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La “primavera araba” dopo G8

Lunedì, 30 Maggio 2011

Il primo vertice del G8 dall’inizio della cosiddetta “primavera araba” si è concluso due giorni fa a Deauville, in Francia. Sin dalla vigilia, è aleggiata aria da “Piano Marshall” per i Paesi che negli scenari nordafricano e mediorientale «sostengono le aspirazioni democratiche della loro popolazione» (così Nicolas Sarkozy appena prima dell’apertura della due-giorni di lavori). Tradotto, ciò significa che i grandi del mondo intendono accollarsi la “richiesta di danni” avanzata da Egitto e Tunisia a cui la “democratizzazione” costerà una lunga stagione turistica disastrata: Il Cairo rivendica una cifra tra i 10 e i 12 miliardi di dollari fino a metà 2012 e Tunisi chiede 25 miliardi di dollari per cinque anni. Ora, pagato il conto degli ombrelloni disdetti sulle spiagge delle coste sud del Mediterraneo, sarebbe auspicabile che i “grandi del mondo” passassero a ragionare con realismo di quell’area così pericolosamente instabile. In Nordafrica e Medioriente, infatti, la primavera non è mai sbocciata davvero, e in troppe situazioni il clima è già torrido. La contraddizione fra la pletoricità dei discorsi e le situazioni sul campo non potrebbe infatti essere più stridente, superata forse solo dalla confusione  con cui i Paesi occidentali affrontano la questione. Se la Libia ha infatti improvvisamente meritato l’attenzione, la censura e le bombe di una Francia a cui è andato dietro mezzo Occidente diversamente riluttante, le violente repressioni di cui da mesi sono quotidianamente oggetto le “piazze” di Siria, Yemen e anche Bahrein sembrano non interessare alcuno. Della Tunisia, retta dopo il cambio da un regime militare, nessuno più parla da settimane; l’Egitto è congelato in un limbo surreale che ha cambiato tutto per non cambiare nulla, salvo introdurre la legge islamica a furor di popolo e incrementare le violenze sui cristiani copti; ed evidentemente il resto di quell’enorme e magmatico quadrante (dal Maghreb agli Emirati del Golfo, dall’Arabia Saudita alla Giordania) dev’essere di specchiata democraticità visto che nessuno ne parla più. George Friedman, lo scienziato della politica che nel 1996 ha fondato ad Austin, in Texas, l’autorevole agenzia di intelligence globale Stratfor (Strategic Forecasting, Inc.), dice bene che «di rado coerenza morale e geopolitica vanno disinvoltamente a braccetto», e questo perché «la geopolitica non è una esercitazione astratta». Ma allora ciò significa che dietro il mito della “primavera araba” si cela un machiavellico calcolo delle opportunità che spinge anzitutto l’Amministrazione statunitense a prodigarsi sì in proclami teorici di libertà a 360 gradi, ma subito dopo a muoversi con i piedi di piombo. Osserva infatti Friedman che se «appoggiare il cambio di regime in Libia costa agli Stati Uniti relativamente poco», appoggiare invece un cambio della guardia per esempio nel Bahrein «si sarebbe dimostrato assolutamente costoso», mettendo gli Usa a rischio di «perdere una delle loro più importanti basi navali nel Golfo Persico» e al contempo propiziando una improvvida e pericolosa «impennata delle proteste sciite nella regione orientale dell’Arabia Saudita, ricca di petrolio». Quanto all’Egitto che ha cacciato Hosni Mubarak con il plauso di tutti, per Friedman «si è trattato più della preservazione del regime che non del suo rovesciamento»: se infatti appoggiare la rivolta lì «avrebbe potuto comportare qualche costo», la cosa è stato invece brillantemente risolta con i «militari in veste di levatrici e oggi ben in grado di mantenere il controllo». Perché la questione vera è che in quelle regioni l’Occidente continua ad avere spasmodicamente bisogno di alleanze