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L’Anvur dà i numeri

Lunedì, 5 Agosto 2013

È recente l’uscita della prima classifica delle università italiane redatta da Anvur, l’agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca; l’ente pubblico, vigilato dal Ministero dell’istruzione, che ha il compito di valutare gli atenei statati e privati destinatari di finanziamenti pubblici. Peccato che quella classifica sia piena di buchi e priva di un fondamento scientifico degno di questo nome. Come ha scoperto e dimostrato la rivista Roars c’è più di qualcosa che non va, a cominciare appunto dalle cifre. Andiamo per ordine. I dati sulle pagelle degli atenei che Anvur ha diffuso alla stampa sono diversi da quelle desumibili dal rapporto finale.
La duplicazione delle classifiche sembra essere un tratto distintivo di questa prima graduatoria: infatti, anche le classifiche dei dipartimenti diffuse alla stampa non trovano riscontro nelle relazioni finali degli esperti della valutazione. Anomalie che trovano conferma in un comunicato dell’Anvur che annuncia aggiornamenti, motivati dalla necessità di sanare le incongruenze tra le diverse classifiche dei dipartimenti attualmente in circolazione. Un vero e proprio pasticcio accademico a cui il direttore dell’agenzia, Roberto Torrini, cerca di metterci una toppa: “In maniera erronea, si è creata confusione. Era di più facile comprensione per la stampa. Si tratta di una preassegnazione dei fondi ministeriali tra le 14 aree disciplinari che hanno partecipato alla valutazione della ricerca. Essere primo, secondo o terzo in queste classifiche non conta nulla a meno che il ministro decida di dare tutti i fondi ai primi cinque atenei” (forse non conterà nulla, ma allora perché spendere centinaia di milioni di euro – 300 secondo alcune stime – per uno studio se alla fine non conta nulla chi vince?)

Le contraddizioni
Sta di fatto che le due classiche, quella fornita ai giornalisti e quella ufficiale pubblicata sul sito, ha prodotto una confusione megagalattica. Alla stampa è stata consegnata una graduatoria con tanto di bollini verdi per gli atenei «virtuosi» e bollini rossi per quelli “non virtuosi”. Nel rapporto ufficiale invece emerge un altro scenario, dove dodici atenei si scambiano il posto. Per alcuni giorni si è creduto che atenei come quelli di Pisa, Modena e Reggio Emilia, Parma e Camerino fossero finiti dietro la lavagna, mentre in realtà meritano la sufficienza piena. Viceversa, Roma Tre e Tor Vergata, Macerata e Napoli Orientale, Bergamo, l’università per stranieri di Siena e quella di Castellanza che la stampa ha creduto “virtuose”, nella relazione finale sono da bollino rosso. Nella categoria piccoli atenei il sant’Anna di Pisa, diretto sino a poco tempo fa dall’attuale ministro Maria Chiara Carrozza ha ottenuto sui giornali la prima posizione per scienze agrarie e scienze politiche, seconda per ingegneria e per area economica e statistica. Nella relazione Anvur, quella pubblicata sul sito, però è solo quinta.

Cosa succede all’estero
L’agenzia di valutazione inglese, che può vantare una consolidata esperienza nel settore, si rifiuta categoricamente di fornire classifiche di atenei e di dipartimenti. Esistono, infatti, basilari ragioni tecniche che sconsigliano di avventurarsi su questo terreno, prima fra tutte la difficoltà, se non l’impossibilità di confrontare istituzioni di dimensioni diverse. Ed è proprio su questo punto che l’anvur è inciampata, dal momento in cui le classifiche in contraddizione tra loro nascono proprio dall’uso di diverse definizioni dei segmenti dimensionali che contraddistinguono atenei o dipartimenti piccoli-medi-grandi.
