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Siamo uno Stato di mercato?

Sabato, 13 Aprile 2013

La liberalizzazione del mercato del lavoro è stata una delle grandi scommesse del governo tecnico, presieduto da Mario Monti. E’ presto per dire se si sia trattato di una scommessa vincente. Quello, però, che stupisce è come il dibattito, che ha sollevato, abbia stentato ad andare oltre la dimensione economica. Le ore che quotidianamente dedichiamo all’attività, fisica o mentale, che ci consente di vivere assorbono gran parte della nostra giornata e, certamente, sono in grado di condizionarla, nel bene o nel male. E’, pertanto, vana finzione continuare a identificare il lavoro con il mero facere. Il lavoro segna l’esistenza: determina il contesto in cui viviamo, qualifica (quantomeno pubblicamente) la nostra identità, incide sullo sviluppo della personalità. Il lavoro è una sineddoche, che sta per la vita. E’ significativo che l’art. 1 della Costituzione reciti che l’Italia è una “Repubblica democratica fondata sul lavoro”. E, pertanto, singolare che si possa parlare di “mercato del lavoro”, quasi fosse una merce come tutte le altre. Quando si parla di liberalizzazione del mercato del lavoro l’attenzione viene attratta dal primo termine della locuzione. Grazie alle suggestioni che il valore della libertà evoca, rimane sottotraccia la seconda parte dell’espressione che, invece, svela e rileva la prospettiva e l’effettiva portata della liberalizzazione. Quest’ultima non realizza uno spazio vuoto di diritto nel quale si espande un sessantottino spirito di libertà, ma piuttosto la sostituzione di un regime con un altro. Rendere libero il mercato del lavoro significa liberare le regole del mercato dai vincoli che ne hanno condizionato o compresso il funzionamento. L’espansione di dette regole avrà anche giustificazione sul piano economico, ma è certamente rivoluzionaria su quello culturale. Le regole di mercato vogliono che sia il prezzo, al quale si chiude l’accordo, a segnare il valore della merce e non quest’ultimo quello. Il lavoro cessa, pertanto, di avere e di essere, di per sé, un valore. Lo viene, piuttosto, ad assumere solo nella misura della sua commerciabilità. Secondo l’ordine del mercato, il giusto salario non è quello corrispondente alla quantità di lavoro prestato, secondo l’insegnamento degli antichi liberali. Né quello che, secondo la dottrina sociale della Chiesa, corrisponde al bisogno del lavoratore, misurato dalla legge morale. Secondo l’ordine di mercato, il giusto salario è quello del prezzo risultante dall’incontro tra domanda e offerta: anche se non è in grado di dar conto della quantità dell’impegno; anche se non è in grado di soddisfare le esigenze vitali del lavoratore. Ma se il lavoro ha cessato di avere un valore autonomo, di valere di per sé, c’è da chiedersi come o in che termini possa continuare a fondare l’assetto istituzionale, secondo quanto proclamato dall’art. 1 della Costituzione. Solo una persistente cecità o una volontà dissimulatrice può portare a negare che il suo posto sia stato assunto – anche sotto la spinta degli apparati comunitari – dal mercato. Il mercato non è più uno tra gli ordini nei quali si articola la comunità: è divenuto sovrano, piegando o dominando principi, valori e interessi che avevano trovato riconoscimento e tutela nella Costituzione del 1948. La Carta non è mutata nella lettera ma nello spirito: anche le più alte cariche istituzionali non esitano a condizionare al giudizio del Mercato -  nuova ipostasi stirneriana del XXI secolo – le scelte circa gli uomini e le azioni per le politiche di governo. Non è, forse, troppo avventuroso ritenere che siamo ad un punto di svolta. Dopo la “società di mercato” – a cui Karl Polany aveva dedicato un affresco attuale più che mai – sembra profilarsi il tempo dello “Stato di mercato”, ossia dello Stato nel quale le regole del diritto tendono sempre più a risolversi in quelle del mercato e nel quale, conseguentemente, le forze del mercato assurgono a protagonisti della scena politica. Si tratta di un mutamento che (attualmente) opera sul piano della realtà effettuale ma che, prima o poi, dovrà accettare di sottoporsi ad pubblico dibattito, pena l’implosione del sistema democratico. a.m.leozappa formiche

La Chiesa non può non fare politica (by Nitoglia)

Domenica, 23 Settembre 2012

«È tutto un mondo che occorre rifare, sin dalle fondamenta, trasformandolo da selvatico in umano e da umano in divino, cioè secondo il Cuore di Dio» (Pio XII, 10 febbraio 1952). «Se Dio non esiste, tutto è permesso. Nulla è più proibito, non c’è più limite, non c’è nulla che non si possa tentare, che non si debba tentare perché se tutto ciò che è stato vero un tempo lo è stato partendo dall’ipotesi che Dio esisteva, ora che Dio non esiste, nulla di ciò che era vero allora è adesso vero, nulla di ciò che era bene è bene; dobbiamo ricreare tutto. Ma, prima di ricreare, bisogna cominciare col distruggere (…), il migliore augurio che si possa fare all’uomo moderno è di rientrare nell’ordine naturale che è quello della creazione divina» (E. Gilson).

Luomo è un «animale politico»«La legge, per essere vera e buona, non solo deve essere promulgata dall’autorità (‘Auctoritas facit legem’), ma deve essere conforme alla ragionevolezza e al bene (‘Veritas facit legem’)» (R. Pizzorni).

Introduzione- Il libretto «Sovversione & Restaurazione» (Milano, Edizioni Centro Studio Jeanne d’Arc, 2012) è un manuale di base per la formazione del militante, che oggi si trova a dover combattere contro la Sovversione e per la Restaurazione.

- La «Sovversione» è il ribaltamento, il rovesciamento e lo sconvolgimento dell’ordine individuale, familiare e sociale. La «Restaurazione» è il riportare l’ordine perduto e quindi consiste nel ripristinare l’ordine individuale, familiare e sociale. Per poter restaurare l’ordine nella Società civile occorre prima averlo in sé («nessuno dà quel che non ha»), poi nella famiglia e infine lo si può portare nello Stato, che è un insieme di famiglie unite al fine di conseguire il benessere comune temporale subordinatamente a quello spirituale. L’ordine è la sottomissione dell’anima a Dio e la padronanza dell’anima sul corpo ed i suoi istinti. La «Sovversione» è lo scardinamento di quest’ordine. La vita spirituale consiste nel ristabilire quest’ordine nell’animo del singolo uomo; la vita politica consiste nel riportarlo nella Società civile. Per cui l’uomo non deve e non può fermarsi alla sola vita spirituale individuale, non può non fare politica, essendo per natura e quindi per volontà di Dio un animale sociale e politico. Il liberalismo e il cattolicesimo-liberale vorrebbero rinchiudere la religione in sagrestia e farne una questione puramente individuale e così anche alcuni sacerdoti falsi mistici o pseudo-spiritualisti, disincarnati e modernizzanti. La dottrina cattolica, invece, parla di Regno sociale di Gesù Cristo e non di solo Regno individuale.

- La «Sovversione» è nata col peccato di Adamo, ma, a partire dalla Cristianità, ossia dall’epoca in cui lo spirito del Vangelo informava le leggi della Società, essa ha conosciuto varie tappe: l’Umanesimo e il Rinascimento (1400-1500), che hanno cercato di rimpiazzare il Vangelo con la Cabala o l’esoterismo ebraico a livello delle élite intellettuali o Accademie culturali; poi è venuto il Protestantesimo (1517), che ha immesso il soggettivismo e il relativismo nella Religione rendendola una pura esperienza soggettiva e sentimentale, essenzialmente antigerarchica e sovvertitrice dell’ordine voluto da Gesù quando ha fondato la Sua Chiesa su una persona che è il Papa, il quale è in terra il Re del Corpo Mistico; infine è venuta la Rivoluzione francese (1789), che ha portato il disordine nella Società, nella scienza e nell’azione Politica. Il Comunismo (1917) ha peggiorato il disordine della Rivoluzione francese – cercando di distruggere la proprietà privata, la famiglia e la religione – ed ha conosciuto il suo vertice con il 1968 sposando il freudismo, che ha portato il disordine in interiore homine eccitando al parossismo il fomite del peccato con le tre Concupiscenze e i sette Vizi capitali, rendendo così l’uomo un animale selvaggio ed impulsivo. Oggi ci troviamo nell’ultima fase della Sovversione, il Mondialismo, che a partire dall’11 settembre 2011 cerca di impadronirsi del mondo intero e di edificare un unico Tempio e una sola Repubblica universale per rendere schiava la quasi totalità dell’umanità sotto il giogo di Israele e dell’America, i due Stati dominati dai principali agenti della Sovversione: il giudaismo e la massoneria.

- Come non è corretto ridurre alla sola massoneria l’agente principale della «Sovversione» tralasciando il giudaismo post-biblico, che ha perseguitato Gesù, gli Apostoli e i primi cristiani, è del pari inesatto ridurre i motori della Sovversione personale a due soltanto: «orgoglio e sensualità», mentre la Sacra Scrittura ci parla anche di un terzo motore: l’avarizia e la vana curiosità, che è l’attaccamento disordinato ai beni terreni e il frivolo desiderio di sapere ciò che avviene nel mondo («Concupiscenza degli occhi»). «L’a-Giudaismo» e «l’a-Avarizia» (alfa privativo) sono le due deficienze del libro «Rivoluzione e Controrivoluzione» di Plinio Correa D’oliveira (San Paolo del Brasile, 1949) cui ho cercato di porre rimedio in «Sovversione & Restaurazione».

- Secondo la dottrina cattolica (definita «di Fede divina» ed infallibilmente dal Concilio di Trento, sessione 5, DB 788, 792 e 815 ss.) il Peccato originale di Adamo ha lasciato nell’uomo la privazione della Grazia santificante, l’offuscamento dello spirito e lo sconvolgimento dell’armonia del suo essere, facendogli sperimentare la ribellione dei sensi allo spirito e l’insubordinazione dello spirito a Dio (confronta S. Th., II-II, qq. 164-165). Il Fomite del peccato o l’inclinazione disordinata al male non è invincibile e peccaminosa in sé; lo diviene solo se la libera volontà umana la fa passare dalla potenza all’atto del peccato. In breve la concupiscenza non è peccato, ma inclina ad esso (confronta Concilio di Trento, DB 792; S. Th., I-II, q. 82, a. 2). Le Concupiscenze sono tre secondo la Rivelazione (1a Jo., II, 16): «Tutto ciò che è nel mondo, la Concupiscenza della carne, la Concupiscenza degli occhi e la Superbia della vita, non viene dal Padre».

