Studiare rende più dei BOT? e chi se ne frega! (Leozappa su Formiche)
Venerdì, 4 Dicembre 2009Studiare rende più dei Bot. Lo hanno dimostrato due economisti, Federico Cingano e Piero Cipollone, in una ricerca per la Banca d’Italia. A loro dire, in Italia il calcolo dei "rendimenti privati" dell’istruzione è pari al 9 per cento, un valore superiore a quello ottenibile con investimenti finanziari alternativi, come i Bot. Ma la vera sorpresa è che l’istruzione arreca beneficio più al Sud che nel Nord. A livello nazionale il "rendimento sociale" – ossia il vantaggio considerato dal punto di vista della collettività – è, infatti, del 7 per cento. Ma nelle Regioni dell’Obiettivo 1 (tutte le regioni meridionali escluso l’Abruzzo e il Molise) sale all’ 8 per cento. Il "pezzo di carta" mantiene quindi tutto il suo valore. Per i singoli, l’istruzione garantisce maggiori guadagni e, soprattutto nelle aree deboli del Paese e per i gruppi svantaggiati, più chance di occupazione. Indubbi i vantaggi anche per lo Stato. Una formazione adeguata aumenta la produttività complessiva, incrementa il gettito fiscale e, al contempo, determina "minori costi derivanti dall’aumento del tasso di occupazione" (F. Cingano e P. Cipollone, I rendimenti dell’Istruzione, http://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/econo/quest_ecofin_2/QF_53/QEF_53.pdf). Insomma, investire nell’istruzione conviene sia ai cittadini che allo Stato. Confesso, però, che la soddisfazione che ha accompagnato la lettura del documento (i risultati sono anticipati nel Sommario) ha presto ceduto il posto allo sgomento. A cosa serve, infatti, questa ricerca e il filone di studi che esprime? Al di là delle sicuramente meritevoli intenzioni degli studiosi e della Banca d’Italia è la dimensione ideologica nella quale si colloca il lavoro che lascia perplessi. E’ infatti teso ad accertare la "convenienza economica" dello studio. "Studiare conviene. Più dei Bot": questo è il titolo dell’articolo, a firma di Giulio Benedetti, del Corriere della Sera che dà conto della ricerca. Nel pezzo si legge: "nel periodo 1950-2000, ci ricorda la ricerca, la media annuale del rendimento reale lordo di un investimento azionario è stata del 5,2 per cento, quella del rendimento dei titoli non azionari (dai Bot ai bond societari) dell’ 1,9, infine, quella del portafoglio di un investitore ‘tipo’ del 3.6. Meglio investire nell’istruzione, dunque" (Corsera, 8 novembre 2009, p. 20). In altri termini, cari Italiani quando dovete valutare dove investire i vostri denari sappiate che tra le diverse opzioni (azioni, bond, Bot, etc.) è l’istruzione che si aggiudica il palmares. Pertanto, non abbiate dubbi: mandate i vostri figli all’università perché è un affare, nel tempo ci guadagnerete. Caro Stato, i tagli alla spesa nel settore dell’istruzione sono un clamoroso errore perchè i fondi destinati all’università e alla ricerca garantiscono un rendimento che non ha pari. Ma l’istruzione può essere trattata alla stregua di un investimento? Ha senso misurarne i vantaggi economici per i singoli e la collettività? Grazie a Dio, la ricerca della Banca d’Italia ha dato risultati più che positivi. Ma immaginiamo, solo per un attimo, lo scenario contrario. Se far studiare i figli dovesse equivalere a buttar soldi, che insegnamento avremmo dovuto trarne? Qui non si tratta di mettere in discussione l’assioma su cui si fonda la