La produzione maldestra di classifiche che si smentiscono a vicenda mostra la fragilità di questo strumento, poco o per nulla scientifico, e mette a nudo le carenze scientifiche e culturali del consiglio direttivo dell’agenzia. Sarebbe sufficiente questo per mettere una pietra sopra la volontà di stilare classifiche. La cosa certà è che quelle elaborate da Anvur sono poco significative perché dipendono dalle dimensioni degli atenei e da molti fattori che misurano la capacità di attrarre risorse esterne o di istituire collegamenti internazionali ad esempio. Aldilà delle pagelle, dei promossi e dei bocciati chi davvero decide a chi distribuire le poco risorse disponibili è solo la politica. La stessa che ha creato l’Anvur e la stessa che ne ha nominato i componenti. a. koveos lanotizia.it

La Cattolica, il giuramento “con riserva interiore”

Lunedì, 17 Settembre 2012

Ottantuno anni fa, per l’esattezza il 28 agosto 1931, veniva promulgato il Regio Decreto n. 1227, recante «Disposizioni urgenti sull’Istruzione superiore». Si tratta proprio di quel provvedimento normativo che conteneva il famigerato articolo 18, ovvero l’obbligo per i docenti universitari di prestare giuramento al potere politico, quale conditio sine qua non per poter accedere alla cattedra o per poterla mantenere. Un odioso ricatto perpetrato attraverso la seguente formula: «Giuro di essere fedele al Re, ai suoi reali successori e al Regime Fascista, di osservare lealmente lo Statuto e le altre leggi dello Stato, di osservare l’ufficio di insegnante e adempiere tutti i doveri accademici col proposito di formare cittadini operosi, probi e devoti alla Patria e al Regime Fascista. Giuro che non appartengo né apparterrò ad associazioni o partiti, la cui attività non si concili coi doveri del mio ufficio». Pare che in tutta Italia furono solo una quindicina, su oltre milleduecento, i docenti che ebbero il coraggio di rifiutare il giuramento di fedeltà al fascismo, perdendo così la cattedra universitaria. 
Chi ritenga che tale episodio possa essere riferibile solo ad un triste e lontano passato, è subito servito. Le ideologie mutano i contenuti, ma non i metodi. Imperando nell’Italia 2012 la dittatura del relativismo, i docenti universitari sono ora sottoposti ad altre formule di giuramento, onde garantirsi o mantenersi la relativa cattedra. Accade ad un giovane docente dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, al quale viene draconianamente imposta la sottoscrizione del Codice Etico del medesimo Ateneo, per poter accedere alla possibilità d’insegnamento. Senza adesione ai principi del Codice, nessuna lettera d’incarico.
Essendo il giovane aspirante docente di fede cattolica, apostolica, romana (capita che ve ne siano anche presso l’Università Cattolica di Milano), egli nutre forti dubbi circa il contenuto del documento che è tenuto obbligatoriamente a sottoscrivere. La propria coscienza impedisce un’adesione acritica per le seguenti ragioni.
1) Non condivide il fatto che in tutte le trenta pagine che costituiscono tale Codice Etico, non si faccia, neppure una sola volta, un benché minimo riferimento alla Fede Cattolica, che connota fin dalla sua denominazione l’Ateneo milanese.
2) Non condivide il fatto che nel Preambolo del Codice, ove si precisano natura e finalità dell’Università, si faccia un generico riferimento al “cristianesimo”, senza mai citare una sola volta un benché minimo richiamo ai valori, agli ideali, ai principi della Fede Cattolica, ad onta della saggia regola secondo cui un’Istituzione che non riconosce le proprie radici non ha futuro.
3) Non condivide che nell’articolare le finalità dell’Università Cattolica si sia omesso ogni riferimento alla Costituzione Apostolica Ex Corde Ecclesiae, al Magistero ed alla dottrina sociale della Chiesa Cattolica.
