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E questi sarebbero “tecnici”? di cosa? (by Blondet)

Mercoledì, 11 Aprile 2012

La famosa riforma del mercato del lavoro fa ridere e piangere: è peggio di prima, quando l’articolo 18 esercitava tutta la sua forza bruta. I fancazzisti sono più o meno illicenziabili come prima; nella faccenda si torna ad inserire il giudice del lavoro – l’attore che bisognava lasciar fuori – che può decidere «il reintegro». E d’accordo, si può trovare la scusa che la riforma è fallita perchè la ministra tecnica non è riuscita a superare la fortissima resistenza dei sindacati e delle sinistre che in Parlamento sostengono il governo tecnico con le destre.Vabbè. Ma che dire del pasticcio tragicomico degli «esodati»? L’orribile nome spetta a quei poveracci che si sono licenziati (o sono stati invitati all’«esodo») contando di andare in pensione con le vecchie norme – effettivamente vigenti fino al 31 dicembre 2011. Poi, la «riforma delle pensioni» li ha lasciati a metà del guado, senza salario e senza pensione. Anche per 5 anni. E quanti sono? Sessantamila, dice il governo, che non ne sa bene il numero; 350 mila, secondo altre fonti. Sono comunque un bel numero, vittime di una violazione fondamentale del diritto e della pura e semplice civiltà. Apparentemente, i tecnici non sapevano della loro esistenza.

L’IMU: il capolavoro dei tecnici. Hanno voluto fare insieme una patrimoniale, un atto di punizione storica contro gli italiani che mettono i soldi nel mattone – specie in seconde case – invece che in Borsa (come insegna Goldman Sachs), e magari, chissà, un incentivo allo smobilizzo di quei capitali immobili per mobilizzarli a vantaggio del dinamismo economico. 

Sono riusciti:

1) A stroncare definitivamente la domanda immobiliare, già in agonia per il crollo dei mutui concessi dalle banche (-44%), tassando dieci volte più di prima valori immobiliari che sono caduti, stante la crisi, del 30%. Ed è inutile ricordare quanto l’immobiliare sia un volano trascinatore dell’economia reale per decine di settori, dall’industria dei mobili agli elettrodomestici agli attrezzi elettrici e idraulici.

2) Hanno stroncato l’agricoltura, applicando l’IMU sui fabbricati rurali vasti (perciò ipertassati) come fossero seconde case, colpite esosamente e punitivamente. Ciò che, secondo le associazioni di categoria, «rappresenta una doppia tassazione, essendo i fabbricati strumentali all’attività agricola già tassati quando vengono pagate l’IRPEFe l’ICI sui terreni». Risultato: «Effetti devastanti; l’applicazione dell’IMU potrebbe accelerare la dismissione del settore agricolo». Grazie, competentissimi tecnici.

3) Hanno praticamente sparato alla testa delle 41 mila famiglie che abitano in alloggi di cooperative a proprietà indivisa: gente che vive in case popolari, per lo più. Povera. E che ora deve pagare per l’alloggetto l’IMU punitiva come «seconda casa», anzichè come prima casa. Deve pagare il doppio circa dei normali proprietari di prima casa. Prima, con l’ICI, ognuna di queste famiglie, per 70 mq, pagava 45 euro l’anno. Adesso pagherà 665 euro: un aggravio fiscale di più del 1.350%, sulla fascia più debole dela popolazione. Da cui il fisco estrarrà 500 mila euro l’anno. La nuova IMU confezionata dai tecnici è «paradossale e iniqua», ha detto Luciano Caffini, presidente di Legacoop Abitanti, perchè non riconosce lo status di abitazione principale per questi alloggi, che vengono assegnati proprio a condizione di non possedere un altro alloggio».

