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E’ l’Europa la vera sconfitta del voto italiano (by Magli)

Venerdì, 1 Marzo 2013

A queste elezioni è stato presente un Convitato di pietra, un convitato che ha subìto, in silenzio, una grave sconfitta: l’Europa. Nessuno ne ha parlato, ma il risultato della lista Monti lo grida a gran voce. Monti è il fiduciario dell’Ue, è stato mandato (o chiamato, come si preferisce dire) esplicitamente a mettere in riga l’Italia, in apparenza per la questione del bilancio, ma in realtà perché l’Europa è diventata, con la crisi dell’euro, sempre più dubbiosa sulla fattibilità dell’unificazione e teme che da un giorno all’altro qualcuno degli Stati in difficoltà possa abbandonarla. L’Italia è uno Stato cardine dell’Unione, tanto sul piano concreto quanto su quello simbolico: nessuna Europa unita è possibile senza l’Italia. Tutta l’area del Mediterraneo sarebbe messa in forse da un’eventuale uscita dell’Italia e sicuramente molti Stati a quel punto ne seguirebbero l’esempio. Tutti discorsi ovvi, è chiaro, ma il problema è che nessuno, né politici né giornalisti, come sempre per quanto riguarda l’Europa, ha affrontato e affronta il discorso. Le analisi sui risultati delle elezioni mancano perciò di una riflessione determinante e in definitiva risultano false. Sicuramente molti dei voti che Bersani si aspettava e che sono mancati all’appello, sono andati per quest’unico motivo al movimento di Grillo. L’appoggio incondizionato del Pd a Monti ha convinto i suoi elettori che il partito era schiacciato sull’Europa e che anche se fosse andato al governo, non sarebbe stato libero di prendere nessuna iniziativa. D’altra parte è chiaro che non si può rappresentare il partito dei lavoratori, degli operai, e affiancarsi alla grande finanza che governa l’Europa. Il partito che oggi si chiama Pd ha una lunga storia alle spalle durante la quale i suoi elettori sono stati sempre fedelissimi, e molti avevano sopportato perfino il terribile 2012 del governo Monti, con i suoi quarantacinque suicidi di piccoli imprenditori e le centinaia di migliaia di disoccupati messi in cassa integrazione o del tutto sul lastrico, ritenendo che si trattasse di stringere i denti in un momento di crisi. La creazione della lista Monti ha fatto capire a tutti (e non soltanto agli elettori del Pd) che erano stati ingannati, che il potere europeo si era installato definitivamente in Italia e che non avrebbe più lasciato la presa. Non parlare chiaramente del rapporto con l’Ue è stato anche il più grave errore di Berlusconi. Molti dei silenziosi antieuropeisti che bivaccavano nel Pdl se ne sono andati qua e là nelle piccole liste createsi durante il periodo di disintegrazione del partito, ma sarebbero tornati a votare per il Pdl se Berlusconi avesse fatto chiaramente una scelta antieuropeista. L’annullamento del partito di Fini, con la sua scomparsa dal parlamento, la scomparsa dei radicali con la fuoriuscita perfino di Pannella e di Bonino, il quasi annullamento del partito di Casini, sono tutti dovuti al loro dichiarato europeismo e all’abbraccio montiano. La situazione della Lega è più complessa perché le cause che hanno provocato il suo declino sono molteplici, dall’oscuramento della figura di Bossi agli scandali finanziari, ma è indubbio che il vecchio slogan della secessione è diventato con il passare del tempo sempre più logoro perché la presenza dell’Europa ha spinto tutti i cittadini, compresi quelli del nord, a riscoprire l’amore per l’Italia, o perlomeno a preferire lo stato italiano piuttosto che l’annullamento dell’identità e dell’indipendenza nell’immenso buco nero dell’Europa. Tutti hanno capito ormai, non soltanto gli italiani, che nell’Ue gli Stati devono annullarsi e che i governi nazionali diventerebbero, nel momento in cui l’unione europea riuscisse a formare una vera unione politica, puri fantocci agli ordini di Bruxelles e dell’alta finanza europea e mondiale. i. magli ilgiornale

UE, bocciato il bilancio per il 18°anno

Mercoledì, 7 Novembre 2012

Terreni situati in Lombardia e in Galizia (Spagna) ricoperti da pascoli permanenti e foreste, spacciati per terre agricole che possono beneficiare di aiuti europei. Ma anche carenze gravi alle regole in materia di mercati pubblici nel gasdotto tra la Romania e l’Ungheria (ma che la Commissione Ue contesta), fino al mancato rispetto delle procedure per progetto per l’approvvigionamento in acqua, in Etiopia. Questi ed altri errori nelle finanze europee 2011, per un ammontare di circa 5,2 miliardi di euro (su un totale di 130 mld), sono finiti nel mirino della Corte dei Conti dell’Ue. I maggiori errori: nello sviluppo rurale (7,7%), nelle politiche ‘regionale, energia e trasporti’ (6%) e nella ricerca (3%).

Immediata e’ stata la reazione della Commissione europea per ricordare che ”il tasso globale di errore sulle spese dell’Ue e’ inferiore al 4%”. E’ come dire – spiega la portavoce del commissario alla fiscalita’ Algirda Semeta – ”che per ogni 100 euro di fondi Ue, 96 sono stati ben spesi, mentre i 4 restanti sono a rischio, ma non per questo sono stato persi o sperperati, o ancora meno sono oggetto di frodi”.

In caso di errori nella gestione dei finanziamenti Ue, lo Stato membro interessato deve rimborsare l’ammontare ricevuto alle casse comunitarie e rivalersi sui beneficiari che non hanno rispettato le regole. In conclusione, dice Vitor Caldeira, presidente della Corte dei Conti, ”il bilancio dell’Ue potrebbe essere usato in modo più efficace ed efficiente, e fornire un maggior valore aggiunto per i cittadini”, senza contare che l’importo considerato a rischio irregolarità dai direttori generali della Commissione è salito da 0,4 miliardi nel 2010 a 2 miliardi di euro nel 2011.

LA CORROTTA UE SPRECA 80 MLD £ IN UN ANNO Dal “Daily Express” http://bitly.com/Ssy8hT I conti dell’Unione europea non quadrano e gli antieuropeisti godono. Fra questi, un quotidiano che da sempre in Inghilterra è in prima linea per combattere “gli spreconi” dell’Europa unita, lanciare una vera e propria “crociata” contro l’Ue: il “Daily Express”.

Il giornale sottolinea che la Corte dei conti europea ha bloccato per il diciottesimo anno consecutivo il bilancio dell’Ue, rilevando errori in quello del 2011 per 80 miliardi di sterline. Nel rapporto si indica anche che il tasso di errore nella spesa è salito dal 3,7 per cento del 2010 al 3,9 per cento del 2011. E dopo aver invocato l’uscita dall’euro della Gran Bretagna, il “Daily Express” pubblica una piccola lista che scende nel dettaglio degli sprechi (tra cui, ovviamente, figura l’Italia).

• Più di 160.000 sterline (circa 200 mila euro) sono state concesse per un progetto in Lombardia, per costruire una fattoria con un laboratorio per la lavorazione e l’essiccazione frutta. È risultata essere una abitazione privata.
• L’agenzia di assistenza ha pagato 4 milioni di sterline a sé stessa per “assistenza tecnica”.
• Ad un contadino è stato concesso un premio speciale per 150 pecore. Peccato che non avesse pecore.
• In Italia e in Spagna, gli agricoltori sono stati pagati per mantenere un “pascolo permanente”, quando quei terreni erano ricoperti da fitte foreste.
• Un contadino pagato per tecniche specifiche di lavorazione della frutta non aveva nemmeno potato i suoi alberi. via dagospia

L’Euro ha fatto male anche i Tedeschi (ma non alle imprese e finanza)

Martedì, 10 Luglio 2012

Sembra che investitori, opinione pubblica e governi (per quanto celatamente) siano convinti che la Germania alla fine sia disposta a tutto pur di mantenere in vita l’euro, essendo il Paese che ne ha tratto i maggiori benefici e che, quindi, sarebbe più danneggiato dalla sua fine. Per la stessa ragione, monta il risentimento nei confronti dei tedeschi che, egoisticamente, rifiutano di aiutare i Paesi oggi in crisi, proprio a causa dei sacrifici che devono sopportare per mantenere in vita l’euro.Di primo acchito sembrerebbe così: nei 14 anni della moneta unica la Germania è cresciuta in media all’1,35%, un dato forse non portentoso ma di tutto rispetto alla luce della crisi finanziaria ed economica che ormai dura dal 2008. Molto più degno di nota la capacità di mantenere la produttività in crescita a un tasso medio dell’1,25%, che ha
garantito una crescita del Pil pro capite in linea con quella dell’economia nel suo complesso. Il tutto trainato da una poderosa capacità di esportare, che ha trasformato il deficit commerciale del 1998 in un avanzo pari al 5,5% del Pil nel 2012, ineguagliato perfino dalla Cina, oggi scesa al 2,7%.Per le imprese tedesche, l’euro è stata manna dal cielo; ma per herr Muller è stato un pessimo affare. Alle fortune delle imprese tedesche non è corrisposto un miglioramento del tenore di vita in generale: in 14 anni di euro, infatti, il livello dei consumi privati è rimasto sorprendentemente stagnante (0,7% la crescita media). Per sostenere le imprese nell’era dell’euro, i tedeschi hanno tirato la cinghia con i salari netti cresciuti mediamente dell’1,3%, mentre il costo della vita aumentava dell’1,6%. E tutti gli incrementi di produttività sono andati in profitti.I tedeschi hanno perso anche con il mattone. Caso unico: i prezzi delle case sono oggi più bassi che nel 1998 (in Italia +40%, Francia +100%). Lo Stato ha contribuito, facendo gravare su consumi e reddito da lavoro il 90% dell’intero gettito fiscale. Ma, alla fine, è herr Muller che va a votare. Farebbe bene a ricordarlo chi conta sulla volontà della Germania di salvare l’euro, e non capisce lo scetticismo di herr Muller nei confronti della moneta unica: lui i profitti della Volkswagen non li ha visti. Inoltre non è più vero che un crollo dell’euro metterebbe in ginocchio la Germania produttiva: perché ha sfruttato l’euro per comprimere salari e ristrutturare, diventando più competitiva non solo nell’eurozona, ma nel mondo intero. Dall’inizio dell’euro, del 14% complessivamente secondo la Bundesbank.E perché si sta progressivamente sganciando dall’Eurozona: le esportazioni verso gli altri Paesi euro si sono ridotte dal 46% (fine 1998) al 37% attuale; a vantaggio di quelle verso il resto dell’Europa e verso l’Asia (salite rispettivamente al 32% e 16%). Più passa il tempo, quindi, meno l’euro diventa importante anche per il Made in Germany.Se poi si considera che all’interno dell’Eurozona Paesi come Austria o il Belgio contano, in termini di scambi con la Germania, come o più di Italia e Spagna, e che l’Est e il resto d’Europa contano quanto l’Eurozona, ci si rende conto che la Grande Germania, economicamente, è una realtà, i cui confini non corrispondono a quelli della moneta unica. Una moneta che in Germania sarà sempre meno spendibile politicamente.Un eventuale crollo dell’Euro andrebbe a danno dello Stato tedesco, che dovrebbe accollarsi le perdite della Bundesbank, esposta a marzo per 630 miliardi nei confronti dell’Eurosistema; e delle banche tedesche, con 438 miliardi di esposizione verso i Paesi in crisi dell’Eurozona.Me se alla fine la Germania fosse costretta a intervenire per salvare l’euro dall’estinzione, il costo ricadrebbe comunque sulle sue finanze pubbliche. Più passa il tempo, perdura la crisi e si aggrava la recessione, che ormai lambisce la Germania, più il cittadino tedesco vedrà solo vantaggi dell’uscita dall’euro, e minori saranno i costi per le imprese tedesche. Fantascienza? Forse. Ma più di un investitore ci sta già pensando.Alessandro Penati per “la Repubblica

