Articolo taggato ‘successo’

Il successo dell’avvocato squalo

Giovedì, 6 Marzo 2008

Lo squalo dice: «La verità è relativa. Scegline una che funzioni». Lo dice perché così vince: non importa chi sia colpevole e chi sia innocente, l’importante è convincere la giuria. Per Sebastian Shark Stark, cioè mister Stark lo squalo, il tribunale è un campo di battaglia e ciò che conta, alla fine dell’arringa, è lasciare il campo da campioni.

Lo squalo, protagonista dell’omonima serie tv della Cbs ora su Rete4, di guerre legali se ne intende: per anni ha difeso i ricconi di Bel Air e Beverly Hills, prima di passare all’ufficio del procuratore di Los Angeles. Stark the shark è il dottor House dei tribunali: rude, spregiudicato, gode ad essere politicamente scorrettissimo. Ai suoi praticanti neolaureati piace così: attacca, non ha paura dei colpi bassi, e intasca il verdetto giusto. Qualche volta incassa, ma non cambia. Non è più tempo di Perry Mason: troppa concorrenza rende cinici per necessità, come i carrieristi di Boston Legal, come l’Avvocato del diavolo Keanu Reeves che abbandona i sogni di giustizia appena sente profumo di soldi e di potere.

(continua…)

200.000 pagine viste in 15 mesi! grazie by TEMIS

Martedì, 29 Gennaio 2008

GRAZIE, CARI SODALI

(continua…)

Veltroni: un perdente di successo – ritratto al vetriolo di Pansa (L’Espresso)

Venerdì, 29 Giugno 2007


“Candidato naturale alla guida del Pidì o scelta obbligata di una Quercia in agonia? Uomo nuovo o ‘vecchio arnese’ (Berlusconi dixit)? Io vedo Walter Veltroni come un esempio luminoso del Perdente di successo. Un politico con alle spalle più sconfitte che vittorie. Eppure capace di rialzarsi dalla polvere per risalire sull’altare. Restando sempre uguale a se stesso: un piacione che ama piacere, un favolatore che illude la gente, un conciliatore degli inconciliabili. E dunque un leader inadatto a un’Italia in declino che ha bisogno di capi severi, dalla parola aspra e dalle scelte crudeli.

Ho visto giusto? Non lo so. Su Walter ho scritto migliaia di righe e ne ho lette qualche milione. E il troppo inganna. Le mie cronache su di lui iniziano nella primavera del 1994. Achille Occhetto ha perso le elezioni contro il Cavaliere e deve lasciare le Botteghe Oscure. Baffo di Ferro non vuole cedere lo scettro a D’Alema. Così decide di gettargli tra le gambe un candidato a sorpresa: Veltroni. In quel momento, Walter non ha ancora 39 anni ed è soltanto il direttore dell”Unità’. Tre messi occhettiani (Piero Fassino, Claudio Petruccioli e Fabio Mussi) cominciano a costruire la sua candidatura. Sembrano farlo a dispetto del candidato. Che giura di non aspirare al Bottegone: “Il mio lavoro è, e resterà, quello di dirigere il nostro giornale”.

In realtà, Walter si vede già alla guida del partito. Il 22 giugno spiega a Barbara Palombelli di ‘Repubblica’: “Il mio sogno? Un milione di persone in piazza. E non per salutare qualcuno che se ne va, ma per festeggiare qualcosa che comincia. Sogno una sinistra unita, che ritrova le ragioni della speranza, riaccende un fuoco, riscopre ideali”. I due candidati non potrebbero essere più diversi. D’Alema è superbo, brusco, dentuto con i giornali. Quando un cronista gli chiede se ha stretto un patto di non aggressione con Veltroni, replica gelido: “Sono cazzi nostri”. Veltroni è il buonista gaudioso. E fa spallucce quando un amico lo grattugia così: “Walter, se vuoi essere un numero uno, devi smetterla di dar ragione a tutti”.