I tecnici hanno dimenticato di coordinare le loro «riforme» col diritto, e anche con la logica. Sembrano sopresi dall’esistenza di edifici agricoli che non sono «seconde case», e dall’esistenza di 41 mila famiglie che vivono in cooperative indivise. Alla Bocconi, o a Harvard, non hanno imparato nulla delle cooperative indivise, nè degli spazi che servono all’agricoltura. Hanno imparato «case histories» di Wall Street, e tutto sui CDS ed altri derivati. Hanno vissuto nell’illusione che la realtà esterna fosse lineare come le loro lezioni, e si potesse applicare l’IMU di loro invenzione in modo semplice e lineare. Come ignoravano l’esistenza dei lavoratori che hanno fatto l’esodo dal lavoro, fidando nelle leggi dello Stato, oggi «esodati» senza posto. I tecnici farfugliano: «Le aziende potrebbero riprenderseli…». Non sanno di cosa parlano.

4) Fanno pagare anche gli anziani in casa di riposo. Se hanno un appartamento, è «seconda casa» per l’IMU. Giù tasse. I poveretti dovrebbero venderli, gli appartamenti. Ma come? Nessuno compra, perchè non si fanno mutui.

5) Hanno fatto pagare l’IMU alla Chiesa, ma non alle fondazioni bancarie. Perchè sono, dicono i tecnici, «associazioni benefiche». Che gestiscono banche (scrive Sechi su Il Tempo) «possiedono quote determinanti delle grandi banche, e partecipano agli utili, di cui solo una quota viene ridistribuita in opere di bene. E possiedono un enorme patrimonio immobiliare su cui non pagheranno un euro». Al contrario della Chiesa.

Favori alle banche, sì, i tecnici le sanno fare. È la loro specialità. In questo sono competenti. Su tutto il resto, sono bambini che scoprono solo adesso il duro, complicato mondo reale. Sulle energie rinnovabili, se dare o no i sussidi, distinguere i furbi dai seri produttori, i tecnici non sanno che fare.Sui pagamenti in ritardo delle pubbliche amministrazioni ai fornitori, che stanno devastando aziende e inducendo suicidi di imprenditori, non fanno nulla.Sulla famosa «crescita», nulla di nulla; nessuna idea, solo annunci.Per il resto solo tasse, niente tagli alla spesa pubblica.È l’obiezione, più o meno rispettosa, che si fa al governo dei tecnici. Sempre meno rispettosa, perchè diventa sempre più chiaro che i «tecnici» non solo non hanno il coraggio di intaccare le potentissime caste dei parassiti pubblici, nè le banche nè i partiti, ma non sanno nemmeno come fare. Tecnicamente, non sanno dove sono gli sprechi; non hanno idee precise sulle sacche di mal-amministrazione. L’abolizione dell’articolo 18, hanno detto, «non si può applicare agli statali, perchè sono stati assunti con concorsi». I sacri, truccati concorsi: intoccabili.Ed anche senza concorsi: Il Fatto ha rivelato che proprio all’Agenzia delle Entrate, la Grande Moralizzatrice del popolo evasore, su 1.143 alti funzionari, 767 occupano poltrone a cui non hanno diritto, che hanno preso senza concorso. La «legalità» che Befera impone ai contribuenti, non la impone ai suoi dirigenti: «Sono necessari per assicurare l’operatività delle strutture». La lotta anti-evasione ha la priorità su tutto, il che significa: il fine giustifica i mezzi, principio che regge anche la pirateria e la bande di rapinatori. È l’alto senso giuridico del «tecnico» Befera.