L’Unione politica europea? la vieta la legge tedesca

Mercoledì, 20 Giugno 2012

Altro che Angela Merkel. Il vero grande ostacolo sulla via della svolta dell’Ue verso una vera unione politica e fiscale è la Corte Costituzionale tedesca. Che per esempio ha stabilito ieri, che il governo non ha informato in modo sufficiente il Parlamento sulle decisioni relative al fondo Salva-stati Esm. Se ne parla poco dell’ostacolo costituzionale, si preferisce accusare la cancelliera di populismo, di ottuso calcolo politico interno. Magari un po’ di questo ci può essere, la leader tedesca non è famosa per eccesso di grandi visioni, piuttosto per il suo sicuro istinto politico. Il fatto è che dietro le sue reticenze verso eurobond, minieurobond, garanzie bancarie e via dicendo – le misure, insomme, ritenute indispensabili per salvare l’euro – ci sono (anche) cruciali questioni giuridiche. E con il diritto, si sa, in Germania non si scherza, anche se la Corte costituzionale ha mostrato una certa flessibilità – ma ponendo condizioni sempre più strette – quando è stata chiamata a giudicare su trattati chiave come Maastricht o Lisbona, o sul fondo salva-stati Efsf.Proprio in quelle sentenze la Corte ha posto limiti chiarissimi all’integrazione europea. Un’integrazione, sembra di capire parlando con gli esperti e gli addetti ai lavori, giunta (quasi) ai limiti, dal punto di vista costituzionale tedesco. E questo anche contro gli stessi desiderata della cancelliera, che pure perora, appunto, la causa dell’unione fiscale e politica dell’Ue, con forti cessioni di sovranità verso Bruxelles, e con tanto di ministro delle Finanze Ue, come condizione per ulteriori passi in avanti, eurobond inclusi. In realtà, basta parlare con gli addetti ai lavori per capire una drammatica verità: proprio per andare sulla strada indicata dalla Merkel c’è un solo modo, modificare la costituzione tedesca. Il che è possibile solo con un (difficilissimo) referendum. «A meno che per unione fiscale e ministro delle Finanze Ue – dicono fonti bene informate – non si intendano solo etichette vuote. Se invece c’è sostanza non si può».«I limiti dell’integrazione europea – spiega in effetti, in una recente, memorabile intervista a Die Welt Hans Jürgen Papier, presidente della Corte Costituzionale tedesca dall’aprile 2002 al marzo 2010- si trovano nel rispetto dell’ordine democratico della legge fondamentale (tedesca ndr). Se la rappresentanza eletta del popolo tedesco non ha più niente da decidere, perché tutte le competenze fondamentali sono state trasferite a livello europeo, allora abbiamo svuotato l’ordine democratico. La richiesta di più Europa suona bene. Se però si superano i limiti, vengono sacrificati i valori fondamentali della Costituzione». Per chi non l’avesse capito: «Il Grundgesetz (la costituzione, ndr) – dice ancora Papier – non permette che l’Europa diventi uno Stato che può attrarre a sé, autonomamente, sempre più competenze. A questo fine il popolo tedesco dovrebbe darsi una nuova Costituzione (possibile solo con un referendum, ndr). Ma non vedo alcuna disponibilità in merito. Il popolo tedesco non vuole, al momento, uno Stato federale europeo, come del resto non lo vogliono gli altri popoli europei».Papier sembra lieto di poter dire apertamente quello che fino a poco tempo fa, da presidente della Corte costituzionale, non poteva. A parlare con gli esperti, si capisce qual è uno dei punti centrali: il diritto esclusivo del Bundestag di deliberare sul bilancio della Germania in nome del popolo sovrano. Un diritto che Udo Di Fabio, giudice costituzionale fino all’anno scorso, ha definito «il gioiello» del Parlamento tedesco. «Vi sarebbe una violazione del principio democratico del diritto di bilancio del Bundestag- recita il celebre verdetto sul Trattato di Lisbona, emesso dalla Corte costituzionale nel 2009 (sotto presidenza Papier)- qualora la definizione delle modalità e delle dimensioni delle spese che riguardano i cittadini (tedeschi ndr) fosse trasferita in modo sostanziale dal Bundestag al livello sopranazionale». Tradotto: qualunque decisione di esborso non abbia «passo passo», dice la Corte, l’autorizzazione tramite voto in plenaria del Bundestag, violerebbe la Costituzione. E poiché siamo in Germania, dove la chiarezza è d’obbligo, la stessa Corte di Karlsruhe in una sentenza (favorevole) emessa lo scorso settembre sul fondo salva-stati Efsf, ha avvertito che «nei pagamenti non può esservi alcun automatismo che mini i diritti dei parlamentari». Al contrario, ogni singolo esborso solidale, nei confronti di altri Stati Ue, «dovrà singolarmente esser autorizzato dal Parlamento» tedesco.Corollario: per la Corte non sono costituzionali decisioni a maggioranza in sede Ue in materia di bilancio «che possano imporre alla Germania azioni contro la sua volontà». E infatti le decisioni del nuovo fondo salva-stati permanente Esm – su cui comunque la Corte sarà chiamata a esprimersi, questa volta, a differenza del giudizio di ieri, nel merito, visti gli imminenti ricorsi – prevede per le decisioni sui prestiti maggioranze qualificate così ampie che non si possono raggiungere senza il sì tedesco. Insomma, la Germania non potrà vedersi imporre a maggioranza decisioni su aiuti a Stati in difficoltà contro la sua volontà, altrimenti la bocciatura dei giudici costituzionali (che del resto non è esclusa, si vedrà) sarebbe stata inevitabile.In questo quadro, come si può immaginare un ministro delle Finanze Ue che stabilisce misure che riguardano tutti gli Stati, Germania inclusa, senza passare dal Bundestag? O eurobond, emissioni di titoli comuni con garanzia comune anche per debiti di altri Stati sul cui bilancio il Parlamento di Berlino non ha potere di codecidere? O l’idea di dare a Bruxelles il potere di bloccare un bilancio nazionale fuori norma? Un’unione fiscale come sogna la Merkel, dunque, con l’attuale costituzione tedesca non si può fare. E senza unione fiscale, niente debito comune, niente politica di bilancio unitaria. Il pendant politico all’Unione monetaria ha insomma un pesantissimo ostacolo. A meno di non immaginare un referendum in cui i tedeschi dicano sì alla cessione di sovranità in termini di bilancio – magari a favore di Italia, Spagna, Grecia o Portogallo. Fantascienza. g. del re linkiesta

Berlino comprerà imprese italiane con soldi italiani. E’ troppo!

Giovedì, 7 Giugno 2012

“La Germania agirà?”, si chiede il Wall Street Journal. Chissà! Ma a questo punto e per come stanno andando le cose a livello europeo per l’Italia, Berlino ha già agito. Eh sì, perché a parte l’attualità cerebralmente ingolfante delle ultime settimane – il rischio Spagna, Grecia e Cipro – , quello che si sta delineando è uno scenario che ha dell’incredibile e che rischia di mettere l’Italia di fronte a un bivio in cui le varie soluzioni sono tutte dolorose, sebbene con diversa intensità.Partiamo da tre notizie che ci paiono di notevole interesse per ragionare su Italia, Germania e progetto europeo.La prima, riportata ieri su MF con un articolo dell’economista Guido Salerno Aletta, “E Berlino lavora al fondo pigliatutto”, dà conto di come lo stato tedesco stia manovrando per creare un mega fondo di gestione degli asset dei paesi maggiormente indebitati, Grecia in primis ma non solo (l’Italia è poco sotto nella lista, immaginiamo). Si chiamerà Eureca e l’impresa di consulting Roland Berger se ne sta occupando.Si tratterebbe di una soluzione tesa a coordinare in uno strumento simile a quello impiegato al tempo della riunificazione tedesca, Treuhandanstalt, “che coordinò la vendita delle aziende della ex DDR”, per usare le parole di Salerno Aletta, la (s)vendita del patrimonio dei paesi più indebitati, ma che di fatto fungerebbe da cavallo di Troia tedesco per fare incetta di patrimonio immobiliare europeo a basso prezzo, quello spagnolo in primis, e di know how imprenditoriale europeo.Seconda notizia. Nell’ultimo anno, circa 274 miliardi di euro in risparmi hanno lasciato l’Italia, per lo più in direzione Germania, Lussemburgo e Olanda. Un fenomeno, quello della fuga dei capitali italiani, che purtroppo non riguarda solo la nostra nazione. Anche la Spagna, la Grecia e il Belgio pagano la precarietà delle proprie finanze pubbliche e della loro politica in generale.Di questi centinaia di miliardi d’euro in fuga da parti significative dell’Europa, in particolare meridionale, gli istituti di credito germanici hanno conquistato circa il 70%, per un totale di 380 miliardi di euro solo negli ultimi 12 mesi.Terza notizia, di cui lo scorso Sabato ha dato conto anche il Wall Street Journal. Continua il braccio di ferro tra il gruppo dirigente di Unicredit e l’Autorità bancaria tedesca, la BaFin, acronimo della Bundesanstalt für Finanzdienstleistungsaufsicht. Ai tedeschi non va giù che Piazza Cordusio dreni risorse dalla Hypovereinsbank (HVB), la banca acquisita nel 2005 per 15 miliardi di euro dal gruppo bancario italiano allora amministrato da Alessandro Profumo.Ai tedeschi, in sostanza, piace fare la ‘spesa’ in giro per l’Europa ma non piace che la si faccia nel loro cortile. Un problema che, dal punto di vista del sistema bancario intereuropeo, s’inserisce in un processo di ri-nazionalizzazione delle catene di comando delle banche del Vecchio Continente.Traiamo le conclusioni da queste tre notizie. La prima è che la Germania sta lucrando politicamente, economicamente e commercialmente dall’attuale crisi, e si prepara prendersi molto patrimonio a due lire, o meglio euri. Secondo dato, che conferma il primo, è che più l’Europa meridionale s’inaridisce sul piano creditizio, più le banche tedesche diventano destinatarie dei capitali in fuga dal Sud Europa e dunque possono concedere credito alle imprese tedesche per acquisire le imprese del Sud e prestare allo Stato federale e ai Länder per finanziare programmi sociali. Dunque più austerità viene imposta dal governo tedesco ai paesi con finanze pubbliche disastrate, più la Germania nel suo insieme si arricchisce di credito.Terzo dato. In Italia si pensa che appartenere al mercato unico europeo, voglia dire mettersi in brache da mare mentre gli altri indossano ancora la tuta da sci nella tormenta. Siamo tutti sulla stessa barca (che affonda), sì certo, ma gli interessi industriali nazionali e il posizionamento geografico dei centri di comando imprenditoriali e bancari contano, e come!Sempre più pezzi industriali, infrastrutturali, commerciali dell’Italia finiscono in mani straniere. Edison in quelle francesi. Ansaldo in mano ai giapponesi. I cinesi si stanno impadronendo del porto di Napoli. E poi banche e medie imprese, sempre più hanno controllo estero. L’Italia si sta sgretolando e l’attuale governo, se non azzardiamo l’accusa di compiacenza, almeno è impotente. E’ colpa di questo governo? Certo che no. Si potrebbe scrivere un mega volume per elencare le cause del perché l’Italia stia collassando. Accenniamo solo due o tre capitoli. Spesa pubblica eccessiva ed inefficiente. Obsolescenza del sistema educativo. Classe dirigente impreparata. Deficit infrastrutturale. Controllo delle nascite. E tanto altro.A condizioni date, l’Italia è, almeno nel breve periodo, spacciata. A questo punto bisogna solo stabilire l’estensione temporale di tale condizione e le condizione di operatività: si vuole patire per un periodo di dieci anni a sovranità ritrovata, o per venticinque – come noto per convenzione una generazione – a sovranità limitata. A noi la scelta.Per intenderci. Se la Repubblica italiana – e il suo governo – dovesse ostinarsi a far rimanere l’Italia nell’eurozona, di fatto la nostra nazione non resterebbe in Europa, bensì entrerebbe a far parte di una grande zona commerciale a dominazione tedesca, con leve di spesa e tributarie in mano a potenti burocrati europei eterodiretti dal governo di Berlino.Questo nella speranza che in una generazione gli italiani abbiano imparato il tedesco e siano in condizione di adeguarsi alla ‘visione del mondo’ che il sistema culturale germanico sarà riuscito lentamente ad imporre al resto d’Europa e che nel frattempo avrà contribuito a creare il ‘nuovo italiano’, ritagliandogli un qualche ruolo industriale dentro la ‘grande’ Germania.Secondo via. L’Italia abbandona l’eurozona e ri-italianizza il proprio debito pubblico – oggi per più del 40% detenuto all’estero e cosa più importante, remunerato all’estero! – attraverso una grande operazione di finanzia pubblica straordinaria. La Lira italiana torna a essere valuta nazionale, la quale per dieci anni sarà debole, molto debole, almeno fino a quando quaranta punti percentuale di debito pubblico italiano non saranno abbattuti.Alti livelli d’inflazione (a due cifre?) per almeno una decade – ma sempre meglio del trend deflazionistico in corso, si dica – e perdita di valore di tutte le posizioni patrimoniali espresse in Lire. Rischio alti livelli di disoccupazione. Blando protezionismo industriale e immobiliare. Sovranità monetaria ritrovata e leve fiscali di nuovo in mano al governo nazionale. Sospensione della legge sull’interruzione volontaria di gravidanza, per riacquisire in una generazione un equilibrio intergenerazionale appropriato e potenzialmente tornare a far giovare l’Italia di quello che viene definito “dividendo demografico”.