Il sogno si dissolve il 1 luglio 1994, alla Fiera di Roma. Il Consiglio nazionale elegge segretario D’Alema. Walter incassa con il sorriso sulle labbra. Dice ad Alberto Statera della ‘Stampa’: “Mi vede pallido, ma è colpa della dieta. Ho perso tredici chili in un mese e mezzo”. Poi telefona alla figlia Martina: “Allegra, zio Massimo ci ha salvato le ferie!”. Walter rimane a guidare ‘l’Unità’. Fa un bel giornale che non ha nulla del foglio di battaglia. Mai ruvido con gli avversari. Niente campagne-carogna. Articoli intelligenti e spesso inutili. Il Museo dei bidoni. Dalla trota pelosa allo yeti. L’artigiano che fabbrica alabarde per il cinema. Professione sub, un sessantottino sotto il mare. E via cazzeggiando, per la rubrica ‘Chi se ne frega’ del maledetto ‘Cuore’.

Ma il Perdente cerca la rivincita. Ne ottiene una nell’estate del 1995. Vittoria d’immagine, con il libro ‘La bella politica’. Trionfo di pubblico e di critica. Persino Romano Prodi non si sottrae all’obbligo del santino. Geloso, D’Alema scrive anche lui un libro: sessanta pagine sull’Italia normale. E i due testi diventano la canzone dell’estate in tutte le feste dell’Unità.

A quella nazionale gareggiano le coppie D’Alema-Maurizio Costanzo e Veltroni-Giovanni Minoli. Una kermesse di luci della ribalta, selve di telecamere, recensioni lecchine. Ma è in agguato la destra, nella persona di Vittorio Feltri, direttore del ‘Giornale’. Che in agosto attacca su un fronte imprevisto: Affittopoli.

Walter, sia pure non da solo, perde un’altra volta. Anche lui è tra gli inquilini delle case offerte ai vip dagli enti previdenziali. E va fuori dai fogli. Ricordo una telefonata furibonda all”Espresso’: “Pure voi ci avete preso a calci in faccia!”. Gli dico: perché non replichi sull”Unità’? La risposta mi lascia secco: “Non posso, perché noi siamo un giornale d’informazione”.

È una fine estate violenta. Walter ha lo sguardo smarrito del tacchino inseguito dal cuoco. Ma si riprende presto, convinto della sua buona stella. Siamo alla primavera del 1996. Prodi lo fa correre con lui. Walter vorrebbe candidarsi nel collegio sicuro di Suzzara. Poi D’Alema, dal Bottegone, lo strattona. E Walter affronta la battaglia a Roma 1, contro il magistrato Filippo Mancuso.

È un match da film dell’orrore. Il più perfido del Polo contro il più buono dell’Ulivo. A vincere è Walter. Il compagno di banco che ti fa copiare il compito. Il vicino di casa che accorre quando il tuo lavandino perde. Uno dei suoi slogan, dedicato all’ambiente, sembra fabbricato per lui: ‘Chi lo ama è riamato’. Ma dovrà sopportare il ritratto al curaro che Mancuso affida a Francesco Merlo, del ‘Corriere’: “Veltroni è un elencatore di luoghi comuni, parla di cose che non sa, cita libri che non legge, è un anglista che non conosce l’inglese, un buonista senza bontà, un americano senza America, un professionista senza professione”.

Prodi lo porta con sé a Palazzo Chigi. Ci staranno per poco. Il 9 ottobre 1998 il governo cade. Al Professore subentra D’Alema. E Walter, sconfitto come vice-premier, trova una via d’uscita grazie a Max che lo designa a succedergli come segretario dei Ds. Ancora una volta perdente di successo, Walter viene eletto da una maggioranza bulgara: l’89,1 per cento.

Quattro giorni prima, Walter visita in carcere Adriano Sofri, con Pietrostefani e Bompressi. E auspica la revisione del processo per l’assassinio del commissario Calabresi. Poi va a raccogliersi sulla tomba di don Giuseppe Dossetti, l’icona della sinistra dicì. Carcerati, morti ammazzati, sepolcri di sant’uomini. La spalla di Walter, Pietro Folena (oggi rifondarolo) s’affanna a spiegare: la nostra è attenzione alle problematiche della sofferenza e contaminazione di culture. Ma c’è chi si chiede: l’epoca di Walter al Bottegone sarà di sangue versato e di lacrime a gogò?