- La «Concupiscenza degli occhi» tende a fare delle ricchezze e delle vanità di questa vita il Fine ultimo. La triplice Concupiscenza è la fonte del male e della sovversione personale; da essa hanno origine i sette Vizi capitali, cattive tendenze che ci spingono al peccato attuale e sono «capo» o fonte di innumerevoli disordini. Se dalla Concupiscenza della Superbia nascono tre Vizi capitali (orgoglio, invidia e collera) e dalla Concupiscenza della Sensualità nascono altri tre Vizi capitali (lussuria, golosità e pigrizia), non bisogna dimenticare che dalla Concupiscenza degli Occhi (avarizia e curiosità) nasce l’attaccamento disordinato a questa vita come se fosse quella eterna (S. Th., I-II, q. 84, aa. 3-4; De Malo, q. 8, a. 1): essa tende a farci scambiare il mezzo per il fine (S. Th., II-II, q. 118; De Malo, q. 113), è una specie d’idolatria, è «il culto del vitello d’oro; non si vive più che per il denaro. Non si dà nulla o quasi nulla ai poveri e alle opere buone: capitalizzare, ecco lo scopo supremo a cui incessantemente si mira. (…). La civiltà moderna ha sviluppato una forma parossistica dell’amore insaziabile delle ricchezze, la plutocrazia, per acquistare quell’autorità dominatrice che viene dalle ricchezze, onde comanda ai Sovrani, ai Governi e ai popoli. Questa signoria dell’oro degenera spesso in intollerabile tirannia» (A. Tanquerey, Compendio di Teologia Ascetica e Mistica, Roma-Parigi, Desclée, 1924, pagine 556-557).

- L’errore, che mutila la fonte della «Sovversione personale», lo si ritrova, come ho anticipato sopra, in Plinio Correa D’oliveira (Rivoluzione e Controrivoluzione, San Paolo del Brasile, 1949, traduzione italiana Piacenza, Cristianità, 1977) assieme alla mutilazione del motore della «Sovversione sociale» in quanto salta a pié pari il Giudaismo talmudico per parlare solo en passant di Massoneria. Non a caso i teoconservatori italo-americani si rifanno a quest’opera del pensatore brasiliano succitato per spostare la «Restaurazione» dell’ordine personale, familiare e sociale dal piano filosofico, spirituale e politico a quello crematistico o affaristico e latifondistico.

- La «Sovversione» è il disordine che l’uomo sperimenta in sé dopo il peccato originale, dietro la spinta delle tre Concupiscenze (orgoglio, avarizia e lussuria); la «Restaurazione» è il cercare di ritornare all’ordine turbato dalle tre Concupiscenze nell’individuo, nella famiglia e nella Società civile.

- La Restaurazione comporta la Gerarchia. Non bisogna cadere nel vizio del fariseismo calvinista e liberista, il quale scambia gerarchia per prepotenza, sfruttamento ed oppressione del debole. Gerarchia significa che vi è una differenza accidentale tra gli uomini (chi è più buono chi meno, chi più intelligente chi meno, chi più lavoratore chi meno), la quale fa sì che il migliore sia più in alto e comandi, senza disprezzare e maltrattare chi si trova più in basso ed obbedisce. San Paolo a sua volta insegna: «Molte sono le membra, ma uno solo è il corpo. Né l’occhio può dire alla mano: ‘Non ho bisogno di te’; né la testa ai piedi (…). Anzi quelle membra che sembrano più umili sono le più necessarie (…). Dio ha composto il corpo affinché non vi fosse disunione in esso, ma anzi le varie membra avessero cura le une delle altre. Quindi se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme; e se un membro sta bene, tutte le altre gioiscono con lui» (1 Cor., XII, 4-20).

- È importante che il militante si abitui a vivere bene, rispettando la Legge divina e naturale, poiché «bisogna vivere come si pensa, altrimenti si finisce per pensare male se si vive male». Non si può restaurare la Società se abbiamo il disordine o la Sovversione in noi (‘si agisce come si è, il modo di agire segue il modo di essere’). I consigli pratici per restaurare se stessi, la famiglia e la Società civile sono i seguenti:

1°) riforma te stesso (monastica), poi la tua famiglia (economia) e quindi la Società (politica);

2°) ritorna al buon senso, al realismo che conforma il pensare alla realtà e possibilmente studia la filosofia perenne di San Tommaso che ha elevato a scienza il senso comune e la retta ragione che ogni uomo normale possiede;

3°) vinci l’ozio, che è il «padre dei vizi», e incoraggia lo sforzo fisico, intellettuale e morale;

4°) ricorri a Dio onnipotente, che solo può debellare il Leviatano mondialista che attualmente schiaccia gli uomini come schiavi.

- Tuttavia, nel presente articolo «Consegne ai militanti», occorre completare il discorso fatto in «Sovversione & Restaurazione», con alcune considerazioni per i militanti, che si trovano a far «politica» (cioè a vivere la Virtù di Prudenza nella Società civile) direttamente, applicando alla vita quotidiana e concreta i princìpi studiati nel primo libro. Tale integrazione ad uso soprattutto, ma non esclusivo, del militante laico riguarda:

1°) la teoria e specialmente la pratica della Restaurazione del Regno sociale di Cristo, evitando i due errori per eccesso e per difetto dell’Angelismo super-spiritualista e del Liberalismo laicista. Come l’uomo è un composto di anima e corpo e non è solo spirito o sola materia così egli non è ordinato solo allo stato laicale (laicismo liberale) o iper-clericale (super-spiritualismo angelista), ma le due sfere si integrano nella cooperazione subordinata di corpo ad anima e di laicato a sacerdozio. 2°) Il non mischiare il piano della verità e dei princìpi perenni ed immutabili con i casi pratici (piano del mutevole agire umano) per annacquare i primi abbassandoli dal livello immutabile della verità teoretica alla contingenza della vita pratica.

3°) La verità che l’uomo è una creatura, la quale dice rapporto al Creatore; inoltre l’uomo è un animale sociale, non un «Individuo assoluto» (idealismo) né un animale sacerdotale per natura (si confonderebbe la natura e la grazia), evitando così i due errori dell’individualismo liberale e idealistico, che porta all’anarchia e l’errore dell’angelismo iper-spiritualista, che renderebbe il mondo un convento (pan-vocazionismo), confondendo i Precetti con i Consigli.

4°) In politica la verità e i princìpi non vanno confusi col campo dell’azione prudenziale, ma bisogna applicare i princìpi immutabili ai casi pratici diversi e mutevoli. Per principio lo Stato deve essere subordinato alla Chiesa, questo principio è immutabile anche se va applicato alle varie epoche con discrezione, buon senso e prudenza soprannaturale, tenendo conto delle circostanze in cui ci si trova a vivere.

Prologo- San Pio X nell’enciclica Jucunda sane (1904) ci ricorda che:

1°) Non bisogna confondere e mischiare i princìpi con la pratica, la verità con le esigenze della vita, altrimenti si cade nella evoluzione perpetua della verità, come voleva Maurice Blondel «veritas est adaequatio intellectus et vitae», infatti siccome le esigenze della vita umana sono contingenti, concrete e storiche, l’intelletto si deve adeguare ad esse che mutano costantemente. La verità non è più ancorata nella stabilità e immutabilità dell’essere, ma nella fluttuazione e nel moto perpetuo del divenire. Equivale ad ancorare la nave sui flutti mobili delle onde e non sul fondale stabile del mare.

2°) Il catto-liberalismo o il social-modernismo, invece, confondono volutamente e scientificamente principì e pratica, così formulano delle «mezze verità» che sono più pericolose dell’errore manifesto, poiché esse sono nascoste e segrete, come il modernismo qualificato come «foedus clandestinum» o «setta segreta» da San Pio X (Sacrorum Antistitum, 1° settembre 1910). Tali mezze verità vengono applicate non solo alla filosofia, al dogma e alla morale, ma anche alla dottrina sociale e politica della Chiesa e soprattutto alla collaborazione gerarchizzata tra Stato e Chiesa.

3°) Certamente bisogna calare il principio nella pratica con Prudenza, ma la Prudenza non è la Fede, il dogma, la verità o l’essere; essa è la recta ratio agibilium, ci dice come dobbiamo fare per agire hic et nunc virtuosamente alla luce dei princìpi immutabili, senza confondere essere e agire, verità e prudenzialità. Invece per il catto-liberalismo o il social-modernismo a-dogmatico il Principio o il Valore massimo, assoluto e universale è: «Non bisogna esagerare nella affermazione della verità, occorre sfumarla e renderla accettabile all’uomo moderno». Ora, è vero che non si deve cadere nel rigorismo disumano e fanatico di chi annulla i casi pratici e vede solo i princìpi, ma, se la vita è fatta da casi pratici e contingenti, questi vanno risolti alla luce dei princìpi immutabili e perenni.

- Mons. Antonio De Castro Mayer nella sua «Lettera pastorale sul Regno sociale di Gesù Cristo» (1978) ci ricorda che:

1°) L’uomo è un’unione di anima, corpo e socievolezza, contro l’angelismo super-spiritualista e contro il materialismo laicista di destra (liberalismo) e di sinistra (socialismo).

2°) L’Autorità viene da Dio e non dall’uomo o dal popolo, che usurperebbe, così, il posto del Creatore.

3°) Aderire al falso e fare il male non è vera libertà, ma è un difetto contro-natura di essa, poiché l’anima umana è naturalmente fornita di intelletto per conoscere il vero e rifiutare il falso, e, di volontà per amare il bene e fuggire il male.

4°) Siccome Dio è la Perfezione stessa sussistente, non può fare il male, che sarebbe un’imperfezione. Quindi neppure Dio può concedere la libertà alle false religioni, il diritto alla libertà di errore, che sono contro natura e intrinsecamente perversi.

5°) L’ordine cronologico da seguire per «instaurare tutto in Cristo» è innanzitutto la conversione personale («nemo dat quod non habet»), poi quella della famiglia, quindi del villaggio ed infine dello Stato. Se s’inverte l’ordine, come ha fatto Charles Maurras («politique d’abord»), e si parte dallo Stato, senza prima aver formato veri cristiani, famiglie e villaggi sinceramente cristiani, si ha un tetto senza casa e senza fondamenta; un mobile roso dai tarli, un braccio ingessato, ma ammalato internamente di cancrena, che prima o poi esploderà e farà disintegrare l’ingessatura; un’ossatura giuridica di Stato che ha un’apparenza cristiana, ma senza anima e senza sostanza. Leone XIII (Immoratle Dei, 1885) e San Pio X (Notre charge apostolique, 1910) ci ricordano che «la Cristianità è esistita, non bisogna inventarne una nuova, ma instaurarla e restaurarla incessantemente contro gli assalti dell’empietà» (San Pio X) e che il Vangelo «prima ha penetrato gli animi dei cittadini, delle famiglie e dell’esercito romano sino ad arrivare, infine, anche al Palazzo imperiale» (Leone XIII).