Uno scenario questo che può funzionare solo se una completa riforma politico-amministrativa sarà compiuta e solo se, ancor più importante, la pressione fiscale totale sarà abbattuta di almeno 15 punti percentuale, partendo dalle norme tributarie che pesano su imprese, lavoro e famiglie. A tale alleggerimento fiscale dovrà corrispondere una draconiana diminuzione degli attuali livelli di spesa pubblica, oggi al 54% del Pil, giù almeno fino al 38-37% in dieci anni.

Vere “lacrime e sangue”. Questo è il costo politico, economico e sociale che dovremmo sostenere se uscissimo dall’euro. Potremmo però sostenerlo con più margine di successo se i paesi dell’Europa mediterranea attualmente nella zona euro e in difficoltà – Italia, Spagna, Portogallo e Grecia – decidessero di unire le proprie forze, creando una zona commerciale e monetaria propria che possa interagire (e anche competere) con maggiore potere negoziale presso il blocco tedesco centro-europeo.

Non resta ora che attendere un partito che offra agli italiani la scelta, comunque dolorosa, tra queste opzioni. Meglio prima che dopo. A quel punto ognuno di noi dovrà scegliere che nazione dare ai propri figli: la grande pizzeria Italia per i tedeschi o la rinascita delle Nazione italiana. A noi decidere. e. ferrazzano loccidentale

L’esercito tecnocratico dell’UE sta divorando la cultura europea (by Israel)