4) Non accetta l’adesione acritica al Trattato dell’Unione Europea che viene incomprensibilmente imposta, atteso il pesante giudizio negativo espresso da Sua Eccellenza Mons. Dominique Marie Jean Rey, Vescovo di Frejus-Toulon, secondo cui tale documento «rappresenta in molti punti una rottura intellettuale e morale con le altre grandi formulazioni giuridiche internazionali, presentando una visione relativistica ed evolutiva dei diritti dell’uomo che mette in causa i principi del diritto naturale». Non dimentica neppure, tra l’altro, che gli estensori del Trattato che l’Università impone di far firmare, si siano ostinatamente rifiutati di richiamare, nel suo preambolo, le radici cristiane della cultura europea, nonostante i ripetuti ed accorati appelli del Beato Giovanni Paolo II, rimasti inascoltati. Valendo anche in questo caso, il principio per cui un’Istituzione che non riconosce le proprie radici non ha futuro, il giovane aspirante docente non comprende per quale ragionevole motivo debba essere costretto a riconoscere un simile Trattato “menomato”.
5) Non accetta il concetto di una discriminazione fondata sul cosiddetto «orientamento sessuale», in quanto tale criterio non è condiviso dal Magistero della Chiesa Cattolica, né tantomeno condivide le espressioni previste nel Codice Etico quali «genere» e «scelte familiari», frutti avvelenati dell’odierna cultura relativista coraggiosamente combattuta da Sua Santità Benedetto XVI.
6) Non accetta l’obbligo di sottoscrivere l’adesione a generici «valori fondamentali dell’integrità, dell’onestà, della legalità, della solidarietà, della sussidiarietà, dell’accoglienza, del dialogo, dell’eccellenza, del decoro, della valorizzazione del merito, delle capacità e delle competenze individuali, dell’uguaglianza, nonché della prevenzione e del rifiuto di ogni ingiusta discriminazione, violenza, abuso e attenzione impropria». Ritiene, infatti, che nel Codice Etico di un’Università Cattolica si dovrebbe aderire a valori meno generici, buoni forse per chi non ha la grazia di essere illuminato dalla Fede.
7) Non accetta l’eccessiva enfasi e la stessa collocazione all’art. 2 del Codice Etico, di una disposizione composta di ben quattro commi, intitolata «Abusi sessuali e morali», che pare figlia di una posizione culturale “sessocentrica”, tipica della società contemporanea.
8) Nutre, infine, fortissimi dubbi che il Codice Etico approvato – certamente configurabile quale «atto ufficiale dell’Università» – sia pienamente conforme alle disposizioni delle Norme Generali emanate nella citata Costituzione Apostolica Ex Corde Ecclesiae, con particolare riguardo all’art.2, § 4, delle stesse Norme («ogni atto ufficiale dell’Università deve essere in accordo con la sua identità cattolica»).
Eppure, non gli è consentita alcuna alternativa. L’adesione ai principi contenuti nel Codice Etico, rappresenta un requisito essenziale ed imprescindibile per poter insegnare presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Non so se il giovane aspirante docente entrerà a far parte della categoria dei coraggiosi quindici che rifiutarono il ricatto del famigerato articolo 18, o degli altri milleduecento codardi conformisti che si adeguarono alla violenza psicologica del potere. Questo riguarda la sua vita personale e la sua coscienza. Quello che si può constatare è quanto tutto ciò appaia penosamente triste. 