L’anno successivo il sangue comincia a versarlo il partito. Elezioni europee del 13 giugno 1999: rispetto alle politiche del 1996, i Ds perdono per strada due milioni e mezzo di elettori. Al Nord sono ridotti al 13,1 per cento. Forza Italia svetta. In tivù compare un Veltroni disfatto, i capelli ritti, il famoso neo quasi a ciondoloni. Come non capirlo? Eccolo descrivere il suo partito, nel luglio di quell’anno: “Gracile, arrogante, ha sostituito il centralismo democratico con il casino. Siamo pieni di intrighi, di correnti, di lotte. Sono spaventato da una Quercia ricca non di opinioni diverse, ma di guerre intestine”. Quindici giorni prima, i Ds hanno perso il Comune di Bologna, la roccaforte rossa.

Passano sei mesi e, il 15 gennaio 2000, Walter è rieletto segretario dei Ds al congresso di Torino. Ma la Quercia è in pieno marasma da clan. Ulivisti puri. Miglioristi superstiti. Veltroniani. Dalemisti. Pontieri. Sinistra tenera. Sinistra dura. Laburisti. Cristianosociali. Sinistra repubblicana. Comunisti unitari. E riformatori per l’Europa. Morale: il 16 giugno di quell’anno una nuova batosta per Ds e alleati. Sconfitti in otto regioni su quindici. Il giorno dopo D’Alema si dimette da premier, lasciando la poltrona a Giuliano Amato. Walter è sotto accusa, anche se quel disastro non può essere addebitato soltanto a lui. Ma è in quell’estate, forse, che il Perdente di successo medita la sua exit strategy: uscire dall’agone nazionale e rintanarsi a Roma.

L’occasione si presenta all’inizio del gennaio 2001. Il sindaco della capitale, Francesco Rutelli, si dimette per guidare il nuovo scontro con Berlusconi, previsto per maggio. Walter si candida subito a succedergli. Come è possibile? Il leader dei Ds che si rifugia in un municipio? In realtà, Veltroni ha annusato un’altra catastrofe. E non vuole perire sul campo. La catastrofe arriva alle politiche del 13 maggio. Vittoria schiacciante di Forza Italia. I Ds sono al minimo storico: 16,6 per cento. Lo stesso giorno, Walter si batte contro Antonio Tajani. Ma diventa sindaco di Roma soltanto due settimane dopo, al ballottaggio. Il Perdente di successo l’ha scampata bella. Ha vinto in casa, però ha vinto. E bisserà la vittoria nel 2006, con un margine molto ampio.

Roma capoccia e ladrona è ormai sua. L’astuto Walter ne farà la rampa di lancio per nuove avventure. Al partito ci pensi quel piemontardo faticone di Fassino. Piero verrà eletto segretario a Pesaro, il 16 novembre 2001. E troverà all’opposizione proprio Walter, capo ombra del Correntone di sinistra.

Adesso, come nel gioco dell’oca, si ritorna alla casella di partenza. I due avversari storici di Walter lo candidano alla guida del Pidì. È l’auspicato rinnovamento? Direi di no. Siamo ai soliti tre attori di tanti spettacoli nel Teatro della Quercia. Dunque ci vorrebbero altri competitor nelle primarie. Difficile, ma non impossibile, che emergano. Comunque, smettiamola con i requiem anticipati per Prodi. Non è elegante. E disturba molto anche gli scettici come me”.

(Giampaolo Pansa ?L?Espresso?)
Riferimenti: Ubriaco a Trastevere: la foto ripresa da tutto il mondo