Mercoledì, 2 Maggio 2012

Europa, forza gentile” è il titolo di un libro di Tommaso Padoa-Schioppa pubblicato una decina di anni fa in concomitanza con il debutto dell’euro. Sulla copertina era rappresentata la ninfa che, secondo il mito, domava la violenza del toro; a simboleggiare il ruolo dell’Europa che, limitando i poteri degli stati opponeva ai miti nazionalisti la parte migliore della sua civiltà: la forza “gentile” del diritto e della cultura. Secondo Padoa-Schioppa molto restava da fare, ma con l’ingresso in scena dell’euro buona parte della costruzione era già realizzata. Oggi, la formula della “forza gentile” potrebbe suscitare ilarità – se non fosse da stolti ridere – pensando alla commissaria europea per la pesca Maria Damanaki che ha scritto ad Andrea Camilleri intimandogli di «non permettere» al commissario Montalbano di indulgere all’abitudine «inaccettabile nel Mediterraneo» di «mangiare novellame», i pescetti neonati. Se siamo a questo punto è da attendersi che la proposta di epurare la Divina Commedia venga accolta. Altro che Dante: bisognerà fare i conti con le intollerabili scorrettezze dei personaggi di Boccaccio, Ariosto e persino Manzoni. E questo per restare entro i confini italiani: su Shakespeare, Goethe o Rabelais stendiamo un velo pietoso. Dunque, la “forza gentile”, la parte migliore della civiltà europea, ha preso le forme di un “politicamente corretto” simile a quello in voga negli ambienti statunitensi dominati dal più scatenato sinistrismo “liberal”. Certo, nell’anno in cui uscì il libro di Padoa-Schioppa si potevano ancora nutrire illusioni. Quel periodo mi ricorda un pranzo in un ristorante parigino con un amico, noto fisico e filosofo della scienza francese. Erano i primi giorni in cui circolava l’euro. Il mio amico dispose sul tavolo una moneta da un euro coniata in Italia e una coniata in Francia: sulla prima, l’uomo vitruviano di Leonardo da Vinci, l’uomo “misura di tutte le cose”; sulla seconda, l’albero della vita racchiuso nell’esagono, simbolo dei confini della Francia. Egli sottolineò la differenza di stile tra la moneta “italiana”, impregnata di spirito umanistico e quella “francese” intrisa di nazionalismo, e francamente brutta. Una situazione analoga era proposta dal confronto tra la moneta da 2 euro di conio italiano, con il volto di Dante, poeta universale, e quella di conio tedesco che proponeva la solita aquila. La chiacchierata conviviale non stimolava solo considerazioni ovvie – la persistente vitalità del senso artistico italiano, una propensione umanistica favorita da un nazionalismo debole a fronte di quello forte francese e tedesco – ma anche riflessioni circa gli ostacoli da superare per costruire una vera unificazione, di cui la moneta unica poteva essere soltanto un “gancio”, ma che doveva poggiare su un’unificazione culturale, senza la quale l’unificazione politica era impensabile. Non si trattava in fondo di inventare nulla. Gli scambi culturali sono stati sempre una caratteristica della civiltà europea, nonostante gli interminabili conflitti e anche nei periodi di massimo oscurantismo. Quando esplose la rivoluzione scientifica l’Europa era dominata dal fondamentalismo religioso e dall’intolleranza, eppure le opere di Galileo, Cartesio, Newton, Leibniz circolavano come un patrimonio di tutto il continente. E così fu nei secoli successivi. Indubbiamente, questa comunanza culturale, al di sopra di nazioni e lingue, era un fenomeno di élites, mentre oggi la sfida di un’unificazione che investa i popoli è ben più complessa e difficile. La posta in gioco era stata compresa ben prima dell’ingresso in scena dell’euro, già nel 1987, quando si mise in piedi il “programma Erasmus” volto a favorire la circolazione di migliaia di studenti da un paese all’altro, per avvicinarli alle altre culture nazionali, apprendere loro ad amarle come la propria, anzi a considerarle come “la propria” cultura, anche imparando alcune delle lingue principali del continente. Il mio amico francese enunciava un principio generale: non ha senso identificare una sola lingua (l’inglese) come mezzo di comunicazione, perché questo servirebbe solo a garantire gli scambi minimi e non risolverebbe il problema della progressiva acquisizione reciproca delle culture nazionali, che si sono consolidate attraverso tradizioni letterarie secolari e lingue raffinatissime. Occorre essere realisti. Una sola lingua può bastare per il turismo o per le comunicazioni tecniche. D’altra parte, il livello di comunicazione sofisticato delle élites dei secoli passati non può essere esteso a strati più ampi. Ma è pensabile educare nuove generazioni di laureati europei (milioni di persone, molto di più di una élite) che conoscano bene un paio di lingue oltre la propria, e abbiano la capacità di intenderne passivamente almeno un’altra. Ma perché questo funzioni occorre accettare un principio “politicamente scorretto”: prendere realisticamente atto del fatto che non tutte le culture europee sono parimenti importanti (per quanto tutte, compresi i dialetti, siano rispettabili e degne di essere preservate). Non tutte le lingue hanno lo stesso grado di importanza. È inevitabile accettare che quel paio di lingue da conoscere bene, ed anche le altre da conoscere discretamente siano le lingue delle culture europee “portanti”. Nei fatti, la tendenza è stata ed è questa: la stragrande maggioranza degli studenti Erasmus si è concentrata in Spagna, Francia, Italia, Germania e Regno Unito e nelle scuole si studiano soltanto alcune lingue “fondamentali”. Ma il realismo non è stato, e sempre meno è, l’anima della costruzione europea che ha scelto come ideologia il “politicamente corretto”, il quale si situa agli antipodi del realismo. In fondo, nella chiacchierata conviviale con l’amico francese sarebbe bastato poco per capire cosa ci attendeva. Sarebbe bastato mettere sul tavolo accanto alle monete metalliche i biglietti della carta moneta europea. In essi era condensata l’immagine dell’equivoco di fondo, della detestabile ipocrisia di cui oggi vediamo la manifestazione quando, come i famosi polli di Renzo dei Promessi Sposi, i paesi europei si beccano secondo inveterati tic nazionalisti – l’Italia che incolpa la Spagna di essere una fonte d’infezione e la Spagna che rimprovera all’Italia una cattiva riforma del lavoro – ma con le zampe legate dalle regole comunitarie. Basta guardarli quei biglietti: non una sola immagine dei grandi monumenti di un continente che raccoglie gran parte dei beni artistici del mondo, non una sola effigie dei grandi letterati, scienziati o musicisti europei. Il perché è chiaro. L’Italia avrebbe avuto l’imbarazzo della scelta nel proporre monumenti o effigie di pittori: ma ciascuno di essi doveva essere controbilanciato da un pari numero di maltesi o finlandesi. La Germania avrebbe potuto proporre stuoli di musicisti: da controbilanciare con musicisti ciprioti o bulgari. Fin dall’inizio non è stato accolto il principio che mettere il volto di Cervantes, di Newton o di Cartesio su un biglietto da 10 euro significava rendere omaggio non a uno spagnolo, a un inglese o a un francese, ma a un grand’uomo “europeo”. L’inizio del superamento delle divisioni nazionalistiche doveva manifestarsi nell’accettazione piena che le culture nazionali erano da considerare come un patrimonio comune e che, senza offesa, qualcuna ha da offrire di più. Ma non è andata così. I biglietti di carta che ci scorrono tra le dita da più di un decennio – con l’assenza di figure concrete sostituite da assurde immagini di elementi architettonici astratti – sono l’immagine della miseria morale e culturale su cui si è costruita l’unificazione e del mancato superamento delle contrapposizioni e degli egoismi nazionali. Altro che “forza gentile”… Sono ben noti gli effetti grotteschi di tale egualitarismo: per esempio, le esorbitanti spese di traduzione nelle istituzioni comunitarie. Chiunque può esercitarsi nel calcolo delle combinazioni a due a due tra più di venti lingue e dell’esercito di traduttori che richiedono. Ma non è di questi effetti kafkiani che vogliamo parlare quanto delle loro cause che sono date dalla sintesi tra il politicamente corretto e il suo inevitabile compagno: la tecnocrazia e la sua pretesa di ridurre i problemi culturali a problemi tecnici. L’eurocrazia ha coltivato l’illusione che si possa creare una cultura come sintesi di una scelta “educata” e paritaria di parti selezionate delle culture nazionali o addirittura definendo a tavolino i principi di una nuova cultura europea. Nel migliore dei casi, si è consentita quella limitata scelta che evocano le immagini delle monete metalliche; nel peggiore dei casi si è inventato un ectoplasma di cultura europea ben rappresentato dal vuoto squallido della carta moneta, metafora del metodologismo puro. Inoltre, la tecnocrazia giustifica il suo vuoto con la pretesa di procedere “scientificamente”. Perciò essa deve affermare la pretesa che le regole che essa impone producano effetti verificabili, quantitativamente misurabili. Quindi, nella valutazione di un progetto culturale quel che conta non sono i contenuti, ma i parametri quantitativi che lo caratterizzano. Prendiamo il caso del programma Erasmus, che era nato con un intento di creare un effettiva conoscenza reciproca delle culture nazionali. Non è esagerato dire che i suoi aspetti positivi sono stati progressivamente erosi e vanificati dall’imporsi della dittatura dei parametri e del politicamente corretto. Se il successo del programma si misura con i numeri, ogni paese si affannerà a salire nelle classifiche di chi accoglie più studenti, senza preoccuparsi di quel che fanno, di cosa apprendono e se imparano la lingua. Ricordo bene gli studenti Erasmus di parecchi anni fa, che seguivano con scrupolo i corsi e facevano ogni sforzo per apprendere l’italiano. Ricordo bene l’intemerata che feci ai miei studenti quando risultò che la prova scritta meglio redatta in italiano era quella di uno studente olandese. Gli studenti Erasmus di ora chiedono di fare l’esame nella loro lingua, non hanno tempo e voglia di studiare l’italiano, si irritano se non ottengono un buon voto anche se non sanno nulla. «Lei mi mette in difficoltà con la mia università», protestava uno studente francese bocciato perché aveva ritenuto fosse sufficiente per superare un esame di storia della matematica leggere l’articolo relativo su Wikipedia… Del resto, per capire a cosa è ridotto l’Erasmus basta navigare in rete. Un sito che fornisce consigli in materia indica la Spagna come meta ideale «soprattutto per la bellezza del paese e la voglia di divertirsi della gente». «Amante dello sci? Granada. Soffri il caldo? Evita la meravigliosa ma afosa Siviglia. Ti piace il surf? Cadice è perfetta». Uno studente italiano, alla mia proposta di seguire un corso a Parigi replicava: «A Parigi sono già stato. Mi trovi qualcosa a Barcellona o a Berlino». Inutile dire che i giovani europei non sono sciocchi e corrotti, ma percepiscono al volo che cosa si chiede loro, e cioè un insieme di procedure che rivestono il nulla. L’Erasmus è soltanto un esempio e tanti altri se ne potrebbero fare. Senza affannarsi troppo a sviluppare analisi, v’è qualcosa che rappresenta in modo perfetto il fallimento del progetto di unificazione culturale del continente: le famose otto “competenze chiave di Lisbona” raccomandate dal Parlamento europeo nel 2006. Lo abbiamo detto: la via maestra per promuovere l’unificazione culturale del continente era di assumere come base le sue culture nazionali nella loro pienezza, ricchezza e integrità, e formare nuove generazioni che le vivessero come elemento della propria identità. Sarebbe stata un’impresa titanica e certamente molto lunga che avrebbe richiesto la valorizzazione piena delle istituzioni educative e culturali di tutti i paesi, ma che era l’unica via realistica e concreta. L’alternativa era il corto circuito tecnocratico dettato dalle esigenze economiche: infischiarsene della cultura e stabilire le condizioni minime per realizzare la mobilità del “capitale umano” e la sua “integrazione nel mercato del lavoro”. Questa è stata la soluzione falsamente concreta, di fatto irrealistica e distruttiva, scelta dall’eurocrazia. Le condizioni minime di cui sopra sono le otto competenze chiave di Lisbona, quella «combinazione di conoscenze, abilità e attitudini» necessarie alle “persone-risorse” del continente per la «cittadinanza attiva, l’inclusione sociale e l’occupazione». Inoltre, siccome occorre essere “scientifici”, queste competenze debbono essere “misurabili”, in conformità con i “parametri di riferimento” stabiliti dal Consiglio d’Europa. Ricordiamone rapidamente l’elenco: 1) comunicazione nella madrelingua; 2) comunicazione nelle lingue straniere; 3) competenza matematica e di base in scienza e tecnologia; 4) competenza digitale; 5) imparare a imparare; 6) competenze sociali e civiche; 7) spirito di iniziativa e imprenditorialità; 8) consapevolezza ed espressione culturale. Chiunque può leggere i documenti ufficiali e rendersi conto come dietro queste sigle non ci sia nulla: parole vuote di qualsiasi contenuto, vuote come la carta-moneta dell’euro. Per esempio, la competenza matematica è l’abilità di applicare il pensiero matematico per risolvere problemi quotidiani, nella sfera domestica e sul lavoro. Imparare a imparare è l’abilità di perseverare nell’apprendimento. Le competenze sociali e civiche debbono servire a partecipare in modo efficace e costruttivo alla vita civile e a risolvere i conflitti. L’ottava competenza – l’unica in cui si cercherebbe una parvenza di contenuti culturali – si riduce alla «consapevolezza dell’importanza dell’espressione creativa di idee, esperienze ed emozioni» e alla «consapevolezza del retaggio culturale locale, nazionale ed europeo»: basta esserne consapevoli, quanto a conoscerlo è faccenda che non interessa. Non c’è un riferimento a una tradizione culturale, scientifica o artistica, a qualcosa di specifico che sia indicato come fondante dell’identità europea. Nulla di nulla. Come accade sempre, il vuoto concettuale mobilita chi non ha nulla da pensare e sguazza nella metodologia. È proliferato così un esercito di specialisti del niente, che si sono adoperati e si adoperano con determinazione implacabile ad applicare vuote formule, a costruire le reti burocratiche e amministrative necessarie tale applicazione e a costruire la “scienza” della misurazione delle competenze. Questo esercito eurocratico, con la solita parola d’ordine «l’Europa lo vuole», è riuscito a mobilitare divisioni nazionali di soldati delle competenze che si applicano indefessamente a sostituire le conoscenze con la metodologia, il sapere con il “saper fare”, i contenuti con le regole, mediante un diluvio di prescrizioni e di formulari degni dei più soffocanti regimi dirigisti. Si è così prodotto un fenomeno straordinario e paradossale. L’intento dell’unificazione culturale si è trasformato in un progetto immenso e metodico di distruzione della cultura europea per quel che è stata realmente, il quale, passo dopo passo, divora persino il ricordo dei letterati, degli scienziati, dei musicisti, degli artisti che hanno disseminato il continente di opere artistiche e architettoniche. Questa è la “forza gentile” che come un esercito di termiti tecnocratiche sta sgretolando pezzo a pezzo le culture nazionali che dovevano essere i mattoni costitutivi dell’identità culturale del continente. Siamo certi che anche un europeista, ma colto e intellettualmente onesto quale era Tommaso Padoa-Schioppa, resterebbe inorridito di fronte a questa mutazione della “forza gentile” in un Moloch buro-tecnocratico che divora la “parte migliore” della civiltà europea. (Tratto da Il Foglio) via loccidentale

L’Europa, la civilità prima dei sacrifici (by Cardini)