Un ultimo inciso di carattere storico. Pare che sia stato proprio Padre Agostino Gemelli a suggerire a Sua Santità Pio XI, l’idea del giuramento «con riserva interiore», un escamotage per consentire ai docenti cattolici di continuare ad insegnare nelle università italiane. Chissà cosa avrebbe pensato il fondatore della Cattolica, se qualcuno gli avesse detto che ottantuno anni dopo, quell’escamotage sarebbe potuto servire anche per la sua università. Forse nella Cripta della Cappella dell’Università Cattolica potrebbero notarsi anomali sommovimenti. E’ lì che è sepolto Padre Agostino Gemelli. g. amato culturacattolica.it

Università e società. La fine del pluralismo (by Cofrancesco)

Venerdì, 20 Aprile 2012
Ci sono tanti modi per sopprimere il pluralismo ma quello più indolore consiste nel circondarlo di leggi e di circolari ministeriali che, ispirate all’imparzialità e all’universalità poste a fondamento della comunità democratica, in pratica ne restringono gli spazi irreparabilmente. In questo campo si manifesta, ancora una volta, tutta la potenzialità totalitaria dell’idea di eguaglianza quando essa non nasce dal basso, ovvero dall’interscambio tra concreti individui portatori di interessi e di valori non sempre compatibili, ma viene imposta dall’alto, per decreto di autorità provvide e benefiche. L’autentico pluralismo crea, di continuo, situazioni di ineguaglianza: il fatto stesso di associarsi mette a disposizione dei soci risorse, anche soltanto simboliche, che li rende ‘diversi’ dagli altri e ne fa, talora, dei privilegiati. L’esprit égalitaire non riesce a tollerare queste separatezze che si costituiscono su iniziativa di individui, che condividono certe caratteristiche, e giustamente vi vede l’ombra della ‘discriminazione’. Per questo i giacobini diffidavano dei partiti, delle associazioni economiche, dei salotti, delle accademie: chi vi stava ‘dentro’ era diverso da chi ne rimaneva ‘fuori’e questo si traduceva in un indebolimento della ‘fraternité’. L’esprit libéral, al contrario, non nega che ogni costituzione del “noi” si traduca in una (potenziale) discriminazione verso di “loro” ma ritiene che l’unico rimedio compatibile con la libertà e la dignità degli esseri umani consista nel rendere possibile a tutti organizzare le proprie specificità distinte.In una società pluralista – nel senso occidentale del termine non nel senso orientale e ottomano dove per pluralismo si intendeva la convivenza, più o meno forzata, di comunità chiuse e incomunicabili garantita dal pugno di ferro della Sublime Porta – le cerchie sociali sono tante e ciascuna ha i suoi codici, i suoi costumi, le sue tradizioni. Si prenda quel vasto campo in cui si colloca “il lavoro intellettuale come professione”. Nell’Ottocento c’erano, come nel secolo successivo, camarille letterarie, consorterie politico-intellettuali, giornalisti impegnati, ‘partiti culturali’ma, accanto ad essi, continuavano a vivere istituzioni accademiche e scuole universitarie, che spesso potevano, sì, fornire alla stampa impegnata nel civile personaggi e penne autorevoli ma non si ‘scioglievano’, per così dire, nella feccia di Romolo della lotta per il potere. Testate autorevoli, come le riviste non conformiste del primo Novecento, potevano far entrare aria nuova nei vecchi Atenei della penisola ma i barbogi rappresentanti delle istituzioni accademiche, a ragione o a torto, ci tenevano a distinguere la scienza, in senso lato, dall’engagement culturale, anch’esso da intendere in senso lato.Nel secondo dopoguerra la dissociazione è continuata: da una parte, il mondo universitario, con le sue regole, i suoi concorsi, le sue norme di reclutamento, dall’altra, la political culture, per lo più laica e, in larga misura ,di sinistra e progressista, con le sue riviste, le sue terze pagine, le sue case editrici. Spesso, anche allora, le due dimensioni si intrecciavano sicché autorevoli studiosi, come Norberto Bobbio o Guido Calogero, potevano fare la spola tra i ‘due mondi’ e consolidare il meritato prestigio acquisito anche in virtù della ‘doppia appartenenza’. Quando, però, si trattava di fare entrare