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Solidarietà e comunità nell’Italia in crisi (by Leozappa)

Mercoledì, 11 Luglio 2012
La politica, totalmente concentrata sull´economia, sembra incapace di cogliere quanto sia radicato il senso di comunità nel nostro Paese.
Il terremoto e la recessione hanno portato alla luce una Italia che ha ben poco in comune con la società post-moderna raccontata sui media. Gli sfollati si rifiutano di abbandonare le loro case, piangono per le chiese crollate, invocano un futuro per e nel proprio territorio. Salvo sporadici episodi di sciacallaggio, le cronache testimoniano di aiuti e solidarietà, di altruismo e volontariato da e per tutta la nazione.
 
Per essere chiari: la Padania non ha mai marcato il confine della solidarietà. Dinanzi ai monumenti storici abbattuti dalle scosse, ovunque ci è sentiti abitanti del Belpaese, figli dei figli dei costruttori dei campanili, dei palazzi, delle città ferite, di coloro che hanno fatto grande l´Italia. A nessuno è venuto in mente che quei monumenti erano espressione di una penisola divisa in Stati e staterelli. Non solo gli anziani, anche i giovani, spesso con gli occhi umidi, hanno parlato dell´importanza della comunità. La comunità che aiuta, ma anche la comunità alla quale si appartiene. Credo che sia riduttivo considerarla una nuova consapevolezza. Il terremoto ha dato la forza di dire quello che si sentiva già, in cui si è sempre creduto, accettando il rischio di apparire fuori moda. Le televisioni hanno filmato messe all´aperto e sotto le tende. Nessuno ha osato opporsi alla ricostruzione delle chiese crollate, anche se le risorse economiche scarseggiano.
 
Dopo tanto tempo, non si sono rivendicati diritti: si sono professati doveri e vincoli di solidarietà. Il terremoto è una esperienza traumatica. Suscita grandi emozioni, ma l´istinto di sopravvivenza non ha prevalso.
Nello stato di necessità, non è la forza ma la fratellanza ad essersi imposta. C´è, pertanto, da chiedersi cosa rimanga, dopo il terremoto, di quelle biblioteche che, in questi ultimi decenni, hanno teorizzato la dissoluzione dei legami sociali promuovendo la società degli individui mossi dall´interesse egoistico. Nel terremoto non si è visto l´homo homini lupus professato dall´ideologia liberistica. Non è diverso lo spirito con cui, dalle grandi città ai più sperduti paesini, si sta cercando di fronteggiare la crisi economica.
 
Nessuna denuncia di operazioni speculative a danno di coloro che non riescono più a far fronte alle esigenze quotidiane, che non riescono a pagare il mutuo. Si moltiplicano, invece, le iniziative per venire incontro a chi è rimasto indietro, socialmente ed economicamente. Homo homini sacer. Una eresia per la ideologia liberistica, i cui assiomi l´individualismo, il self-interest, la concorrenza continuano ad orientare le scelte di politica economica e sociale. Non è paradossale, ma emblematico che qualche giorno prima del terremoto, un decreto legge avesse disposto che, in caso di calamità, lo Stato non si sarebbe più fatto carico degli oneri della ricostruzione. La gravità della situazione dei conti italiani è nota. Oggi, non è facile governare; ma quando si pensa di far quadrare il bilancio tagliando una voce di costo come quella delle calamità è chiaro che c´è qualcosa che non va. Non è solo colpa del governo dei tecnici (che è vincolato negli obiettivi, ma non nelle opzioni circa gli strumenti per conseguirli).
 
La principale responsabilità è di chi ha costruito una Europa senza anima, nella quale l´economia ha cessato di essere uno strumento per divenire il fine delle istituzioni. In questi mesi, si è tanto parlato di Europa, ma sempre con riferimento a conti e bilanci. Quando si è accennato al progetto politico, è stato solo per ipotizzare una soluzione per uscire dalla crisi economica. L´Europa si è identificata con l´euro e, con esso, si è contratta. È miope pensare di rilanciarne il progetto con misure economiche o con un maquillage istituzionale. Occorre avere il coraggio di mettere in discussione il mainstream liberistico e ripartire da quel sentimento di comunità che i traumi del terremoto e della recessione hanno mostrato ancora profondamente radicato nella carnalità della popolazione. Solo così si potrà vincere la dissoluzione dell´anti-politica. a.m.leozappa formiche

Italia-Giappone: nulla altro da aggiungere

Mercoledì, 15 Febbraio 2012
Abruzzo, sono passati quasi 3 anni dal terremoto dell’aprile 2009.
Giappone, ad 11 mesi dallo tsunami del marzo 2011 …

