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Alla ricerca di un’etica universale: nuovo sguardo sulla legge naturale

Mercoledì, 10 Ottobre 2012

1. Esistono valori morali oggettivi in grado di unire gli uomini e di procurare ad essi pace e felicità? Quali sono? Come riconoscerli? Come attuarli nella vita delle persone e delle comunità? Questi interrogativi di sempre intorno al bene e al male oggi sono più urgenti che mai, nella misura in cui gli uomini hanno preso maggiormente coscienza di formare una sola comunità mondiale. I grandi problemi che si pongono agli esseri umani hanno ormai una dimensione internazionale, planetaria, poiché lo sviluppo delle tecniche di comunicazione favorisce una crescente interazione tra le persone, le società e le culture. Un avvenimento locale può avere una risonanza planetaria quasi immediata. Emerge così la consapevolezza di una solidarietà globale, che trova il suo ultimo fondamento nell’unità del genere umano. Questa si traduce in una responsabilità planetaria. Così il problema dell’equilibrio ecologico, della protezione dell’ambiente, delle risorse e del clima è divenuta una preoccupazione pressante, che interpella tutta l’umanità e la cui soluzione va ampiamente oltre gli ambiti nazionali. Anche le minacce che il terrorismo, il crimine organizzato e le nuove forme di violenza e di oppressione fanno pesare sulle società hanno una dimensione planetaria. I rapidi sviluppi delle biotecnologie, che a volte minacciano la stessa identità dell’essere umano (manipolazioni genetiche, clonazioni…), reclamano urgentemente una riflessione etica e politica di ampiezza universale. In tale contesto, la ricerca di valori etici comuni conosce un ritorno di attualità (…)

La interessanti riflessione sulla legge naturale nel documento omonimo della Commissione teologica internazionale del Vaticano:

http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/cti_documents/rc_con_cfaith_doc_20090520_legge-naturale_it.html

 

Perchè la Bibbia non è misogina e Eva era una teologa

Mercoledì, 15 Ottobre 2008

La Bibbia non è misogina, e i numeri lo dimostrano. La difesa delle sacre scritture questa volta arriva da oltremanica, dove l’anglicanissima (è presieduta da Sua maestà in persona) Bible Society ha pubblicato un accurato studio sulla terminologia usata per parlare delle donne. Nella descrizione di 60 personaggi femminili su 175 compaiono parole come "benedetta", "virtuosa" e "bella", mentre soltanto 13 donne si meritano attributi negativi. Virtù e conseguenti elogi non hanno sesso, anzi: la "saggezza" è donna in molte pagine. Le sante bibliche sono quattro volte tanto le peccatrici e tutte coloro che stanno nel mezzo sono figure "neutre", come sorelle o vicine di casa. Per non parlare poi dell’atteggiamento rivoluzionario di Gesù nei confronti di tutte le figure femminili. Eppure a qualcuno le cifre potrebbero non bastare. Ed ecco allora una femminista doc, Phyllis Tribble, ricercatrice ed esperta del testo sacro, dire al Times che alla fine è tutta colpa dell’interpretazione. O ancora peggio della traduzione: la parola ebraica "ezer" usata per Eva non indica la sua inferiorità rispetto ad Adamo, anzi. E persino il serpente le si rivolge usando il plurale, perché parla in nome della coppia. "Al contrario di quello che ci hanno sempre raccontato – dice – parlando con autorità e chiarezza, Eva è teologa, filosofa etica, ermeneutica e rabbino".

(continua…)

La replica di Mancuso: non interessa la verità, ma il dogma 3

Domenica, 5 Ottobre 2008

1. Il contesto odierno e la teologia
È mio dovere replicare alla "Civiltà Cattolica" che ha pesantemente criticato "L’anima e il suo destino". Si tratta di un dovere verso i miei lettori e la teologia stessa. Presto replicherò anche a mons. Bruno Forte che, con maggiore profondità, ha criticato le mie tesi su "L’Osservatore Romano".

Prima della replica analitica ritengo però necessaria un’osservazione di fondo sul contesto odierno e la situazione della teologia, per spiegare perché nel mio libro ho preso la distanza da alcuni dogmi proponendone una ritrascrizione, sapendo benissimo che poi avrei avuto a che fare con il tipo di teologo rappresentato da padre Marucci. Un tempo della teologia si parlava così: "Le scienze teoretiche sono quelle che meritano di essere scelte più di tutte le altre scienze, e la teologia merita di essere scelta più di tutte le altre scienze teoretiche" (Aristotele, Metafisica VI, 1; 1026 a 22-24). Nel medioevo attorno alla teologia nacque l’università. Oggi nelle nostre università la teologia non è neppure tra le discipline contemplate. Se io l’insegno in una facoltà di filosofia è solo in quanto il mio corso viene considerato storia della filosofia. Oggi per lo statuto del sapere codificato dall’ordinamento universitario dire teologia è evocare un fenomeno del passato di cui si può fare tuttalpiù storia, senza però nessuna valenza teoretica per il presente. A che cosa si deve questa emarginazione della teologia?