«Il numero attuale degli occupati nelle pubbliche Amministrazioni risulta essere abnormemente elevato», scrive il benemerito professor Alessandro Mela. «Secondo i dati della Ragioneria Generale dello Stato vi sarebbe unrapporto con il totale sulla forza lavoro del 13.72%. Questi rapporti contrastano visibilmente con il 9.6% della Germania oppure con il 10.7% della Slovacchia. Si tenga presente, per esempio, che 320.000 persone appartenenti ai Corpi di Polizia sono giusto il doppio del numero in ruolo analogo riscontrabile in Russiache ha 143 milioni di abitanti».La pubblica istruzione ha un addetto ogni 5 studenti… «I 515.000 dipendenti delle regioni e di varie autonomie locali sono quasi tre volte più numerosi dei dipendenti in ruolo analogo nei Länder della Germania, che ha ben 81.772,000 abitanti».Si potrebbe tagliare lì, non vi pare? Ma i tecnici non lo fanno. Più tasse, questo lo sanno fare.Tagli agli scandalosi, ripugnanti «rimborsi elettorali» ai partiti criminali, rimborsi che superano di dieci volte le spese realmente sostenute? Che producono i Lusi e i Belsito? Tesorieri in Porsche Cayenne e ville seicentesche? E i Rutelli e i Trota? No, questo i tecnici non lo sanno fare.Risultato finale: il debito pubblico, sotto il governo Monti, il governo tecnico messo lì per ridurre il debito, è aumentato.Leggo da Franco Bechis: «Dal 15 novembre del 2011 al 31 marzo 2012 sono scaduti titoli di Stato di varia natura per 152.940 miliardi di euro. Monti ne ha rinnovati in quantità maggiore dello scaduto: 188.288 miliardi di euro. È grazie a quella differenza, di circa 35,3 miliardi di euro che è aumentato il debito pubblico italiano».La spesa pubblica aumenta automaticamente, se non si intacca l’immane casta parassitaria pubblica. Si è visto con «l’ultimo governo Berlusconi (2008-2011)», quando il debito aumentava fino a superare i 6 miliardi al mese. Ma sotto il governo Monti la cifra è addirittura raddoppiata arrivando a quasi 15,5 miliardi di euro al mese. Ovviamente anche gli interessi che si pagano sul debito, sono aumentati: 5,18 miliardi in più.Complimenti. Avevamo proprio bisogno dei «tecnici». Chissà se non erano tecnici, che casini avrebbero fatto… Tecnici che ignorano la realtà. Tecnici che non possono sostituire, con la loro«scienza» bocconiana e la loro visione teorica della realtà, quello che manca in Italia: lo Stato amministrativo, gli alti dirigenti veramente competenti del loro settore. Ne abbiamo sono strapagati; il capo della Polizia prende 4 volte più del capo dell’FBI, lo sappiamo. Sono strapagati, ma non competenti; sono una casta arrivata lì senza meriti, senza studi, senza scuole, e senza concorso. Inamovibili.Chi ci salverà? m. blondet effedieffe via rischiocalcolato