nella vecchia casa del sapere nuovo personale docente, non contavano molto le notorietà dovute a una collaborazione continuativa a grandi (o a prestigiose) testate o alla pubblicazione dei propri lavori in collane editoriali molto apprezzate dalla più ampia ‘repubblica dei dotti’ – che non comprendeva certo i soli baroni universitari.Poteva così accadere che a un noto politologo, autore di neologismi entrati nel linguaggio politico italiano e di libri pubblicati da case editrici doc, venissero preferiti studiosi poco noti i cui scritti erano stati consegnati a imprenditori della carta stampata più simili a tipografi che a veri e propri editori. Nella logica della vecchia accademia erano irrilevanti l’indice di notorietà del candidato, le riviste alle quali aveva collaborato e i nomi del suo stampatore – un libro pubblicato dall’editore Brambillone di Casalpusterlengo stava sullo stesso piano di un (esteticamente) raffinato prodotto di Laterza o di Einaudi. In un’età che non conosceva ancora le delizie di Internet poteva capitare di ascoltare una lectio magistralis di un docente di elevata cifra intellettuale e di dover poi faticare per procurarsene i libri giacché i suoi editori erano semisconosciuti (chi non ricorda i diverbi con i librai che, trattandosi di cifre modeste, non avevano nessuna voglia di far ricerche e ordinazioni?). In teoria, chi faceva parte dell’accademia, non poteva escludere, a priori, che una nuova Critica della ragion pratica potesse veder la luce per i tipi del suddetto Brambillone o che su una rivista di un collegio barnabita si potesse leggere un’analisi della filosofia analitica che sarebbe stato meglio pubblicare sulla ‘Rivista di Filosofia’ di Nicola Abbagnano.In molti casi, i cultori appassionati delle scienze, del resto, non avevano nessuna voglia di fare il giro delle redazioni e vendere le loro ‘merci’ a distratti direttori editoriali che, dinanzi a emeriti sconosciuti, affettavano cortesi dinieghi e sorrisi freddi. D’altra parte, quei cultori, se facevano parte di una scuola stimata e rispettata, sapevano bene che la loro carriera dipendeva dai ‘Maestri’ e che questi, tutt’al più, erano disposti a presentare i lavori degli allievi a editori ‘sotto casa’ e specializzati in certi settori tematici (esempio classico, Giuffré per le scienze giuridiche e politiche) ma di sicuro poco presenti in libreria e lontani dagli orizzonti massmediatici. Due esempi mi sembrano non poco significativi. Una studiosa geniale, come Anna Maria Battista, cattedratica di ‘Storia delle dottrine politiche’in una delle più importanti Facoltà di Scienze Politiche del nostro paese, quella della Sapienza di Roma, ha pubblicato monografie fondamentali – sui libertini, sui giacobini, su Tocqueville – con editori noti solo agli addetti ai lavori (Giuffré, QuattroVenti, Jaca Book etc.) eppure ciò non le impedì di vincere un concorso di ordinariato né di venir considerata assieme al grande Luigi Firpo,a Nicola Matteucci e a pochissimi altri uno dei docenti più autorevoli della materia.Lo stesso vale per Mario Stoppino, lo scienziato politico di Pavia allievo ed erede di Bruno Leoni, i cui scritti, che hanno aperto davvero nuove vie alla riflessione sul potere politico e sul metodo delle scienze storico-sociali, sono apparsi presso grandi editori di nicchia (Giuffré) o piccoli editori universitari (Ecig di Genova) o prestigiosi librai-editori (Guida di Napoli etc.) quasi tutti semisconosciuti nei salons dell’intellighentzia interessata all’attualità politica. Qualche anno fa un valentissimo studioso italiano di Benjamin Constant, Stefano De Luca, per pubblicare la sua pregevole monografia sul principe dei liberali francesi della Restaurazione, s’è dovuto rivolgere a un coraggioso, poco noto, editore calabrese (Costantino Marco) giacché nessuno dei grandi nomi dell’editoria italiana se l’era sentita di ‘puntare’ su uno sconosciuto (grazie a quel libro, però, lo ‘sconosciuto’, che ha superato un concorso a cattedra e ora insegna nella storica Università Suor Orsola Benincasa di Napoli, è stato l’unico italiano invitato a collaborare al ‘The