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Studiare rende più dei BOT? e chi se ne frega! (Leozappa su Formiche)

Venerdì, 4 Dicembre 2009

Studiare rende più dei Bot. Lo hanno dimostrato due economisti, Federico Cingano e Piero Cipollone, in una ricerca per la Banca d’Italia. A loro dire, in Italia il calcolo dei "rendimenti privati" dell’istruzione è pari al 9 per cento, un valore superiore a quello ottenibile con investimenti finanziari alternativi, come i Bot. Ma la vera sorpresa è che l’istruzione arreca beneficio più al Sud che nel Nord. A livello nazionale il "rendimento sociale" – ossia il vantaggio considerato dal punto di vista della collettività – è, infatti, del 7 per cento. Ma nelle Regioni dell’Obiettivo 1 (tutte le regioni meridionali escluso l’Abruzzo e il Molise) sale all’ 8 per cento. Il "pezzo di carta" mantiene quindi tutto il suo valore. Per i singoli, l’istruzione garantisce maggiori guadagni e, soprattutto nelle aree deboli del Paese e per i gruppi svantaggiati, più chance di occupazione. Indubbi i vantaggi anche per lo Stato. Una formazione adeguata aumenta la produttività complessiva, incrementa il gettito fiscale e, al contempo, determina "minori costi derivanti dall’aumento del tasso di occupazione" (F. Cingano e P. Cipollone, I rendimenti dell’Istruzione, http://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/econo/quest_ecofin_2/QF_53/QEF_53.pdf). Insomma, investire nell’istruzione conviene sia ai cittadini che allo Stato. Confesso, però, che la soddisfazione che ha accompagnato la lettura del documento (i risultati sono anticipati nel Sommario) ha presto ceduto il posto allo sgomento. A cosa serve, infatti, questa ricerca e il filone di studi che esprime? Al di là delle sicuramente meritevoli intenzioni degli studiosi e della Banca d’Italia è la dimensione ideologica nella quale si colloca il lavoro che lascia perplessi. E’ infatti teso ad accertare la "convenienza economica" dello studio. "Studiare conviene. Più dei Bot": questo è il titolo dell’articolo, a firma di Giulio Benedetti, del Corriere della Sera che dà conto della ricerca. Nel pezzo si legge: "nel periodo 1950-2000, ci ricorda la ricerca, la media annuale del rendimento reale lordo di un investimento azionario è stata del 5,2 per cento, quella del rendimento dei titoli non azionari (dai Bot ai bond societari) dell’ 1,9, infine, quella del portafoglio di un investitore ‘tipo’ del 3.6. Meglio investire nell’istruzione, dunque" (Corsera, 8 novembre 2009, p. 20).  In altri termini, cari Italiani quando dovete valutare dove investire i vostri denari sappiate che tra le diverse opzioni (azioni, bond, Bot, etc.) è l’istruzione che si aggiudica il palmares. Pertanto, non abbiate dubbi: mandate i vostri figli all’università perché è un affare, nel tempo ci guadagnerete. Caro Stato, i tagli alla spesa nel settore dell’istruzione sono un clamoroso errore perchè i fondi destinati all’università e alla ricerca garantiscono un rendimento che non ha pari. Ma l’istruzione può essere trattata alla stregua di un investimento? Ha senso misurarne i vantaggi economici per i singoli e la collettività? Grazie a Dio, la ricerca della Banca d’Italia ha dato risultati più che positivi. Ma immaginiamo, solo per un attimo, lo scenario contrario. Se far studiare i figli dovesse equivalere a buttar soldi, che insegnamento avremmo dovuto trarne? Qui non si tratta di mettere in discussione l’assioma su cui si fonda la  