Lunedì, 30 Aprile 2012

Che cos’è, insomma, l’Europa?  Lontano da qui, disseminata tra Bruxelles e Strasburgo, c’è una selva di  edifici in acciaio e cristallo, di uffici lussuosi, di sale da riunione e da conferenza; una pletora di dirigenti, di parlamentari, di funzionari, d’interpreti e di consulenti ben pagati, qualcuno strapagato; una Commissione Europea, un Consiglio d’Europa, un parlamento Europeo, ma nessun leader nel quale la gente possa identificarsi o col quale possa prendersela  se e quando le cose vanno male. C’è una Banca Centrale Europea che non è pubblica, quindi è in mano ai suoi anonimi o semianonimi azionisti: stampa euri e detta legge sui nostri bilanci e sulle nostre tasche. C’è una bandiera azzurra e stellata, bella ma àlgida, sulla quale non ha mai pianto nessuno, che non ha mai avvolto al bara di un ragazzo morto per difenderla, che quando sventola fa un bell’effetto ma non commuove. C’è un inno preso in prestito da Beethoven, bellissimo, ma le parole di Schiller che lo accompagnano quasi nessuno le conosce e comunque sarebbero inadatte a esser cantate: e nessuno ha mai pensato sul serio a scrivere un testo che potrebbe rappresentare i sentimenti collettivi di tutti i ventisette stati membri ed esser tradotto in tutte le loro lingue. Non c’è un esercito europeo, perché l’organizzazione militare comunitaria è in realtà quella della NATO, egemonizzata da una potenza che sarà anche amica ed alleata, ma ch’è pur sempre straniera: un’organizzazione che ad esempio impone (la notizie è di metà aprile) l’organizzazione di un costoso “scudo” antimissilistico non si capisce né chiesto da chi né utile a chi né indirizzato a difenderci dalle minacce di chi.  I paesi europei hanno rinunziato alla sovranità economico-monetaria, a quella diplomatica, a quella difensiva, ma tali forme di sovranità non sono gestite da nessun vero e proprio governo sovranazionale. L’Unione Europea non ha ancora deciso nemmeno se organizzarsi in Federazione all’americana o alla tedesca o in Confederazione alla svizzera.
Eppure, questa larva semisconosciuta e non amata dai suoi cittadini chiede continui sacrifici, impone tagli e balzelli. E dappertutto sorgono ormai, contro di essa, gruppi e movimenti che da “euroscettici” si stanno trasformando sempre più in veri e propri antieuropeisti: nostalgici delle piccole patrie che c’erano prima o utopisti che rivendicano la fondazione o la resurrezione di patrie mai esistite oppure defunte da secoli. Partiti ostili all’Europa stanno sorgendo dappertutto, e in molte nazioni assumendo il potere, com’è accaduto in Ungheria. In Francia, sembra che l’ago della bilancia per l’elezione del nuovo presidente sia costituito dagli antieuropeisti del Front National, oggi corteggiato sia da Sarkhozy, sia da Hollande.   
Eppure, l’”Unione non unita” ha avuto una primavera, è stata una speranza e addirittura un ideale. Ne so qualcosa io, che me ne innamorai ventenne, nel 1960, dopo aver ascoltato alla  TV una breve, commossa allocuzione del cancelliere Konrad Adenauer dove si parlava  di quest’Europa ch’era una patria da amare per tutto quel che aveva e che significava: per le cicogne sui tetti di Norimberga, per i vigneti della Borgogna, per la pianura infinita della Meseta, per il mare di Capri; ma soprattutto per la sua storia tormentata eppure tanto “profondamente nostra”,  per le guerre fratricide che avevamo combattuto e che non dovevano più dividerci, per le comuni radici cristiane testimoniate dalle nostre cattedrali, per i nostri popoli che attraverso errori e sofferenza avevano imparato ad amarsi tra loro e a ritenersi reciprocamente complementari, per i nostri ragazzi di domani che avrebbero abbattuto le frontiere e bruciato gli inutili passaporti.  Molti paesi europei avevano sognato nei secoli passati di dominare il mondo con la forza, e non c’erano riusciti: insieme, saremmo stati invincibili e saremmo riusciti a imporre al mondo non la legge della  guerra, bensì quella dell’amore e della fratellanza tra i popoli.  
Che cosa è andato storto, da allora? Che cosa non ha funzionato, di quel bellissimo sogno?  La verità è che, nell’edificare  la “casa comune europea”, abbiamo sbagliato l’ordine costruttivo. Una realtà civile e sociale si costruisce dalle fondamenta: cioè dalla riflessione storica,  dalle istituzioni  politiche e amministrative, dall’educazione dei giovani (quindi dalla scuola), dalla difesa. Infine il tetto: la moneta e i meccanismi finanziari.  Ma noi non abbiamo avuto fino dagli Anni Cinquanta il coraggio d’innovare quel che andava innovato e di fondare quel che doveva essere fondato. Avremmo dovuto costruire l’Europa dei popoli e delle loro tradizioni: abbiamo costruito l’Europa dei governi e l’Eurolandia delle banche. Dalla Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio, del ’51, passammo alla Comunità Economica Europea nel ’52 per trasformarla a Maastricht, nel ’92, in Comunità Europea: solo allora si assunse la denominazione di “Unione Europea”, in realtà un guscio istituzionale vuoto.
Avremmo avuto bisogno di edificare giorno per giorno una coscienza civica europea, diciamo pure un “patriottismo europeo”, cominciando con il conferire uno spirito nuovo a tutte le scuole. Si sarebbe dovuto studiare una storia comune europea in grado di accompagnare le nostre storie nazionali e di conferir a ciascuno di esse il senso di una convergenza e di una complementarità nuova. Oggi la bandiera azzurro-stellata sventola su tutti gli edifici scolastici, ma non si riflette in nessun programma concreto d’apprendimento. Tornano le piccole patrie e i micronazionalismi isterici, da stadio; oppure trionfa l’individualismo sterile ed egoistico, incapace di creare valori civili.
E allora? Abbandonare tutto e dire che ci siamo sbagliati, rinunziare  per tornar a un pulviscolo di stati senza forza e senza autorevolezza, vasi di coccio minacciati dai colossi internazionali e dalla potenza occulta ma formidabile delle lobbies?  Adattarci a far parte di un generico “Occidente” atlantico nel quale doversi rassegnare a una funzione definitivamente subalterna? O ricominciare da capo, da ora, da subito, reinsegnando ai ragazzi del secondo decennio del XXI secolo quel che avremmo dovuto insegnar a quelli di mezzo secolo fa e imponendo nuove forme di rappresentanza politica diretta scelte dagli europei nel loro complesso, che non proiettino più sull’Unione i condizionamenti delle singole politiche nazionali? Quanto tempo perduto, quante occasioni sprecate, quante speranze gettate al vento…Eppure, non è mai troppo tardi. francocardini.it

 

L’Italia laboratorio della tecnocrazia che guiderà l’Europa

Venerdì, 20 Aprile 2012
Si è parlato per vent’anni di un presunto “laboratorio italiano” intorno all’esperimento di Berlusconi. Una tesi piuttosto assurda. Il berlusconismo non è stato il laboratorio politico di nulla, semmai una specie di riedizione comica, pasticciata e terminale della destra autoritaria del Novecento, da Mussolini al maccartismo e al neoliberismo, un’espressione politica della nostalgia di un Paese in declino. Nostalgia dominante anche fra gli oppositori di Berlusconi, divisi fra il postcomunismo estenuato di Pds, Ds e ora del vertice del Pd, e il qualunquismo vecchio stile di Di Pietro e Grillo. Per non parlare del centro cattolico, che da un ventennio cerca di far risorgere la Democrazia cristiana.
Nella Seconda repubblica, l’unica vera novità era rappresentata da Romano Prodi, un tecnocrate riformista consapevole, a differenza dei nostri provinciali politici, delle conseguenze della globalizzazione. Le due brevi stagioni di Prodi sono state l’unico laboratorio politico italiano e infatti hanno preparato il terreno a Mario Monti. Con il governo Monti l’Italia è diventata davvero un laboratorio del futuro.
Quello che accadrà nei prossimi anni è la progressiva sostituzione dei governi politici con governi tecnici. Governi tecnici per modo di dire, dal momento che è chiaro a tutti come il governo Monti stia in realtà facendo molta più politica dei predecessori. Tecnici nel senso della provenienza professionale dalla scuola dei grandi burocrati internazionali, in particolare europei.
Una polemica alla moda sostiene che la burocrazia di Bruxelles abbia fallito nel progetto di unificazione dell’Europa, fermandosi allo stadio dell’unità monetaria. È una tesi molto superficiale. In realtà, Bruxelles è servita a formare una classe dirigente che la politica non è più in grado di produrre ed è ora pronta a prendere il potere in tutti i governi nazionali europei. È accaduto per ora in Italia e Grecia, ma avrebbe potuto già realizzarsi da tempo in Francia, se prima Jacques Delors non avesse rifiutato la candidatura all’Eliseo e poi Dominique Strauss-Kahn non fosse stato travolto dal noto scandalo. Domani potrebbe toccare alla Germania e alla Spagna.
Per quanto riguarda l’Italia, dovrebbe essere evidente a tutti che, dopo Monti, non ci sarà un altro governo politico vecchio stile, con Bersani o l’improbabile Alfano premier, ma un altro gabinetto “tecnico”, il cui teorico presidente del Consiglio dovrà in ogni caso fare i conti con l’autentico premier, il governatore Mario Draghi. Questa sarà la politica nei prossimi anni, il resto sono slogan.
di Curzio Maltese Tratto dal “Venerdi di repubblica” 13.4.2012
 

Costituzione ungherese, cosa l’Ue non perdona (by Veneziani)

Martedì, 17 Aprile 2012

«Ecco avanzare in Ungheria lo spettro della reazione… sotto l’egida del clericalismo conservatore con l’intento di tornare al passato, annullando la democrazia e la libertà». È impressionante notare che le stesse parole usate oggi in Europa per condannare la nuova Costituzione ungherese, rea di difendere la tradizione, la famiglia e la sovranità nazionale e popolare rispetto al potere delle banche, siano state adoperate dal compagno Sandro Pertini per sostenere nel 1956 l’invasione dei carri armati sovietici in Ungheria.Le tesi di Pertini collimavano con le tesi del Pci, anche nella sua ala moderata. Il compagno Giorgio Napolitano, ad esempio, scriveva che l’azione sovietica in Ungheria evitava «che nel cuore dell’Europa si creasse un focolaio di provocazioni» e benediceva l’intervento sovietico per impedire che l’Ungheria cadesse «nel caos e nella controrivoluzione», così contribuendo «in maniera decisiva, non già a difendere gli interessi militari e strategici dell’Urss ma a salvare la pace nel mondo». I carri armati e la repressione sanguinosa del popolo ungherese, in nome della pace… Se al posto dei carri armati dell’Urss mettete i carri finanziari della Ue, le parole del 1956 ritornano nel nostro presente. Certo, la dominazione euro-finanziaria è incruenta; lo spread non uccide, anche se talvolta induce al suicidio.Sto parlando di due cose diverse ma analoghe. Le citazioni dei due presidenti della Repubblica quando erano esponenti del Psi e del Pci, sono tratte da Budapest 1956. La macchina del fango di Alessandro Frigerio uscito in questi giorni da Lindau, con prefazione di Paolo Mieli (pagg. 250, euro 21). Il libro ripercorre la vergognosa posizione dei comunisti italiani in favore dell’invasione militare sovietica e della brutale repressione. E racconta «la macchina del fango» (ma quella vera, originale) della disinformazione filo-sovietica ad opera di intellettuali, stampa ed esponenti della sinistra. Furono in pochi a sottrarsi: onore a Giolitti e a quel rustico galantuomo di Peppino Di Vittorio, o a quei militanti che uscirono dal Partito. Tra i socialisti ci fu una corrente filocomunista, detta dei «carristi», perché favorevoli ai carri armati: Pertini si era già segnalato tre anni prima per le sperticate lodi a Stalin nel giorno della sua morte. Passato sepolto, per carità.
Ma quel che inquieta è che la rivolta degli ungheresi contro il regime comunista fu bollata all’epoca con gli stessi epiteti con cui oggi si marchia a fuoco la nuova Costituzione ungherese, votata dal 70% del Parlamento, liberamente e democraticamente eletto nel 2010. Una Costituzione che cancella quella comunista e filosovietica del 1949. Ma gli eurocrati e i loro alleati politici, intellettuali, tecno-finanziari, preferivano quella precedente.
Sulla nuova costituzione ungherese è stata allestita una disinformazione che somiglia a quella filosovietica del ’56. Cosa scandalizza gli europei di quel testo e perché solo agli ungheresi è proibito riconoscersi nel patriottismo della loro Costituzione? Dio entra nella Costituzione, dicono indignati e allarmati. Vorrei ricordare che Dio è già entrato da due secoli e mezzo nella Costituzione americana e non ha mai fatto danni alla libertà e alla democrazia. Il riferimento alla «grazia di Dio e alla volontà della nazione» era anche la formula dell’Italia libera e unita nata dal Risorgimento. Perché «Dio salvi la regina» britannica va bene e invece non va bene «Dio salvi l’ungherese», molto più democratico perché estende la benedizione a tutto il popolo? La Costituzione ungherese non impone poi una professione di fede ma riconosce al cristianesimo «il ruolo avuto nel conservare l’integrità della nazione». Un riferimento storico, non confessionale. Che avrebbe dovuto fare anche l’Europa in tema di radici nella sua Costituzione. Ma la Carta ungherese sottolinea, e nessuno lo ricorda, «il rispetto per le varie tradizioni religiose».Alla Costituzione magiara non perdonano poi il riconoscimento della famiglia come base della nazione, bene da tutelare, incoraggiando ad avere figli e concependola formata da un uomo e una donna, come del resto ogni civiltà ha inteso finora nella storia del mondo. Non c’è divieto di altre unioni, c’è la promozione della famiglia. Un altro suo imperdonabile peccato è il riconoscimento del diritto alla vita e alla dignità umana, la protezione dell’embrione e del feto sin dal concepimento, il rigetto delle pratiche di eugenetica, dell’uso del corpo a scopo di lucro, la proibizione della clonazione, oltre alla difesa di donne, bambini, anziani e disabili.Si può condividere o meno quest’impianto ma non c’è nulla di criminale o disumano, illiberale o antidemocratico. Ma la cosa più imperdonabile è un’altra: la Costituzione ungherese subordina la Banca Centrale all’interesse nazionale e impone ai suoi vertici di giurare fedeltà all’Ungheria (e il governo ha messo l’imposta speciale sui profitti delle banche). Questa, per gli eurocrati, è la colpa principale e il motivo ultimo per cui vogliono staccare l’ossigeno a giugno all’Ungheria del conservatore Orban. Il proposito indigna perfino il Wall Street Journal che ha denunciato la discriminazione nei confronti dell’Ungheria e il ricatto di negarle i fondi europei assegnati ad altri Paesi.La disinformazione denuncia poi minacce ungheresi alla libertà di stampa: in realtà è previsto l’obbligo di rivelare le fonti quando è in pericolo la sicurezza nazionale, si prevedono multe, non chiusure o carcerazioni. E si tutela il made in Ungheria, stabilendo ad esempio per le radio di trasmettere almeno il 40 per cento di musica ungherese. (Norme proposte anche dalla sinistra europea per difenderci dall’americanizzazione) Certo, può non piacere il tono patriottico e l’enfasi religiosa della Costituzione e non mancano aspetti non condivisibili: ad esempio, per colpire il ruolo invasivo della magistratura, si prevedono inaccettabili invasioni inverse, del potere esecutivo sul potere giudiziario. Ma ritenere che un Paese sia eversivo perché tutela la famiglia, la tradizione e la sovranità nazionale e popolare, è roba degna della macchina del fango filosovietica del ’56. Anche se i carri armati oggi si chiamano banche. m. veneziani ilgiornale