- Sant’Agostino ha affrontato per primo, meglio di tutti ed in maniera sistematica il problema dei rapporti tra Stato e Chiesa, che poi sarà ripreso da tutti gli altri Padri e dagli Scolastici.

1°) Lo Stato deve essere subordinato alla Chiesa come il corpo all’anima, la materia alla forma, la potenza all’atto, il divenire all’essere. In breve Sant’Agostino, assieme a tutti i Padri ecclesiastici, ha insegnato la dottrina sistematica e quasi totalmente definitivamente ultimata della cooperazione gerarchica tra Stato e Chiesa.

2°) La Chiesa «non può non fare politica» (San Pio X), che non è partitica ma è la virtù di Prudenza applicata alla Società civile, essendo l’uomo un «animale sociale per natura» (Aristotele e San Tommaso).

Il Liberalismo-laicista e l’Angelismo-iperclericalista

- Il liberalismo laicista vuole dissacrare e dissolvere la Società, poiché non ammette la dimensione creaturale (che rimanda al Creatore) e socievole (che riporta alla Polis e quindi alla «Politica») dell’uomo. Per cui l’uomo e la Società non dipenderebbero da Dio (secolarizzazione e desacralizzazione) e l’uomo non sarebbe un animale sociale e politico (individualismo anarco-liberale).

- L’angelismo iper-spiritualista vuol rendere la religione un fatto eminentemente individuale e «pan-vocazionista» («o vocati o quasi dannati»), negando implicitamente la natura come Dio l’ha creata: uomo animale razionale, composto di anima e corpo, e naturalmente sociale e non «naturalmente sacerdotale», il che equivarrebbe confondere l’ordine naturale con quello soprannaturale, i Comandamenti con i Consigli, come fanno le sette e i regimi assolutistici.

Attualità del problema San Pio X nell’enciclica Jucunda sane (12 marzo 1904) spiega che il mezzo con cui gli eterodossi s’infiltrano nella Chiesa consiste nell’applicare una regola d’azione prudenziale ai princìpi o al dogma, confondendo il piano teoretico o della verità con quello pratico o dell’agire umano. Ora, continua Papa Sarto, la Prudenza è una virtù morale, che aiuta ad applicare i princìpi al caso pratico e a risolvere quest’ultimo alla luce del principio, senza svilire il principio rendendolo valido solo se praticamente utile. Quindi trasporre confondendoli la Prudenza o la pratica al livello dei princìpi ed abbassare il principio dal livello teorico a quello pratico ha conseguenze disastrose: dal punto di vista teoretico, annacqua il principio ed erode il dogma; dal punto di vista pratico, può degenerare sia in lassismo che in rigorismo come vedremo oltre.

- Il cattolicesimo liberale fa proprio ciò riguardo alla dottrina sui rapporti tra Stato e Chiesa. Con la scusa di maggior prudenza e discrezione esso obietta che la dottrina dell’unione gerarchizzata tra potere temporale e spirituale non è «prudenziale» o «pastorale» al tempo presente. Il liberalismo cattolico o modernismo sociale non nega teoreticamente ed esplicitamente il principio della collaborazione tra Stato e Chiesa, ma dice che praticamente o prudenzialmente oggi esso non è più opportuno e utile, ma dannoso e indiscreto.

- Per confutare tale errore bisogna ben distinguere la teoria o il principio, che non muta (2+2=4), dalla pratica (ho 4 mele, le posso mangiare tutte assieme o è più prudente mangiarne 1 il mattino, 1 a pranzo, 1 la sera e l’altra metterla da parte in caso di necessità?). Attenzione! Distinguere per unire e non per contrapporre. Infatti la pratica segue la teoria ed è l’applicazione al caso concreto e contingente del principio universale ed immutabile. Se confondo pratica o prudenza (mangiare 4 mele assieme potrebbe essere indigesto) con il principio (2+2=4), vanifico l’immutabilità di quest’ultimo (e do luogo all’evoluzione della verità, del dogma, alla «Tradizione vivente» …).

- Occorre altresì evitare l’errore per eccesso di chi non riesce a calare in pratica il principio e diventa un ideologo settario, fanatico, spietato, senza misericordia. Il modernismo politico, al contrario, pecca per difetto di buon senso naturale, di Fede e di Speranza soprannaturali e di fronte al mondo moderno, che è capace di capire, ma si oppone alla verità rinuncia per principio ai princìpi.

- Quanto alla dottrina sociale cattolica sulla collaborazione gerarchizzata tra Stato e Chiesa, il principio è sempre valido, bisogna saperlo applicare in pratica, ma non mischiare e confondere teoria e pratica per giungere a vanificare o edulcorare il principio. Si cadrebbe nell’utilitarismo liberale o «comodismo» americanista, condannati da Leone XIII nella lettera Testem benevolentiae del 1889 (primato dell’utile sul vero e amore smodato della comodità). Quindi, pur senza rinnegare esplicitamente il principio, il modernismo politico lo ritiene teoricamente e praticamente inattuabile, non più possibile, neppure a lungo termine e vi rinunzia se non de jure almeno de facto. Per cui l’unica strada percorribile è quella delle concessioni, del dialogo con la modernità, cedendo ai suoi falsi princìpi, i quali stranamente e incoerentemente vengono ritenuti come princìpi moderni, mentre quelli della filosofia perenne, della teologia scolastica, del Magistero tradizionale sono reputati, storicamente e non teoreticamente, reperti archeologici sorpassati, grazie alla mentalità storicistica, che calando il principio nella sua epoca storica e rendendolo un fatto cronologico e contingente e non più un principio immutabile, relativizza tutto.

- Anche nel campo sociale la verità o i princìpi non rientrano nel campo dell’azione e dell’agire prudenziale. Bisogna applicare con prudenza il principio immutabile di verità teoretica al caso pratico non solo individuale ma comune, sociale e politico. Tuttavia non bisogna mischiare teoria e pratica, principio ed azione, dogma e prudenza. La verità appartiene all’ordine dell’essere e la prudenza a quello dell’agire. Ora «agere sequitur esse, modus agendi sequitur modum essendi, sed agere non est esse» (l’agire segue l’essere, il modo di agire segue il modo di essere, ma l’azione non è l’essere). Il modo di agire o l’atto umano pratico può essere incompleto, imperfetto ed anche cattivo ossia falso, ma una verità teoretica non può essere, per definizione, incompleta, imperfetta e falsa, perché sarebbe la contraddizione stessa sussistente come «il cerchio quadrato» per il principio di identità e non-contraddizione (vero = vero, falso = falso, vero ? falso). La verità è la conformità dell’intelletto alla realtà («adaequatio rei et intellectus»), l’idea è vera se corrisponde all’essere non all’azione, è falsa se non vi corrisponde, in quest’ultimo caso non ho un concetto imperfetto, ma semplicemente falso o erroneo; invece l’atto umano può essere «meno perfetto di ciò che dovrebbe essere» (imperfezione o «actus remissus») o cattivo leggermente (peccato veniale) oppure cattivo gravemente (peccato mortale). Bisogna comprendere e compatire la fragilità pratica dell’uomo, senza giustificarla ed approvarla, ma, se si traspone la prudenza dell’agire nell’ordine dell’essere o della verità mediante mezze-verità o termini equivoci, ambigui, sfumati, imprecisi, i quali volutamente non sono esplicitamente erronei, è ancora più pericoloso per la sana ragione e la purezza della Fede. Coloro che di fronte all’errore, invece di condannarlo, smascherarlo o disapprovarlo apertamente, cercano un accomodamento, un compromesso teoretico tra verità e falsità, negano implicitamente il principio per sé noto di identità e non-contraddizione, sotto apparenza di apostolato, discrezionalità, pastoralità, prudenzialità e sono più pericolosi di chi professa apertamente l’errore, come insegna Sant’Ignazio da Loyola nelle Regole sul discernimento degli spiriti dei suoi Esercizi spirituali. Infatti il diavolo quando tenta apertamente al male in quanto male è meno pericoloso di quando si presenta sotto apparenza di angelo di luce e cerca di «spingere al male sub specie boni», insinuando al tentato di pensare che forse sta facendo il bene. Le mezze-verità, la vaghezza, l’imprecisione, l’indecisione, il pressappochismo o l’indefinibilità dottrinale sono la «quinta colonna» o il nemico che si presenta da amico, il cavallo di Troia, il lupo vestito da agnello che penetra – grazie al suo camuffamento – nel cuore della Chiesa e la vuole cambiare dal di dentro, come dice il «Programma dei Modernisti» (1906) attribuito ad Antonio Fogazzaro ed Ernesto Buonaiuti.

Mons. Antonio De Castro Mayer- Nella sua Lettera pastorale sulla Regalità sociale di Cristo del 1978, il vescovo brasiliano († 25 aprile 1991) distingue benissimo la verità dall’azione pratica, e scrive che «il liberalismo ossia l’indifferentismo relativistico in materia religiosa e il separatismo sociale dall’elemento soprannaturale è la causa dell’apostasia delle Nazioni». Il Liberalismo laicista, infatti, propugna per principio la separazione tra religione e politica, Chiesa e Stato, poiché conformemente alla sua filosofia soggettivistico-relativistica una religione vale l’altra e conseguentemente lo Stato deve essere indifferente verso la vera religione. Inoltre concepisce idealisticamente l’Individuo come un Assoluto, un Fine e nega la dimensione sociale e creaturale dell’uomo, che invece è in relazione orizzontale con gli altri e verticale con Dio. Da questi principi «teoretici» (indifferentismo, soggettivismo, individualismo) e «pratici» (immanentismo e separatismo) segue necessariamente la separazione dello Stato dalla Chiesa o l’apostasia politica, sociale e nazionale, che è più grave di quella individuale, come uccidere 1.000 persone è più grave che ucciderne una sola. In breve è il contro-regno di Cristo, la contro-chiesa o la «sinagoga di Satana» (Apocalisse, II, 9). La dottrina cattolica insegna la cooperazione gerarchizzata tra Stato e Chiesa, per santificare non solo l’individuo, che per natura è socievole e relativo alla sua Causa, ma anche per sacralizzare la Società civile, unione di più famiglie, composte da vari uomini, socievoli, creati e dipendenti da Dio. Invece il liberalismo laicista vuole dissacrare la Società, poiché non ammette la dimensione creaturale e socievole dell’uomo, e l’angelismo iper-clericalista vuol rendere la religione un fatto eminentemente individuale e «pan-vocazionista», negando implicitamente la natura come Dio l’ha creata: uomo animale razionale, composto di anima e corpo, e naturalmente sociale e non «naturalmente sacerdotale», il che sarebbe confondere l’ordine naturale con quello soprannaturale poiché la vocazione al sacerdozio è essenzialmente soprannaturale: «Non siete voi che avete scelto Me, ma sono Io che ho scelto voi», insegna Gesù nel Vangelo. Mentre il modernismo erra a scapito del soprannaturale o per difetto, l’iper-clericalismo angelista sbaglia per eccesso a scapito della natura, «sed Gratia non tollit natura, supponit et perficit eam», insegna San Tommaso (S. Th., I, q. 1, a. 8 ad 2) . Ecco la causa dell’apostasia dell’ora presente: il laicismo-liberale e l’angelismo iper-spiritualista, il naturalismo (Razionalismo, Illuminismo, Materialismo, Immanentismo) e lo spiritualismo esagerato (Platonismo/Cartesianismo/Idealismo/Ontologismo da Malebranche a Rosmini).