_ marzo 2011 _____________ febbraio 2012

via nonleggerlo.blogspot.com
TEMIS: se qualcuno ancora si chiede le ragioni della nostra decadenza…

I terremoti si possono prevedere: se non è Roma è Spagna

Sabato, 14 Maggio 2011
Nelle ultime settimane si era diffusa la notizia circa una previsione di Raffaele Bendandi su un terremoto a Roma l’11 maggio 2011. Nessun sisma a Roma, ma l’11 maggio 2011 un violento terremoto ha fatto tremare la Spagna. I terremoti, dunque, sono prevedibili? Ne abbiamo parlato con il sismologo Giampaolo Giuliani. I terremoti si possono prevedere?Sì, i terremoti si possono prevedere. Il terremoto non è che un fenomeno fisico, quindi ha delle cause che lo producono. Studiando a fondo le cause che producono i terremoti, è possibile arrivare a prevederlo, quello che noi facciamo con la nostra ricerca sperimentale ormai da 11 anni, avvalorata anche dalle collaborazioni straniere che perseguono lo stesso scopo. Quindi, attraverso la mia ricerca sperimentale noi riusciamo a prevedere nel raggio d’azione delle nostre stazioni, 6 – 24 ore prima. In questo momento esiste una rete che funziona in questo modo di almeno 4 stazioni. Cosa ne pensa della storia di Bendandi e del terremoto a Roma? Alla fine un terremoto c’è stato…
Bendandi ebbe una intuizione. Lui ha lasciato scritto qualcosa delle sue esperienze. Il terremoto del 1908 nello Stretto di Messina lo colpì e prese a studiare questo evento. L’intuizione fu che l’effetto mareale prodotto dalla luna e dal sole e dai pianeti giganti, possono essere una delle cause principali del rilascio di energia dei terremoti sulla terra. Lo stesso fenomeno mareale che osserviamo negli oceani e nelle acque, secondo Bendanti, viene seguito anche dalla crosta terrestre, non solo ma anche dal fluido magmatico del mantello, quindi dall’alterazione dell’energia termodinamica all’interno del mantello E’ la causa che fa caricare di energia le rocce. Quando questa energia satura sul punto di rottura delle rocce, si produce il terremoto, questa era la sua teoria.Ho avuto modo di studiare i carteggi del Bendandi dell’anno 2010, dell’anno 2011 in corso e ho disponibile anche quello del 2012. Nel suo carteggio non ho trovato nessunissima indicazione su un forte evento che si sarebbe dovuto verificare a Roma l’11 maggio 2011 anche perché Bendandi era consapevole del fatto di non essere in grado di indicare con precisione l’epicentro dell’evento. Lui era consapevole di poter indicare solo una vasta area pari a circa 250/300 chilometri, in cui si può verificare un evento sismico. Non solo, nei carteggi ci sono indicazioni su altri terremoti effettivamente da lui previsti e la previsione veniva evidenziata con la data in quanto era molto preciso nelle sue previsioni, nella finestra temporale. Faceva un errore non superiore a 24 ore. Era invece consapevole che non aveva la stessa precisione sull’indicazione della zona epicentrale, anche perché non possedeva una longitudine precisa, poteva dare una latitudine con un margine di errore di 3, 4 gradi, ma la longitudine aveva un’elasticità maggiore.
Per cui che l’abbia previsto o meno il terremoto dell’11 maggio 2011 io non ho traccia sulle carte da lui scritte e lasciateci in qualche modo in eredità. Perché se i terremoti sono prevedibili, questa procedura viene bloccata?
Perché in Italia è stata una scelta a alti livelli di responsabilità scientifica quella di non perseguire da più di 30 anni uno studio di ricerca sulle possibilità di poter evidenziare dei precursori sismici. Questa scelta in modo particolare l’ha presa chi ha diretto per tantissimi anni l’ente maggiormente accreditato in Italia su questo argomento, gli Ngv e quindi il Presidente degli Ngv. Loro hanno sempre detto che è impossibile prevedere i terremoti, per cui cosa migliore sarebbe stata quella di creare una rete di sismografi abbastanza fitta da poter, con 20/30 anni, mappare il territorio e sapere lì dove si sarebbero potuti verificare eventi forti, eventi pericolosi e catastrofici. Questa secondo me è stata una scelta sbagliata perché questo sistema non avrebbe permesso neanche con il passare degli anni, neanche con l’evoluzione tecnologica, di metterci in condizioni di poter avere informazioni da quelli che sono poi i precursori sismici, sistema invece usato in altri stati: Stati Uniti, Russa, Taiwan, Giappone, Cina, Turchia. Secondo i suoi studi c’è un posto, in Italia, più a rischio?Tutto il territorio italiano è un territorio ad alto rischio sismico, in modo particolare la dorsale appenninica, e se vogliamo in modo particolare evidenziare dei territori a maggior rischio sismico, allora parliamo di Umbria, Marche, Abruzzo, una parte del Lazio, la Campania, la Calabria, un po’ meno la Puglia e la Sicilia. Attualmente noi siamo interessanti da un rilascio di energia abbastanza presente, non molto intenso, ma ciò non di meno come numero di eventi strumentali giornalieri abbastanza marcati, in particolare nell’area di Gubbio, sul territorio di Sora, quindi Frosinate, Cassino quella zona… E in più in Sicilia dove da l’altro ieri ha ripreso in parte l’attività, il vulcano, l’Etna.La popolazione italiana è su un territorio che è considerato tra il quinto e il sesto come pericolosità al mondo per il rischio sismico. Occorrerebbe dare una cultura alla popolazione, cosa che non è stata fatta negli ultimi 30 anni. Nessun tipo di prevenzione sismica sugli edifici, sulle strutture, sul territorio. Si potrebbe quantomeno fornire alla popolazione quel grado di competenza, di cultura sul terremoto in modo tale da non far accadere ciò che è accaduto a Roma in quest’ultimo mese quando si diceva che Bendandi aveva previsto questo terremoto, fomentando un panico come quello che è stato, ma questo panico è stato dovuto solo e esclusivamente alla mancanza di informazione e di cultura della popolazione. Se voi avete osservato il comportamento della popolazione giapponese, invece, durante il forte terremoto che ha colpito il Giappone ultimamente… stiamo parlando di un nono grado che è un qualcosa di veramente catastrofico. Si è notato che negli ultimi 30 anni in Giappone si è fatta quella prevenzione sismica che in Italia non è mai stata fatta e nonostante l’alto grado di quel terremoto, se non ci fosse stato lo Tsunami, con ogni probabilità loro non avrebbero avuto neanche un morto. Non solo, ma il comportamento della popolazione che ha avuto una cultura per 30 anni sul modo di come comportarsi, tutto questo è ciò che è mancato e che manca attualmente in Italia. cadoinpiedi.it