 

Verso le dittature tecnocratiche

Martedì, 14 Febbraio 2012

Viviamo in un tempo di cambiamenti di regime, dinamici, regressivi. Un periodo in cui sono in piena accelerazione grandi trasformazioni politiche e l’arretramento drammatico di norme legislative di natura socio-economica introdotte un mezzo secolo fa; tutto questo provocato da una crisi economica prolungata e sempre più profonda e da un’offensiva portata avanti dalla grande finanza in tutto il mondo. Questo articolo analizza come gli importanti cambiamenti di regime in corso hanno un profondo impatto sui modi di governare, sulle strutture di classe, sulle istituzioni economiche, sulla libertà politica e la sovranità nazionale. Viene individuato un processo in due fasi di regressione politica. La prima fase prevede il passaggio da una democrazia in disfacimento ad una democrazia oligarchica; la seconda fase, attualmente in atto in Europa, coinvolge il passaggio dalla democrazia oligarchica ad una dittatura colonial-tecnocratica.
Si individueranno le caratteristiche tipiche di ogni regime, concentrando l’attenzione sulle specifiche condizioni e sulle forze socio-economiche che stanno dietro ad ogni “transizione”. Si procederà a chiarire i concetti chiave, il loro significato operativo: in particolare la natura e la dinamica delle “democrazie decadenti”, delle democrazie oligarchiche e della “dittatura colonial-tecnocratica”. La seconda metà del saggio puntualizzerà le politiche della dittatura colonial-tecnocratica, il regime che più si è discostato dal principio di democrazia rappresentativa sovrana. Verranno chiarite le differenze e gli elementi simili tra le dittature tradizionali militar-civili e fasciste e le più aggiornate dittature colonial-tecnocratiche, mirando l’analisi sull’ideologia del “tecnicismo apolitico” e della gestione del potere tecnocratico, come preliminare per l’esplorazione della catena gerarchica profondamente colonialista del processo decisionale. La penultima sezione metterà in evidenza il motivo per cui le classi dirigenti imperiali e i loro collaborazionisti nazionali hanno ribaltato la pre-esistente formula di gestione del potere oligarchico “democratico”, la ricetta del “governare indirettamente”, a favore di una presa di potere senza più paraventi.
Dalle principali classi dominanti finanziarie di Europa e degli Stati Uniti è stata consumata la svolta verso un diretto dominio coloniale (in buona sostanza, un colpo di stato, con un altro nome). Verrà valutato l’impatto socio-economico del dominio di tecnocrati colonialisti designati di imperio, e la ragione del governare per decreto, prevaricando forzatamente il precedente processo di persuasione, manipolazione e cooptazione.
Nella sezione conclusiva valuteremo la polarizzazione della lotta di classe in un periodo di dittatura colonialista, nel contesto di istituzioni svuotate e delegittimate elettoralmente e di politiche sociali radicalmente regressive. Il saggio affronterà le questioni parallele delle lotte per la libertà politica e la giustizia sociale a fronte di governi imposti da dominatori colonialisti tecnocratici, alla fine venuti alla ribalta. La posta in gioco va oltre i cambi di regime in corso, per identificare le configurazioni istituzionali fondamentali che definiranno le opportunità di vita, le libertà personali e politiche delle generazioni future, per i decenni a venire. Democrazie decadenti e la transizione verso democrazie oligarchiche. Il decadimento della democrazia è evidente in ogni sfera della politica. La corruzione ha pervaso ogni settore, i partiti e i leader si contendono i contributi finanziari dei ricchi e dei potenti; posizioni all’interno dei poteri legislativo ed esecutivo hanno tutte un prezzo; ogni parte della legislazione è influenzata da potenti “lobbies” corporative che spendono milioni per la scrittura di leggi a loro profitto e per individuare le manovre più opportune alla loro approvazione. Eminenti faccendieri che agiscono nei posti di influenza come il criminale statunitense Jack Abramoff si vantano del fatto che “ogni membro del congresso ha il suo prezzo”.
Il voto dei cittadini non conta per nulla: le promesse elettorali dei politici non hanno relazione alcuna con il loro comportamento quando sono in carica. Bugie e inganni sono considerati “normali” nel processo politico. L’esercizio dei diritti politici è sempre più sottoposto alla sorveglianza della polizia e i cittadini attivi sono soggetti ad arresti arbitrari. L’élite politica esaurisce il tesoro pubblico sovvenzionando guerre coloniali, e le spese per queste avventure militari eliminano i programmi sociali, gli enti pubblici e i servizi fondamentali. I legislatori si impegnano con demagogia al vetriolo in conflitti da vere marionette, sul tipo dei burattini Punch (Pulcinella) e Judy (Colombina), in manifestazioni pubbliche di partigianeria, mentre in privato fanno festa insieme alla mangiatoia pubblica. A fronte di istituzioni legislative ormai screditate, e del palese, volgare mercato di compravendita dei pubblici uffici, i funzionari dirigenti, eletti e nominati, sequestrano i poteri legislativo e giudiziario. La democrazia in decomposizione si trasforma in una “democrazia oligarchica” come governo auto-imposto di funzionari dell’esecutivo; vengono scavalcate le norme democratiche e si ignorano gli interessi della maggioranza dei cittadini. Una giunta esecutiva di funzionari eletti e non eletti risolve questioni come quelle della guerra e della pace, alloca miliardi di dollari o di euro presso una oligarchia finanziaria, e mossa da pregiudizi di classe riduce il tenore di vita di milioni di cittadini tramite “pacchetti di austerità”. L’assemblea legislativa abdica alle sue funzioni, legislativa e di controllo, e si inchina davanti ai “fatti compiuti” della giunta esecutiva (il governo di oligarchi). Alla cittadinanza viene assegnato il ruolo di spettatore passivo – anche se si diffondono sempre più in profondità la rabbia, il disgusto e l’ostilità. Le voci isolate dei rappresentanti il dissenso sono soffocate dalla cacofonia dei mass media che si limitano a dare la parola ai prestigiosi “esperti” e accademici, compari pagati dall’oligarchia finanziaria e consiglieri della giunta esecutiva. I cittadini non faranno più riferimento ai parlamenti, alle assemblee legislative, per trovare soccorso o riparazione per il sequestro e l’abuso di potere messo in atto dall’esecutivo. Per fortificare il loro potere assoluto, le oligarchie castrano le costituzioni, adducendo catastrofi economiche e minacce assolutamente pervasive di “terroristi”. Un mastodontico e crescente apparato statale di polizia, con poteri illimitati, impone vincoli all’opposizione civica e politica. Dato che i poteri legislativi sono fiaccati e le autorità esecutive allargano la loro sfera di azione, le libertà democratiche ancora presenti sono ridotte attraverso “limitazioni burocratiche” imposte al tempo, luogo e forme dell’azione politica. Lo scopo è quello di minimizzare l’azione della minoranza critica, che potrebbe mobilitare simpateticamente e divenire la maggioranza. Come la crisi economica peggiora, e i detentori di titoli e gli investitori esigono tassi di interesse sempre più alti, l’oligarchia estende e approfondisce le misure di austerità. Si allargano le diseguaglianze, e viene messa in luce la natura oligarchica della giunta esecutiva. Le basi sociali del regime si restringono. I lavoratori qualificati e ben pagati, gli impiegati della classe media e i professionisti cominciano a sentire l’erosione acuta di stipendi, salari, pensioni, il peggioramento delle condizioni di lavoro e di prospettive di carriera futura. Il restringersi del sostegno sociale mina le pretese di legittimità democratica da parte della giunta di governo. A fronte del malcontento e del discredito di massa, e con settori strategici della burocrazia civile in rivolta, scoppia la lotta tra fazioni, tra le cricche rivali all’interno dei “partiti ufficialmente al governo”. L’”oligarchia democratica” è spinta e tirata nelle varie direzioni: si decretano tagli alla spesa sociale, ma questi possono trovare solo limitati appoggi alla loro applicazione. Si decretano imposte regressive, che non possono venire riscosse. Si scatenano guerre coloniali, che non si possono vincere. La giunta esecutiva si dibatte tra azioni di forza e di compromesso: robuste promesse per i banchieri internazionali e poi, sotto pressioni di massa, si tenta di ritornare sugli errori. A lungo andare, la democrazia oligarchica non è più utile per l’élite finanziaria. Le sue pretese di rappresentanza democratica non possono più ingannare le masse. Il prolungarsi dello stato conflittuale tra le fazioni dell’élite erode la loro volontà di imporre a pieno l’agenda dell’oligarchia finanziaria.
A questo punto, la democrazia oligarchica come formula politica ha fatto il suo corso. L’élite finanziaria è già pronta e decisa a scartare ogni pretesa di governo da parte di questi oligarchi democratici. Sono considerati sì volonterosi, ma troppo deboli; troppo soggetti a pressioni interne da fazioni rivali e non disposti a procedere a tagli selvaggi nei bilanci sociali, a ridurre ancora di più i livelli di vita e le condizioni di lavoro.
Arriva in primo piano il vero potere che muoveva le fila dietro le giunte esecutive. I banchieri internazionali scartano la “giunta indigena” e impongono al governo banchieri non-eletti – camuffando da tecnocrati i loro banchieri privati. La transizione verso la dittatura coloniale “tecnocratica” Il governo dei banchieri stranieri, alla fine venuto direttamente alla ribalta, è mascherato da un’ideologia che descrive questo come un governo condotto da tecnocrati esperti, apolitici e scevri da interessi privati. Dietro alla retorica tecnocratica, la realtà è che i funzionari designati hanno una carriera di operatori per- e- con i grandi interessi finanziari privati e internazionali. Lucas Papademos, nominato Primo ministro greco, ha lavorato per la Federal Reserve Bank di Boston e, come capo della Banca centrale greca, è stato il responsabile della falsificazione dei libri contabili a copertura di quei bilanci fraudolenti che hanno portato la Grecia all’attuale disastro finanziario. Mario Monti, designato Primo ministro dell’Italia, ha ricoperto incarichi per l’Unione europea e la Goldman Sachs. Queste nomine da parte delle banche si basano sulla lealtà totale di questi signori e sul loro impegno senza riserve di imporre politiche regressive, le più inique sulle popolazioni di lavoratori di Grecia e Italia. I cosiddetti tecnocrati non sono soggetti a fazioni di partito, nemmeno lontanamente sono sensibili a qualsiasi protesta sociale. Essi sono liberi da qualsiasi impegno politico … tranne uno, quello di assicurare il pagamento del debito ai detentori stranieri dei titoli di Stato – in particolare di restituire i prestiti alle più importanti istituzioni finanziarie europee e nord americane. I tecnocrati sono totalmente dipendenti dalle banche estere per le loro nomine e permanenze in carica. Non hanno alcuna infarinatura di base organizzativa politica nei paesi che governano. Costoro governano perché banchieri stranieri minacciavano di bancarotta i paesi, se non venivano accettate queste nomine. Hanno indipendenza zero, nel senso che i “tecnocrati” sono soltanto strumenti e rappresentanti diretti dei banchieri euro-americani. I “tecnocrati”, per natura del loro mandato, sono funzionari coloniali esplicitamente designati su comando dei banchieri imperiali e godono del loro sostegno. In secondo luogo, né loro né i loro mentori colonialisti sono stati eletti dal popolo su cui governano. Sono stati imposti dalla coercizione economica e dal ricatto politico. In terzo luogo, le misure da loro adottate sono destinate ad infliggere la sofferenza massima per alterare completamente i rapporti di forza tra lavoro e capitale, massimizzando il potere di quest’ultimo di assumere, licenziare, fissare salari e condizioni di lavoro. In altre parole, l’agenda tecnocratica impone una dittatura politica ed economica. Le istituzioni sociali e i processi politici associati con il sistema di sicurezza sociale democratico-capitalista, corrotto da democrazie decadenti, eroso dalle democrazie oligarchiche, sono minacciati di demolizione totale dalle prevaricanti dittature coloniali tecnocratiche. Il linguaggio di “sociale / regressione” è pieno di eufemismi, ma la sostanza è chiara. I programmi sociali in materia di sanità pubblica, istruzione, pensioni, e tutela dei disabili sono tagliati o eliminati e i “risparmi” trasferiti ai pagamenti tributari per i detentori di titoli esteri (banche). I pubblici dipendenti vengono licenziati, allungata la loro età pensionabile, e i salari ridotti e il diritto di permanenza in ruolo eliminato. Le imprese pubbliche sono vendute a oligarchi capitalisti stranieri e domestici, con decurtazione dei servizi ed eliminazione brutale dei dipendenti. I datori di lavoro stracciano i contratti collettivi di lavoro. I lavoratori sono licenziati e assunti a capriccio dei padroni. Ferie, trattamento di fine rapporto, salari di ingresso e pagamento degli straordinari sono drasticamente ridotti. Queste politiche regressive pro-capitalisti sono mascherate da “riforme strutturali”. Processi consultativi sono sostituiti da poteri dittatoriali del capitale – poteri “legiferati” e messi in attuazione dai tecnocrati designati allo scopo.
Dai tempi del regime di dominio fascista di Mussolini e della giunta militare greca (1967 – 1973) non si era mai visto un tale assalto regressivo contro le organizzazioni popolari e contro i diritti democratici.
Raffronto fra dittatura fascista e dittatura tecnocratica Le precedenti dittature fasciste e militari hanno molto in comune con gli attuali despoti tecnocratici per quanto concerne gli interessi capitalistici che loro difendono e le classi sociali che loro opprimono. Ma ci sono differenze importanti che mascherano le continuità. La giunta militare in Grecia, e in Italia Mussolini, avevano preso il potere con la forza e la violenza, avevano messo al bando tutti i partiti dell’opposizione, avevano schiacciato i sindacati e chiuso i parlamenti eletti. Alla attuale dittatura “tecnocratica” viene consegnato il potere dalle élites politiche della democrazia oligarchica – una transizione “pacifica”, almeno nella sua fase iniziale. A differenza delle precedenti dittature, gli attuali regimi dispotici conservano le facciate elettorali, ma svuotate di contenuti e mutilate, come entità certificate senza obiezioni per offrire una sorta di “pseudo-legittimazione”, che seduce la stampa finanziaria, ma si fa beffe di solo pochi stolti cittadini. Infatti, dal primo giorno di governo tecnocratico gli slogan incisivi dei movimenti organizzati in Italia denunciavano: “No ad un governo di banchieri”, mentre in Grecia lo slogan che ha salutato il fantoccio pragmatista Papademos è stato “Unione Europea, Fondo Monetario, fuori dai piedi!” Le dittature in precedenza avevano iniziato il loro corso come stati di polizia del tutto vomitevoli, che arrestavano gli attivisti dei movimenti per la democrazia e i sindacalisti, prima di perseguire le loro politiche in favore del capitalismo. Gli attuali tecnocrati prima lanciano il loro malefico assalto a tutto campo contro le condizioni di vita e di lavoro, con il consenso parlamentare, e poi di fronte ad una resistenza intensa e determinata posta in essere dai “parlamenti della strada”, procedono per gradi ad aumentare la repressione caratteristica di uno stato di polizia… mettendo in pratica un governo da stato di polizia incrementale. Politiche delle dittature tecnocratiche: campo di applicazione, intensità e metodo L’organizzazione dittatoriale di un regime tecnocratico deriva dalle sue politiche e dalla missione politica. Al fine di imporre politiche che si traducono in massicci trasferimenti di ricchezza, di potere e di diritti giuridici, dal lavoro e dalle famiglie al capitale, soprattutto al capitale straniero, risulta essenziale un regime autoritario, soprattutto in previsione di un’accanita e determinata resistenza. L’oligarchia finanziaria internazionale non può assicurare per tanto tempo una “stabile e sostenibile” sottrazione di ricchezza con una qualche parvenza di governance democratica, e tanto meno una democrazia oligarchica in decomposizione. Da qui, l’ultima risorsa per i banchieri in Europa e negli Stati Uniti è di designare direttamente uno di loro a esercitare pressioni, a farsi largo e ad esigere una serie di cambiamenti di vasta portata, regressivi a lungo termine. La missione dei tecnocrati è di imporre un quadro istituzionale duraturo, che garantirà per il futuro il pagamento di interessi elevati, a spese di decenni di impoverimento e di esclusione popolare. La missione della “dittatura tecnocratica” non è quella di porre in essere un’unica politica regressiva di breve durata, come il congelamento salariale o il licenziamento di qualche migliaio di insegnanti. L’intento dei dittatori tecnocrati è quello di convertire l’intero apparato statale in un torchio efficiente in grado di estrarre continuamente e di trasferire le entrate fiscali e i redditi, dai lavoratori e dai dipendenti in favore dei detentori dei titoli.
Per massimizzare il potere e i profitti del capitale a scapito dei lavoratori, i tecnocrati garantiscono ai capitalisti il potere assoluto di fissare i termini dei contratti di lavoro, per quanto riguarda assunzioni, licenziamenti, longevità, orario e condizioni di lavoro. Il “metodo di governo” dei tecnocrati è quello di avere orecchio solo per i banchieri stranieri, i detentori di titoli e gli investitori privati.
Il processo decisionale è chiuso e limitato alla cricca di banchieri e tecnocrati senza la minima trasparenza. Soprattutto, in base a regole colonialiste, i tecnocrati devono ignorare le proteste di manifestanti, se possibile, o, se necessario, rompere loro la testa. Sotto la pressione delle banche, non c’è tempo per le mediazioni, i compromessi o le dilazioni, come avveniva sotto le democrazie decadenti e oligarchiche.
Dieci sono le trasformazioni storiche che dominano l’agenda delle dittature tecnocratiche e dei loro mentori colonialisti.