A mio avviso sbaglia "La Civiltà Cattolica" a scrivere che "appellarsi alla fisica einsteiniana è un’idea perlomeno bizzarra". Per Alberto Magno e Tommaso d’Aquino non era affatto bizzarro riferirsi alla scienza del tempo che era la fisica aristotelica, e per questo la loro teologia fu in grado per secoli di condurre gli uomini a Dio. Con la modernità il paradigma scientifico mutò e la teologia avrebbe
dovuto essere ripensata secondo la nuova immagine del mondo. Invece la chiesa del tempo congelò la teologia in un legame con un’immagine del mondo sorpassata. Perché l’ha fatto? A causa della presenza di personaggi timorosi del nuovo e aridi ripetitori. A loro non importa che il mondo se ne vada lontano, a loro importa il "si è sempre fatto e pensato così". Gli esiti sono sotto gli occhi di tutti. Nell’intera storia mondiale non c’è un fenomeno simile a quello che contraddistingue da qualche secolo l’Occidente, cioè una società priva di religione Per i popoli del passato la religione era davvero "religio", cioè legame che univa gli uomini tra loro rendendoli forti. Così il cristianesimo è stato per secoli, e così è ancora oggi l’islam, buona parte dell’ebraismo, l’induismo, il buddhismo (vedi
Birmania e Tibet). Il cristianesimo al contrario non unisce più l’occidente, anzi, è diventato un fenomeno di divisione, uno dei più acuti. Come reagisce a questo stato di cose la teologia rappresentata dalla "Civiltà Cattolica"? Reagisce nel modo abbastanza immaturo di chi pensa che la colpa sia sempre e solo degli altri, e mai anche almeno un po’ sua. In realtà la causa della scristianizzazione non è solo il
mondo che se ne va, è anche la chiesa che non gli sa più parlare. A partire dalla modernità la chiesa non ha più avuto una filosofia in grado di sostenere speculativamente gli assunti teoretici veicolati dall’evento della rivelazione cristiana, e questo perché il sapere che anticamente era filosofia poi si è sdoppiato in scienza + filosofia. Ne viene che oggi occorre rifare anche con Einstein, Bohr, Darwin ecc. l’operazione fatta a suo tempo con Aristotele. Io, seguendo il gesuita Teilhard de Chardin e altri grandi, ci ho provato e ci proverò per tutta la vita. Sono consapevole che nel mio libro vi sono molti punti da approfondire, qualcosa da correggere, ma questa è la strada.

La vera teologia non nasce a tavolino, in Vaticano o nella redazione della "Civiltà Cattolica"; la vera teologia presuppone l’anima colma di Dio e di amore per il mondo. Per questo senza amare il proprio tempo non si pensa e non si scrive nulla che tocca davvero gli uomini. Oggi la frattura tra chiesa e mondo si allarga sempre di più. La gran parte degli scienziati sono atei o agnostici, la gran parte dei medici sono atei o agnostici, anche molti di coloro che stanno con la chiesa su alcuni valori specifici sono atei o agnostici. Ma l’adesione personale a Dio non è la cosa che la chiesa dovrebbe avere più a cuore?

È davanti a noi lo spettacolo di un continente senza religione, una civiltà senza anima. O si prende coscienza della necessità di rivedere l’impianto dogmatico del cristianesimo, oppure le prossime generazioni parleranno del cristianesimo come noi oggi parliamo della religione dei greci o dei fenici. È per questo che voglio rischiare. Prendere atto del disagio dell’intelligenza di cui soffre la fede
cristiana è il presupposto fondamentale senza il quale è inutile discutere. Con chi come il padre della "Civiltà Cattolica", ritiene che la dogmatica del passato sia perfetta e che il mondo moderno se ne va per la sua strada per un peccaminoso desiderio di emancipazione, io non ho molto da condividere. Forse nulla. Mi devo
solo difendere, ed è quello che ora tenterò di fare.

2. Sul mio metodo teologico

Contrariamente a quanto suggerisce san Giacomo: "Non dite male gli uni degli altri, fratelli" (Giacomo 4, 11), la "Civiltà Cattolica" ha voluto demolire la mia personale credibilità di teologo. Nell’articolo c’è il segno evidente di chi vuole distruggere l’avversario con l’accusa di non saper fare il suo mestiere, la
peggiore di tutte. Padre Marucci non dice che ho sbagliato qua o là, ma che ho sbagliato tutto, che sono approssimativo, confusionario, che non si capisce bene che cosa voglio, quali sono le mie coordinate logiche. Liquida il libro come totalmente privo di un impianto logico. Mi giudica "affastellato", "velleitario", "non sistematico" e cose di questo genere.