Bufale apocalittiche (by de Turris)

Mercoledì, 11 Maggio 2011

Questo potrebbe essere l’ultimo articolo che scrivo e pubblico. Non perché abbia deciso che è finalmente giunta l’ora di smettere questa insana attività, ma perché, da quel che si legge, annuncia e denuncia in Rete un violento terremoto devasterà la Capitale il prossimo 11 maggio… L’allarme è generale, le paure s’incrociano, c’è chi consiglia di andar via quella notte o almeno di dormire in macchina. La diceria si è diffusa a macchia d’olio, si è gonfiata, arricchita di particolari. E come ogni leggenda metropolitana che si rispetti, tecnicizzata o meno, non si sa quando e come sia nata. Beh, un padre ce l’ha o ce l’avrebbe: è il sismologo e astronomo dilettante Raffaele Bendandi da Faenza (1873-1979), il quale, si afferma perentoriamente, l’avrebbe predetto questo maledetto sisma. Lo si afferma ma non si porta alcuna prova, anzi la cosiddetta previsione è stata seccamente smentita da «La Bendandiana», l’associazione che ne custodisce e studia le carte, che per bocca della sua presidente ha affermato con chiarezza che una tale previsione non è stata mai fatta e che non risulta in nessun documento custodito presso di essa. Insomma, una bufala apocalittica e mediatica. Eppure…Eppure il potere della Rete è ormai troppo forte: un cosa falsa detta a voce mille e mille volte alla fine diventa vera e non ci sono ragioni, figuriamoci se rimbalza su Internet: è impossibile smentirla. Il meccanismo delle dicerie è noto e studiato da tempo, e quelle che gli antropologi culturali hanno definito ormai come «leggende metropolitane» hanno trovato un terreno fertilissimo e incontrollabile proprio grazie ad un ritrovato della tecnoscienza che, in questo caso specifico, si mescola alla tendenza millenaristica presente ormai da ben prima del 2000.Non c’è in fondo grande differenza tra l’umanità, che la supponenza illuministica presume incolta e superstiziosa, dell’anno Mille e quella dell’anno Duemila. Allora c’erano predicatori che giravano per borghi e castelli, seguiti da turbe autoflagellantesi, annunciando la fine del mondo allo scoccare del 31 dicembre 999; oggi ci sono turbe virtuali che seguono profeti di sventura mediatici più o meno interessati che ci allarmano e spaventano per una serie di eventi che provocheranno ancora una volta la fine del mondo, parziale (come il terremoto romano) o globale (come nel fatidico 21 dicembre 2012). La civiltà ipertecnologizzata del XXI secolo non si rivela poi troppo diversa da quella del X secolo. La superstizione della catastrofe in agguato è peraltro una costante dell’umanità: su questo piano non si sono fatti passi avanti, anzi grazie ai ritrovati della tecnoscienza si è potenziata una sindrome ancestrale.Non c’è molto da meravigliarsi: il tema della «fine del mondo» è sempre esistito come ha dimostrato uno storico delle religioni del livello di Ernesto De Martino in uno sterminato studio pubblicato postumo (La fine del mondo, Einaudi, 1977, cui si affianca oggi uno specifico approfondimento filosofico dovuto ad Andrea Tagliapietra, il quale nel suo dotto ma affascinante Icone della fine (Il Mulino), partendo da Kant, nota come di fronte all’idea di una fine definitiva di tutto e di tutti il pensiero di blocchi e si annulli, impotente a pensare oltre. La conseguenza è che, seguendo il ragionamento kantiano, l’esplorazione del vuoto abissale