- «In principio erat Auctoritas et Auctoritas erat a Deo», recita l’adagio scolastico. Infatti per la Rivelazione «non c’è Autorità se non derivante da Dio». Invece per il liberalismo l’autorità deriva dall’Uomo che è Fine ultimo di se stesso («non est auctoritas nisi ab homine et a populo»). Il liberalismo è l’incarnazione della «città di satana» descritta da Sant’Agostino nel De civitate Dei: «La città di Dio composta da coloro che per amore del Creatore riconoscono se stessi quali creature finite e la città di satana, composta da coloro che per amor disordinato di sé, disprezzano Dio». La Rivoluzione moderna, il laicismo liberale, contrappone Dio e uomo, come due persone non solo distinte ma contrarie, una autonoma dall’altra. L’uomo moderno e contemporaneo grida come Lucifero «Non serviam!» e come il serpente dell’Eden insinua: «Eritis sicut Deus». La Chiesa, che è l’ordine o il contrario della Rivoluzione, la quale è il «disordine stesso sussistente per partecipazione», armonizza Dio («l’Ordine stesso sussistente») e l’uomo come Padre e figlio, distinti, non contrari né contrapposti, ma in relazione di conoscenza amorosa altruistica, reciproca e in convivenza pacifica mediante la Grazia santificante. Per la Chiesa lo Stato, il quale naturalmente è un insieme di uomini e di famiglie, deve dare a Dio il culto ufficiale e pubblico, poiché lo Stato è per natura creatura di Dio. Invece il Laicismo o la modernità antropocentrica e rivoluzionaria nega che Dio è Creatore dell’uomo e a fortiori della Società civile, polis o civitas. Quindi mentre la Chiesa ha una concezione eminentemente politica o sociale, data la natura socievole dell’uomo, creato da Dio; il laicismo rivoltoso e sovversivo odia la dimensione sociale e creaturale dell’uomo, che lo mette in relazione con gli altri nello Stato e in relazione con Dio nella Chiesa, la quale è una Società perfetta giuridica e soprannaturale, un «Corpo mistico». Ma la dottrina a-sociale e liberale – come insegna Pio XII – «è contro natura» poiché vuole «obbligare lo spirito e la volontà dell’uomo ad aderire all’errore e al male o a considerarli indifferenti», mentre l’intelletto è fatto per aderire al vero e confutare il falso e la volontà per amare il bene e ripudiare il male. Nell’adesione all’errore o al male non solo non vi è nessuna perfezione o arricchimento della natura umana, ma solo degradazione dell’intelligenza e della volontà, le quali sono le due facoltà nobili dell’anima razionale e spirituale dell’uomo». Lo Stato, che è un insieme di famiglie, le quali si uniscono per ottenere più facilmente il proprio fine prossimo (benessere materiale) ed ultimo (vivere virtuosamente per unirsi a Dio), non ha il diritto di deformare l’intelligenza e la volontà dell’anima umana, ma al contrario deve aiutare l’uomo a conoscere la verità e a praticare la virtù. Tutto ciò lo si consegue tramite la cooperazione tra politica e religione, Stato e Chiesa. Chi li vuol separare pecca o per difetto (laicismo liberale: individualismo a-sociale) o per eccesso (super-spiritualismo angelistico: l’uomo è solo anima, il corpo è malvagio e così la società o la polis sono un male da evitare per ottenere il proprio Fine che è il Cielo solamente tramite la religione, la quale non ha nessuna valenza sociale). Ma l’uomo non è un angelo, è composto di anima e corpo, è fatto per vivere in Società civile (Stato) e religiosa (Chiesa), le quali non devono prescindere l’una dall’altra (errore per eccesso: angelismo platonico/cartesiano) o combattersi (errore per difetto: laicismo liberal-rivoluzionario), ma cooperare subordinatamente come il corpo e l’anima.

- Siccome per natura l’uomo è animale razionale e libero, (fatto per conoscere il vero e amare il bene) e socievole (fatto per vivere in Società civile o politica), neppure Dio potrebbe concedere allo Stato e all’individuo, che sono una sua creatura naturale, il potere di contraddire la loro ragion d’essere o finalità (conoscere il vero, amare il bene, vivere in Società politica-naturale e religiosa-soprannaturale) e dar loro il diritto di essere indifferenti o neutrali in materia di retta ragione individuale, sociale e religiosa. La libertà filosofica o religiosa è contro-natura, la tolleranza filosofica o religiosa è sempre un male che si può permettere de facto, per evitare un male maggiore, mai volere per principio. Ciò insegna la sana ragione, la vera teologia, la Tradizione apostolica e il Magistero della Chiesa. L’ignoranza invincibile scusa l’individuo dal peccato formale, ma non gli dà il diritto di fare pubblicamente il male e propagare in foro esterno e pubblicamente l’errore, poiché oggettivamente egli si trova nell’errore e nel male, i quali non hanno nessun diritto all’esistenza, alla propaganda e all’azione pubblica.

- Una delle finalità della Chiesa oltre la conversione delle singole anime è la dilatazione del Regno di Dio su tutta la terra. Questo Regno è «principalmente spirituale, ma secondariamente anche di ordine politico o temporale» (Pio XI, Quas primas, 1925). Quindi la libertà religiosa è contro la finalità della Chiesa come Cristo l’ha voluta, non solo è contro-natura ma anche contro la Rivelazione. L’apostasia delle Nazioni da Dio, che era stata propugnata dai laicisti e dagli anti-cristiani, purtroppo oggi ha invaso le menti anche degli uomini di Chiesa e perfino di alcuni «pseudo-tradizionalisti» (vedi Dignitatis humanae personae, 7 dicembre 1965). L’ideale o la meta apostolica alla quale tutti (laici e chierici) siamo chiamati è la instaurazione del regno di Dio già sulla terra, pur se imperfettamente, per ottenerlo perfettamente in Paradiso. Quindi prima dobbiamo convertirci veramente e vivere abitualmente in Grazia di Dio e poi potremo portare Cristo nella famiglia, nell’ambiente di lavoro e nella Società civile. Questo è l’ordine da seguire per «instaurare omnia in Christo» (San Pio X) «nemo dat quod non habet», se non si è cristiani interiormente e veramente non si può restaurare la Cristianità; «politique d’abord» (Charles Maurras) significa iniziare a costruire una casa dal tetto e non dalle fondamenta: se si conquista il potere del Governo e si fanno leggi cristiane, ma il Governante non lo è e neppure i cittadini, la «restaurazione» è solo esteriore e superficiale e quindi dura come un fuoco di paglia. La Polis è un insieme di famiglie e di uomini; prima viene l’individuo che unito ad altri forma una famiglia, la quale assieme ad altre famiglie formano un villaggio e più villaggi uno Stato. La Civitas o Polis sarà cristiana e ordinata nella misura in cui coloro che ne fanno parte sono ordinati e cristiani. Solo poi lo Stato ha il dovere di mantenere l’ordine e proteggere la vita virtuosa. Ma non si può cominciare con la fine, sarebbe una contradictio in terminis o un «contro-senso»: «il principio = il principio, la fine = la fine, il principio ? la fine». Aristotele (Politica) e San Tommaso (De regimine principum) insegnano che «la politica è la virtù di prudenza applicata alla Società», mentre la «prudenza individuale» si chiama «monastica» e quella «familiare» si dice «economia». Leone XIII insegna che i primi e veri cristiani «prima fecero in pochissimo tempo penetrare il Cristianesimo nelle loro famiglie, poi nell’esercito, nel senato ed infine perfino nel palazzo dell’Imperatore». Non si è cominciato dal Palazzo imperiale, ma dal singolo cristiano.

SantAgostino  Secondo Sant’Agostino il governante o Principe deve amministrare la res publica come un’attività volta al bene comune, ossia a far conseguire ai cittadini il bene morale ed a far loro evitare il male. L’origine – come rivela San Paolo (Rom., XIII, 1) – del potere è divina. Il governo, quindi, è buono se rispetta la sua natura, ossia: la Causa efficiente da cui trae l’Autorità, che è Dio, e la sua causa finale, che è il bene comune temporale subordinato a quello morale o spirituale. Altrimenti se non riconosce Dio come sua Causa efficiente e non ha di mira il vivere virtuosamente (naturale e soprannaturale) il governo è cattivo, anzi è paragonabile ad «una banda di ladroni». Il buon governante deve, secondo Sant’Agostino e tutti i Padri greci e latini, mettersi al servizio del bene e deve promuovere socialmente o assieme alla Società civile o Stato la Religione divina. L’obbedienza all’Autorità civile, tuttavia, è condizionata a mantenersi nella finalità morale (vivere virtuoso) e nella dipendenza da Dio (causalità efficiente). Altrimenti, l’Autorità diventa tirannia ed è lecito resisterle a certe determinate condizioni (specialmente di non rendere la situazione posteriore peggiore di quella anteriore). Secondo l’Ipponate il governante cristiano non solo deve provvedere alla pace interna ed esterna della Società civile, ma anche di quella spirituale, cioè lo Stato deve favorire la Chiesa nella sua missione di espandere il Regno di Dio in tutto il mondo. Certamente la Chiesa e lo Stato non possono costringere a fare il bene, che non sarebbe più libero e meritorio, ma debbono proibire di fare il male. Anzi, per difendere la Fede si può chiedere anche l’intervento di chi porta la spada. Infatti, se il Principe deve punire i crimini civili, perché mai gli si dovrebbe impedire di reprimere anche i crimini spirituali (l’eresia e lo scisma)? Siccome l’eresia e lo scisma sono un male, anzi il massimo dei mali, chi porta la spada non può non servirsene per reprimerli. Sant’Agostino confuta con 1.000 anni di anticipo l’obiezione dei catto-liberali secondo i quali l’uomo come singolo individuo è religioso, ma come cittadino facente parte di uno Stato deve essere neutrale in materia religiosa. L’Ipponate infatti afferma che il Principe serve Dio in due modi: come uomo, vivendo la Fede informata dalla Carità e come Governante facendo leggi conformi a quella divina-naturale, facendole rispettare e punendo i loro trasgressori.