Uno studioso di critica testuale come il cardinal Martini la pensa diversamente: "Non posso negare che tu cerchi sempre di ragionare con rigore, con onestà e con lucidità". Umberto Galimberti su "la Repubblica" ha definito il libro "argomentato con logica e rigore", Giorgio Montefoschi sul "Corriere della Sera" ha detto che è "uno dei libri più interessanti e coraggiosi dell’anno", Ferdinando Camon sulla "Stampa" che è "un’opera di vasta cultura", Marco Vannini sul "Manifesto" che è
"un libro ricco di cultura, intelligenza, passione per la verità… destinato a lasciare una importante impronta nella riflessione teologica e filosofica attuale". Il presidente dell’Associazione teologica italiana, mons. Piero Coda, ha dichiarato a questo giornale che il mio libro "solleva la questione di come articolare la verità
cristiana con le scoperte della scienza e dell’autocoscienza contemporanea". E ha aggiunto: "È come se dicesse alla teologia: vai al sodo. E alla cultura: accetta la sfida. Così Mancuso apre un dibattito franco e rigoroso grazie a un libro intelligente e documentato, come del resto tutti quelli che ha scritto". Tutti questi studiosi hanno manifestato anche delle critiche, talora pesanti, ma nessuno ha messo in discussione la serietà del mio metodo di lavoro. Lo stesso vale per molti lettori che mi hanno scritto, tra cui filosofi, fisici, chimici, medici, ingegneri, informatici, musicisti, matematici. Dal Politecnico di Milano mi hanno chiesto il testo elettronico per un corso di "Progettazione Innovativa di Robot Intelligenti e di sistemi autonomi" (non so bene di cosa si tratti, ma forse qualcosa con la logica deve avere a che fare) e il Dipartimento di Informatica mi ha invitato per una lezione. Giuliano Ferrara ha trovato il mio libro degno di una puntata di Otto e mezzo
e poi mi ha offerto di collaborare a questo giornale. Alcuni atei mi esprimono la sorpresa di un libro di teologia che finalmente possono leggere seguendone la logica. Padre Marucci invece no, non rintraccia coordinate logiche. Il fine che intende raggiungere è chiaro: mostrare che Vito Mancuso non vale niente. In questo è significativamente affiancato da una stroncatura dei comunisti di
"Liberazione", il giornale di Rifondazione. La cosa si spiega da sé: i dogmatici di ogni tipo sono irritati dalla mia prospettiva che intende unire fede e scienza, a loro interessa mantenere il rassicurante status quo.

Il severo padre gesuita, che detesta la mescolanza dei generi etterari e delle discipline, se leggerà questo articolo mi scuserà, ma io quando parlo amo farmi capire e poi ho precedenti illustri di mescolanza dei generi letterari, Platone con i miti, Gesù con le parabole. A grandissima distanza ecco la mia. Un uomo entra dai
carabinieri: "C’è un incendio terribile, i pompieri non rispondevano e io ho rubato loro un camion, presto venite". Il maresciallo: "Ho scoperto che lei ha rubato un camion!". L’uomo: "Sì, gliel’ho appena detto io, c’è un incendio terribile a due passi da qui". Il maresciallo: "Lei ha rubato un camion, io la dichiaro in arresto!".

Ho scritto a pagina 2 del mio libro: "Sono consapevole del fatto che il metodo del mio argomentare, che si basa anche sulla filosofia e sulla scienza oltre che sulle fonti tradizionali della teologia, può ingenerare notevoli perplessità sia in ambito teologico sia in ambito scientifico. Oggi vige lo statuto della netta separazione tra i due ambiti". Sapevo fin dall’inizio che personaggi come padre Marucci si
sarebbero irritati. Ma non potevo immaginare che dopo aver detto "guardate che ho rubato un camion ai pompieri perché quelli dormono e l’incendio avanza", il maresciallo padre Marucci mi avrebbe accusato proprio di aver rubato un camion. Che ho praticato un metodo nuovo e criticato alcuni dogmi l’ho detto io per primo, auto-denunciandomi. Il punto non è il camion, ma i pompieri che dormono e l’incendio che avanza. C’è o non c’è l’incendio? Io lo vedo nel nichilismo che
divora la voglia di vivere e svuota la fiducia nella vita. E sono convinto che il magistero e la teologia non riescono più a comunicare al cuore del mondo a causa della loro superata visione dell’essere, con la conseguenza che ciò che trasmettono è perlopiù solo una serie di edificanti storie lontane e di precetti etici quasi sempre sotto forma di no.

Un’ultima annotazione a livello metodologico. Il mio modo di citare ha irritato particolarmente padre Marucci perché non concepisce che si possano accostare frasi di tempi e contesti diversi. Io al contrario vado alla ricerca di queste analogie, per me preziose indicazioni della verità, dato che la prima caratteristica della
verità è l’universalità. Quanto poi all’accusa che citerei solo quello che serve alla mia tesi, primo non è vero (si vedaSchopenhauer), secondo è proprio lo stesso padre Marucci ad agire così con la lettera del cardinal Martini, di cui riporta la frase in cui il cardinale dice di "sentire parecchie discordanze su diversi punti", e non invece quella dove dice "sarà difficile parlare di questi argomenti senza tenere conto di quanto tu ne hai detto con penetrazione coraggiosa".

3. Risposta puntuale alle critiche

A livello di contenuti la critica principale è che io non avrei "dimostrato" l’esistenza dell’anima: "Quello che stupisce è la completa assenza di argomenti veri e propri che dimostrino l’esistenza di quella realtà che in tutta la tradizione cristiana si è chiamata anima o spirito". A parte l’errore di porre come sinonimi anima e spirito che denota una superficiale antropologia (con l’incapacità di comprendere lo spirito su cui tornerò), quello che voglio sottolineare è che qui padre Marucci dimostra di non aver capito il mio discorso. Egli pensa l’anima e lo spirito come "realtà decisamente soprannaturali", e con questo concetto nella mente ne cerca la dimostrazione nel mio libro. È del tutto evidente però che di quella cosa lì io non offro nessuna dimostrazione, per il semplice motivo che ne nego l’esistenza. Ho scritto: "L’anima pensata come soffio divino che scende dall’alto ed entra nell’utero della donna per andare a legarsi allo zigote appena insidiato ancora prima che si
possa definire un embrione, non esiste. Se esistesse, non dovrebbero esistere le malattie genetiche, perché che cosa me ne faccio di un soffio spirituale se poi quella stessa divina personalità che me lo infonde, vedendo che il mio corpo o la mia mente si vengono formando in modo anomalo, non interviene a guarirmi?". E poi continuo: "Ma se non discende direttamente da Dio, non per questo l’anima spirituale non esiste. Esiste, e se ne può pensare l’origine a partire dal basso, cioè dall’analisi dell’esistenza naturale nella sua concretezza", e da qui conduco il mio ragionamento che non posso certo rifare, ma il cui nucleo devo esibire per difendermi dalle critiche infondate della "Civiltà Cattolica".