decretato dalla fine viene allora delegato non più alla ragione ma all’ «organo della immaginazione» che elabora così una serie di «immagini apocalittiche», dato che oggi, afferma Tagliapietra, assistiamo «alla ripresa dell’immaginazione della fine e del suo inventario figurale e simbolico». La conseguenza è che «le icone della fine elaborate all’interno del grande codice della tradizione occidentale rioccupano i vuoti del nostro presente, in quegli spazi dell’immaginario che coincidono con i miti della cultura di massa, del cinema e delle narrazioni popolari». E quindi anche della Rete.Che esista da un bel po’ questo crogiolarsi generale in fantasie angosciose lo conferma un arguto e intelligente saggio di Andrea Kerbaker (Bufale apocalittiche, Ponte alle Grazie) dove si analizzano le apocalissi mancate all’inizio del XXI secolo: dal baco del millennio alla mucca pazza, per concludere che la nostra è ormai la «società degli allarmi» e che siamo condizionati, senza poterlo impedire, dalla «Internazionale della paura» che opera indisturbata grazie ad un mix composto da una informazione istantanea, dal cinismo dei media, dal parere di esperti, dai cosiddetti opinion makers mossi da due unici interessi: quelli di immagine e quelli economici. La nostra, afferma Kerbaker, è una società sostanzialmente ipocondriaca: «La certezza del male, dapprima basata su flebili indizi, cresce, prima piano, poi più rapidamente, acquista spazio mentale sempre maggiore, fino a sgonfiarsi più o meno da sola, in attesa della malattia successiva».L’ultimissimo caso del terremoto romano lo conferma: è ciò che Kerbaker definisce come quel «senso di entropia, storicamente connaturato alla natura stessa dell’uomo: un costante memento mori che nelle varie epoche ha portato all’immaginazione di svariate catastrofi finali».Ce ne faremo una ragione e sopravviveremo anche a questo. g. de turris Tratto da Il Giornale del 5 maggio 2011.

In difesa di De Mattei, vice presidente del CNR

Domenica, 27 Marzo 2011

cessi-specialiIl terremoto in Giappone è “una voce della bontà di Dio”, “esigenza della sua giustizia”. Lo ha sostenuto Roberto De Mattei in una intervista a Radio Maria scatenando un mezzo finimondo e la richiesta di dimissioni. Le sue sarebbero asserzioni incompatibili con la carica che riveste: vicepresidente del Consiglio nazionale delle ricerche. Sinceramente non capiamo queste reazioni. De Mattei parlava a Radio Maria e parlava non del “come” ma del “perchè” di un evento drammatico. A tutta evidenza, quindi, non parlava nelle vesti istituzionali (era a Radio Maria) e da scienziato (la scienza spiega il “come”, non il “perchè/fini” degli eventi). Perchè allora tutto questo clamore? il ns sospetto è che il clamore sia dovuto allo scandalo di un vice presidente del CNR che crede e professa pubblicamente la sua fede cristiana. Per alcuni è intollarabile che uno scienziato sia cattolico, vieppiù se ha cariche istituzionali. Se De Mattei avesse detto che il terremoto, così come altre catastofi, era dovuto all’avidità dell’uomo che non rispetta più la natura ci sarebbero state analoghe contestazioni? secondo noi, no. eppure anche la “visione olistica” della terra è, allo stato, una “ipotesi”, ossia una “credenza”; nessuno può provare la “stretta causalità” di un evento catastrofico; l’”avidità” dell’uomo è giudizio morale. temis (foto: a proposito di pre-giudizi)