L’ideologia dei tecnici (by Lerner)

Domenica, 1 Aprile 2012

Il disincanto con cui Monti il tecnico si rivolge dall’ estero al Paese malato che gli tocca governare – considerandolo impreparato a comprendere del tutto la terapia da lui somministrata, e però ben allertato contro la malapolitica dei partiti – ormai sta assumendo i tratti di una vera e propria ideologia. Poco importa se il premier la lasci trasparire per passione, per stanchezza o per calcolo: anchei tecnici hanno un cuore e, dunque, un credo. Resta da vedere se tale ideologia tecnica, niente affatto neutrale, risulti adeguata a corrispondere e guidare lo spirito dei tempi, in una società traumatizzata dalla crisi del suo modello di sviluppo. O se invece si riveli anch’ essa retaggio di un’ epoca travolta da una sequenza di avvenimenti nefasti che non aveva previsto e che ha contribuito a provocare. Per prima cosa Monti insiste a comunicarci la sua provvisorietà, e non c’ è motivo di dubitare che sia sincero. Che sia per modestia o al contrario per supponenza, poco importa, egli si compiace di descriversi quale commissario straordinario a termine: «Sarà fantastico, per me il dopo Monti», scherza. Né difatti ha alcuna intenzione di dimettersi da presidente dell’ Università Bocconi, la vera casa cui intende fare ritorno. La forte motivazione implicita in questo annuncio ripetuto è il disinteresse. Immune da ambizioni personali di carriera che non siano il prestigio “di scuola”, egli rivendica di stare al di sopra e al di fuori degli interessi di parte delle rappresentanze sociali e politiche. Sa bene che alla lunga non può esistere governo neutrale rispetto agli interessi in campo, e anche per questo allude continuamente alla sua provvisorietà. Ma non gli basta per essere creduto: anche lui ha una biografia, non viene dal nulla. Ha partecipato da indipendente ai consigli d’ amministrazione di grandi aziende; manifesta una convinta lealtà alle istituzioni dell’ Unione Europea in cui ha operato per un decennio; ha frequentato da protagonista i think thank del capitalismo finanziario sovranazionale. Un pedigree autorevolissimo che, unitamente al suo percorso accademico, lo connota quale figura cosmopolita organica a un establishment liberale conservatore, che in Italia è sempre rimasto minoritario. La cui pubblicistica da un ventennio raffigura (a torto o a ragione) le rappresentanze sociali e politiche del nostro Paese come cicale, se non addirittura come cavallette. Qui s’ impone il passaggio successivo dell’ ideologia montiana o, se volete, l’ idea di giustizia sociale di cui è portatore il tecnico di governo. Dovendo “scontentare tutti”, almeno in parte, con le sue ricette amare, non basterebbe certo a legittimare cotanta severità il fatto che ci venga richiesta dalla troika (Fmi, Bce, Commissione europea) e dai mercati finanziari. L’ italiano Monti, per quanto provvisorio, non può presentarsi a noi come il “podestà forestiero” di cui nell’ agosto scorso aveva paventato l’ avvento. Ecco allora l’ autorappresentazione di sé come portatore di un interesse mai rappresentato al tavolo delle trattative con le parti sociali: i giovani, i nostri figli, i nostri nipoti, addirittura le generazioni future. Prima d’ ora solo la cultura ambientalista si era concepita come portavoce lungimirante dei non ancora nati, dentro le controversie del presente. Declinata in prosa tecnica, tale ambiziosa pretesa di redistribuzione intergenerazionale cambia decisamente di segno; com’ è apparso chiaro nelle motivazioni pubbliche che hanno accompagnato il varo della riforma delle pensioni, prima, e del mercato del lavoro, poi. Retrocessa in subordine, o addirittura liquidata come obsoleta la contraddizione fra capitale e lavoro, negata ogni funzione progressiva alla lotta di classe, il tecnico di governo assume come impegno prioritario il superamento di una presunta contrapposizione fra adulti “iper-garantiti” (parole testuali di Monti) e giovani precari. Riecheggia uno slogan di vent’ anni fa, “Meno ai padri, più ai figli”. Come se nel frattempo non avessimo verificato che, già ben prima della recessione, i padri hanno cominciato a perdere cospicue quote di reddito e posti di lavoro; mentre la flessibilità ha generalizzato la precarietà dei figli. Qui davvero l’ ideologia offusca e mistifica il riconoscimento della vita reale, fino all’ accusa rivolta ai sindacati di praticare niente meno che l’”apartheid” dei non garantiti. In una lettera aperta a sostegno della modifica dell’ articolo 18, promossa da studenti della Bocconi e pubblicata con risalto dal Corriere della Sera il 21 febbraio scorso, leggiamo addirittura: “I nostri padri oggi vivono nella bambagia delle tutele grazie a un dispetto generazionale”. Bambagia? Davvero è questa la rappresentazione del lavoro dipendente in Italia che si studia nelle aule dell’ ateneo del presidente del Consiglio? Corredata magari dal rimprovero ai giovani che aspirano alla monotonia del posto fisso? Ben si comprende, in una tale visione culturale, che la negazione del reintegro per i licenziamenti economici (anche se immotivati) venga considerata un “principiobase” irrinunciabile dal capo del governo. Così come si capisce la sintonia con le scelte di Sergio Marchionne in materia di libertà d’ investimenti e rifiuto della concertazione. La stessa “politica dei redditi” concordata fra le parti sociali, auspicata mezzo secolo fa da La Malfa e in seguito messa in atto da Ciampi, viene liquidata come un ferrovecchio. Mario Monti non è paragonabile a Margaret Thatcher, come ci ha ben spiegato ieri John Lloyd. Ma l’ afflato pedagogico con cui si propone di cambiare la mentalità degli italiani per sottrarli a un destino di declino e sottosviluppo, sconfina ben oltre la tecnica: che lo si voglia o no, è biopolitica. Ha certo la forza sufficiente per tenere a bada gli attuali partiti gravemente screditati; ma al cospetto del malessere sociale rischia di manifestarsi come ideologia a sua volta anacronistica. Non a caso il presidente Napolitano si prodiga nel tentativo di attutirne gli effetti di provocazione. Padri e figli potrebbero indispettirsi all’ unisono. g. lerner repubblica