Comunemente l’anima la si contrappone al corpo, ma questo è sbagliato. "Anima" è un termine coniato per esprimere la complessità della vita umana in "tutta" la sua stupefacente complessità. Per questo "spetta al fisico considerare anche alcune parti dell’anima, cioè quelle che non stanno senza materia" (Metafisica, VI, 1; 1026 a 5). Vi sono parti dell’anima che stanno con la materia, ve ne sono altre che stanno senza materia. Non è l’anima in quanto tale a essere immateriale, ma solo il suo vertice: lo spirito Si comprende cos’è in gioco col termine anima se non si trascura nulla della vita, dalla dimensione materiale a quella spirituale, senza soluzione di continuità ma insieme nella discontinuità evolutiva, senza cesure ma con differenti livelli qualitativi via via configurantesi. E per non correre il rischio di risultare "vago e poetico" come mi accusa padre Marucci, ora mi spiego.

La sostanza è una sola ed è l’energia, ma questa energia si dispone in molti modi dentro l’uomo a seconda del livello di complessità delle relazioni atomiche, molecolari, cellulari: è materia minerale (carbonio, calcio, ferro, potassio…), è vita biologica di livello vegetativo (la digestione, il sistema immunitario…), è vita animale a livello sensitivo (libido, emozione, immaginazione…), è vita razionale a livello della mente (capacità di calcolo, astrazione, progettualità…) ed è, al suo vertice, pura energia spirituale, quella raffinatissima disposizione dell’essere-energia per designare la quale Aristotele parla di "nous poietikos", che è il nostro più intimo Io e insieme la nostra partecipazione ontologica al divino. È decisivo considerare il cammino verso l’alto dell’energia umana, che, partendo dai livelli materiali, giunge alla dimensione spirituale, e vi giunge in modo tale da poter essere pensata, alla fine, come "separata", cioè dotata della condizione ontologica dell’immortalità. Scrive Aristotele a proposito dell’intelletto attivo (traducibile anche "spirito creativo"): "Separato, solo esso è quel che realmente è, e questo solo è immortale ed eterno". La separazione dello spirito dalla materia, garanzia ontologica della sua immortalità, non è tale perché lo spirito discende dall’alto, ma perché è salito dal basso, dalla materia-mater, dal continuo cammino evolutivo, la creatio continua sempre all’opera nel mondo. L’equivalenza materia-energia ci
consegna una visione unitaria del cosmo che impone di superare il dualismo tradizionale corpo-anima che campeggia ancora nella mente di padre Marucci (ma non in altri suoi confratelli gesuiti notevolmente più aggiornati). Sulla base dell’equivalenza materia-energia diviene possibile pensare il dogma cattolico dell’immortalità "naturale" dell’anima, il quale va fondato sulla ragione se si vuole proporlo sensatamente al mondo d’oggi, e non affidarlo, come vorrebbe padre Marucci, alle improbabili "numerose conferme bibliche" (ma quando mai, caro padre? Ma se Oscar Cullmann ha scritto un libro per dimostrare proprio il contrario, cioè l’inconsistenza alla luce della Bibbia del concetto di immortalità naturale dell’anima? Io non dico che Cullmann abbia ragione, dico però che se la Bibbia non riesce a mettere d’accordo sull’anima neppure i teologi, vuole che risulti credibile al mondo?).

Se non si distinguono le diverse forme vitali non si dà ragione della vita concreta e della sua esperienza, e si finisce inevitabilmente per produrre quel concetto di anima che alla coscienza contemporanea appare "la cosa più eterea, più imprendibile che ci sia, tanto che si giunge a dubitare che essa esista" (cardinal Martini). Occorre liberarsi del retaggio della deleteria tradizione dualista e ristabilire una visione del mondo unitaria e insieme duale cioè evolutiva.

L’errore è stato abbandonare Aristotele, che la chiesa aveva seguito per secoli (scrive Gregorio di Nissa: "la potenza dell’anima si manifesta in proporzione alla grandezza del corpo"), e collocare l’anima razionale fin dal concepimento. Il punto fondamentale è proprio questo: collocare l’anima razionale nel concepito è tradire la verità dell’esperienza e consegnare il concetto di anima alla fantasia. È chiaro che in un esserino di otto cellule c’è l’anima, altrimenti non sarebbe vivo, tutto ciò che vive ha l’anima in quanto surplus di energia libera rispetto all’energia solidificata come massa. L’anima risulta dal totale dell’energia cui si sottrae l’energia come massa: E – M = A. Una pietra invece dà: E – M = zero, e per questo non si muove, è in-animata. (Spero di essere sufficientemente chiaro e poco poetico). Nel concepito siamo in presenza di quel livello di energia libera per esprimere il quale Aristotele parlava, in fedeltà all’esperienza, di anima "vegetativa". Poi, con lo sviluppo del sistema nervoso a partire dalla terza settimana di vita, appare un più alto livello di vita per esprimere il quale si parla di anima "sensitiva", e così sempre più su fino al livello dell’anima definibile "razionale", poi "spirituale" e infine "spirituale santa" (cioè perfettamente unificata nel volere solo il bene e la giustizia quindi divinizzata).