11 maggio 2011: la distruzione di Roma

Mercoledì, 23 Marzo 2011

Niente altro che una leggenda metropolitana: la paura di un terremoto devastante che potrebbe colpire Roma l’11 maggio 2011 sta montando su Internet in un tam tam di voci, ma non ha alcun fondamento scientifico. ”Non c’è alcun elemento scientifico che ci permette di azzardare una simile previsione: è una pura e semplice leggenda metropolitana che sta montando nel web e, purtroppo, anche nelle scuole”, rileva il direttore del dipartimento di Scienze della Terra dell’università di Roma La Sapienza, Gabriele Scarascia Mugnozza.”Il territorio del Comune di Roma – osserva – non è un’area ad elevata pericolosità sismica” e ”terremoti devastanti con epicentro a Roma non si sono mai verificati in epoca storica, nè si possono verificare”. Come risulta dalla ”Classificazione Sismica del Lazio” messa a punto dalla Regione, a Roma si possono risentire gli effetti di terremoti che avvengono in due aree: quella dei Colli Albani (a circa 20 km dalla città) dove i terremoti possono raggiungere la magnitudo massima di 4-5 gradi, e quella dell’Appennino abruzzese (a circa 100 chilometri dalla città), dove i terremoti possono raggiungere la magnitudo 7.Inoltre, mentre i terremoti che si originano nell’area dei Colli Albani hanno tempi di ritorno brevi (mesi o anni), i più forti hanno cadenze molto più lunghe, almeno di secoli. Alla luce delle attuali conoscenze in fatto di terremoti, la convinzione di poterli prevedere ”è una chimera”, osserva Scarascia Mugnozza. A preoccupare, aggiunge, ”è un quadro fatto di superstizione, creduloneria, poca conoscenza e, soprattutto, scarsissima ‘cultura geologica’ in un Paese in cui terremoti, frane, alluvioni ed eruzioni vulcaniche sono presenti nelle cronache quotidiane”. Anzi, conclude, ”paradossalmente e scriteriatamente, l’insegnamento delle geoscienze e della geografia è sempre più ridotto ed è ormai quasi scomparso dai programmi scolastici”. blitzquotidiano.it

La Madonna ha predetto il sisma in Giappone

Mercoledì, 23 Marzo 2011

logo2Da 23 anni, la Madonna appare ad Anguera (Bahia – Brasile) al veggente Pedro Régis, dettandogli messaggi per tutta l’umanità.  E’ stato predetto il sisma del Giappone e sventure per Napoli e la Spagna, l’olocausto atomico per il Medio Oriente, rivolte in Europa. http://www.messaggidianguera.net/cercanelleprofezie.html

 

 

 

 

Nostradamus e il terremoto giapponese (by Introvigne)