Cambridge Companion to Constant’ edito da Helena Rosenblatt nel 2009).Ricordando queste vicende, non intendo di sicuro fare il processo alla nostra ‘repubblica delle lettere’ ma, al contrario, far rilevare l’esistenza di un ‘pluralismo reale’,fondato su una naturale divisione di risorse e di ‘utilità’. A quanti appaiono spesso nel grande teatro dei dibattiti di ‘politica e cultura’ vanno gli allori della notorietà, i gettoni di presenza, le pingui remunerazioni per gli articoli che scrivono sui grandi quotidiani o gli interventi nelle trasmissioni ‘impegnate’ di maggior successo; a quanti fanno ritirata vita accademica si prospetta una carriera universitaria tutto sommato ben retribuita e la stesura di tomi a ridotta circolazione, destinati ad essere letti prima dai loro commissari concorsuali e poi dai loro studenti. Da una parte il fumo della fama, dall’altra, l’arrosto del posto assicurato che, nel nostro paese, è il sogno nel cassetto dell’80 % degli italiani; da una parte, articoli e interventi brillanti che fanno discutere e spesso danno la stura sui quotidiani a tormentoni che sembrano inesauribili, dall’altra, ricerche filologiche (più o meno utili e riuscite) destinate ad essere citate ‘in nota’ per qualche decina di anni. (Diamo per scontato che i due campi non siano separati da una muraglia cinese e che, ad esempio, un grande filologo classico come Luciano Canfora possa trovarsi a proprio agio sia nell’uno che nell’altro).Fin qui tutto andrebbe ancora bene e sarebbe stolto lamentarsi avendo in vista una società ideale in cui tutti i valori buoni convergono su uno stesso punto (ma poi siamo davvero sicuri che ci piacerebbe?). In Italia, però, c’è un fattore che rende molto problematico il “pluralismo reale” che pur vi si trova : da noi,più che in altri paesi europei, per ragioni storiche che non è qui il caso di ricordare, la political culture contrapposta alla academic culture sembra avere un solo colore, il rosso che può sfumare sino al rosa o accendersi sino al rosso fuoco. Gli intellettuali impegnati appartengono, fin dai tempi del Risorgimento, quasi tutti all’area progressista e fanno parte di una consorteria che, in pratica, decide le linee editoriali delle grandi case (anche quando appartengono a Silvio Berlusconi), dei grandi magazine, delle trasmissioni radiofoniche e televisive che “fanno cultura”. E’ difficile entrare nel ‘sistema’ per chi non fa parte della ‘comunità dei credenti’, e quei pochi che ci sono riusciti (come Marcello Veneziani) sembrano fungere solo da ‘alibi pluralisti’. Mediocrissimi studiosi, seguaci di mode culturali effimere, come il republicanism, in quanto sono dei “nostri”, possono così pubblicare qualsiasi sbrodolatina retorica con gli editori di Benedetto Croce e di Rosario Romeo, di Antonio Gramsci e di Luigi Einaudi, di Gaetano Salvemini e di Adolfo Omodeo.Un esito triste e malinconico di una grande stagione letteraria e filosofica, non c’è che dire: ma anche qui, per un liberale, non ci sono rimedi possibili e praticabili. Se le stelle del firmamento editoriale sono stelle cadenti peggio per loro,non si può, certo, imporre la ‘qualità’ dei manufatti letterari e scientifici per decreto legge.Sennonché, si avvertiva da tempo che dell’esistente non ci si accontentava più, che la sindrome dell’asso pigliatutto si stava impadronendo degli animi e che, con la crescente insoddisfazione per quello che si ha e si è, si assisteva alla liquidazione(non si sa quanto inconsapevole o programmata) del pluralismo: agli intellettuali militanti, invitati e celebrati nei Convegni, esaltati sulle terze pagine, discussi a Fahrenheit, non bastava più il palcoscenico mediatico. Ma come?, constatavano masticando amaro, l’aver pubblicato tre/quattro libri con Laterza non dovrebbe dare un maggior diritto a occupare una cattedra universitaria rispetto a quanti, nei concorsi, presentano libri del CET (Centro Editoriale Toscano) o dell’Editoriale Scientifica di Napoli? Dagli oggi, dagli domani, questa logica sembra essere stata pienamente recepita dal legislatore. Per evitare gli arbitri concorsuali, il Ministero ha redatto un