In questa prospettiva, all’opposto di quanto ritiene il dualismo di padre Marucci, la scienza è necessaria per parlare dell’anima, non perché debba farlo lei, ma perché è solo tenendone conto che si fa filosofia e teologia in modo adeguato all’oggi. Su questa base io sono giunto a fondare il concetto di anima come surplus di energia, come energia libera rispetto alla massa. Il padre gesuita, nella sua visione dualista, non può evidentemente capire e scrive che io non do una dimostrazione dell’esistenza dell’anima. Ma la dimostrazione che non do è quella dell’anima che ha in mente lui, che non esiste, e a causa della quale oggi l’occidente si trova senza un concetto plausibile di anima.

All’insegna dell’unitarietà dell’essere io nego ogni sostanza separata e quindi nego l’idea dell’anima come di altra origine rispetto al corpo. L’anima viene dalla stessa sorgente da cui viene il corpo, cioè i genitori. Ma al contempo io colgo il movimento ascendente dell’organizzazione della vita, arrivando a concepire quale fenomeno che sale dal basso la reale sussistenza dell’energia spirituale, la punta dell’anima, il "nous poietikos", lo spirito, che giunge a essere pensabile come "separato", quindi "immortale". A causa del dualismo che ne governa la mente, il padre gesuita però ha delle difficoltà col concetto di spirito e si scandalizza che io possa scrivere che la scienza, l’arte, il pensiero, la musica sono altamente spirituali. Questa preoccupante incapacità di comprendere lo spirito spiega perché molti uomini di chiesa non ne sappiano parlare con efficacia agli uomini d’oggi, quasi costringendo chi vuole fare reali esperienze spirituali a rivolgersi altrove, al buddhismo, all’induismo o a diverse forme di new age.

Prima di passare ad alcuni punti analitici, osservo che coloro cui più conviene l’immobilismo della dottrina sono gli atei militanti, ai quali è molto facile ironizzare sull’inesistente ipostasi dell’anima catechistica. Ma padre Marucci non se cura, lui custodisce il depositum fidei. Attenzione però, cara madre chiesa: il non saper reggere la dialettica delle diversità interne, considerandole una minaccia e non una ricchezza, è un tipico indice di decadenza.

Ora passo ad alcuni punti più dettagliati.

1) Il mio critico dice che io attribuisco alla dottrina della chiesa l’idea che l’anima sia una sostanza mentre è solo "forma substantialis corporis". In realtà è il Concilio di Vienne a parlare dell’anima come sostanza, "substantia animae rationalis seu
intellectivae", detta poi "humani corporis forma". Inoltre padre Marucci dovrebbe sapere che Aristotele conclude la complicata discussione del libro VII della Metafisica col risultato che la qualifica più pertinente di sostanza è da assegnare proprio alla forma, e non, come ritiene il padre gesuita, al sinolo. È la sostanza in quanto forma la causa prima dell’essere (unica condizione, peraltro, per comprendere in che senso nel Cristo Logos sussistono tutte le cose, come dice Colossesi 1, 17). È quindi del tutto corretto parlare dell’anima che è forma come sostanza.

2) La doppia accezione di eternità che distingue tra eternità de iure senza successione temporale ed eternità de facto con successione temporale non è che un’invenzione abbastanza fantasiosa per salvare dogmi precedentemente formulati e poi apparsi improponibili al pensiero, come la presenza di un corpo di carne in cielo. Se eternità è assenza di tempo non vi può essere alcuna successione temporale. La distinzione barocca ricordata dal padre gesuita nega la semplicità che pertiene ontologicamente all’eternità. Ma a padre Marucci non interessa la verità, interessa il dogma.

3) Sulla morte egli definisce la mia posizione "difforme dalla dogmatica cattolica" in quanto questa afferma che la morte è entrata nel mondo a seguito del peccato di Adamo. L’affermazione però, per quanto dogmatica, è falsa, perché la morte c’è dall’inizio della vita animale, non ha aspettato che comparisse Adamo Homo sapiens 160.000 anni fa. Questo è il dato reale, ma a padre Marucci non interessa la verità, interessa il dogma.

4) Io scrivo che "non tutta la Bibbia è Parola di Dio" e padre Marucci mi rimprovera con tanto di punto esclamativo. Ma non è difficile spiegare: "Figlia di Babilonia devastatrice, beata chi ti renderà quanto hai fatto. Beata chi afferrerà i tuoi piccoli e li sfracellerà contro la pietra". Questo versetto del salmo 137 non è parola di Dio, se è vero che "Deus caritas est". Se oggi giustamente facciamo la battaglia per salvare i bambini prima che vengano al mondo, non possiamo poi ritenere che Dio abbia ispirato parole così. Né è lecito uscirsene con la motivazione del contesto culturale che muta, perché questo è relativismo, che non si può rimproverare agli altri e poi applicare a casa nostra per far quadrare i conti. Non si può ragionare così se si ama la verità, ma a padre Marucci non interessa la verità, interessa il dogma.