1) Massicci spostamenti delle disponibilità di bilancio, dalle spese per i bisogni sociali ai pagamenti dei titoli di stato e alle rendite

2) Cambiamenti su larga scala nelle politiche di reddito, dai salari ai profitti, ai pagamenti degli interessi e alla rendita.

3) Politiche fiscali fortemente regressive, con l’aumento delle imposte sui consumi (aumento dell’IVA) e sui salari, e con la diminuzione della tassazione su detentori di titoli ed investitori.

4) Eliminazione della sicurezza del lavoro (“flessibilità del lavoro”), con l’aumento di un esercito di riserva di disoccupati a salari più bassi, intensificando lo sfruttamento della manodopera impiegata (“maggiore produttività”).

5) Riscrittura dei codici del lavoro, minando l’equilibrio di poteri tra capitale e lavoro organizzato. Salari, condizioni di lavoro e problemi di salute sono strappati dalle mani di coloro che militano nel sindacato e consegnati alle “commissioni aziendali” tecnocratiche.

6) Lo smantellamento di mezzo secolo di imprese e di istituzioni pubbliche, e privatizzazione delle telecomunicazioni, delle fonti di energia, della sanità, dell’istruzione e dei fondi pensione. Privatizzazioni per migliaia di miliardi di dollari sono sopravvenienze attive su una dimensione storica mondiale. Monopoli privati ??rimpiazzano i pubblici e forniscono un minor numero di posti di lavoro e servizi, senza l’aggiunta di nuova capacità produttiva.

7) L’asse economico si sposta dalla produzione e dai servizi per il consumo di massa nel mercato interno alle esportazioni di beni e servizi particolarmente adatti sui mercati esteri. Questa nuova dinamica richiede salari più bassi per “competere” a livello internazionale, ma contrae il mercato interno. La nuova strategia si traduce in un aumento degli utili in moneta forte ricavati dalle esportazioni per pagare il debito ai detentori di titoli di stato, provocando così maggiore miseria e disoccupazione per il lavoro domestico. Secondo questo “modello” tecnocratico, la prosperità si accumula per quegli investitori avvoltoio che acquistano lucrativamente da produttori locali finanziariamente strozzati e speculano su immobili a buon mercato.

8) La dittatura tecnocratica, per progettazione e politiche, mira ad una “struttura di classe bipolare”, in cui vengono impoverite le grandi masse dei lavoratori qualificati e la classe media, che soffrono la mobilità verso il basso, mentre si va arricchendo uno strato di detentori di titoli e di padroni di aziende locali che incassano pagamenti per interessi e per il basso costo della manodopera.

9) La deregolamentazione del capitale, la privatizzazione e la centralità del capitale finanziario producono un più esteso possesso colonialista (straniero) della terra, delle banche, dei settori economici strategici e dei servizi “sociali”. La sovranità nazionale è sostituita dalla sovranità imperiale nell’economia e nella politica.

10) Il potere unificato di tecnocrati colonialisti e di detentori imperialisti di titoli detta la politica che concentra il potere in una unica élite non-eletta.

Costoro governano, supportati da una base sociale ristretta e senza legittimità popolare. Sono politicamente vulnerabili, quindi, sempre dipendenti da minacce economiche e da situazioni di violenza fisica.