scienza moderna, per il quale la stessa non è responsabile delle conseguenze che derivano dai risultati che raggiunge. Piuttosto, mi preme evidenziare come considerando l’istruzione alla stregua di un investimento da misurare e confrontare comparativamente con le altre opzioni a disposizione sul mercato, l’istruzione – e, più in generale, l’educazione – perde di sacralità. Attraverso l’educazione l’umanità preserva la sua sapienza e la sua memoria e, dunque, tradizionalmente costituisce un dovere che segna il passaggio del testimone dalle vecchie alle nuove generazioni. Il termine educazione viene dal latino e-ducere, che significa condurre fuori, liberare: liberare quelle facoltà intellettuali e qualità morali che sono dell’uomo e che una istruzione adeguata consente di coltivare in modo da favorire lo sviluppo della persona. Ma se si ammette, anche solo come ipotesi di studio, che l’istruzione possa essere valutata secondo le logiche che presiedono all’acquisito di una azione, è difficile poi evitare la tentazione di sottoporre l’intero processo educativo al calcolo di convenienza che informa l’agire dell’ homo oeconomicus. E se oggi la ricerca della Banca d’Italia ci dice che il saldo è positivo, nessuno può garantirlo per il futuro. E allora cosa accadrà? D’altro canto, c’è poco di che sorprendersi. Oggi gli insegnamenti delle università sono nominati come "offerta formativa" e il rapporto tra università e studenti ha la sua unità di misura in crediti e debiti formativi. Diceva Gramsci: "ogni linguaggio contiene gli elementi di una concezione del mondo"; e non è difficile comprendere in quale concezione sia rimasta incastrata l’università italiana. Il ministro Gelmini ha appena presentato in Parlamento un progetto di riforma del settore. Il cammino è ancora lungo, ma i consensi iniziano ad arrivare. "Un’istituzione è una macchina, e tutta la sua struttura e il suo funzionamento devono essere prefissati in vista dello scopo che ci si aspetta da essa. In altre parole: il fondamento della riforma universitaria consiste nell’indovinare pienamente la sua missione". Queste le parole con cui Ortega Y Gasset affrontava, ai primi anni ‘80, la riforma dell’università spagnola. Oggi, l’iniziativa del ministro Gelmini offre una magnifica possibilità per ripensare ab origine il sistema educativo del nostro Paese. Ma tutto dipenderà dalla volontà di recepire con pienezza il semplice, folgorante vocabolo adoperato da Ortega: missione, che evoca una concezione del mondo nel quale l’istruzione non potrà mai essere subordinata al calcolo di convenienza economica.    

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Riforma dell’Università – ecco il testo del disegno di legge Gelmini

Domenica, 8 Novembre 2009

DISEGNO DI LEGGE

Art. 1.

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Tornello per i docenti universitari – pronta la riforma della Gelmini

Venerdì, 23 Ottobre 2009

Potrebbe arrivare stamattina il via libera sul disegno di legge del ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini di riforma dell’università. Si è lavorato fino a tardi ieri sera nel tentativo di arrivare ad un testo concordato fra tutti i ministeri competenti, per armonizzare i rilievi che sono arrivati dal ministro dell’Economia Giulio Tremonti ma anche da quello della Funzione Pubblica Renato Brunetta. 

Il testo è in gestazione da almeno otto mesi. Le novità più rilevanti riguardano l’orario dei docenti e il futuro dei ricercatori. I docenti dovranno lavorare almeno 1500 ore l’anno, di cui 350 dedicate alla didattica e all’assistenza degli studenti per i docenti di ruolo e 250 nel caso di docenti a tempo definito. Sono cifre che più o meno rispecchiano già alcune norme esistenti, anche se quasi dimenticate. 

La vera novità è un’altra, e provocherà forti resistenze di una parte del mondo universitario. Il disegno di legge prevede «forme di verifica dell’attività didattica» e dell’«impegno per l’attività scientifica». Il disegno di legge si ferma qui ma quello che intende è un panorama fosco fatto di tornelli, cartellini o chissà quale altra forma di giustificazione delle 1500 ore, che renderà difficile la vita dei docenti. Sarà un decreto delegato che sarà emanato in seguito a entrare nei dettagli. 

Il disegno di legge, poi, interrompe senza troppe cerimonie le speranze di chi un giorno vorrebbe diventare ricercatore: tra sei o sette anni la categoria non esisterà più. Nel frattempo si bandiranno ancora concorsi per esaurire i diritti acquisiti, di sicuro tutti quelli ancora in attesa da quando ministro dell’Università era ancora Fabio Mussi. 

Il provvedimento è snello, poco generoso in dettagli sulle novità, dalle regole sulle commissioni d’esame a tutto ciò che riguarderà la qualità e l’efficienza del sistema. Saranno i decreti delegati in seguito a occuparsene. 

Si sa però che i rettori avranno un mandato di non oltre 8 anni, e forse si troverà anche il modo di evitare che la norma possa essere aggirata come finora è accaduto. E sarà adottato un codice etico per evitare incompatibilità e conflitti di interessi legati a parentele. 