Orologi e gioielli: Moccia dopo il successo editoriale tenta quello commerciale

Venerdì, 6 Aprile 2007


“Tre libri, due film, un musical, un adattamento tv, una parodia di Fiorello, una linea di orologi e di gioielli. La lista della spesa di Federico Moccia al mercato del successo continua ad allungarsi e mette nel carrello un po? di tutto, incontri in libreria e comparsate a feste, presidenze di giurie letterarie e presentazioni-evento. È il marketing, bellezza, che ha trasformato «Tre metri sopra il cielo» in logo e il suo autore in brand, cioè in una marca. Le saghe di Harry Potter e di Eragon ci avevano già abituato alle sequenze libro-film-zainetto-gadget vari, ma la «brandizzazione» in atto di Moccia e delle sue creature è un fenomeno abbastanza nuovo. Soprattutto per il target. Il maghetto e il drago arrivano massimo ai ragazzini delle medie, Step e Babi prendono gli imprendibili teen-ager, croce e delizia dei pubblicitari. Così questo momento magico va sfruttato al massimo e Moccia è praticamente ubiquo. L?altra sera a Milano gli automobilisti si chiedevano chi fosse questa volta a bloccare il traffico nel megaincrocio di Porta Venezia, dove i caselli del dazio ottocenteschi sono ormai diventati una location per «eventi» di ogni tipo. E lì, su quella terrazza sospesa fra le auto in cui si gustano cocktail alla Calindri, in mezzo al «logorio della vita moderna», c?era lui, Moccia, che presentava il musical di «Tre metri sopra il cielo» (e annesso libro Feltrinelli col copione dello spettacolo teatrale) e poi una linea di orologi e di gioielli. Una presentazione in pieno stile 3MSC, con coppie di ragazzini che salivano sulla terrazza per lanciare palloncini che portano promesse d?amore tre metri sopra il cielo? Così vedremo orologi e braccialetti con su scritto «Io e te tre metri sopra il cielo» e il logo di un cuore trafitto da un pugnale (una volta era una freccia, ma i tempi son cambiati). Costano da 30 a 80 euro, prezzi da teen-ager, e vengono prodotti da Tribe by Breil che è poi lo sponsor del musical. Questo debutterà il 19 aprile e ha già incassato 20 mila prenotazioni. Grandi numeri a cui ci avevano già abituato i libri e i film. Intanto, se ancora non fosse chiaro che questo è il suo momento, Moccia è appena stato presidente di un premio letterario (sponsor un brand di videogiochi) e chiuderà un ciclo di incontri sulla letteratura per adolescenti (titolo: «Dal primo all?ultimo bacio»). E poi è nel cast degli autori del nuovo show di Raiuno con Teocoli e Ventura e insieme sta lavorando all?adattamento tv di «Tre metri sopra il cielo» per Italia Uno.
Altro? Be?, ha appena conquistato la copertina di Pasqua di «Famiglia Cristiana» ed è un «testimonial» multitarget, non solo per sognanti ragazzine ma anche per adolescenti eco-sensibili: sotto l?ala verde di Greenpeace ha aderito alla campagna «scrittori per le foreste» e pubblicato il suo ultimo romanzo su carta riciclata. E, viste le tonnellate di libri che vende, vuol dire aver gentilmente risparmiato delle foreste intere…
Insomma, Federico Moccia è un brand perfetto? A sorpresa, lo scrittore che come Bret Easton Ellis ha chiamato le cose con i loro marchi – ogni pagina è una playing list: Superga, Onyx, Ray Ban – viene bocciato proprio dai guru del marketing. Enrico Finzi: «Gli suggerirei di gestirsi meglio perché c?è anche il rischio che abbassi la sua immagine. E poi anche questo veicolare la cultura attraverso la non-cultura è miope». Il presidente di Astra Ricerche spiega: «Io non ho la puzza al naso e anzi ho molto rispetto per chi ha successo come lui, vuol dire che risponde ai bisogni di qualcuno. Però in questo autoconsumismo ci si brucia in poco tempo e invece si potrebbe puntare di più sul lungo termine, sulla qualità».
Consigli pratici? «Guardi Fiorello, che è stato zitto per un po? e adesso fa anche pubblicità eccellenti come quella Fiat – e pessime come quella Infostrada -. Non è Einstein, ma sa equilibratamente spingere sull?acceleratore e poi sul freno». Critico pure Klaus Davi: «Provo qualche fastidio a merchandisizzare la letteratura, anche quella di consumo. Non tanto per l?operazione, che è legittima, quanto perché toglie dalla dimensione del sogno il suo racconto e lo precipita nel merchandising». E Moccia come personaggio? Non è un Adone ma gode anche della sovrapposizione di immagine con Scamarcio… «Non c?è dubbio che ci sia un effetto specchio e i due rafforzino la propria immagine l?uno con l?altro, ma Moccia l?ho visto negli incontri in libreria: è rassicurante, ironico, infantile. Quindi piace alle ragazze. A modo suo è un seduttore». E comunque vada, è stato un successo”.
(Sara Ricotta Voza ?La Stampa?)