Mercoledì, 16 Marzo 2011

Se si incrociano su Google, in inglese, i termini “Nostradamus” e “terremoto 2011 Giappone” s’incontrano già 159.000 ricorrenze, e crescono di ora in ora. Pochi lo sanno, ma è proprio il Giappone il Paese del mondo dove è più letto e conosciuto Nostradamus (Michel de Notre-Dame, 1503-1566), l’astrologo francese del XVI secolo nelle cui Centurie si può leggere tutto e il contrario di tutto. O forse se ne accorgono i nostri ragazzi, perché la mania di Nostradamus ha contagiato i fumetti e i cartoni animati giapponesi: per esempio, uno dei più famosi lungometraggi animati nipponici dedicati al personaggio di Lupin III (il nipote del celebre ladro francese Arsenio Lupin) si chiama Le profezie di Nostradamus. Un certo numero di siti Internet che associano il terremoto a Nostradamus fa capo a nuove religioni giapponesi. Anche questa è un’informazione poco nota al grande pubblico ma il maggior numero di nuove religioni diffuse oggi nel mondo non è nato negli Stati Uniti, ma in Giappone. Dopo la Seconda guerra mondiale, il Paese vive quella che è stata chiamata un’“ora di punta degli dei”, con la diffusione di migliaia di nuove religioni di origine buddhista, scintoista e sincretista, diverse delle quali ormai presenti in tutto il mondo. Il tema millenarista e apocalittico caratterizza molte – non tutte – fra queste nuove religioni, anche se certamente sarebbe sbagliato generalizzare il fanatismo criminale che ha portato una di loro, Aum Shinri-kyo, all’attentato nella metropolitana di Tokyo con il gas sarin del 20 marzo 1995. La stragrande maggioranza delle nuove religioni giapponesi che attendono la fine del mondo non ricorre alla violenza. Tuttavia, lo stesso attentato del 1995 è diventato una metafora delle insicurezze e delle paure dei giapponesi. Il fondatore di Aum Shinri-kyo, Shoko Asahara, è stato condannato a morte. Il suo appello è stato respinto e ora attende l’esecuzione. Ma l’impiccagione di Asahara non placherà le inquietudini nipponiche. Se la frequenza dei terremoti e le crisi economiche sono fattori da non trascurare, molti sociologi concordano sul fatto che una delle radici del disorientamento è religiosa.La religione giapponese è complessa – molti si dichiarano insieme scintoisti e buddhisti – ma la fede individuale aveva fino alla Seconda guerra mondiale un centro e un riferimento sicuro nel culto dell’Imperatore, ritenuto di origine divina. Dopo la guerra questo culto è stato vietato: lo imponevano gli Stati Uniti, e forse era inevitabile che fosse così. Ma la perdita di questo centro ha fatto proliferare da una parte la secolarizzazione e l’erosione dei valori tradizionali – di cui sono uno dei sintomi la proliferazione degli aborti e della prostituzione giovanile part time, anche presso ragazze relativamente agiate che desiderano solo un’automobile più potente –, dall’altra le nuove religioni, che esistevano fin dal secolo XIX ma hanno conosciuto un boom dopo il 1945. Più in generale, una cupa letteratura su Nostradamus, la fine del mondo e i castighi apocalittici degli dei che incombono ha conquistato un vasto pubblico, anche – come accennato – tramite il fumetto e il cartone animato, che in Giappone sono generi per gli adulti e non solo per i ragazzi.Il Giappone, naturalmente, rimane un Paese con profonde tracce di religione, che però oggi coesistono con il disincanto, la secolarizzazione e il disorientamento. La coesistenza è mostrata bene dalla diffusa convinzione che i bambini abortiti si trasformino in fantasmi vendicatori che perseguitano le loro madri. Anziché un movimento contro l’aborto, questa convinzione ha generato diffusi rituali, insieme antichissimi e modernissimi, per placare gli spiriti dei bimbi abortiti. Si comprende come in questo clima anche le spiegazioni apocalittiche delle catastrofi naturali si diffondano facilmente. Non si tratta, beninteso, di un monopolio giapponese. Gli storici sanno che un altro tsunami asiatico, quello originato dall’esplosione dell’isola-vulcano di Krakatoa il 26 agosto 1883 – con trentaseimila morti in Indonesia – è all’origine nel mondo islamico di un’ampia predicazione sulla catastrofe come castigo di Dio, e di un malcontento nei confronti della scienza e delle amministrazioni coloniali occidentali che non avevano saputo prevenire il disastro né gestire efficacemente i soccorsi. Questa predicazione si situa alle radici di quello che nel secolo XX diventerà il fondamentalismo islamico. Anche l’uragano Katrina che si è abbattuto su New Orleans nel 2005 e il terremoto di Haiti del 2010 sono stati presentati da alcuni gruppi fondamentalisti protestanti come un castigo di Dio per la presenza ben nota nell’isola caraibica e anche nella città della Louisiana di culti afro-americani come il vudù, facilmente confusi da questi predicatori con il satanismo.Tuttavia il mondo fondamentalista protestante americano conta diverse migliaia di realtà. Dopo l’uragano e il terremoto, una decina di questi gruppi ha cominciato a battere la grancassa sul tema del castigo di Dio contro il vudù. Altri, anche se forse pensavano qualche cosa di simile nel profondo del loro cuore, si sono invece rimboccati le maniche e hanno cominciato a fare quello che il mondo protestante americano, compreso quello ultra-conservatore e fondamentalista, sa fare meglio e per cui merita rispetto: hanno raccolto fondi e organizzato carovane di camion per andare ad aiutare chi ne ha bisogno, come hanno fatto fin da subito anche i cattolici. Il tema dei castighi di Dio è presente in tutte le grandi tradizioni religiose, e non può essere liquidato troppo frettolosamente. Il cristianesimo insegna però che, mentre la teologia riflette sul misterioso significato delle catastrofi naturali, nessuno è esonerato dal dovere di fare tutto il possibile per soccorrere le vittime. m. introvigne bussola quotidiana