Gli atenei avranno la possibilità di fondersi tra loro per evitare duplicazioni. L’unione potrà avvenire su base federativa, tra università vicine, o anche in relazione a singoli settori di attività, per aumentare la qualità, evitare le duplicazioni e abbattere i costi. 

I bilanci dovranno rispondere a criteri di maggiore trasparenza (attualmente non calcolano, ad esempio, la base di patrimonio degli atenei). I settori scientifico-disciplinari passeranno dagli attuali 370 a circa la metà (con una consistenza minima di 50 ordinari per settore). 

Ci sarà una distinzione netta di funzioni tra Senato accademico e Cda: il Senato avanzerà proposte di carattere scientifico, ma sarà il Cda ad avere la responsabilità chiara delle spese, delle assunzioni e delle spese di gestione (anche delle sedi distaccate). Sarà ridotto il numero di membri sia del Senato (al massimo 35 contro gli oltre 50 di oggi) sia del Cda (11 invece di 30). Il Cda avrà il 40% di membri esterni e sarà rafforzata la rappresentanza studentesca (questo anche nel Senato). Un direttore generale prenderà il posto dell’attuale direttore amministrativo e avrà compiti di un vero e proprio manager dell’ateneo. Infine, il nucleo di valutazione d’ateneo sarà a maggioranza composto da esterni. E soltanto i docenti migliori potranno avere diritto agli scatti di stipendio. 

Il cammino del disegno di legge non è stato facile finora, ma non lo sarà nemmeno in seguito. Il primo alt è arrivato proprio dall’interno della maggioranza. Maurizio Gasparri del Pdl ha chiesto una pausa «di riflessione «soprattutto con la componente studentesca, perchè bisogna evitare un processo di privatizzazione che possa danneggiare il diritto allo studio. Gli orientamenti sin qui emersi nel centrodestra sono ampiamente condivisibili e rassicuranti, ma prima che il governo si esprima è necessario un momento di riflessione». 

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Nessun rettore si è dimesso dopo la bocciatura della Gelmini

Martedì, 28 Luglio 2009

numerose università (soprattutto del sud) sono state bocciate dalla graduatoria diffusa dal ministero gelmini, ma nessun rettore si è dimesso.

Brunetta il copione – scoop dell’Espresso sulla carriera universitaria del ministro antifannulloni

Venerdì, 13 Febbraio 2009

Non sarà un fannullone, ma un po’ copione sì. Il ministro della Funzione pubblica Renato Brunetta, docente di Economia, ha pubblicato nel 1987 (editore Marsilio), assieme ad Alessandra Venturini, una delle sue (poche) opere scientifiche, ?Microeconomia del lavoro?.

Ora che il politico veneziano ha toccato i vertici della notorietà, non lesinando le critiche ai dipendenti pubblici nullafacenti, insegnanti inclusi, qualche suo (ex) collega è andato a riprendesi il trattatello. E ha scoperto, già a un primo sguardo, che interi brani erano letteralmente tradotti o parafrasati, e numerosi grafici ricopiati pari pari, da un più noto testo americano del 1980 (?Labor Economics?, prima edizione del 1970, edito da Prentice-Hall, Inc.) dei professori Belton M. Fleisher e Thomas J. Kniesner .

Qualche esempio? A pagina 96 del Brunetta-Venturini c’è la copia identica, con gli stessi valori numerici, della figura pubblicata a p. 50 del Fleisher-Kniesner; grafici plagiati si trovano anche alle pagine 104, 108, 112, 240, 242, 243, 245 del manuale italiano; a p. 100 alcune righe sono puntualmente tradotte dal testo Usa (p. 50); a p. 101 c’è una riga tradotta e un lungo brano parafrasato da p. 56 del volume d’oltreoceano; a pagina 153 c’è una nota con citazioni bibliografiche identica alla nota di p. 87 del testo americano; e via elencando. Fin qui al peccato brunettiano si può concedere un’attenuante: il suo libro non è un’opera scientifica da Nobel (anche se lui va in giro dicendo di essere uno dei più bravi economisti del lavoro ?d’Italia, anzi d’Europa?) ma un manuale: inevitabili i debiti di riconoscenza verso gli autori che l’hanno preceduto sullo stesso terreno.

Ma c’è anche un’aggravante assai più pesante: nell’amplissima bibliografia contenuta nel suo volume Brunetta si ?dimentica? di citare ?Labor Economics?. Dimenticanza imperdonabile, specie dopo un così esteso saccheggio

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Perchè l’Università gratis per le donne gravide?