e di punti di appoggio da utilizzare soprattutto contro le mire ancora forti dell’ultrafondamentalismo jihadista. Ora, che ciò sia più facilmente ottenibile con il vecchio sistema delle alleanze con i regimi autoritari di ieri (ma in molti casi ancora oggi ben in salute) o costruendo una nuova rete di rapporti con i governi che potrebbero sorgere dal completo rimescolamento dell’area è la spada di Damocle pendente dal soffitto che sta sopra ogni tavolo di lavoro occidentale, attorno al quale nessuno se la sente di assumere scomode posizioni univoche. Persiste allora la retorica. Uno dei punto nodali, peraltro, è che quell’angolo di mondo resta assolutamente enigmatico. Come nota Friedman, infatti, «non tutte le dimostrazioni sono rivoluzioni; non tutte le rivoluzioni sono democratiche; e non tutte le rivoluzioni democratiche portano allo Stato di diritto». I circa 300mila manifestanti egiziani dell’“epopea” della piazza Tahrir a Il Cairo, per esempio, «hanno rappresentato solo una minuscola porzione della società egiziana». Per quanto convinti e bene intenzionati essi fossero, «la grande massa degli egiziani non li ha seguiti». Nonostante l’attenzione riservata loro dai media, cioè, per l’analista statunitense la vera notizia venuta in quei giorni dall’Egitto è stata l’enorme maggioranza di persone che non ha manifestato affatto. In questo modo, «la catena delle manifestazioni ha fornito all’esercito egiziano la copertura necessaria a quello che è equivalso a un golpe». Là dove invece si sono avute rivoluzioni vere, tutto esse sono state tranne che democratiche. Leggi Libia. Qui i ribelli antigovernativi insorti nelle regioni orientali del Paese «restano ambigui», né «si può presumere che essi [….] rappresentino il volere della maggioranza dei libici», e nemmeno dare per scontato «che intendano creare, o siano capaci di creare, una società democratica». I ribelli libici vogliono cioè «disfarsi di un tiranno, ma ciò non significa che non ne instaureranno un altro». In un Paese come il Bahrein, invece, dove le contestazioni di piazza rappresentano sì il volere della maggioranza sciita discriminata dalla famiglia reale sunnita, è chiaro che si mira a costruire un nuovo regime rappresentativo di quella maggioranza: ma resta altresì oscuro «se si voglia creare o meno anche uno Stato di diritto». Del resto, «immaginiamo per un attimo che la rivoluzione del Bahrain finisca per dare vita a un Paese strettamente allineato con l’Iran e ostile agli Stati Uniti. Forse che Washington lo giudicherebbe un modello soddisfacente di democrazia?». Insomma, la smania con cui nei mesi scorsi l’Occidente si è affannato ad appoggiare acriticamente e indiscriminatamente la “piazza” insurrezionale, anzi a creare il “mito” stesso della “primavera araba” unitaria e democratica, è stato sin troppo scopertamente il tentativo di farsi perdonare il lungo appoggio accordato a certi regimi autocratici e dispotici del passato (o in serio declino), ma alla fine si è risolto solo in una gaffe ben più indecorosa, emblematizzata dai due casi-limite di Libia e Siria: l’una frettolosamente aggredita in nome di pretestuose ragioni umanitarie, l’altra silenziosamente sopportata per inesistenti motivi di prudenza. Di fronte a questa grave mancanza di una visione strategica d’insieme, Friedman fa bene a insistere: «Non esiste alcuna “primavera araba”, solo alcune manifestazioni accompagnate da massacri e da qualche straordinariamente vuoto osservatore». Occorre cioè passare dalla politica dei desideri a una politica desiderabile. Per questo quello di Friedman è un memo-tac che al G8, dove si pensa la democrazia cercando di implementarla a vantaggio di tutti, farebbero bene a studiare scrupolosamente. m. respinti La Bussola Quotidiana

