioè ti fai i cazzi tuoi e io mi faccio i cazzi miei per l’amor del cielo, però ne vedi di ogni… cioè nel senso, la disperacion più totale, cioè capirai c’è gente per cui è l’occasione della vita quindi ne vedi di ogni. Fidati di me punta su: A) il francese che lui sbrocca… e digli della seconda laurea, digli che sei stata alla Sorbona che anche lui c’è stato e si esalta di brutto…». Senilità. Sabina Amato invece si eccita per la presenza, una sera di Carlo Rossella: «Pensa c’era anche Rossella, dice che ho un viso davvero interessante per il cinema…»» Perfino Emilio Fede, che organizza spesso le serate con Lele Mora, lo trova “allucinante”: «Che brutto gruppo quello di Marystelle, gente pericolosa. Io gli dico: “devi informarti prima, almeno”». Iman gli da ragione: «Gente di cui non sai niente, pensa se viene fuori? Come si fa a stare con delle persone che non sai chi sono?» E già: come si fa? Emilio poi, parla male di tutte, a turno. Marystelle è agitata, chiama Nicole: «Praticamente Emilio l’aveva detto a Papi… non mi fido di Marystelle… Io comunque, lui sa che non sono cretina». Minetti: «Amo’, no, ma tu devi stare tranquilla, figurati sbattitene il cazzo!». Ma “allucinante”; è soprattutto il fatto che le ragazze, dopo le nottate folli di Arcore, chiamano i fidanzati, le mamme, le sorelle, per informare del guadagno: «Iris ha avuto 6,5, ok?», scrive Imma De Vito alla sorella. Iris Berardi invece racconta al suo uomo della lettera scritta a Berlusconi: «Amore, inizio questa lettera ringraziandoti di cuore per avermi cambiato la vita, sei una persona buonissima, veramente unica però ho un forte bisogno di lavoro… mi rivolgo a te capendo perfettamente che siamo in tante e abbiamo tutte delle esigenze…». Poi chiama sua madre: «Tra un po’ dovevo mettermi a piangere per avere quello che ho avuto». La madre: «Cosa ti ha dato? Cinque?». Iris: «Sette». Iris è il paradigma della mentalità delle “arcorine”: «Che palle, che palle! Ho bisogno veramente… cioè non è che ho bisogno veramente perché alla fine, voglio dire, c’ho comunque 19 anni, non è che muoio se non ho una casa di proprietà adesso, un lavoro. Però ci voglio pensare, cavolo! Se non mi aiuta lui, chi mi aiuta?». Ma non è l’unica: cosa dire della Minetti e di Marysthelle che tramano per tenersi la caparra degli appartamenti di via Olgettina versata dalle altre amiche? «Diciamo a Papi che ce la teniamo noi, tanto…» Diventano tutte spietate in vista del compleanno di “Papi”. Le sorelline De Vivo riassumono così: «Vai pure, amore. L’ho visto un po’ out… L’ho visto un po’ ingrassato, capito? Imbruttito, capito? Che di solito lui sta più in forma, fino all’anno scorso stava più in forma, adesso sta proprio più in là che di qua». Eleonora: «Eh lo so, ma appunto per questo è diventato pure brutto, deve solo sganciare…» Imma: «Deve solo sganciare, brava…». Iris: «Speriamo che per il compleanno sia generoso, io non gli regalo un cazzo…» Eleonora: «Nemmeno io, dopo l’ultima volta…». Povero Silvio.  Paolo Colonnello per “La Stampa