Mercoledì, 17 Dicembre 2008

A Padova se aspetti un bimbo non paghi le tasse universitarie. Lo leggiamo su il Giornale. La decisione sarebbe stata presa dal Senato accademico. Non ne capiamo la ragione. E’ un premio? non spetta all’università aumentare la natalità nè curare la sessualità delle studentesse. E’ un incentivo? idem. L’unica spiegazione è che l’Università abbia voluto evitare il rischio che le studentesse incinta vadano via. la loro uscita verrebbe considerata come abbandono e quindi l’università risulterebbe penalizzata nelle valutazioni ministeriali per i finanziamenti. Insomma dietro un grande gesto, solo mero quattrino.

33 Università senza matricole

Giovedì, 11 Dicembre 2008

Zero, zero, zero, zero, zero… È tutta lì, la fotografia della follia dell’Università italiana. Nella ripetizione per 33 volte, nella casella «immatricolati» di altrettanti «atenei» distaccati, del numero «0». Neppure un nuovo iscritto. Manco uno. Prova provata che la decisione megalomane e cocciuta di volere a tutti i costi almeno un corso di laurea sotto il campanile era totalmente sballata. Il dato, che conferma le denunce più allarmate, è contenuto nel Rapporto annuale 2008 sul nostro sistema universitario.
Il rapporto (i cui dati sono del 2007, qua e là aggiornati fino alla primavera scorsa) viene presentato oggi da Mariastella Gelmini. E possiamo scommettere che accenderà un dibattito infuocato. Perché delle due l’una: o queste cifre sono corrette (e se è così in molti casi serve un lanciafiamme) o lo sono solo in parte. E in questo caso il quadro sarebbe paradossalmente ancora più grave. Ogni numero del documento, infatti, risulta ufficialmente fornito alla banca dati del Miur dagli stessi atenei. Il rapporto, si capisce, offre una carrellata su un sacco di cose. Dice che gli studenti stranieri sono al massimo il 7,1% (a Trieste) e si inabissano allo 0,1 a Messina. Riconosce che la spesa media per ogni giovane iscritto negli atenei statali è di 8.032 euro contro i 15.028 che vengono spesi in Austria o i 23.137 in Svizzera. Spiega che siamo «al terzo posto al mondo, e addirittura al primo in Europa, per accessibilità, cioè per il numero di università (e relativi studenti) che si trovano tra le prime 500 università», ma che al contrario scivoliamo al 30˚ «per Flagship, ovvero per la qualità delle primissime università». Denuncia che le spese per il personale sono passate dal 2001 al 2006 da 5 miliardi e 764 milioni di euro a quasi 8 miliardi. Annota che l’età media dei docenti si è inesorabilmente alzata ancora.

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Lo studente che si trasformò in titolo di borsa

Lunedì, 8 Dicembre 2008

Gli investitori alla disperata ricerca di un bene rifugio su cui puntare in questi tempi di incertezze finanziarie hanno ora una nuova alternativa. Non avrà certo l’appeal dell’oro, né il fascino dei diamanti. Eppure promette un investimento piuttosto sicuro con, in più, la certezza di fare anche qualcosa per il prossimo. Il bene in questione è infatti uno studente.

Per finanziarsi gli studi di economia, Florian Lucke ha deciso di mettere in vendita quote di se stesso e del proprio futuro. Se riuscirà a laurearsi e a trovare un lavoro, gli investitori privati che hanno scommesso su di lui, mettendogli a disposizione un capitale iniziale, otterranno una parte del suo stipendio. Florian Lucke si è così trasformato nel primo titolo in carne e ossa in Germania.

L’idea dello «studente-azione» arriva dall’Università di St. Gallen, in Svizzera, uno dei più rinomati atenei in Europa nel campo delle scienze economiche. Alla fine del 2000, poco dopo essersi iscritto, lo studente tedesco Lars Stein si rese conto che il costo della vita in Svizzera era sensibilmente più alto che in Germania, che ottenere una borsa di studio era impossibile e trovare un lavoro non era così semplice come pensava. Fu dunque costretto a inventarsi qualcosa. È così che, dopo aver sentito alla radio di una giovane artista che si autofinanziava i corsi vendendo le sue opere future, nacque la «Lars Stein Aktie» (Azione Lars Stein). Stein divise in 600 parti il suo ipotetico stipendio futuro e mise in vendita ognuna di queste parti o «azioni». In pochi mesi riuscì a venderne 250 al prezzo di 60 euro l’una, restando così azionista di maggioranza di se stesso. Nel 2004, ottenuta la laurea, Stein fece un aumento di capitale per finanziare il dottorato di ricerca, distribuendo azioni del costo di 100 euro l’una. «Chi ha puntato su di me all’inizio e ha comprato per 60 euro è stato molto contento», scherza oggi.