Bertolaso, l’ultima vergogna

Venerdì, 26 Novembre 2010

Questo si chiama “mettere in sicurezza”, solo che più dell’Italia sommersa dalle alluvioni la Protezione civile sembra esperta nel rendere sicure le poltrone del suo personale. E così mentre tutto frana, Guido Bertolaso stabilizza i suoi fedelissimi: 150 precari, spesso d’alto rango, vengono assunti nel botto finale della gestione che ha alternato successi a scandali fino a diventare nel bene e nel male simbolo del modello berlusconiano di governo. Tutto grazie a una nuova legge che prevede “l’assunzione di personale a tempo indeterminato, mediante valorizzazione delle esperienze acquisite presso il Dipartimento dal personale titolare di contratto di collaborazione coordinata e continuativa”. Mentre la pubblica amministrazione falcia i ranghi e il precariato diventa condizione di vita, negli uffici che dipendono da Palazzo Chigi c’è un’ondata di piena di assunzioni che garantisce lo stipendio per figli di magistrati e di prefetti, per mogli di sottosegretari e nipoti di cardinali. Tutti benedetti da una selezione su misura, alla quale ha potuto partecipare solo chi aveva già un contratto precario con il Dipartimento. Un esame affidato a una commissione interna, con poche domande rituali e procedure concluse entro l’estate: così gli ex cococo sono ormai a tutti gli effetti in pianta organica.  E rilette oggi, dopo i crolli di Pompei, le motivazioni che sostengono questa falange di assunzioni hanno un po’ il sapore della farsa di fine impero: il testo della deroga al blocco imposto da Tremonti sostiene la necessità di quel personale “anche con riferimento alle complesse iniziative in atto per la tutela del patrimonio culturale”. Ma è solo il botto finale: quando Bertolaso nel 2001 mise piede sulla tolda di comando l’organico si basava su 320 unità, passate a 590 nel 2006 e schizzate a quasi 900 alla fine del suo mandato. Cinquecento persone in più in nove anni, con uffici lievitati emergenza dopo emergenza, sempre a colpi di ordinanza e mai in forza di un concorso. Un vero e proprio esercito in cui spiccano gli oltre 60 autisti, distaccati dalle forze dell’ordine, per i dirigenti. L’apoteosi di un sistema di potere nato con il Giubileo del 2000, spalancando le porte degli uffici a figli, nipoti, familiari e amici dell’establishment istituzionale.  E poi, sono arrivati i fedelissimi coltivati a Napoli nelle molteplici crisi dei rifiuti. Un posto per tutti grazie alle parentele giuste nell’esercito o nei servizi segreti, a Palazzo Chigi o in Vaticano, al Viminale o in magistratura, fino a creare una ragnatela di relazioni che sembra plasmata ad hoc per creare consenso verso le attività del Dipartimento e per non disturbare il suo manovratore. Le parentele scomode iniziano ovviamente da Francesco Piermarini, l’ingegnere-cognato del sottosegretario Bertolaso, mandato tra i cantieri della Maddalena. Ma scorrendo la lista dei beneficiati si svela una rete di favori senza soluzione di continuità. Tra i primi ad essere stabilizzati, a metà di questo decennio, sono stati gli uomini della scorta di Francesco Rutelli in Campidoglio. Dieci “pizzardoni” passati senza semafori dalla polizia municipale di Roma al dipartimento di Palazzo Chigi. Dal fil rouge che lega il Giubileo alla Protezione civile spuntano anche tre supermanager del calibro di Agostino Miozzo, Marcello Fiori e Bernardo De Bernardinis. Facevano parte dell’unità di staff del Giubileo e, grazie al decreto rifiuti del 2008, entrano nel Gotha dei dirigenti generali della presidenza del Consiglio con norma ad personam, e un contratto da 180 mila euro l’anno. Ma sono stati ingaggiati anche ottuagenari che arrotondano la pensione grazie ai munifici gettoni delle emergenze: è il caso dell’83enne Domenico Rivelli, chiamato come “collaboratore per le problematiche amministrativo-contabili per i rifiuti a Napoli”. Storie vecchie, mentre con la stabilizzazione di fine mandato arriva Barbara Altomonte, moglie del sottosegretario Francesco Giro, docente di scuola superiore ed ora dirigente del Dipartimento. E non è certo un caso che in questa ondata la parte del leone la facciano uomini e donne legati a doppio filo con la Corte dei conti, ossia la magistratura che deve vigilare anche sulle spese della Protezione civile. Questo