5) Sulle perplessità etiche avanzate da padre Marucci riporto quanto scrivo a p. 107: "Sopprimendo l’embrione o il feto, si sopprime una vita umana con tutta la sua potenzialità, non ci può essere il minimo dubbio al riguardo". Quanto al fatto che nego che in una persona in stato vegetativo non vi sia più l’anima razionale, la cosa si comprende da sé nel senso che l’energia è regredita al livello per designare il quale si parla di anima vegetativa. Se vogliamo obbedire alla verità dell’esperienza questa è la situazione e occorre chiamare le cose col loro nome. Non vedo però perché questo dovrebbe essere "foriero di gravi conseguenze etiche". La vita è vita umana anche a livello dell’anima vegetativa e va rispettata sempre. Commentando le perplessità etiche di padre Marucci, il filosofo Roberto Mordacci, docente di etica al San Raffaele, ha scritto su Europa: "Che libro ha letto padre Marucci?". Non lo so, ma a lui non interessa la verità, interessa il dogma.

6) Il padre gesuita mi accusa di "silenzio in merito a tutta quella serie ormai ricchissima di studi sulla fisiologia del cervello" e poi rimanda in nota a due articoli di riviste non specialiste di 8 e 9 anni fa. Io stesso potrei dire a padre Marucci come mai invece di quei due articoli preistorici non mi abbia citato "Religione: cultura, mente e cervello", a cura di Mario Aletti, edizione italiana e inglese, Centro Scientifico Editore, Torino 2006, o molti altri titoli, ma con questo metodo di pedante pignoleria che segnala all’avversario le cose che si pensa non abbia letto (praticato spesso da padre Marucci nei miei confronti) non si fa molta strada. Il valore di un pensatore non dipende dalle cose che ha letto. C’è gente che passa la vita a leggere e criticare le cose degli altri, eppure…

Devo chiudere questo articolo forzatamente troppo lungo, tralasciando altri rimproveri infondati ma non senza ringraziare per la corretta segnalazione di un mio errore, quello di p. 218 segnalato nella nota 17 dell’articolo (traduzione del latino "assimilamur"). Comunque, il punto fondamentale su cui tutti dovremmo "serenamente" riflettere riguarda la questione di che cos’è e dove ci porta questa vita. Dato che l’unica sostanza è l’energia, la domanda è "che cos’è l’energia". Non sappiamo rispondere, però possiamo escludere una serie di errori imprimendoci nella mente che tutto si muove, che non ci sono "sostanze", che c’è un’unica sostanza che, aggregandosi secondo un principio di ordine, produce enti sempre più complessi. Non esistono sostanze dotate di "sproporzione ontologica" di cui occorrerebbe dimostrare l’esistenza, come ancora ritiene la Civiltà cattolica. Esiste un’unica sostanza, l’essere è unitario. Dio, gli angeli, i santi, le anime dei nostri cari… tutto è energia, nel loro caso il livello più alto di energia, l’energia spirituale, perfettamente sussistente senza traduzione nella massa. Ben al di là dei consueti scenari antropomorfi, Dio va pensato come la sorgente dell’energia generatrice della vita e come energia egli stesso, "actus essendi" dice Tommaso d’Aquino, "spirito" dice il quarto vangelo (Giovanni 4, 24) cioè energia spirituale e quindi eminentemente personale, Padre nel quale "viviamo, ci muoviamo e siamo" (Atti degli Apostoli 17, 28).

(continua…)

Destra e sinistra tra teologia e politica

Domenica, 28 Settembre 2008

  Come per primo intuì Spinoza, la teologia è molto più politica, e la politica è molto più teologica, di quanto normalmente si pensi. La dimensione teologico-politica concerne qualcosa di molto più profondo delle cosiddette ingerenze della chiesa, dell’unità politica dei cattolici e cose del genere. Concerne le idee che governano la mente occidentale e la sua visione del mondo.

In questo articolo sostengo che la lacerazione che attraversa la politica italiana dipende da una crisi culturale dovuta essenzialmente a due motivi: 1) il non riconoscimento della legittimità etica e culturale della posizione avversa; 2) l’incapacità sia della destra sia della sinistra contemporanee di fondare la propria idea-guida.

L’idea-guida di ogni concezione politica degna di questo nome è la giustizia.

La vera politica è passione della giustizia e impegno concreto per realizzarla. Chiunque faccia della politica non un affare, ma la reale vocazione della vita, è mosso dal desiderio di giustizia. In questo destra e sinistra sono perfettamente uguali: entrambe, quando sono veramente fedeli a se stesse, vogliono la giustizia. E’ segno di immaturità civile ritenere che gli avversari politici siano a priori ingiusti ed eticamente riprovevoli, come purtroppo avviene spesso in Italia dove domina una concezione moralistica dell’azione politica. La vera differenza sta nelle idee, non nell’ispirazione etica, che va concessa a priori a ogni soggetto dell’azione politica. La partita si decide sulle idee, ed è essenziale sapere che senza comprendere onestamente l’idea dell’avversario non si comprenderà mai compiutamente la propria, perché ognuno è definito anche dalla sua alterità, ognuno capisce chi è quando sa chi non è e chi non vuole essere. L’antitesi è sempre determinante per chiarire la tesi. Sapere ciò è essenziale per giungere a ciò che manca in modo spaventoso alla politica del nostro paese, cioè il rispetto degli avversari politici, rispetto che può nascere solo dall’aver compreso l’idea che muove l’azione politica altrui. Tutto ciò naturalmente non implica in nessun modo la cessazione della lotta politica e della competizione, ma solo fa sì che si tratti davvero di lotta politica, e non di liti condominiali o di qualcosa di ancora più volgare.