In base al contratto firmato, ognuno degli investitori ha diritto alla restituzione dell’intero capitale iniziale e al pagamento, un giorno e una sola volta, di una quota dello stipendio di Stein corrispondente al numero di azioni possedute. «Certo, è un investimento a rischio – ammette il dottorando -. Però è abbastanza sicuro».

A lui, finora, ha garantito ventimila euro. L’idea è sembrata funzionare a tal punto che da quell’esperienza è nata in Svizzera una vera e propria associazione (studienaktie.org). Chi vuole può registrarsi sul sito e compilare un «business plan» («Noi preferiamo chiamarlo "progetto di vita"», precisa Stein). Si tratta di una descrizione dettagliata di se stessi e degli obiettivi che si vogliono raggiungere nella vita. In base a questo programma, gli investitori decidono chi sostenere.

Attualmente sono circa cinquanta i ragazzi in lista d’attesa e tre quelli aiutati a pagarsi gli studi: una studentessa svizzera di sociologia che sta effettuando ricerche in Congo, un giovane elvetico che si sta specializzando in terapie alternative e Florian Lucke, che al telefono spiega: «No, non mi sento né un’azione vivente, né un oggetto di investimento, bensì una persona normale». Le sue azioni puntano a una redditività del 5%, con cui finora è riuscito ad attirare quattro investitori: due docenti universitari e un dipendente di un’associazione caritatevole cristiana.

Il quarto è lo stesso Stein, che, attraverso di lui, vuole testare il sistema anche in Germania, prima di lanciare, a gennaio, un’associazione-gemella tedesca. Grazie ai quattro mecenati Lucke è riuscito a racimolare 8.500 euro. Un capitale fondamentale per proseguire gli studi, visto che un solo semestre all’università privata cui è iscritto, la Zeppelin University di Friedrichshafen, costa 4.000 euro. Il vantaggio del progetto, chiarisce, è anche un altro: gli investitori non si limitano a finanziare i suoi studi, ma sono anche disposti a dargli consigli concreti per centrare i suoi obiettivi. Del resto, tanto più guadagnerà in futuro, tanto più elevato sarà il loro ritorno economico. Lucke concluderà gli studi il prossimo anno. Il contratto della «Lucke Aktie» prevede che i quattro investitori debbano aspettare almeno fino al 2013 per incassare i dividendi. Chissà che un giorno lo studente di economia di Berlino non diventi come Wendelin Wiedeking, l’amministratore delegato di Porsche che, secondo stime non confermate, guadagna 80 milioni di euro. All’anno. «No, no – frena lui -. Il mio sogno è piuttosto quello di fondare a Città del Capo una banca specializzata nel campo sociale».

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Tutte all’Università per fare le squillo

Martedì, 2 Dicembre 2008

Alessandro Calderoni è giornalista e ha pubblicato recentemente "Il mestiere più antico del mondo". Nato da un’indagine per conto di un settimanale, il libro è stato (parole di Calderoni) una scoperta sconvolgente. Ecco qualche ritratto: poco più di vent’anni, tra un esame e l’altro all’Accademia di Belle Arti,Virginia ha seguito la sua passione per il denaro in un tunnel di sesso e incontri sbagliati. Gabriele è un gigolo gentile, che di mattina frequenta i corsi di Lingue. Laura vendeva il suo corpo; ora, con una laurea in tasca,vende immagini del suo corpo online. Dalia gestisce un sito hard a pagamento con uno dei suoi docenti universitari. Sa, violinista e futuro farmacista, si esibisce sul web con il suo fidanzato. Debora, terzo anno di Architettura, fa la camgirl per pagarsi l’affitto a Venezia. Punti in comune: tutti usano internet per guadagnare vendendo se stessi, o un personaggio che hanno creato; tutti sono – anche – studenti. Attraverso decine di messaggi pescati dal magma infinito della rete e le storie dei protagonisti che hanno accettato di raccontarsi, l’autore si fa strada nei labirinti di un fenomeno tutto nuovo, in bilico tra reale e virtuale, corpo e immagine, carne e pixel, ipocrisia e trasgressione, fantasie e vita. E nel linguaggio di acquirenti e compratori scopre i bisogni, le esigenze, le risorse e le difficoltà inedite di un’epoca che con i new media si esprime ma, soprattutto, si trasforma.