I “tecnici” non esistono, chi governa è “politico”

Venerdì, 11 Novembre 2011
In Italia si torna improvvisamente a parlare di “governo dei tecnici”. Apparentemente sembra cosa innocua, persino buona.I tecnici – pensiamo noi tutti quidam de populo – sono per definizione coloro che possiedono il know how necessario – quello che invece agli altri difetta – per destreggiarsi con rapidità ed efficacia dentro gineprai troppo intricati. Per comune sentire, i tecnici sono quelli che la sanno lunga, che sono bravi, che tolgono le castagne dal fuoco, e che siccome non sono legati alle pastoie delle partigianerie politiche stanno comunque al di sopra, dall’alto calando come numi portentosi nella pienezza dei tempi e all’ora x per sistemare tutto prima che tutto rovinosamente crolli. Sono loro i veri uomini di una provvidenza positiva e positivista che non conosce ostacoli, ritardi o nemici. Più o meno come Superman. La lingua del quale, però – l’inglese -, ai “tecnici” strappa la maschera tipica e topica del supereroe mostrando – traduzione papale papale – il volto dei technocrats.I tecnocrati non sono infatti dei semplici tecnici. Non sono l’idraulico, l’antennista e il tapparelliere della società organizzata che, mano alla cassetta degli attrezzi, accomodano buchi, cortocircuiti e guasti. Assomigliano piuttosto a sacerdoti, o almeno a vati, forti di riti, liturgie e fedi. Sono come dei santoni, dei guaritori, dei guru, e le loro virtù taumaturgiche sono tanto potenti e indispensabili che al loro cospetto tutto il resto sparisce.Prima a sparire è la democrazia, quella che, secondo Winston Churchill, è il peggiore dei sistemi politici se si eccettuano tutti gli altri, la quale ancora si regge su quella cose prosaica che sono le elezioni.Ora, in democrazia, il cittadino – parafraso la grande storica francese del Medioevo e della borghesia moderna Régine Pernoud (1909-1998) – è tale se fa almeno due cose (il resto è lasciato alla discrezione personale): paga le tasse e vota. A causa di ciò, in democrazia chi ottiene il maggior numero di voti vince e gli altri perdono, e chi vince governa mentre gli altri dall’opposizione sorvegliano, controllano e avanzano proposte alternative. La definizione stessa di democrazia non permette mai il contrario: cioè che chi prende più voti di tutti venga dichiarato perdente e che chi viene acclamato vincitore abbia preso meno voti degli altri, insomma che chi perde governi e che chi vince guardi. Se ciò accadesse, parleremmo subito tutti di democrazia ferita, violata, adulterata, sfregiata, tradita, magari persino di dittatura.Di suo la tecnocrazia – cioè il governo dei tecnocrati che sono i tecnici al potere di tutto e di tutti, mezzi che diventano scopi – è il colpo secco assestato al momento giusto per fermare il loop elettorale – il voto che produce vincitori e vinti, governi e opposizioni – onde farne senza. È l’antipolitica per eccellenza.L’UTOPIA AL POTERELa tecnocrazia, termine e idea – ideologia -, nasce con il profeta del socialismo utopistico, il francese Claude-Henri Rouvroy, conte di Saint-Simon (1760-1825) che nel suo Réorganisation de la société européenne (1814) si esprime con parole (pre)positiviste: «Tutte le scienze, di qualsiasi specie esse siano, non sono che una serie di problemi da risolvere, di questioni da esaminare, e differiscono tra loro solo quanto alla natura di tali questioni. Così, il metodo che si applica ad alcune di esse deve convenire a tutte per il fatto stesso che conviene ad alcune [...]