scienza moderna, per il quale la stessa non è responsabile delle conseguenze che derivano dai risultati che raggiunge. Piuttosto, mi preme evidenziare come considerando l’istruzione alla stregua di un investimento da misurare e confrontare comparativamente con le altre opzioni a disposizione sul mercato, l’istruzione – e, più in generale, l’educazione – perde di sacralità. Attraverso l’educazione l’umanità preserva la sua sapienza e la sua memoria e, dunque, tradizionalmente costituisce un dovere che segna il passaggio del testimone dalle vecchie alle nuove generazioni. Il termine educazione viene dal latino e-ducere, che significa condurre fuori, liberare: liberare quelle facoltà intellettuali e qualità morali che sono dell’uomo e che una istruzione adeguata consente di coltivare in modo da favorire lo sviluppo della persona. Ma se si ammette, anche solo come ipotesi di studio, che l’istruzione possa essere valutata secondo le logiche che presiedono all’acquisito di una azione, è difficile poi evitare la tentazione di sottoporre l’intero processo educativo al calcolo di convenienza che informa l’agire dell’ homo oeconomicus. E se oggi la ricerca della Banca d’Italia ci dice che il saldo è positivo, nessuno può garantirlo per il futuro. E allora cosa accadrà? D’altro canto, c’è poco di che sorprendersi. Oggi gli insegnamenti delle università sono nominati come "offerta formativa" e il rapporto tra università e studenti ha la sua unità di misura in crediti e debiti formativi. Diceva Gramsci: "ogni linguaggio contiene gli elementi di una concezione del mondo"; e non è difficile comprendere in quale concezione sia rimasta incastrata l’università italiana. Il ministro Gelmini ha appena presentato in Parlamento un progetto di riforma del settore. Il cammino è ancora lungo, ma i consensi iniziano ad arrivare. "Un’istituzione è una macchina, e tutta la sua struttura e il suo funzionamento devono essere prefissati in vista dello scopo che ci si aspetta da essa. In altre parole: il fondamento della riforma universitaria consiste nell’indovinare pienamente la sua missione". Queste le parole con cui Ortega Y Gasset affrontava, ai primi anni ‘80, la riforma dell’università spagnola. Oggi, l’iniziativa del ministro Gelmini offre una magnifica possibilità per ripensare ab origine il sistema educativo del nostro Paese. Ma tutto dipenderà dalla volontà di recepire con pienezza il semplice, folgorante vocabolo adoperato da Ortega: missione, che evoca una concezione del mondo nel quale l’istruzione non potrà mai essere subordinata al calcolo di convenienza economica.

Alessandro Calderoni è giornalista e ha pubblicato recentemente "Il mestiere più antico del mondo". Nato da un’indagine per conto di un settimanale, il libro è stato (parole di Calderoni) una scoperta sconvolgente. Ecco qualche ritratto: poco più di vent’anni, tra un esame e l’altro all’Accademia di Belle Arti,Virginia ha seguito la sua passione per il denaro in un tunnel di sesso e incontri sbagliati. Gabriele è un gigolo gentile, che di mattina frequenta i corsi di Lingue. Laura vendeva il suo corpo; ora, con una laurea in tasca,vende immagini del suo corpo online. Dalia gestisce un sito hard a pagamento con uno dei suoi docenti universitari. Sa, violinista e futuro farmacista, si esibisce sul web con il suo fidanzato. Debora, terzo anno di Architettura, fa la camgirl per pagarsi l’affitto a Venezia. Punti in comune: tutti usano internet per guadagnare vendendo se stessi, o un personaggio che hanno creato; tutti sono – anche – studenti. Attraverso decine di messaggi pescati dal magma infinito della rete e le storie dei protagonisti che hanno accettato di raccontarsi, l’autore si fa strada nei labirinti di un fenomeno tutto nuovo, in bilico tra reale e virtuale, corpo e immagine, carne e pixel, ipocrisia e trasgressione, fantasie e vita. E nel linguaggio di acquirenti e compratori scopre i bisogni, le esigenze, le risorse e le difficoltà inedite di un’epoca che con i new media si esprime ma, soprattutto, si trasforma. 