Intervista a Moccia da ?La Stampa?

“Moccia lei è ormai un uomo-brand per il target giovanile ma ha un numero di cellulare preistorico, di quelli che iniziano col 336. Lo stesso dai tempi in cui non era famoso?
«Veramente sì, è il primo numero che ho avuto, del primo telefonino che mi sono fatto?».
Qualche giorno fa a Milano ha presentato un musical e una collezione di orologi. Fino a che punto è disposto a spingersi nei settori merceologici: cellulari sì, mutande no?
«La verità è che ho ceduto i diritti di ?Tre metri sopra al cielo? alla Cattleya e gli orologi fanno parte del merchandising legato al film. A me piace fare il libro poi il film poi magari lo spettacolo teatrale. Il resto non lo decido io e spero sempre non si esageri. Non vedrei quel simbolo su una padella, ma su due tazze per fare colazione sì, e anche su un bel paio di lenzuola, su un cuscino, sulle tende e magari su una bottiglia di bianco freddo da sorseggiare davanti a un bel tramonto?».
Le hanno mai chiesto di fare spot, di diventare testimonial di qualcosa?
«Mai, e invece mi piacerebbe molto essere associato a una pubblicità e saprei anche a che cosa: a una penna. Sarei perfetto, io scrivo a mano tutti i miei libri, il computer viene dopo. Mi piace sentire scorrere la penna sulla carta e la stessa pagina assume forma pittorica».
Uno stilista o un brand di abbigliamento le ha mai chiesto di vestirla?
«No e infatti vesto sempre male, sono piuttosto scombinato. L?idea mi divertirebbe ma in realtà mi piace esser libero di decidere a capocchia?».
I brand di Federico Moccia?
«Sono un po? quelli di Step: i Levi?s, le Adidas, la camicia Brooks Brothers, il telefonino Nokia e i Ray Ban di tutti i tipi, ne ho una collezione. Però l?orologio è antico, un Bulova Accutron che adoro e metto solo quello. Il brand-Moccia è composto di cose che mi piacciono ma non necessariamente di moda».
Ma la vera incoronazione a personaggio è la parodia di Fiorello. Sicuro che le piace?
«Finora si è sempre tenuto nei limiti del decente. Del resto lui è un grande e si accorge se esagera. È come quando a una cena metti in mezzo uno e lo prendi in giro. Se sei educato senti tu stesso quando cominci a stonare e l?atmosfera intorno gela, metti tutti in imbarazzo e non ci si diverte più. Bisogna sapere accettare il gioco della società in cui hai deciso di vivere, no? Anche se agli incontri nelle librerie molti ragazzi arrivano credendo alla caricatura di Fiorello; mi tocca riconquistarli e dirgli subito che non sono quell?imbecille che dice ?CiaosonoMoccia-scrivolibbri??».