Se entrambe vogliono la giustizia, ovviamente destra e sinistra si dividono subito non appena si tratti di indicare il volto concreto della giustizia perseguita. L’idea-guida della destra è la giustizia in quanto ordine gerarchico: una giustizia verticale. L’idea-guida della sinistra è la giustizia in quanto uguaglianza: una giustizia orizzontale.

La destra basa la propria idea di giustizia sull’autorità e la differenza; la sinistra sulla solidarietà e la cancellazione di ogni differenza.

Se non esclusivamente, di certo in ampia proporzione, tutto ciò ha delle precise radici nella tradizione ebraicocristiana.

La mia tesi consiste nel sostenere che le due contrapposte prospettive politiche della destra e della sinistra che strutturano le società occidentali, derivano dalla secolarizzazione delle due opposte visioni del mondo presenti nella Bibbia. Nella Bibbia ebraica vi sono pagine che danno un giudizio positivo dell’autorità monarchica e ve ne sono altre diametralmente opposte; vi sono pagine con una visione positiva dell’ordine del mondo (il libro dei Proverbi) e ve ne sono altre diametralmente opposte (il libro di Qoelet).

Nel Nuovo Testamento l’apostolo Paolo scrive che "non c’è autorità se non da Dio, quelle che esistono sono stabilite da Dio" (Romani 13, 1-2); l’apostolo Giovanni invece parla dell’Impero Romano come "covo di demoni, carcere di ogni bestia immonda e aborrita" (Apocalisse 18, 2). Da qui per i due apostoli consegue un modo di relazionarsi all’autorità imperiale diametralmente opposto: san Paolo dice che "chi si oppone all’autorità, si oppone all’ordine stabilito da Dio" (Romani 13, 2), san Giovanni invece esorta a relazionarsi all’autorità in questi termini: "Pagatela con la stessa moneta, retribuitele il doppio dei suoi misfatti" (Apocalisse 18, 6).

Per questo il cristianesimo (come anche l’ebraismo, anche se con minore influsso a causa del suo statuto particolare) ha potuto generare sia perfette ideologie al servizio del potere costituito sia i più intransigenti rivoluzionari, ed è stato ed è tuttora religione tanto dei generali quanto dei guerrieri. Ed è ancora per questo che esso è da sempre diviso al suo interno tra conservatori e progressisti. Di solito si ritiene che sia la politica a provocare questa divisione interna al cristianesimo.

E’ vero il contrario: è stato il cristianesimo a generare la divisione fondamentale della politica occidentale tra destra e sinistra. Dal primo filone teologico infatti, quello sostanzialmente positivo nel suo giudizio sul mondo, è scaturita la destra, e dal secondo filone, quello sostanzialmente negativo e critico verso lo stato del mondo, è scaturita la sinistra.

Ma c’è qualcosa di più: mentre l’ideologia politica della destra è ben rintracciabile anche al di fuori del contesto occidentale plasmato dal cristianesimo, l’ideologia politica della sinistra è un prodotto intrinsecamente cristiano, nasce esclusivamente in occidente, non esiste nessuna grande religione mondiale che l’abbia generato oltre l’ebraismo e il cristianesimo.

Senza l’ebraismo e il cristianesimo, senza la loro carica contestatrice nei confronti dei "dominatori di questo mondo" (vedi 1 Corinzi 2, 8), mai la sinistra avrebbe potuto ottenere la legittimità spirituale e culturale di cui gode agli occhi dei popoli.

La destra nasce da un rapporto positivo nei confronti del mondo e della sua storia, che per questo essa intende conservare. La sinistra nasce da un rapporto negativo nei confronti del mondo e della sua storia, che per questo essa intende riformare. Per questo la destra assegna alla politica un ruolo molto meno preponderante, perché il mondo già di per sé è in grado di produrre ordine e giustizia; e per questo al contrario la sinistra assegna alla politica un ruolo ben più significativo, perché essa ha il compito di correggere le ingiustizie di cui il mondo è colmo.

Vengo ora alla seconda tesi di questo articolo, e cioè all’incapacità della destra e della sinistra contemporanee di fondare la propria idea-guida. Inizio dalla sinistra. Essa, ancor più della destra, è lacerata da una grave crisi culturale di cui la continua mutazione partitica è l’epifenomeno. Tale crisi si può definire come incapacità di dare un fondamento alla propria idea-guida della giustizia in quanto uguaglianza.

Dopo la caduta del comunismo e la definitiva smentita della filosofia di Marx, la sinistra è oggi concettualmente dominata dal darwinismo, il quale non sa che cosa sia l’uguaglianza e meno che mai la solidarietà. L’esito naturale del darwinismo è la politica della destra, anzi della destra più dura, quella che scaturisce dalla filosofia di Spencer e di Nietzsche, entrambi attenti lettori di Darwin. La convinzione che la lotta per la sopravvivenza sia la logica dominante del mondo naturale, e quindi anche di noi uomini perché anche noi siamo natura, genera necessariamente a livello politico ciò che Nietzsche chiama "volontà di potenza", e non certo la giustizia e la solidarietà che sono l’idea-guida della sinistra.