Conclusione

La Chiesa non può non fare «politica»

- L’Uomo È Un Animale naturalmente Socievole. Da ciò la necessità di insegnare, oggi più che mai, la dottrina sociale della Chiesa e di non rinchiudersi nelle sacrestie, come volevano i cattolici liberali, mascherando tale cedimento al cattolicesimo liberale sotto un eccessivo spiritualismo o angelismo disincarnato, il cui motto è «non bisogna fare politica!». Invece la realtà, e quindi la verità, è che l’uomo è composto di anima e di corpo, che è un animale razionale e anche sociale ossia politico, fatto per vivere in Societas o in Polis, e non è un angelo, un ente disincarnato o un monaco, che vive isolato. I monaci sono casi «eccezionali» ed «eroici» che confermano la regola.

- Il Pericolo Dell’Angelismo O Dello Spiritualismo Esagerato.

L’errore dei conservatori e di alcuni «pseudo-tradizionalisti» cattolici attuali è quello di eliminare l’elemento sociale dalla natura umana, che invece è stata creata da Dio naturalmente socievole (Aristotele, Politica, VI; San Tommaso D’Aquino, De regimine principum, lib. I, cap. 14) e di voler rendere l’uomo un singolo individuo (come il liberalismo individualista) senza spazio sociale e politico, per indirizzarlo, con una spinta puramente naturale (anche se viene dal prete, che resta sempre un uomo anche se consacrato e non è Dio, ma solo uno strumento di Dio per aiutare i fedeli a fare la Volontà di Dio, che non necessariamente è quella del sacerdote) verso una vita consacrata alla quale invece chiama solo Dio e nella quale si persevera solo con l’aiuto di Dio: «Non siete voi che avete scelto Me, ma sono Io che ho scelto voi», ci ha detto Gesù nel Vangelo. La vocazione è un consiglio e non un precetto e non si può obbligare a seguire un consiglio sotto pena di peccato.

- Occorre contestare, confutare e contrastare il laicismo, in teoria e in pratica, rovesciare tale modo di vita sovversivo e rivoluzionario, fare la storia piuttosto che subirla passivamente e tentare di creare le condizioni di un vivere sociale, che faciliti quello spirituale. «La Grazia presuppone la natura, la perfeziona e non la distrugge» (San Tommaso), così la Fede presuppone l’umanità civilizzata, la perfeziona, la mantiene in vita e non la deve distruggere; parimenti la vocazione sacra presuppone la vita familiare, sociale e politica, la perfeziona e non la deve annientare. Se non vi fosse una società familiare non vi potrebbe essere un «chiamato» e se la Società civile invece di aiutare l’individuo e la famiglia a cogliere il proprio Fine li ostacolasse, i «vocati» sarebbero molto di meno. È per questo che occorre «dare a Cesare quel che è di Cesare (obbedienza alle leggi temporali conformi a quella naturale) e a Dio quel che è di Dio (l’adorazione)».Don Curzio Nitoglia doncurzionitoglia.com

Libertari, per noi lo Stato è finto

Lunedì, 17 Settembre 2012
La riforma sanitaria di Obama, le prime proteste e batoste elettorali. Poi i Tea Party, con l’utopia di uno stato minuscolo che affascina anche in Italia.  «Lo Stato è solo una grande finzione» per Leonardo Facco, Movimento libertario. Piccolo viaggio in un mondo sempre sospeso tra una salutare eresia e il folklore. È come quando si commentano i fatti della politica americana con una certa perplessità, ancorata al punto di vista europeo. Un altro mondo, che dista ben più di un oceano e che eppure è sbarcato da questa parte dell’Atlantico, raccogliendo l’eco mediatico degli anni recenti: tutto è cominciato con le prime proteste di fronte alla riforma sanitaria disegnata dall’amministrazione guidata da Barack Obama, quindi è arrivata l’onda che ha travolto la Casa Bianca e i Democratici alle elezioni di medio termine di due anni fa, insediandosi al Congresso e mettendo in difficoltà anche i Repubblicani sul come gestire la situazione.

I Tea Party per le vie delle città più importanti o di quelle più periferiche, il concetto per cui lo Stato deve limitarsi che ha trovato accoglienza anche nell’Italia che affronta la crisi economica e le lunghe leve degli apparati burocratici ed esattoriali. Ma al di là del contagio, la confusione determinata dalla perplessità e dai preconcetti continua a tenere banco e allora la domanda è obbligata: chi diavolo sono questi libertari?

«Ci sono due fondamentali divisioni», spiega Leonardo Facco del Movimento libertario che ha appena fondato il partito Forza “Evasore” - «nato in contrapposizione al manifesto “Fermiamo il declino” di fronte al quale mi sono cadute le braccia». «C’è la tradizione anarchico – collettivista, con Michail Bakunin e sorto come contraltare alla Rivoluzione russa. E quella anarchico – capitalista americana, che si è evoluta nel tempo e con il pensiero di Murray Rothbart, con una visione della società senza stato». È il filone in questione, per cui «i libertari ritengono lo Stato una grande finzione, attraverso la quale tutti cerchiamo di vivere sulle spalle di tutti. I libertari chiedono una società volontaria, dove la comunità si rivolge al libero mercato per avere servizi». Tre i principi: la vita, la proprietà e la libertà, «lo stato non fa altro che lobotomizzare».

Occorre dunque sgombrare il campo dalle facili supposizioni, tipo che siano esaltati di destra, estremisti, gente dal grilletto facile. I luoghi comuni sugli Stati Uniti sono la lente d’ingrandimento peggiore con la quale analizzare la realtà. Diritti naturali, governo limitato, libero mercato, principio di non aggressione, appartenenza ad una comunità, individualismo: troverebbero spazio anche in Italia, di fronte ad una tradizione culturale così diversa rispetto a quella statunitense? «I principi universali sono traducibili in ogni parte del mondo, seguendo l’adagio gandhiano per cui le idee camminano sulle nostre gambe. Poi si scontrano con tradizioni secolari. Ma per quanto riguarda l’area centro-settentrionale italiana – aggiunge Facco – il Medioevo e la civiltà comunale presentavano nel dettaglio principi utili per la realizzazione di società libertarie, tenendo ovviamente poi conto dell’idea di società di oggi. Il mondo comunale rappresentava un affrancarsi dall’impero. I libertari non sono utopisti, ma ricercano un sistema d’organizzazione meno aggressivo». 

Un esempio? «L’educazione, vale a dire no all’istruzione di Stato. Non significa l’abolizione dello Stato, ma di esso all’interno dell’istruzione. Nessun ministero, nessun burocrate che stabilisca un programma unico valido per tutti: piuttosto tante scuole diverse, un mercato dell’istruzione». O ancora, la riforma previdenziale cilena del 1981: «Il singolo lavoratore prende tutti i soldi in busta paga e decide quale pensione riservarsi: in questo modo diventa protagonista del suo futuro». 

Nomi e volti: Rothbart, Ludwig von Mises, la Scuola austriaca, Fréderic Bastiat. Ed Ayn Rand. Nacque a San Pietroburgo nel 1905, a 21 anni lasciò l’Unione sovietica socialista e comunista per spostarsi negli USA dove è divenuta la scrittrice di testi di riferimento per i libertari. Il suo nome è circolato anche da noi dopo che il candidato repubblicano alla presidenza Mitt Romney ha scelto Paul Ryan come suo vice. Ryan è un lettore della Rand: per i detrattori ciò dovrebbe rappresentare un fagotto ingombrante nella sua formazione culturale. “La fonte meravigliosa” e “La rivolta di Atlante” sono due dei suoi libri più gettonati. Il primo è finito addirittura in una puntata dei Simpson: racconta la vicenda di Howard Roak, un giovane architetto che non vuole scendere a compromessi per difendere la propria – o meglio individuale – visione artistica. La liberal Lisa Simpson sbeffeggia la storia che viene rivisitata attraverso l’intraprendenza della piccola Maggie, punita dagli educatori all’asilo perché pensa ed agisce diversamente dai suoi compagni.

Gli scritti della Rand sono una guida utile per affrontare il viaggio: perché se dei libertari ormai si conoscono le istanze economiche (meno stato, più libertà d’iniziativa, più libero mercato), dietro c’è molto altro, a partire dalla relazione tra gli individui. «Amare è sapere dare valore. Solo un uomo razionalmente egoista, un uomo di autostima, è in grado di amare, perché è l’unico uomo in grado di tenere fermi, coerenti, senza compromessi i valori, di non tradirli. L’uomo che non sappia apprezzare se stesso, non può dare valore a niente e nessuno», commentava ne “La virtù dell’egoismo”, nel 1964 e pubblicato in Italia da Liberilibri. Oppure, sempre in quell’anno, in un’intervista ricordava come i suoi lettori citassero spesso una frase pronunciata da Howard Roak ne “La fonte meravigliosa”: «To say ‘I love you one’ must know first to say “I”». 

È l’egoismo razionale, elemento dell’oggettivismo, il pensiero filosofico che ruota attorno alla Rand che oltre a promuovere il puro capitalismo, sostiene l’individualismo che non danneggi gli altri, ma che aiuti piuttosto nella ricerca della propria felicità: «L’amore romantico, nel senso pieno del termine, è un’emozione possibile solo per l’uomo o per la donna di autostima inviolabile: è la sua risposta ai suoi valori più alti nella persona di un altro, una risposta integrata di mente e di corpo, di amore e di desiderio sessuale. Tale uomo o donna non è in grado di provare un desiderio sessuale divorziato dai valori spirituali».