Dopo l’Uomo Qualunque, Beppe Grillo: l’irresistibile successo del qualunquista

Lunedì, 2 Aprile 2007


Per il suo spettacolo, ha venduto settantamila biglietti in sei giorni solo a Roma. Il suo blog è uno dei più visitati al mondo; il libro un best seller. Beppe Grillo, bravo! direbbero i francesi. Espulso dalla televisione di Stato per la sua battuta sui socialisti, Grillo è riuscito a costruire una fortuna sbeffeggiando i politici e chiunque sia al potere. Vedi la sua battaglia sui “pregiudicatiparlamentari”, ripresa anche dalla stampa americana. Per Grillo chi ha subito una condanna non dovrebbe essere eletto in Parlamento. Il suo elenco dei deputati pregiudicati è stato cliccato da centinaia di migliaia di internauti. Sì, ma come la mettiamo con la presunzione di innocenza, che impone di attendere il passaggio in giudicato della sentenza? Grillo non si esprime sul conflitto di valori del nostro sistema, sposa la prospettiva più facile. E così ottiene l’applauso e l’adorazione del pubblico che si riconosce nel novello Savonarola, pronto però a cambiare idea e a invocare la presunzione di innocenza quando ad essere toccato dal sistema è un amico, un parente o il proprio partito. Analogo discorso per l’attacco ai consiglieri di amministrazione delle società quotate in borza, “luogo malsano” nel quale tutti sono impegnati in un’ “orgia”. Giù applausi; sarà la freudiana invidia del pene? Perchè un manager non dovrebbe stare in più consigli di amministrazione? Anche Beppe Grillo ha il dono della ubiquità: ha un blog, scrive libri, fa un tour per l’Italia. Prima di lanciare l’ennesima campagna demagogica, avrebbe dovuto valutare pagliuzze e travi proprie e altrui. Insomma, a TEMIS piace la straordinaria verve comica di Grillo; stima la capacità del professionista di sfuggire all’obblio cui lo aveva condannato la censura della Rai; ma detesta e contesta il qualunquismo che avvelena i suoi discorsi. Lo detesta perchè dà voce all’italiano che contesta il sistema sino a quando non riesce ad entrarvi, sempre pronto a criminalizzare la classe dirigente, ma a chiederne i favori. Lo detesta perchè, come Sordi, non riesce più a distinguersi dal ruolo e legittima quella differenza tra politica e società civile che vuole che tutti i delinquenti siano nella prima, quasi che la seconda non sia quella da cui provengono e che elegge i politici stessi.

Cultura gli effetti perversi del successo commerciale delle librerie Feltrinelli

Lunedì, 29 Gennaio 2007


La nuova formula commerciale delle librerie Feltrinelli sta ottenendo il successo che merita. Le librerie, belle e ricche non solo di libri, ma di riviste, cd, dvd e gadget vari, sono costantemente piene di giovani e anziani, appassionati lettori, ma anche cultori di mode e tendenze. TEMIS ne è compiaciuta, ma anche estremamente allarmata. Il successo delle Feltrinelli sta infatti creando un effetto perverso: quello della omologazione dell’offerta libraria. Il forte richiamo che le librerie della catena esercitano sul pubblico – anche in ragione degli sconti che le economie di scala consentono – sortisce il perverso risultato di ghettizzare i libri che non trovano spazio sui loro scaffalli. Non si tratta di discriminazione, ma della ferrea legge del mercato. Solo che, come mette in evidenza lo stesso Feltrinelli junior, le Feltrinelli non sono delle librerie qualsiasi, non sono (solo) delle librerie commerciali, ma piuttosto dei centri di cultura militante, che hanno un loro indirizzo ideologico in ragione del quale sono operate le scelte editoriali e commerciali. Tutto lecito e tutto legittimo, ma cari sodali di Temis andate in una Feltrinelli e provate a chiedere un libro di case editrici esotercihe o della nuova destra. Andate a chiedere, ad esempio, un saggio di Alain de Benoist – che vende e molto sia in Francia che in Italia (vedi, ad es., le librerie Arion) – non c’è o al massimo ne troverete una copia che una volta venduta difficilmente viene richiamata. Poco male, direte, basta andare dalle librerie concorrenti. Purtroppo non è così facile: spesso le Feltrinelli sono le uniche librerie e, anzi, spesso proprio a causa del successo e degli sconti delle Feltrinelli è sempre più difficile per le librerie indipendenti sopravvivere. E’ la dura legge del mercato, ma i libri possono essere considerati una merce qualsiasi, come un detersivo o una brioche? ne dubitiamo, come dubitiamo che la omologazione dell’offerta libraria faccia bene ai quei giovani che entrano nelle Feltrinelli per acquistare un cd e magari comprano anche un libro. Siamo ben felici del fatto che grazie alla presenza sia del cd che del libro, il giovane possa essere tentato di comprare quest’ultimo; siamo ben felici, ma anche preoccupati che quell’unico libro che compra risponda a una ben precisa linea ideologica. Sappiano che questo non è un problema delle Feltrinelli – che fanno (e bene) il loro lavoro -; sappiamo però che questo è un problema per la società civile, un problema che non può più essere sottaciuto!