L’idea della giustizia come uguaglianza che pervade l’anima della sinistra, la sinistra non la sa fondare a causa del matrimonio speculativo col darwinismo. Dall’idea della natura come teatro sanguinoso del predominio del più adatto si può argomentare a favore della giustizia quale uguaglianza e solidarietà solo a patto di sradicare completamente l’uomo dalla natura e dal mondo, generando in lui un perenne stato di conflitto con la realtà.

Gli appelli al sentimento di solidarietà molto presenti nella sinistra riformista, su che basi si fondano visto che anche noi siamo natura? Si risponde che noi siamo esseri culturali. Ma il nostro essere cultura su che cosa è fondato, se non sul nostro essere natura? In base a che cosa si istituisce tale consueta soluzione di continuità tra la logica della natura (che si ritiene egoista) e la logica della cultura (che dovrebbe essere non egoista)? La teologia tradizionale potrebbe rispondere indicando la grazia, ma che cosa può indicare la sinistra, che si rifà al darwinismo? E poi, siamo davvero sicuri che la logica che informa la cultura sia non egoista? Non è forse l’umanità ancora più forte e più furba della natura, che a suo modo è, tutto sommato, innocente?

Questa incapacità di conciliare l’idea guida con la logica del mondo produce nella sinistra radicale un perenne risentimento nei riguardi del mondo e della sua logica. Di essa si può dire ciò che Hegel diceva del cristianesimo medievale, che è una "coscienza infelice": una coscienza che sa solo dire no, protestare, negare, in permanente conflitto con lo stato naturale del mondo e della storia, senza conciliazione con il principio di realtà. Il dilemma che attanaglia la sinistra e la rende frammentata e instabile è la mancanza di una base teoretica stabile in grado di fondare l’idea della giustizia come uguaglianza.

Dove sta invece il limite culturale della destra? Sta nell’incapacità di fondare su qualcosa di oggettivo la sua idea-guida di giustizia come ordine.

Un tempo questa oggettività era lo stato. Penso si possa sostenere che lo stato moderno sia una creazione della destra liberale, la quale giunse a dare un tale valore etico allo stato da ritenerlo persino superiore alla religione.

Oggi tutto ciò nella cultura della destra è sepolto, lontanissimo dal poter incidere sulle coscienze di coloro che si riconoscono in quest’area politica. Un tempo lo stato liberale e costituzionale era percepito come sinonimo di libertà di fronte allo stato assolutistico e alla chiesa, avversari dei diritti dell’uomo e delle libertà democratiche. Oggi, in un’epoca di pance piene in fatto di libertà civili, nessuno si ricorda più quale garanzia di libertà lo stato costituzionale garantisca ai cittadini. Oggi il cittadino sente lo stato come nemico. E la destra, che dovrebbe difendere e sostenere l’idea di stato che è una sua creatura, è al contrario la prima a massacrarlo sotto la retorica del populismo.

Oggi è quasi solo la sinistra a coltivare un senso di appartenenza e dedizione verso la cosa pubblica, come appare per esempio dalla politica sulla fiscalità, senza la quale, com’è ovvio, non c’è alcuna possibilità di istituzione statale, oppure dalla politica verso la scuola pubblica, gli ospedali pubblici e in genere tutto ciò che è di pertinenza della res publica (con l’unica eccezione, mi sembra, delle forze dell’ordine). La destra conosce solo la res privata, e per questo appare alle coscienze eticamente più sensibili come intrinsecamente egoista e senza slanci ideali.

Una mancanza del fondamento caratterizza quindi sia la destra sia la sinistra, uno stato di cose necessariamente destinato a produrre politica di basso profilo, perché senza le idee che le guidano le azioni non sanno dove andare, non ci sono propriamente azioni ma solo reazioni. Io penso che il rimedio consista nel ritrovare una realtà oggettiva su cui fondare la propria visione del mondo, e che l’unica realtà oggettiva oggi realmente tale sia la natura, da pensarsi primariamente non tanto come natura naturata, come ambiente, quanto più profondamente come natura naturans.

Infine una postilla sul centro. Il centro, filosoficamente e teologicamente, non esiste. La sua esistenza come fenomeno politico suppone due fattori: 1) una società nella quale il concetto o di sinistra o di destra non è proponibile, come nel dopoguerra era il caso dell’Italia e della Germania, non a caso i soli due paesi occidentali dove il centro ha avuto un ruolo decisivo; 2) il peso politico della chiesa cattolica, di cui il centro è diretta espressione. In una società matura però l’area politica centro non ha, a mio avviso, ragione di esistere. Quando in Italia la sinistra e la destra avranno pienamente assimilato la moderazione e il buon senso, che sono le armi migliori del centro, di esso si potrà serenamente fare a meno, e saremo finalmente anche noi un paese normale.

* Con questo articolo il teologo Vito Mancuso, docente di Teologia moderna e contemporanea presso l’Università San Raffaele di Milano e autore di "L’anima e il suo destino" (ed. Raffaello Cortina), inizia la sua collaborazione con il Foglio