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Prof, la pacchia è finita!

Domenica, 23 Novembre 2008

Dimezzare gli aumenti di stipendio biennali per il professore che non fa ricerca. E non solo. Il docente universitario che non produce pubblicazioni scientifiche verrà automaticamente escluso dalle commissioni di valutazione per il reclutamento e anche dalla ripartizione dei fondi del ministero destinati ai progetti di ricerca di rilevanza internazionale (Prin). È pronta una decisa sterzata nella direzione della meritocrazia per gli Atenei italiani grazie agli emendamenti al decreto sull’università presentati al Senato dal relatore del provvedimento, Giuseppe Valditara. Il decreto licenziato il 6 novembre scorso dal governo e firmato dal ministro Mariastella Gelmini, contiene disposizioni urgenti per il diritto allo studio, la valorizzazione del merito e la qualità del sistema universitario e della ricerca. Al momento si trova in commissione Istruzione a Palazzo Madama e qui sono stati depositati una serie di emendamenti messi a punto dal senatore Valditara che avrebbero già trovato piena condivisione da parte della maggioranza e del governo. Quello più significativo, e che non mancherà di provocare reazioni contrastanti nella categoria, riguarda la valutazione dell’attività di ricerca. Inserito dopo l’articolo 3, prevede che gli scatti biennali destinati a maturare a partire dal 1° gennaio 2011 (non prima, altrimenti avrebbe un profilo incostituzionale) siano «disposti previo accertamento da parte dell’autorità accademica della effettuazione nel biennio precedente di pubblicazioni scientifiche». Il blocco dell’automatismo degli scatti in molti dei settori del pubblico impiego, e anche per i magistrati, è un argomento all’ordine del giorno nel centrodestra che cerca la via più diretta per riportare efficienza e qualità nei servizi. Il nodo più difficile da sciogliere appare proprio quello legato alla valutazione del merito: chi e come deve giudicare? Nel caso degli accademici i criteri per valutare, in modo obiettivo, il carattere scientifico delle pubblicazioni saranno stabiliti in un decreto ad hoc, dopo aver sentito gli organismi competenti, il Consiglio universitario nazionale (Cun) e il Comitato di indirizzo per la valutazione della Ricerca (Civr). E per i professori che non avranno pubblicazioni scientifiche di rilievo nel biennio precedente lo scatto verrà diminuito della metà. L’assenza di produzione scientifica di rilievo poi avrà una ricaduta non soltanto economica ma anche sul prestigio accademico. I professori di prima e seconda fascia ed i ricercatori che nei cinque anni precedenti non abbiano effettuato pubblicazioni scientifiche saranno esclusi sia dalla ripartizione dei fondi Prin sia dalla partecipazione alle commissioni di valutazione comparativa per il reclutamento rispettivamente di professori di prima e seconda fascia e di ricercatori. «Un docente estraneo al dibattito scientifico non ha titolo per giudicare i candidati», commenta il senatore Valditara. Sul fronte della richiesta di trasparenza agli Atenei da parte del governo un altro emendamento riguarda la pubblicità delle attività di ricerca delle Università. In sostanza si impone al rettore di presentare alla fine di ogni anno «una relazione concernente i risultati delle attività di ricerca, di formazione e di trasferimento tecnologico nonché i finanziamenti ottenuti da soggetti pubblici e privati». Tutti i dati dovranno essere pubblicati sul sito dell’Ateneo e trasmessi al governo. Dove sta la novità? Chi non li pubblicherà subirà una pesante ricaduta sui finanziamenti perché il non averli resi noti comporterà una stretta sulle risorse che verranno messe a disposizione sia per quanto riguarda il fondo ordinario sia per quello straordinario. «Questi dati – osserva Valditara – saranno utilissimi anche agli studenti per valutare la qualità dell’Ateneo al quale ci si vuole iscrivere: il livello della produzione scientifica, la capacità di intessere proficui rapporti col mondo dell’impresa». Dal prossimo anno poi si definirà con un decreto la costituzione di un’Anagrafe nazionale nominativa di professori ordinari ed associati e dei ricercatori contenente «per ciascun soggetto l’elenco delle pubblicazioni scientifiche prodotte». L’Anagrafe sarà aggiornata ogni anno e soprattutto sarà obbligatoria.

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