Effetti perversi del successo commerciale delle librerie Feltrinelli

Lunedì, 29 Gennaio 2007


La nuova formula commerciale delle librerie Feltrinelli sta ottenendo il successo che merita. Le librerie, belle e ricche non solo di libri, ma di riviste, cd, dvd e gadget vari, sono costantemente piene di giovani e anziani, appassionati lettori, ma anche cultori di mode e tendenze. TEMIS ne è compiaciuta, ma anche estremamente allarmata. Il successo delle Feltrinelli sta infatti creando un effetto perverso: quello della omologazione dell’offerta libraria. Il forte richiamo che le librerie della catena esercitano sul pubblico – anche in ragione degli sconti che le economie di scala consentono – sortisce il perverso risultato di ghettizzare i libri che non trovano spazio sui loro scaffalli. Non si tratta di discriminazione, ma della ferrea legge del mercato. Solo che, come mette in evidenza lo stesso Feltrinelli junior, le Feltrinelli non sono delle librerie qualsiasi, non sono (solo) delle librerie commerciali, ma piuttosto dei centri di cultura militante, che hanno un loro indirizzo ideologico in ragione del quale sono operate le scelte editoriali e commerciali. Tutto lecito e tutto legittimo, ma cari sodali di Temis andate in una Feltrinelli e provate a chiedere un libro di case editrici esotercihe o della nuova destra. Andate a chiedere, ad esempio, un saggio di Alain de Benoist – che vende e molto sia in Francia che in Italia (vedi, ad es., le librerie Arion) – non c’è o al massimo ne troverete una copia che una volta venduta difficilmente viene richiamata. Poco male, direte, basta andare dalle librerie concorrenti. Purtroppo non è così facile: spesso le Feltrinelli sono le uniche librerie e, anzi, spesso proprio a causa del successo e degli sconti delle Feltrinelli è sempre più difficile per le librerie indipendenti sopravvivere. E’ la dura legge del mercato, ma i libri possono essere considerati una merce qualsiasi, come un detersivo o una brioche? ne dubitiamo, come dubitiamo che la omologazione dell’offerta libraria faccia bene ai quei giovani che entrano nelle Feltrinelli per acquistare un cd e magari comprano anche un libro. Siamo ben felici del fatto che grazie alla presenza sia del cd che del libro, il giovane possa essere tentato di comprare quest’ultimo; siamo ben felici, ma anche preoccupati che quell’unico libro che compra risponda a una ben precisa linea ideologica. Sappiano che questo non è un problema delle Feltrinelli – che fanno (e bene) il loro lavoro -; sappiamo però che questo è un problema per la società civile, un problema che non può più essere sottaciuto!

Il successo dei blog nel 2006: 57 milioni e raddoppiano ogni 230 giorni

Domenica, 31 Dicembre 2006

Su internet ci sono 57 milioni di blog. Il loro numero raddoppia ogni 230 giorni con 100.000 nuovi siti. Ogni ora sono diffusi in rete 54.000 post. Però solo il 55 per cento dei blog è stato aggiornato almeno una volta negli ultimi tre mesi. I dati sono de “La Repubblica”.

L’indulto è un successo: calano i reati e i recidivi dal 9 al 7 per cento

Giovedì, 21 Dicembre 2006

L’indulto funziona. La percentuale dei recidivi – ossia dei detenuti che tornano a delinquere – è scesa dal 9 al 7%. Così da agosto a settembre i reati sono calati di circa 5.200 unità rispetto allo stesso periodo del 2005. Sono dati riportati da “Il Foglio”, che ha affidato a Claudio Cerasa un bel commento sui numeri che dicono che chi è uscito non si è rimesso a delinquere. E’ una bella notizia. TEMIS aveva preso posizione contro l’indulto non per il merito, ma per le modalità: la misura approvata dal Parlamento trovava applicazione non solo ai detenuti condannati, ma anche a chi era sotto processo e a chi non era stato ancora inquisito. Confermiamo le nostre riserve, ma diamo atto del successo che la misura ha sin qui ottenuto.