Dalla teoria alla pratica. Colorado Springs è uno dei centri ritrovatisi in bancarotta sulla lunga scia della crisi economica che attanaglia gli Stati Uniti – e la campagna elettorale di Obama. Di fronte alla montagna di debiti, non sono state alzate le tasse e non ne sono state introdotte di nuove: piuttosto i cittadini hanno tagliato i costi, introducendo forze volontarie perché rimanessero garantiti i servizi. Se così il comune ha fatto spegnere un terzo dei lampioni di Colorado Springs, i suoi abitanti hanno inoltrato regolare domanda per adottarne uno a cento dollari l’anno. Ai tassisti è stato chiesto invece di affiancare il lavoro della polizia nel mantenere la sicurezza, segnalando abusi e infrazioni durante l’orario di lavoro. Alla comunità è stata affidata una parte della gestione dei rifiuti e a turni si impegna a tenere puliti i parchi. Zona di conservatori (a Colorado Springs ha sede l’associazione Focus on the Family che tutela la famiglia tradizionale) che si applicano al libertarismo. 

Durante le primarie repubblicane i libertari si sono schierati per Ron Paul, che nel programma aveva inserito l’abolizione della Federal Reserve, nel mentre in Europa si discute se la Bce debba operare come la Fed, e per il quale avrebbe votato anche Facco: «Abbiamo seguito la sua campagna elettorale con molto interesse. E l’aspetto entusiasmante è che vi hanno partecipato molti giovani. C’è stato un grande fermento, specie in quella grande provincia americana dal motto “Don’t tread on me”».
A novembre si muoveranno in ordine sparso: chi tra i due mali sceglierà quello minore, vale a dire Mitt Romney. Chi invece voterà per Gary Johnson, l’ex governatore del New Mexico candidato del Libertarian Party alle Presidenziali. Chi non andrà al seggio. In attesa magari che arrivi il giorno di Rand Paul, figlio di Ron, membro del Tea Party e ora senatore per il Kentucky, approdato a Washington con la marea libertaria/conservatrice delle Mid Term Elections Dario Mazzocchi linkiesta

Regioni sovrane

Lunedì, 6 Febbraio 2012

Le spese dello stato stanno per un certo verso sotto l’occhio dell’opinione pubblica; le spese regionali sfuggono meglio all’attenzione, anche se fanno impallidire quelle dello stato. Soprattutto in termini di sprechi, sono scandalosi pozzi senza fondo: la Sicilia spende il doppio della Lombardia (avendo metà dei suoi abitanti), la Campania il triplo del Veneto; tutte insieme hanno speso un miliardo di euro nel 2011 solo per mantenere i loro consiglieri regionali; 7 miliardi (14 mila miliardi, in vecchie lire) per le giunte e gli uffici regionali. Sono circa altri 240 miliardi di euro che si aggiungono alla spesa pubblica: qui sì che sono possibili grossi risparmi e tagli, perchè proprio nelle Regioni c’è tanto grasso che cola. Basta ricordare che i contribuenti del Nord trasferiscono ogni anno, da decenni, alle Regioni del Meridione, senza miglioramento dell’arretratezza meridionale. Ma il governo, tecnico o no, non ha alcuna possibilità di mettere un freno a questi folli spenditoi locali: mai otterrebbe una maggioranza parlamentare per riformare questo colabrodo di denaro pubblico a cui poppano voluttuosamente tutti i partiti. Cadrebbe immediatamente. E inoltre le Regioni hanno “l’autonomia finanziaria” (scritta nella Costituzione, art. 119) di cui sono gelosissime, e una legge costituzionale (dunque varata da maggioranza qualificata) del 2001 che ha abolito i controlli sugli atti regionali, in precedenza esercitati dal governo centrale. Senza contare le Regioni che sono “autonome” per legge divina, fra cui brilla la Sicilia. Da allora, queste entità sono buchi neri di spesa, irresponsabili e insindacabili, ancorchè molte di esse esibiscano debiti colossali. Basti dire che la Regione Sicilia paga i suoi consiglieri regionali più dei senatori della repubblica: 19.850 euro al mese. E che la stessa Sicilia spende 240 milioni di euro l’anno per la “formazione professionale” dove foraggia un esercito di presunti docenti, e alla fine dei quali corsi solo uno studente e mezzo trova effettivamente lavoro. Ragion per cui il procuratore della Corte dei Conti ha recentemente dichiarato: «L’effettivo avviamento al lavoro di un giovane siciliano pesa sui contribuenti 72 mila euro, non so davvero se ne valga la pena». Ma che lo Stato non osi mettere becco, men che meno esigere la consegna dei libri contabili: i governatori delle Regioni si coalizzano nella protesta, mobilitano le loro affollate clientele, i partiti (ciascuno dei maggiori ha un qualche governo regionale) difendono con le unghie la loro “autonomia”. E così continuano a spendere come pare a loro. Ossia a sprecare e rubare. In tal modo, accade questo fatterello paradossale: il governo centrale italiano accetta il “fiscal compact” europeo, ossia di mettere i suoi bilanci sotto il controllo preventivo dei commissari europei, rinunciando all’ultimo brandello di sovranità e divenendo di fatto una macro-regione della Germania, che occhiutamente impone il pareggio di bilancio e la riduzione del debito al 60% del Pil; e nello stesso tempo, non può imporre la sua sovranità alle sue Regioni, controllandone i conti e le spese, come riesce a fare la Spagna. In altri termini: le Regioni sono più “sovrane” dello stato centrale. Ciò non è altro, in fondo, il motivo stesso della nascita delle Regioni. I lettori più giovani possono non saperlo, ma lo stato italiano non è sempre stato regionale; anche se la creazione di Regioni era iscritta nel bronzo della Costituzione (che per certe parti è invece di pastafrolla), per molti decenni s’è lasciata inattuata questa parte. E la popolazione non ha mai espresso scontento di essere sotto uno stato centralizzato, mai la richiesta di “autonomie” regionali è stata espressa a livello popolare. Era un ordine dall’alto a volerle. (compagno di grembiule) Infatti a battersi per l’istituzione delle Regioni fu da dopoguerra Ugo La Malfa, gran massone, l’uomo del Partito Repubblicano, appoggiato da Cuccia e da Mattioli delle Commerciale, ossia il fiduciario della finanza internazionale: l’unico italiano dahgli anglo-americani agli incontri di Bretton Woods in cui si mise in atto l’ordine monetario mondiale dei vincitori. Benchè il Pri di La Malfa avesse sì e no il 3 per cento dei voti, la DC se lo associò fin dal primo governo De Gasperi, perchè senza i repubblicani nel governo, non arrivavano i soldi del piano Marshall: dunque i desideri di La Malfa erano legge. E il perchè volesse le Regioni, il La Malfa lo chiarì in tutte le sedi: servivano ad erodere la sovranità degli stati-nazione. Il progetto europeista di Jean Monnet (che distribuiva i soldi del piano Marshall per incarico della Lazard) era infatti un’Europa di Regioni, senza stati, o cvon stati spettrali. L’autorità degli stati doveva essere sminuita e smangiata sia dall’alto (dalla Unione Europea) sia dal basso, dalle Regioni appunto. Nel gran progetto mondialista, globalizzazione deve accompagnarsi alla regionalizzazione del mondo. Piccole entità sub-sovrane, senza dimensioni economiche nè peso politico per negoziare a livello europeo con qualche credibilità. Questo era il progetto. La Germania disfatta fu la prima ad essere spezzata in Laender, su comando alleato. Alla regionalizzazione della Francia (il più antico stato unitario d’Europa) si oppose De Gaulle, finchè potè. La Spagna fu centralizzata fino a quando durò Francisco Franco, il sopravvissuto dell’era precedente, e per questo Madrid ha ancora voce in capitolo sulle spese regionali . Oggi , il progetto si realizza, ma sotto una forma paradossale: è la Germania l’unico ente sovrano che comanda sugli altri stati denazionalizzati: un esito che farà rivoltare nella tomba La Malfa, Jean Monnet e Andrè Meyer della Lazard Brothers…. Read more: http://www.rischiocalcolato.it/2012/02/spagna-e-italia-uguali-sul-lavoro-non-sulle-regioni-maurizio-blondet.html#ixzz1lbGpaQFv

Le spese dello stato stanno per un certo verso sotto l’occhio dell’opinione pubblica; le spese  regionali sfuggono meglio all’attenzione, anche se fanno impallidire  quelle dello stato. Soprattutto in termini di sprechi,  sono scandalosi pozzi senza fondo: la Sicilia spende il doppio della Lombardia (avendo metà dei suoi abitanti), la Campania il triplo del Veneto;  tutte insieme hanno speso un miliardo di euro nel 2011 solo per mantenere i loro consiglieri regionali; 7 miliardi (14 mila miliardi, in vecchie lire) per le giunte e gli uffici regionali. Sono circa  altri 240 miliardi di euro che si aggiungono alla spesa pubblica:  qui sì che sono possibili grossi risparmi e tagli, perchè proprio nelle Regioni  c’è tanto grasso che cola.  Basta ricordare che i contribuenti del Nord trasferiscono ogni anno, da decenni, alle Regioni del Meridione, senza  miglioramento dell’arretratezza meridionale.

Ma il governo, tecnico o no, non ha alcuna possibilità di mettere un freno a questi folli spenditoi locali: mai otterrebbe una  maggioranza parlamentare   per riformare questo colabrodo di denaro pubblico a cui poppano voluttuosamente tutti i partiti. Cadrebbe immediatamente.  E inoltre le Regioni hanno “l’autonomia finanziaria” (scritta nella Costituzione, art. 119) di cui sono gelosissime, e una legge costituzionale (dunque varata da maggioranza qualificata)  del 2001 che ha abolito i controlli sugli atti regionali, in precedenza esercitati dal governo  centrale.  Senza contare le Regioni che sono “autonome” per legge divina, fra cui brilla la Sicilia.  Da allora, queste entità sono buchi neri di spesa, irresponsabili e insindacabili, ancorchè  molte di esse esibiscano debiti colossali.  Basti dire che la Regione Sicilia paga i suoi consiglieri regionali più dei senatori della repubblica: 19.850 euro al mese. E che la stessa Sicilia  spende 240 milioni di euro l’anno per la “formazione professionale”   dove foraggia un esercito di presunti docenti, e  alla fine dei quali corsi solo uno studente e mezzo trova effettivamente lavoro. Ragion per cui il procuratore della Corte dei Conti ha recentemente dichiarato: «L’effettivo avviamento al lavoro di un giovane siciliano pesa sui contribuenti 72 mila euro, non so davvero se ne valga la pena».

Ma che lo Stato non osi mettere becco, men che meno esigere la consegna dei libri contabili: i governatori delle Regioni si coalizzano nella protesta, mobilitano le loro affollate clientele, i partiti (ciascuno dei maggiori ha un qualche governo regionale) difendono con le unghie la loro “autonomia”. E  così continuano a spendere come pare a loro.  Ossia a sprecare e rubare.