I tre stadi del governo dittatoriale tecnocratico

Il compito storico della dittatura tecnocratica è quello di far arretrare le conquiste politiche, sociali ed economiche guadagnate dalla classe operaia, dai dipendenti pubblici e dai pensionati dopo la sconfitta del capitalismo fascista nel 1945.
Il disfacimento di oltre sessanta anni di storia non è un compito facile, men che meno nel bel mezzo di una profonda crisi socio-economica in pieno sviluppo, in cui la classe operaia ha già sperimentato drastici tagli dei salari e dei profitti, e il numero dei disoccupati giovani (18 – 30 anni) in tutta l’Unione europea e nel Nord America varia tra il 25 e il 50 per cento. L’ordine del giorno proposto dai “tecnocrati” – parafrasando i loro mentori colonialisti nelle banche – consiste in sempre più drastiche riduzioni delle condizioni di vita e di lavoro. Le proposte di “austerità” si verificano a fronte di crescenti disuguaglianze economiche tra il 5% dei ricchi e il 60 % degli appartenenti alle classi subalterne tra Sud Europa e Nord Europa. Di fronte alla mobilità verso il basso e al pesante indebitamento, la classe media e soprattutto i suoi “figli ben educati”, sono indignati contro i tecnocrati che pretendono ancor di più tagli sociali. L’indignazione si estende dalla piccola borghesia agli uomini di affari e ai professionisti sull’orlo della bancarotta e della perdita di status. I governanti tecnocratici giocano costantemente sulla insicurezza di massa e sulla paura di un “collasso catastrofico”, se la loro “medicina amara” non venisse trangugiata dalle classi medie angosciate, che temono la prospettiva di sprofondare nella condizione di classe operaia o peggio.
I tecnocrati lanciano appelli alla generazione presente per sacrifici, in realtà per un suicidio, per salvare le generazioni future. Con atteggiamenti dettati all’umiltà e alla gravità, parlano di “equi sacrifici”, un messaggio smentito dal licenziamento di decine di migliaia di dipendenti e dalla vendita per miliardi di euro / dollari del patrimonio nazionale a banchieri e investitori speculatori stranieri. L’abbassamento della spesa pubblica per pagare gli interessi ai detentori di titoli e per invogliare gli investitori privati erode ogni richiamo all’”unità nazionale” e all’”equo sacrificio”. Il regime tecnocratico si sforza di agire con decisione e rapidità per imporre la sua agenda brutale regressiva, l’arretramento di sessanta anni di storia, prima che le masse abbiano tempo di sollevarsi e di cacciarli. Per precludere l’opposizione politica, i tecnocrati domandano “unità nazionale”, (l’unità di banchieri e oligarchi), l’appoggio dei partiti in disfacimento elettorale e dei loro leader e la loro sottomissione totale alle richieste dei banchieri colonialisti.
La traiettoria politica dei tecnocrati avrà vita breve alla luce dei cambiamenti sistemici draconiani e delle strutture repressive che propongono; il massimo che possono realizzare è quello di dettare e tentare di attuare le loro politiche, e poi tornarsene ai loro santuari lucrativi nelle banche estere.

Governo tecnocratico : prima fase

Con l’appoggio unanime dei mass-media e il pieno sostegno di banchieri potenti, i tecnocrati approfittano della caduta dei politici disprezzati e screditati dei regimi elettorali del passato.
Essi proiettano un’immagine pulita del governo, che parla di un regime efficiente e competente, capace di azioni decisive. Promettono di porre fine alle condizioni di vita progressivamente in deterioramento e alla paralisi politica dovuta allo scontro fra le fazioni dei partiti. All’inizio della loro assunzione di potere, i dittatori tecnocratici sfruttano il disgusto popolare, giustificato, nei confronti dei politici privilegiati “nullafacenti” per assicurarsi una misura del consenso popolare, o almeno l’acquiescenza passiva da parte della maggioranza dei cittadini, che sta annegando nei debiti e alla ricerca di un “salvatore”. Va notato che fra la minoranza politicamente più preparata e socialmente consapevole, che i banchieri ricorrano ad un “regime tecnocratico” da colonia, questo provoca poco effetto: gli appartenenti alle minoranze immediatamente identificano il regime tecnocratico come illegittimo, dato che fa derivare i suoi poteri da banchieri stranieri. Essi affermano i diritti dei cittadini e la sovranità nazionale. Fin dall’inizio, anche sotto la copertura dell’assunzione del potere in uno stato di emergenza, i tecnocrati devono affrontare un nucleo di opposizione di massa. I banchieri realisticamente riconoscono che i tecnocrati devono muoversi con rapidità e decisione.

Politiche shock dei tecnocrati : seconda fase

I tecnocrati lanciano un “100 giorni” del più eclatante e grossolano conflitto di classe contro la classe operaia dai tempi dei regimi militare / fascista. In nome del Libero Mercato, del Detentore di Titoli e dell’Empia Alleanza fra oligarchi politici e banchieri, i tecnocrati dettano editti e fanno passare leggi, immediatamente buttando sul lastrico decine di migliaia di dipendenti pubblici. Decine di imprese pubbliche sono mandate in blocco all’asta. Viene abolita la certezza del posto di lavoro e licenziare senza giusta causa diventa la legge del paese. Sono decretate imposte regressive e le famiglie vengono impoverite. La piramide del reddito complessivo viene capovolta. I tecnocrati allargano e approfondiscono le disuguaglianze e l’immiserimento. L’euforia iniziale che salutava il governo tecnocratico viene sostituita da biasimi amari. La classe media inferiore, che ricercava una risoluzione dittatoriale paternalistica della propria condizione, riconosce “un altro raggiro politico”. Come il regime tecnocratico corre a gran velocità a completare la sua missione per i banchieri stranieri, lo stato d’animo popolare inacidisce, l’amarezza si diffonde anche tra i “collaboratori passivi” dei tecnocrati. Non cadono briciole dal tavolo di un regime colonialista, imposto al potere per massimizzare il deflusso delle entrate statali a tutto vantaggio dei detentori del debito pubblico.
L’oligarchia politica compromessa cerca di far rivivere le sue fortune e “contesta” le peculiarità dello “tsunami” tecnocratico, che sta distruggendo il tessuto sociale della società.
La dimensione e la portata del programma estremista della dittatura, e il continuo accumulo di frustrazioni di massa, spaventano i collaborazionisti appartenenti ai partiti politici, mentre i banchieri li incalzano per tagli alle garanzie sociali sempre più grandi e più profondi. I tecnocrati di fronte alla tempesta popolare che sta montando cominciano a farsi piccoli e ritirarsi in buon ordine. I banchieri esigono da loro maggiore spina dorsale e offrono nuovi prestiti per “mantenerli in corsa”. I tecnocrati si dibattono in difficoltà – alternando richieste di tempo e sacrifici con promesse di prosperità “dietro l’angolo”.
Per lo più fanno assegnamento sulla mobilitazione costante della polizia e di fatto sulla militarizzazione della società civile.

Missione compiuta: guerra civile o il ritorno della democrazia oligarchica?

La riuscita dell’”esperimento” con un regime dittatoriale colonialista tecnocratico è difficile da prevedere. Una ragione è dovuta al fatto che le misure adottate sono così estreme ed estese, tali da unificare allo stesso tempo quasi tutte le classi sociali importanti (tranne la “crema” del 5%) contro di loro. La concentrazione del potere in una élite “designata” la isola ulteriormente e unifica la maggior parte dei cittadini a favore della democrazia, contro la sottomissione colonialista e governanti non eletti. Le misure approvate dai tecnocrati devono far fronte alla prospettiva improbabile della loro piena attuazione, in particolare a causa di funzionari e impiegati pubblici a cui si impongono licenziamenti, tagli di stipendio e pensioni ridotte. I tagli a tutta l’amministrazione pubblica minano le tattiche del “divide et impera”.
Data la portata e la profondità del declassamento del settore pubblico, e l’umiliazione di servire un regime chiaramente sotto tutela colonialista, è possibile che incrinature e rotture si verificheranno negli apparati militari e di polizia, soprattutto se vengono provocate sollevazioni popolari che diventano violente.
A questo punto, le giunte tecnocratiche non possono assicurare che le loro politiche saranno attuate. In caso contrario, i ricavi vacilleranno, scioperi e proteste spaventeranno gli acquirenti predatori delle imprese pubbliche. La grande spremitura ed estorsione pregiudicherà le imprese locali, la produzione diminuirà, la recessione si approfondirà. Il governo dei tecnocrati è per sua natura transitorio. Sotto la minaccia di rivolte di massa, i nuovi governanti fuggiranno all’estero presso i loro santuari finanziari. I collaborazionisti appartenenti alle oligarchie locali si affretteranno ad aggiungere miliardi di euro/dollari ai loro conti bancari all’estero, a Londra, New York e Zurigo. La dittatura tecnocratica farà ogni sforzo per riportare al potere i politici democratici oligarchici, a condizione che siano mantenute le variazioni regressive poste in essere. Il governo tecnocratico vedrà la sua fine con “vittorie di carta”, a meno che i banchieri stranieri insistano che il “ritorno alla democrazia” operi all’interno del “nuovo ordine”.
L’applicazione della forza potrebbe rivelarsi un boomerang. I tecnocrati e gli oligarchi democratici, rinnovando la minaccia di una catastrofe economica in caso di inosservanza, riceveranno un contrordine dalla realtà della miseria effettivamente esistente e dalla disoccupazione di massa.
Per milioni, la catastrofe che stanno vivendo, risultante dalle politiche tecnocratiche, prevale su qualsiasi minaccia futura. La maggioranza ribelle può scegliere di sollevarsi e rovesciare il vecchio ordine, e cogliere l’opportunità di istituire una repubblica socialista democratica indipendente.
Una delle conseguenze impreviste di imporre una dittatura di tecnocrati designati, radicalmente colonialista, è che viene cancellato il panorama politico delle oligarchie politiche parassite e si pongono le fondamenta per un taglio netto. Questo facilita il rigetto del debito e la ricostruzione del tessuto sociale per una repubblica democratica indipendente. Il pericolo grave è quello che i politici screditati del vecchio ordine tenteranno con la demagogia di impadronirsi delle bandiere democratiche delle lotte “anti-dittatoriali anti-tecnocratiche”, per rimettere in piedi quello che Marx definiva “la vecchia merda dell’ordine precedente”. Gli oligarchi politici riciclati si adatteranno al nuovo ordine “ristrutturato” dei pagamenti dell’eterno debito, come parte di un accordo per conservare il processo in corso di regressione sociale senza fine. La lotta rivoluzionaria contro i dominatori tecnocratici colonialisti deve continuare e intensificarsi per bloccare la restaurazione degli oligarchi democratici.

* James Petras colaboratore di Global Research. Professore emerito di sociologia all’università Binghamton di New York. Ultimo libro pubblicato: The Arab Revolt and the Imperialist Counter Attack, (Clarity Press, March 2011). Recente libro tradotto in italiano: USA: padroni o servi del sionismo? I meccanismi di controllo del potere israeliano sulla politica degli USA (Libro Press, 2007). Traduzione di Curzio Bettio di Soccorso Popolare di Padova  Link: http://www.resistenze.org/sito/os/mp/osmpbm30-010086.htm via comedonchisciotte