elenco minuzioso di case editrici e di riviste, disposte in ordine di rilevanza scientifica, che dovrebbe assicurare parametri di obiettività nei giudizi comparativi sui candidati. Non più le valutazioni a casaccio, non più la discrezionalità dei commissari, non più il doppiopesismo: ormai si è tutti eguali davanti alla legge e le logiche separate che tenevano in vita il pluralismo culturale vanno cancellate.Come capita, però, spesso in Italia, l’eguaglianza e l’universalismo sono taroccati :la legge che vale ‘erga omnes’, infatti, non viene dettata dall’interesse generale, dal ‘bonum commune’ (posto che esista) ma dalla ‘ragion sociale’ della ‘pars sanior’, dei “pochi ma buoni” che mettono la conoscenza al servizio dell’Umanità – ovvero traducono il sapere in programmi politici – e che vengono riconosciuti dalla stampa e dalla TV come i nuovi principi della Repubblica delle Lettere. A partire dalla riforma universitaria, infatti, saranno i riflettori massmediatici, l’attenzione riservata agli autori sui domenicali vari, il numero di interviste rilasciate ai ‘canali televisivi intelligenti’, a mettere gli studiosi in cattedra : ai commissari resterà una sola funzione, quella notarile. E’ il sogno eterno dei giacobini di ogni colore: eliminare ogni tipo di ‘discrezionalità nei rapporti sociali e affidare tutto alle leggi e alle loro ‘norme attuative’, senza essere minimamente sfiorati dal dubbio che possa esserci un legame ‘naturale’ tra libertà e discrezionalità
In un’ottica liberale, che si esercitino ‘influenze’, che si formino grumi sociali di ineguaglianza, che alcuni (giornali, editori etc.) contino de facto più di altri non può essere oggetto di lamentazione. E non lo può in base al principio che, per quanto spiacevoli e deprecabili siano le ineguaglianze, che si costituiscono nella ‘società civile’, esse risultano sempre preferibili alle eguaglianze imposte dall’alto, per decreto legge e destinate, pertanto, a ricreare altre ineguaglianze e altri privilegi : quelli degli ingegneri sociali incaricati, appunto, di renderci tutti uguali.Quello che è intollerabile, invece, è che le risorse a disposizione dei detentori del ‘potere intellettuale’ (redazioni, TV, case editrici) di una stagione storica diventino parametri di valutazioni che passano per oggettivi e imparziali sicché quanti, ad esempio, hanno libero accesso alle edizioni del ‘Mulino’possono considerarsi, ipso facto, in pole position per il reclutamento universitario. Ci si chiede, però, come faccia uno stato di diritto a conferire un potere riconosciuto, sia pure indirettamente, dalle leggi – il mio libro edito dal Mulino ha più valore del tuo edito da Brambillone – a decisori che sono stati cooptati in una redazione, più che per i loro meriti scientifici , per il loro schieramento ideologico-culturale. (il che non significa necessariamente ‘di partito’). Nulla vieta, beninteso, che del Comitato scientifico di Laterza possa far parte legittimamente anche il tesoriere del SEL o del PD a patto, tuttavia, che quel Comitato non costituisca quasi una pre-commissione concorsuale, tenuta a trasmettere i suoi ‘atti’ – ovvero i testi col marchio della fabbrica libraria à la page – a quella nominata dal Ministero.Facendo parte della corporazione dei (presunti) baroni universitari, so bene che gli Atenei non sono più quelli ereditati dall’età giolittiana e sopravvissuti (in parte) alla dittatura fascista. Demagogia e università di massa hanno fatto a pezzi la serietà degli studi, hanno svuotato il valore dei diplomi di laurea, hanno rinunciato a esigere dai docenti un impegno didattico e scientifico all’altezza dei tempi. Sentendo parlare certi colleghi, mi viene da pensare, talora, che la loro preparazione non sia superiore a quella dei miei vecchi professori di scuola media. Nessuno di questi avrebbe accettato di far da relatore a un allievo che, sostenendo con me il suo ultimo esame (‘Storia del pensiero politico’), prima della discussione della tesi, mi aveva risposto che non sapeva nulla di John Locke, del costituzionalismo inglese e della Gloriosa Rivoluzione del 1688 giacché si stava