In tal modo, accade questo fatterello paradossale:  il governo centrale italiano accetta il “fiscal compact” europeo, ossia di mettere i suoi bilanci sotto il controllo preventivo dei commissari  europei, rinunciando  all’ultimo brandello di sovranità e divenendo di fatto una macro-regione della  Germania, che occhiutamente impone  il pareggio di bilancio e la riduzione del debito al 60% del Pil; e nello stesso tempo, non può imporre la sua sovranità alle sue Regioni, controllandone i conti e le spese, come riesce a fare la Spagna.

In altri termini: le Regioni sono più “sovrane” dello stato centrale.

Ciò non è altro, in fondo, il motivo stesso della nascita delle Regioni.  I lettori più giovani possono non saperlo, ma lo stato italiano non è sempre  stato regionale; anche se la creazione di Regioni era iscritta nel bronzo della Costituzione (che per certe parti è invece di pastafrolla), per  molti decenni s’è lasciata inattuata questa parte.  E la popolazione non ha mai espresso scontento di essere sotto uno stato centralizzato, mai la richiesta di “autonomie” regionali è stata espressa a livello popolare. Era un ordine dall’alto a volerle.Infatti a battersi per l’istituzione delle Regioni fu  da dopoguerra  Ugo La Malfa,  gran massone, l’uomo del Partito Repubblicano,  appoggiato da Cuccia e da Mattioli delle Commerciale, ossia il fiduciario della finanza internazionale: l’unico italiano  dahgli anglo-americani agli incontri di Bretton Woods in cui si mise in atto l’ordine monetario mondiale dei vincitori.  Benchè il Pri di La Malfa avesse sì e no  il 3 per cento dei voti, la DC se lo associò fin dal primo governo De Gasperi, perchè senza i repubblicani nel governo,  non arrivavano i soldi del piano Marshall: dunque i desideri di La Malfa erano legge. E il perchè volesse le Regioni, il La Malfa lo chiarì in tutte le sedi: servivano ad erodere la sovranità degli stati-nazione. Il progetto europeista di Jean Monnet (che distribuiva i soldi del piano Marshall per incarico della Lazard) era infatti un’Europa di Regioni, senza stati, o cvon stati spettrali.  L’autorità degli  stati doveva essere  sminuita e smangiata sia dall’alto (dalla Unione Europea) sia dal basso, dalle  Regioni appunto. 

Nel gran progetto mondialista,  globalizzazione deve accompagnarsi alla regionalizzazione del mondo. Piccole entità sub-sovrane, senza dimensioni economiche nè peso politico per negoziare a livello europeo con qualche credibilità.  Questo era il progetto. La Germania disfatta  fu la prima ad essere spezzata in Laender, su comando alleato.  Alla regionalizzazione della Francia (il più antico stato unitario d’Europa)  si oppose De Gaulle, finchè potè.   La Spagna fu centralizzata fino a quando durò Francisco Franco, il sopravvissuto dell’era precedente, e per questo Madrid ha ancora voce in capitolo sulle spese regionali . Oggi , il progetto si realizza, ma sotto una forma paradossale:  è la Germania l’unico ente sovrano che comanda sugli altri  stati denazionalizzati: un esito che farà rivoltare nella tomba  La Malfa, Jean Monnet e Andrè Meyer della Lazard Brothers…. m.blondet tratto da Spagna e Italia uguali sul Lavoro, non sulle Regioni vi rischiocalcolato.it

Sull’Ungheria è in gioco la sovranità popolare

Mercoledì, 25 Gennaio 2012

Un milione o, sicuramente, diverse centinaia di migliaia di Ungheresi (la popolazione è di 10 milioni) il 21 gennaio è sceso in piazza a sostegno di Orban. I medi occidentali però hanno ignorato la notizia, mentre avevano dato grande spazio alla protesta della opposizione che, dopo le modifiche della costituzione, aveva portato in piazza alcune decine di migliaia di cittadini. Un clamoro caso di censura o di autocensura. Occorre seguire attentamente quando sta accadendo in Ungheria.  Le riforme di Orban sono osteggiate dagli USA e dalla UE, ma resta il fatto che sono state approvate da un parlamento democraticamente eletto dal 52 per cento degli aventi diritto. Aventi diritto che scendendo il 21 gennaio in piazza hanno dimostrato di condividere l’operato del Parlamento. Anche Hitler è stato eletto democraticamente, non lo dimentichiamo. Ma non possiamo non rilevare che il popolo è sovrano e ha il diritto di scegliere la propria costituzione. Paradossalmente. anche una svolta autoritaria (attenzione: autoritaria, non dittatoriale, il discrimen è sottile, ma c’è), se assunta secondo le regole di diritto, è ammissibile. Democrazia è consentire al popolo di decidere di optare anzitutto per il regime che vuole. In Inghilterra c’è la monarchia, uno scandalo per la Francia. Perchè non dovrebbe accettarsi l’idea di uno stato autoritario? l’importante è che al popolo venga garantito di cambiare idea e tornare, con le votazioni, a forme più democratiche. In altri termini, a nostro avviso, la democrazia non trova espressione nel regime, ma nel diritto del popolo di scegliere e, se del caso, cambiare il regime che lo ordina. Temis.

“Servizio allo Stato” e burocrazia (by J. Evola)

Mercoledì, 15 Giugno 2011

Un segno caratteristico della decadenza dell’idea di Stato nel mondo moderno è la perdita del significato di ciò che, in un’accezione superiore, è servizio allo Stato. Dove lo Stato di presenta come l’incarnazione di una idea e di un potere, in esso hanno funzione essenziale classi politiche definite da un ideale di lealismo, classi che nel servire lo Stato sentono un alto onore e che su tale base vanno a partecipare dell’autorità, della dignità e del prestigio inerenti all’idea centrale, tanto da differenziarsi dalla massa dei semplici, «privati» cittadini. Negli Stati tradizionali tali classi furono soprattutto la nobiltà, l’esercito, la diplomazia e, infine, ciò che oggi si chiama burocrazia. Su quest’ultima vogliamo svolgere qualche breve considerazione.Quale si è definita nel mondo democratico moderno dell’ultimo secolo, la burocrazia non è più che una caricatura, una immagine materializzata, sbiadita e sfasata di ciò a cui dovrebbe corrispondere la sua idea. Anche a prescindere dall’immediato presente, nel quale la figura dello «statale» è divenuta quella squallida di un essere in lotta perenne col problema economico, tanto da esser ormai l’oggetto preferito di una specie di ludibrio e di amara ironia, anche a prescindere da ciò, il sistema stesso presenta tratti deprecabili.Negli Stati democratici attuali si tratta di burocrazie prive di autorità e di prestigio, prive di una tradizione nel senso migliore, con personale pletorico, grigio, mal retribuito, specializzato in pratiche lente, svogliate, pedanti e farraginose. L’orrore per la responsabilità diretta e il servilismo di fronte al «superiore» qui sono altri tratti caratteristici; in alto, un altro tratto ancora lo è una vuota ufficiosità.In genere, il funzionario statale medio oggi ben poco differisce dal tipo generale del moderno «venditore di lavoro»; effettivamente negli ultimi tempi gli «statali» hanno assunto proprio la figura di una «categoria di lavoratori» che segue le altre sulla via delle rivendicazioni sociali e salariali a base di agitazioni e perfino di scioperi –cose assolutamente inconcepibili in uno Stato vero e tradizionale, inconcepibili quanto un esercito che ad un dato momento si mettesse in sciopero per imporre allo Stato, inteso come un «datore di lavoro» sui generis, le sue esigenze. In pratica, oggi si diviene impiegati dello Stato quando non si è capaci di iniziativa e non si ha nessuna migliore prospettiva, in vista di uno stipendio modesto sì, ma «sicuro» e continuo: quindi in uno spirito più che piccolo borghese e utilitario.E se nella bassa democrazia la distinzione fra chi serve lo Stato e un qualsiasi lavoratore o impiegato privato a questa stregua è dunque quasi inesistente, nelle alte sfere il burocrate si confonde col tipo del politicante insignificante e del «gerarchino». Abbiamo «onorevoli» e «persone influenti» investite del potere governativo, ma il più spesso senza la controparte di una vera e specifica competenza, le quali nei rimpasti ministeriali afferrano e si scambiano i portafogli dell’uno o dell’altro ministero, affrettandosi a chiamare a sé amici o compagni di partito, avendo in vista meno il servire lo Stato o il Capo dello Stato, quanto il trar profitto dalla propria situazione.Questo è il quadro triste che oggi presente tutto ciò che burocrazia. Possono influirvi ragioni tecniche, lo smisurato accrescersi delle strutture e delle superstrutture amministrative e dei «poteri pubblici»: ma il punto fondamentale è una caduta di livello, la perdita di una tradizione, l’estinguersi di una sensibilità, tutti fenomeni paralleli a quello del tramonto del principio di una vera autorità e sovranità.Ci sovviene del caso di un funzionario, che apparteneva a nobile famiglia, il quale presentò le sue dimissioni allorché la monarchia del suo paese crollò. Gli fu chiesto con stupore: «Come mai potevate fare il funzionario, voi che, ricco a milioni, non avevate bisogno di uno stipendio?». Lo stupore di chi si sentì fare una simile domanda non fu minore di quello di chi gliela aveva rivolta: perché egli non poteva concepire onore maggiore di quello di servire lo Stato e il sovrano. E, dal lato pratico, in ciò non si trattava di una «umiltà», ma dell’acquisto di un prestigio, di un «rango», di un onore. Ma oggi chi, più dello stesso mondo burocratico, si stupirebbe e riderebbe se, mettiamo, in questo spirito il figlio di un qualche grosso capitalista ambisse a diventare…uno «statale»?Negli Stati tradizionali lo spirito antiburocratico, militare del servire lo Stato ebbe quasi un simbolo nell’uniforme che, come i soldati, i funzionari indossavano (si noti il desiderio di riprendere tale idea, nel fascismo). E di contro allo stile dell’alto funzionario che fa servire il suo posto alle sue individuali utilità, vi era, in essi, il disinteresse di una impersonalità attiva. Nella lingua francese l’espressione: «On ne fait pas pour le Roi de Prussie» vuol dire presso a poco: non lo si fa quando non ci viene un soldo in tasca. È un riferimento a quel che, per contro, fu lo stile di puro, disinteressato lealismo che costituì il clima nella Prussia federiciana. Ma anche nel primo self-government britannico le funzioni più alte erano onorarie e affidate a chi godesse di una indipendenza economica, appunto per garantire la purità e l’impersonalità della funzione, e, non meno, il corrispondente prestigio.Come si è accennato, la burocrazia in senso deteriore si è formata parallelamente alla democrazia, mentre gli Stati dell’Europa centrale, per esser stati gli ultimi a conservare tratti tradizionali, conservano anche molto dello stile del puro, antiburocratico «servire lo Stato».Mutare le cose, specie in Italia, oggi è impresa disperata. Vi sono gravissime difficoltà tecniche, anche finanziarie. Ma la difficoltà massima è ciò che deriva dalla caduta generale di livello, dallo spirito borghese, dallo spirito materialista e tornacontista, dalla carenza di una idea di vera autorità e sovranità. J. evola su centrostudilaruna