. Finora, il metodo delle scienze sperimentali non è stato introdotto nelle questioni politiche: ciascuno vi ha contribuito con i propri modi di vedere, di ragionare, di valutare, e ne consegue che in esse non c’è ancora esattezza delle soluzioni né generalità dei risultati. Ora è tempo che cessi questa infanzia della scienza».Lungo questa via – battuta anche dal “padre” del positivismo Auguste Comte (1798-1857) e sapientemente denunciata da Augusto Del Noce  (1910-1989) – il primo passo – strumentale – è la tendenza ad affiancare il potere politico per “consigliarlo” in modo “competente”, ma il secondo – finale – è quello di sostituire completamente la politica avendola giudicata un mezzo ultimamente inefficiente.Il criterio della valutazione discrezionale tipico della politica - che al meglio impegna e implica parametri di natura morale – viene così rimpiazzato da una semplice valutazione metrica, fatta esclusivamente di quei calcoli e di quelle previsioni matematiche improntate a mere logiche di efficienza che per ciò stesso si intendono neutre sul piano etico.Ma evidentemente non è vero. Non è vero perché così non può essere. Nulla è completamente scevro da implicazioni morali, e anche i mezzi più neutrali – cioè utilizzabili sia bene sia male – nascono comunque in un certo modo, in un tal contesto, in luoghi e momenti precisi, nonché da determinate menti e animi umani che criteri morali, quali che siano, li hanno sempre. Nemmeno la scienza – gli esempi si sprecano – lo è, anche se lo dovrebbe, o così ancora ci piace credere. Meno ancora la scienza dei numeri quando applicata ai bilanci delle vite di persone e popoli interi, e impiegata al posto della politica ma non meno politicamente.Molte cose a questo proposito le spiega assai bene lo statunitense James Burnham (1905-1987). Comunista trotzkysta duro e puro che prima si laureò al Balliol College dell’Università di Oxford (allievo di J.R.R. Tolkien e del grande padre gesuita Martin C. D’Arcy) e assai più tardi si convertì al conservatorismo (qualcuno lo definisce antesignano dei neocon), cattolico di nascita, lapso e poi riconvertito, inventore della popolare espressione “Terza guerra mondiale” per definire la Guerra fredda (1945-1989), insignito nel 1983 della Medaglia presidenziale della libertà da Ronald W. Reagan (2011-2004), Burnham ha pubblicato la propria opera più famosa nel 1941. In inglese s’intitolava The Managerial Revolution e in italiano l’edizione più recente (Bollati Boringhieri, Torino 1992) suona, in modo solo apparentemente ineccepibile sul piano filologico, La Rivoluzione manageriale (manager andrebbe tradotto: dirigenti? quadri?); ma è la prima, storica traduzione realizzata da Mondadori nel 1946 a cogliere nel segno grazie a una felice licenza linguistica: La rivoluzione dei tecnici.Burnham fu tra quelli che registrarono in presa diretta il passaggio dalla tecnocrazia sognata di Saint-Simon ai tecnocrati in cattedra dell’ora presente. Iniziò tutto negli anni 1930, quando “tecnocrazia” indicava il progressivo estendersi – per alcuni un sogno, per altri un incubo – del potere degli “addetti ai lavori” in società politiche – quelle occidentali – sempre più in crisi: nel Nuovo Mondo imperava il New Deal (1933-1937), in Europa le grane irrisolte della Prima guerra mondiale (1914-1918) già inesorabilmente portavano alla Seconda (1939-1945). Si trattò dapprima di tecnici industriali, capaci anzitutto di far girare la produzione, poi però sostituiti dai loro dirigenti aziendali, e questo di mano in mano che l’ingrandirsi dei complessi industriali e delle corporation indeboliva la proprietà di intraprese più piccole o di singoli, affiancandosi a uno Stato sempre più invasivo.Le necessità della Guerre fredda sancirono dunque l’ingresso dei dirigenti nei comparti statali, dalla produzione alla difesa, dall’educazione all’ambiente. Per agire efficacemente, i dirigenti aziendali si misero a contare sull’aiuto pratico di propri missi dominici, i funzionari e gli impiegati statali. Il paragone non è una boutade. In inglese clerk, “funzionario di sportello”, è la traslazione del clericus medioevale – sempre clerk – che, laicizzato e secolarizzato (ne parlano Samuel T. Coleridge [1772-1834] e alla sua scuola T. S. Eliot [1888-1965]), è divenuto il membro di una élite resasi disponibile al gran tradimento culturale denunziato da Julien Benda (1867-1956) con La trahison des