La flotta islamica che sbarca. Un cavallo di Troia?

Mercoledì, 6 Aprile 2011

itstud13Sulla Stampa di ieri uno scrittore, poeta e pensatore dalle forti venature pessimistiche, una delle figure più riverite nel panorama culturale italiano come Guido Ceronetti ha squarciato con un colpo di sciabola, con “un’opinione-pirata”, il velo dell’ipocrisia umanitarista, che avvolge il dibattito – se dibattito si può definire, sull’ondata di profughi e clandestini dal nord Africa che sta raggiungendo l’Italia. Gettando un allarme. Ceronetti in “Dal mare il pericolo senza nome”, scrive: “Non ho prove provabili, ma ho il senso del pericolo, in comune con tutti gli animali. Uno di questi è la talpa di un celebre racconto di Kafka. ‘Si crede di essere in casa propria, in realtà si è nella loro’. (…) Un elementare senso del pericolo (territoriale, identitario, genericamente nazionale, e in questo caso anche religioso) dovrebbe suggerire la semplice idea che, quando gli sbarchi sulle coste italiane diventano di migliaia, si pone un problema di difesa militare”. Invece, per Ceronetti è “strano”, “che si invochino aiuti e scatti di alleanze per prenderne sempre di più, per predisporre modi di accoglienza e non per stabilire e proteggere – umanamente ma fermamente – un confine militarmente invarcabile. (…) Non si danno vuoti disoccupati, né occupazioni innocenti o neutre. Gli stessi Stati Uniti temono e sempre più, inesorabilmente, temeranno, l’occupazione ispanica, che ha messo l’Arizona (immensa Lampedusa) in legittima fibrillazione”.Eppure, prosegue Ceronetti, “un senso di inconscio risveglio dell’istinto difensivo mi pare di leggerlo in questa perdurante spontanea esposizione del tricolore. C’è come un grido silenzioso dell’anima profonda. Queste bandiere non celebrano un passato, ma sono talpa che non vuole diventare casa loro e grida aiuto”. Ceronetti coltiva il sospetto che la “flotta da sbarco squisitamente islamica” che sta arrivando ondata dopo ondata, per spandersi in tutta la penisola, “sia stata pianificata, per l’occasione prevista della rivolta tunisina”. Che i sommovimenti politici e sociali che stanno squotendo il nord Africa e il medio oriente, quelli che la vulgata e l’opinione pubblica hanno prontamente etichettato come la “primavera araba”, siano qualcosa di più diverso e meno promettente. Ad esempio perché “hanno schiodato Israele dal suo ruolo fisso di centro di una ‘questione mediorientale’ stanca di essere diventata uno sgangherato luogo comune”. Un’invasione, “pianificata: non si sa da chi”, ma “il mio non è che un sospetto fondato”.Fondato su alcune evidenze, che lo scrittore non nasconde: “Il popolo che sbarca è di uomini validi, tra i diciotto e i quaranta, che pagano un esoso biglietto. (…) In qualità di profughi da guerre, lo scenario di guerra è da trovare. Le folle di veri profughi le conosciamo: prevalgono le donne e i bambini, ci sono immagini strazianti di vecchi che si trascinano… Qui l’anomalia è sbadigliante: di vecchi neanche l’ombra, e di aneliti a trovare lavoro non ce n’è spreco. Allora, c’è un plausibile scopo? Portare scompiglio politico e sociale in una Italia afflitta da sgoverno cronico? Saldarsi ad una comunità religiosa islamica preesistente già forte di voce, e da tempo? Azione in vista di un sogno, che potrebbe prendere corpo, di califfato europeo in cui l’europeo autoctono diventerebbe dhimmi (cristiano o ebreo tollerato, pagante tassa)?”.“Puoi pensarle tutte. La verità, nelle predicazioni unanimemente buoniste, è certamente impossibile trovarla”. Per nulla consolante, per lo scrittore, è “la soluzione del governo, dominato dai vantoni celoduristi della Lega, e promossa dal loro stesso ministro dell’Interno, è sconcertante: lo sparpagliamento lungo tutta la penisola della promettente piena umana in arrivo mediante una flotta di mezzi navali”. Infine chiude, da sublime Cassandra, evocando “un paragone classicissimo”: “La faccenda del cavallo di legno che sorprese l’eccessiva credulità dei poveri Troiani, che per metterselo in casa avevano addirittura squarciato le mura. Difficile, più che mai, capire; ma intelligere è essenziale. E una volta compreso prendere decisioni giuste è difficilissimo. Volerle giuste e umane, e insieme battere un nemico oscuro, un’armata disarmata, che ha per unica micidiale arma il numero, è una canzone di gesta”. ilfoglio.it