IL controllo dello Stato sulle Università

Mercoledì, 5 Gennaio 2011

tumblr_leg0h5nyRA1qzclizo1_500«Le università britanniche, Oxford e Cambridge incluse, sono sotto assedio da parte di un sistema di controllo statale che sta erodendo la cosa da cui dipende la loro reputazione mondiale: il calibro della loro scholarship». Chi scrive è Simon Head, e il brano che abbiamo riportato è tratto da un saggio di grande interesse appena pubblicato su The New York Review of Books (accessibile on-line sul sito della rivista http://www.nybooks.com/). Head attualmente è Associate Fellow al Rothermere American Institute a Oxford, e Scholar all’Institute for Public Knowledge a New York, ma non è un accademico. Oltre a scrivere per la NYRB, è stato corrispondente del Financial Times e del New Statesman. Di recente ha pubblicato, con Oxford University Press, “The New Ruthless Economics”, uno studio dell’impatto della information technology sul lavoro. Come nasce il sistema di controllo statale di cui parla Head, e perché è così pericoloso per l’eccellenza accademica di università come Oxford o Cambridge? Per ricostruire il fenomeno di cui l’autore si occupa bisogna tornare indietro nel tempo, agli anni dei governi Thatcher. Come è noto, tra la signora e le università, in particolare Oxford, non correva buon sangue. La spiegazione di questa antipatia è da rintracciarsi probabilmente nell’insofferenza del primo ministro nei confronti di istituzioni abituate a una quasi totale autonomia organizzativa, e a un atteggiamento di sovrano disprezzo nei confronti dei valori “middle class” cui la figlia del verduraio di Grantham si richiamava continuamente. Ciò che la Thatcher trovava in particolare difficile da sopportare era l’idea di intellettuali foraggiati con il denaro pubblico, rinchiusi nei chiostri dei college, che passano il proprio tempo a denigrare i “produttori di ricchezza” del Regno Unito. Un oltraggio cui la signora era decisa a metter fine, estirpando la mala pianta dell’arroganza accademica. Per realizzare questo scopo bisognava far passare un diverso modo di considerare l’università rispetto a quello tradizionale, di cui Oxford e Cambridge erano sia la manifestazione più importante sia le custodi più gelose. Head riassume così il nuovo modo di concepire l’università che si è affermato a partire dagli anni dei governi Thatcher: «Per fornire un valore per chi paga le tasse, l’accademia deve consegnare la sua ricerca “prodotto” con una velocità e un’affidabilità che assomigli a quella del mondo dell’impresa privata e inoltre consegnare ricerca che in qualche modo risulterà utile per i settori pubblico e privato della società britannica, rafforzando le prestazioni che il secondo ha nel mercato globale». Nulla a che fare dunque con la cultura, l’identità nazionale o il progresso della conoscenza. Le tradizionali giustificazioni del sistema universitario, e del contributo pubblico al suo finanziamento, sono per i sostenitori di questo nuovo modo di concepire l’istruzione superiore e il suo ruolo niente altro che foglie di fico servite per decenni a mascherare il desiderio di una corporazione di continuare a preservare i propri privilegi. Da questa esigenza di rottura col passato nasce una struttura, l’Audit Commission, che è il primo passo nell’edificazione del sistema di controllo che oggi corre il rischio di strangolare l’eccellenza. Una burocrazia opprimente, il cui compito è “misurare” il prodotto delle università attraverso i “Key Performance Indicators” (l’acronimo è KPIs) ispirati dai metodi impiegati nelle imprese private, cresce di anno in anno stringendo progressivamente la ricerca in una stretta che ormai rischia di soffocarla. Sempre più spesso accade che gli accademici britannici modulino i propri progetti di ricerca e le proprie pubblicazioni avendo in vista le scadenze dei Research Assessment da cui dipende il finanziamento pubblico. Così facendo, essi si adeguano alle pressioni del management delle università che – avendo il dovere di far quadrare i conti – è interessato soprattutto a risultati di breve periodo e scoraggia lavori che richiedono un impegno di diversi anni. Lascio al lettore la lettura del documentato contributo di Head, che spiega nei dettagli come e perché questa idea della ricerca come prodotto abbia innescato distorsioni sempre più gravi, di cui da qualche tempo l’università britannica comincia ad avvertire le conseguenze in maniera sempre più pesante. Mi limito a osservare che di contributi come questo – e dei tanti altri che negli ultimi anni cominciano a mettere in discussione la follia di applicare meccanicamente modelli costruiti per misurare la produzione di merci e servizi alla ricerca – non si è parlato e non si parla nel nostro paese. Nemmeno da parte di chi ha criticato la legge sull’università recentemente approvata. Eppure ci sarebbe molto da imparare da ciò che è accaduto e che sta accadendo nel Regno Unito (la situazione degli Stati Uniti è difficilmente comparabile a quella del nostro paese). Soprattutto, sarebbe auspicabile riflettere su un progetto di riforma dell’università partito suonando la fanfara delle libertà e del merito che ha generato invece un apparato burocratico di tipo sovietico. m. ricciardi riformista

Cade in borsa anche lo Stato (by Ostellino)

Venerdì, 7 Maggio 2010

Nessuno sembra essersi accorto che la situazione della Grecia è la sindrome della crisi dello Stato moderno. L’Unione Europea ha salvato la Grecia; che, ora, deve curare se stessa. Ma è qui che — al di là della contingenza greca— emerge, appunto, sotto il profilo storico e teorico, la crisi dello Stato moderno. Il quale, da un lato, è responsabile della disastrosa situazione finanziaria in cui si trovano anche altri Paesi dell’Unione Europea; e, dall’altro, è incapace di uscirne se non (ri)confermando la propria natura e i propri limiti.

Se lo Stato fosse, come dovrebbe, al servizio del cittadino, e non viceversa, la «cura» del governo greco dovrebbe consistere, soprattutto, nella cancellazione degli enti inutili, nella riduzione degli sprechi, nel contenimento della burocrazia, nella lotta alla corruzione e alle complicità politico- finanziarie. In una parola: nella riforma di se stesso.

Invece, saranno tagliati, con le pensioni, i salari, bloccati aumenti e assunzioni nella Pubblica amministrazione; aumentata l’età pensionabile — settori di spesa sui quali la politica aveva raccolto finora consensi, a scapito dell’equilibrio di bilancio — aumentata l’Iva e tassate una tantum le imprese. È lo Stato moderno che, adesso— dopo averne assecondato i vizi — divora i propri cittadini per salvare se stesso. Né, a temperarne le ambigue oscillazioni fra centralismo e individualismo, valgono le misure di liberalizzazione di alcune professioni, del mercato del lavoro e di settori protetti dalla concorrenza, le privatizzazioni e la vendita di proprietà pubbliche decise dal governo di Atene. È, se mai, l’illusione di contemperare l’eccesso di intermediazione pubblica — ormai insostenibilmente costosa — con parziali misure liberali che rischiano unicamente di favorire gli interessi organizzati invece di quello generale. La perpetuazione di un equivoco. Non una politica. Lo Stato moderno—nella presente situazione di contrazione economica — tende formalmente a (ri)proporsi come mediatore fra la pluralità di interessi in gioco, ma finisce col favorirne, di fatto, alcuni e penalizzarne altri, nella distribuzione delle scarse risorse.

Non è un caso, infatti, che, di fronte alla crisi economica mondiale, anche chi auspica la riduzione della pressione fiscale per rilanciare lo sviluppo abbia, poi, molte difficoltà a proporre una riduzione della spesa pubblica che ne dovrebbe rappresentare l’indispensabile premessa.
Quando il peso dell’apparato dello Stato ha raggiunto una certa massa critica, è pressoché impossibile ridurlo anche perché, in realtà, dietro all’affermazione dell’interesse generale esso nasconde gli interessi degli uomini che ne fanno parte. In tale contesto, la riduzione della pressione fiscale diventa inattuabile perché — come spiega bene la scuola di Public Choice— «se i governanti offrono beni pubblici in cambio di voti, gli elettori, dal canto loro, si comporteranno come consumatori razionali di tasse» (in Luigi Marco Bassani: «Dalla rivoluzione alla guerra civile – Federalismo e Stato moderno in America 1776-1865», ed. Rubbettino). Invece di ridurre tutta la politica europea a rapporti giuridici (il Trattato di Maastricht com’è o rivisitato), forse, andrebbe fatta una seria riflessione sulla crisi dello Stato moderno e della democrazia rappresentativa.
postellino@corriere.it

Lo Stato trattò con la mafia (by Martelli) e Falcone e Borsellino furono uccisi

Venerdì, 9 Ottobre 2009

E’ partita con un battibecco duro fra Di Pietro e Ghedini, la nuova puntata di Annozero. Mentre il conduttore Michele Santoro ha detto di «rimpiangere anche i tempi dell’editto bulgaro». Il leader di Idv esordisce dando del «delinquente» a Berlusconi, l’avvocato deputato lo interrompe e ribatte. Di Pietro: «Ma questo si è fatto uno spinello». E Ghedini: «Forse se li fanno li amici suoi».

(continua…)

No ai funerali di Stato

Sabato, 19 Settembre 2009

Perchè funerali di stato? sono soldati, soldati morti nell’adempimento del loro dovere. la morte è un rischio ordinario per un soldato, che diversamente non sarebbe altro che un impiegato statale. i nostri soldati - che onoriamo in quanto morti per noi tutti - sono stati vittime di una bomba. nessun atto di eroismo li ha contraddistinti. perchè allora funerali di stato? farli significa considerare il loro un sacrificio. ma tale non è perchè la morte è per un soldato un rischio ordinario. farli significa sminuirli perchè lo Stato dinanzi alla ordinarietà della loro morte più che come soldati li considera come figli. ma un soldato non è mai figlio, se mai è padre.