si chiama “mettere in sicurezza”, solo che più dell’Italia sommersa dalle alluvioni la Protezione civile sembra esperta nel rendere sicure le poltrone del suo personale. E così mentre tutto frana, Guido Bertolaso stabilizza i suoi fedelissimi: 150 precari, spesso d’alto rango, vengono assunti nel botto finale della gestione che ha alternato successi a scandali fino a diventare nel bene e nel male simbolo del modello berlusconiano di governo. Tutto grazie a una nuova legge che prevede “l’assunzione di personale a tempo indeterminato, mediante valorizzazione delle esperienze acquisite presso il Dipartimento dal personale titolare di contratto di collaborazione coordinata e continuativa”. Proprio nella “sezione di controllo” della Corte un magistrato e due funzionari possono vantare le assunzioni dei propri figli al Dipartimento: si tratta del giudice Rocco Colicchio, di Carmen Iannacone, addetta al controllo degli atti della presidenza del Consiglio, e della segretaria generale Gabriella Palmieri. Spazio anche a Marco Conti, figlio di un altro giudice contabile. Invece Giovanna Andreozzi è stata chiamata dopo il sisma dell’Aquila con l’incarico di direttore generale per vigilare sugli appalti: proviene dalla sezione campana della Corte, presieduta da Mario Sancetta, magistrato sfiorato da più di un sospetto nell’inchiesta sulla Cricca per le relazioni con Angelo Balducci, l’ex numero uno delle opere pubbliche. Tra l’altro, per la Andreozzi è stato attivato un servizio di navetta ad personam tra Roma Termini e gli uffici del Dipartimento. Quanto alla magistratura, tra gli assunti c’è anche Giovanni De Siervo, figlio del vicepresidente della Consulta Ugo: era entrato come precario con l’ordinanza per l’esondazione del Sarno ora è fisso al reparto “relazioni con gli organismi internazionali”. Con l’ultima chiamata per i fedelissimi di Bertolaso, arriva il posto definitivo per Carola Angioni, figlia del pluridecorato generale Franco, capo della missione italiana in Libano ed ex parlamentare Pd. Carola Angioni è entrata come collaboratrice per l’emergenza traffico di Napoli e, dopo essersi occupata di smog, è passata ordinanza dopo ordinanza ai temporali del Veneto, dedicandosi, nel frattempo a qualche puntata in Croazia come ambasciatrice del dipartimento. La legge offre certezza occupazionale anche a Marta Sica, figlia del vicesegretario generale di palazzo Chigi; alla nipote del cardinale Achille Silvestrini; alla figlia del prefetto Anna Maria D’Ascenzo, (ex capo del dipartimento dei vigili del fuoco) e a quella del colonnello Roberto Babusci (una volta responsabile del centro operativo aereo della Protezione civile). A loro, infine vanno aggiunti altri parenti illustri, legati all’ex presidente Rai Ettore Bernabei, al sindacalista della presidenza del Consiglio Mario Ferrazzano e a Giuseppina Perozzi, capo del personale di palazzo Chigi. Una manifestazione di potere assoluto cui si oppongono i sindacati, con un ricorso contro i metodi selettivi di quest’ultima raffica di assunzioni che verrà discusso a febbraio prossimo di fronte al Tar del Lazio. Anche perché l’ultima ondata dei Bertolaso boys costerà ben otto milioni di euro, in gran parte sottratti ai fondi per l’Abruzzo terremotato. m. guzzetta espresso

I terremotati non hanno diritto alla casa – ecco perchè

Martedì, 28 Luglio 2009

neghiamo il diritto alla casa ai terremotati. quando vediamo le proteste inscenate dalle vittime del terremoto perchè a distanza di alcuni mesi sono ancora ospitati in tende e alloggi di fortuna non solo non li capiamo, ma ne abbiamo fastidio. il terremoto è una tragedia. e i terremotati ne sono vittime. la società ha il "dovere" di farsi carico della loro tragedia, ma loro non hanno nessun "diritto" nei confronti della società. aiutare i terremotati e fare in modo che abbiamo quanto prima una casa e se possibile dimentichino questi mesi di sofferenza è un dovere di solidarietà per la comunità alla quale i terremotati appartengono. ma si tratta di un dovere morale, non giuridico. capiamo il dolore e l’insofferenza dei terremotati, ma è necessario che anche loro capiscano che la solidarietà è un dono a fronte del quale non esistono rivendicazioni. la solidarietà è alimentata dalla gratitudine ed è uccisa dalla pretesa.

(continua…)