clercs (1927) e da Thomas Molnar (1921-2010) in The Decline of the Intellectual (1961). Quei funzionari, organizzati, altro non configurano se non quel “potere degli uffici” che chiamiamo burocrazia – stigmatizza a dovere in Burocrazia (trad. it. Rubbettino, Soveria Mannelli [Catanzaro]) di Ludwig von Mises (1881-1973) – e di cui conosciamo l’immenso potere di elastica viscosità: frenante oppure oliante, sempre a seconda del bisogno tecnocratico.Per capirci, un esempio classico e paradigmatico del modus tecnocratico è quello del liberal Robert S. McNamara (1916-2009), prima presidente della Ford Motor Company, quindi ministro della Difesa degli Stati Uniti con i presidenti liberal John F. Kennedy (1917-1963) e Lyndon B. Johnson (1908-1973), infine presidente della Banca Mondiale dal 1968 al 1981.CERTI CAMBI DI FRONTEPer la tecnocrazia – che a livello popolare vede riflesso il proprio giro mentale in parole jolly quali per esempio “casta” – il nemico da battere è insomma la democrazia.
Essa, infatti, la democrazia, dà fastidio: rallenta, si torce, avanza per svicolare indietro, progredisce e torna sui propri passi, si consulta, ascolta pareri, muta propositi, fa i conti (se serve anche due volte), non prevarica.La democrazia è cioè il segno evidente dell’attività politica, la quale è il luogo del possibile e del confronto. Come il mercato. Si tratta e si contratta onde spuntare condizioni migliori e prezzi vantaggiosi. Ma per chi gira sempre con il libro delle soluzioni nel taschino, per chi si picca di dare lezioni a tutti, per chi sa persino raddrizzare le gambe ai tavoli vittoriani tutto questo è mera perdita di tempo.Per i tecnocrati la democrazia e la politica restano come dei “corpi intermedi” che, frapponendosi fra gli illuminati finalmente insediati al potere e la grezza realtà da dirozzare affinché produca in fretta, rallentano la marcia sistematutto del Grande Fratello.Parole preziose le verga a questo proposito Papa Benedetto XVI che, nell’enciclica Caritas in veritate (2009), al capitolo sesto, interamente dedicato all’argomento, osserva: «l’assolutismo della tecnica tende a produrre un’incapacità di percepire ciò che non si spiega con la semplice materia» (n. 77). Infatti, se «la tecnica è l’aspetto oggettivo dell’agire umano, la cui origine e ragion d’essere sta nell’elemento soggettivo: l’uomo che opera», «per questo motivo la tecnica non è mai solo tecnica» (n. 69): esprime sempre anche aspirazioni, tensioni dell’animo, orientamenti culturali. Oggi, in particolare, «il processo di globalizzazione potrebbe sostituire le ideologie con la tecnica, divenuta essa stessa un potere ideologico, che esporrebbe l’umanità al rischio di trovarsi rinchiusa dentro un a priori dal quale non potrebbe uscire per incontrare l’essere e la verità». (n. 70). A questo punto, «lo sviluppo tecnologico può indurre l’idea dell’autosufficienza della tecnica stessa quando l’uomo, interrogandosi solo sul come, non considera i tanti perché dai quali è spinto ad agire. È per questo che la tecnica assume un volto ambiguo» (n. 70). E «questa visione rende oggi così forte la mentalità tecnicistica da far coincidere il vero con il fattibile. Ma quando l’unico criterio della verità è l’efficienza e l’utilità, lo sviluppo viene automaticamente negato. Infatti, il vero sviluppo non consiste primariamente nel fare» (n. 70).Di fronte alla repentina svolta dell’intero spettro politico italiano (le eccezioni sono esattamente tali), tanto repentina da parere imposta da un potere sul serio forte, il cittadino democratico italiano, in specie e per di più se cattolico, quello abituato a pagare le tasse e a votare, resta con un palmo di naso e con una domanda: se non rispondono più a un mandato popolare scaturito dalle elezioni, a chi rispondo i tecnocrati? E se il voto è l’unico criterio che in democrazia conta, è democratica la tecnocrazia? Si accettano solo risposte tecnicamente esatte. m. respinti labussolaquotidiana