Le rivolte arabe? dietro c’è un americano

Domenica, 27 Febbraio 2011

Uno degli eroi delle rivolte mediorientali è un oscuro signore di ottantatrè anni di Boston. Si chiama Gene Sharp. I militanti democratici egiziani, secondo quanto riportato dal New York Times, lo paragonano a Martin Luther King e al Mahtma Gandhi. Le sue idee hanno influenzato le rivoluzioni democratiche e nonviolente in Serbia, quelle colorate in Ucraina, in Georgia, in Kyrgyzstan e ora quelle tunisine ed egiziane. Libri tradotti in 28 lingue e studiati dalle opposizioni di Zimbabwe, Birmania e Iran Quattro anni fa, era stato l’autocrate venezuelano Hugo Chavez ad accusare Sharp di aver ispirato le rivolte antigovernative nel suo paese. Nel 2007, in Vietnam, i militanti dell’opposizione sono stati arrestati mentre distribuivano un suo libro del 1993, From Dictatorship to Democracy, un manuale strategico per liberarsi dalle dittature (93 pagine scaricabili dal sito dell’Albert Einstein Institution). A Mosca, nel 2005, le librerie che vendevano la traduzione in russo dello stesso libro sono state distrutte da incendi dolosi. Gli scritti di Sharp, tradotti in 28 lingue, sono stati studiati dalle opposizioni in Zimbabwe, in Birmania e in Iran. Nel 1997, racconta il Wall Street Journal, un militante polacco-americano, Marek Zelazkiewicz, fotocopiò le 93 pagine di Sharp e le portò con sé nei Balcani, insegnando le tattiche di resistenza nonviolenta in Kosovo e poi a Belgrado. A Sharp si ispirano gli attivisti di Otpor, “mercenari della democrazia” Il testo di Sharp è stato tradotto in serbo e distribuito segretamente tra i militanti dell’opposizione, in particolare tra gli iscritti di Otpor, un gruppo di opposizione giovanile anti Milosevic. Otpor, grazie anche ai 42 milioni di dollari americani, ha esportato le tecniche di opposizione, apprese dal libro di Sharp, nelle ex repubbliche sovietiche, organizzando seminari di resistenza democratica in Georgia, in Ucraina, in Ungheria. Nel 2000 la Casa Bianca ha aperto un ufficio a Budapest per coordinare le attività dell’opposizione democratica serba, fornendo anche strumenti e tecnologia per diffondere notizie e informazioni alternative a quelle del regime. Nel 2003, sei mesi prima della rivoluzione delle rose, l’opposizione georgiana ha stabilito contatti con Otpor con un viaggio a Belgrado finanziato dalla Fondazione Open Society del finanziere americano George Soros. I militanti di Otpor hanno addestrato gli attivisti georgiani e in Georgia è nata Kmara, una versione locale di Otpor. I soldi sono arrivati da Soros e da una delle tante agenzie semi-indipendenti di cui si serve il Congresso americano per finanziare i gruppi democratici in giro per il mondo. In Ucraina è nato Pora, un altro gruppo democratico con forti legami con l’Otpor serbo e finanziato con 65 milioni di dollari dall’Amministrazione Bush. I militanti di Otpor sono diventati mercenari della democrazia, hanno viaggiato per il mondo a spese del governo americano per addestrare le opposizioni a organizzare una rivoluzione democratica. Otpor e Sharp hanno influenzato i ragazzi delle piazze di Tunisi e del Cairo Il modello Otpor e le idee di Gene Sharp, racconta il New York Times, hanno influenzato i ragazzi delle piazze di Tunisi e del Cairo. Promuovere la democrazia non è una politica facile da imporre. Deve seguire una strategia diversa paese per paese, calibrata su un ampio arco temporale e centrata sui diritti umani, sulla rappresentanza politica, sullo stato di diritto, sulla trasparenza, sulla tolleranza, sui diritti delle donne. Ma le tecniche di opposizione, redatte da un anziano signore di Boston, possono essere facilmente trasmesse. c. rocca il sole 24 ore