laureando in Storia contemporanea non….in Storia moderna! Detto questo, però, ribadisco che non c’è illusione più fatale e pericolosa di quella che vuol raddrizzare i costumi con le leggi e far corrispondere all’aumento dei segni di decadenza un aumento parallelo delle norme intese a’ porre un freno’ alla deriva morale dei tempi. E’ una lezione che aveva già dato Alessandro Manzoni nel capitolo sui Promessi Sposi in cui si parla delle grida contro i bravi ma i nostri governanti non sembrano averne fatto tesoro.Invece di ridurre drasticamente il numero dei ‘baroni’ degeneri, eliminando sul serio le facoltà inutili (a cominciare da quelle periferiche) e la moltiplicazione dei pani e dei pesci degli insegnamenti e dei corsi di laurea, i nostri illuminati ministri hanno preferito non toccare i privilegi dei professori – tanto, con l’età,è il loro calcolo, molti se ne andranno in pensione – ma li hanno privati di ogni potere e di ogni discrezionalità valutativa. Chiaramente i docenti non ispirano più alcuna fiducia e, pertanto, non si può più correre il rischio che considerino un saggio pubblicato (per caso) sui ‘Quaderni del Tempietto’ dei Salesiani di Cornigliano più profondo di un’analisi ospitata nei ‘Quaderni di Scienza politica’ fondati dal compianto Mario Stoppino. Mala tempora currunt ma quel che più spiace e fa tristezza è l’applauso dei garantisti, di quanti, equivocando Montesquieu, pensano che più leggi ci sono, più protetti e più liberi ci ritroviamo. Finalmente, esultano, abbiamo regolamenti oggettivi e imparziali ! E quale intima gioia non procura loro la norma che, nella formazione delle commissioni universitarie e nella redazione delle riviste e delle collane editoriali ‘accreditate’ dagli esperti nominati dal Ministero della P:I. e dell’Università, debbono figurare professori stranieri! Ma tale disposizione può davvero costituire una garanzia di serietà e di rigore per i nostri studi superiori? Farebbero un prezioso acquisto in Italia le scienze umane se uno dei nostri maître-à-penser – di quelli che scrivono su ‘Repubblica’ e su ‘Micromega’ e che pubblicano da Laterza qualsiasi cosa venga loro in mente – riuscisse a far cooptare in qualche redazione un suo corrispondente francese o qualche violino di spalla della filosofia rawlsiana, incontrato alla Columbia University? Chi sia lo straniero che fa status, e in base a quali criteri sia stato scelto dai responsabili del periodico e della casa editrice ,che per questo vengono così apprezzati dalle autorità scolastiche, non sembra avere alcuna importanza. E in effetti non ce l’avrebbe se la sua presenza o la sua assenza non facesse collocare, per legge, la rivista in una fascia superiore o in una inferiore.Nella società aperta non ci sono poteri de facto i cui deliberati legis habent vigorem: le decisioni vincolanti per tutti, debbono essere assunte da figure”pubbliche” reclutate in base a precise normative e tenute a rispondere del loro operato, in caso di comportamenti arbitrari e discriminativi, davanti alla magistratura. Se un direttore editoriale, pubblicando il libro di Tizio, dà a Tizio un punteggio concorsuale superiore a quello di Caio – che presenta un libro pubblicato da una casa di serie C – quel direttore editoriale si ritrova a svolgere un ruolo ‘ufficiale’ che non può non porre problemi di legittimità (chi gli ha affidato un incarico così importante?) e di controllo (come garantirsi da eventuali favoritismi?). Ancora una volta, in Italia, tra la ‘via liberale’ e la ‘via statalista’ si interpone la ‘terza via’: nessuna interferenza dello Stato nella nomina di uno staff editoriale – affidata al mercato, a considerazioni di opportunità, a legami familiari, a vincoli di appartenenza ideologica etc. – ma rilevanza pubblica alle decisioni prese dallo staff. Che nella presunta patria del diritto nessun giudice, nessun giurista abbia rilevato tale anomalia la dice lunga sulla nostra civic culture!In realtà, una commissione concorsuale che si rispetti, anche senza i parametri degli esperti ministeriali, prenderebbe in seria considerazione un libro pubblicato dal Mulino ma non sarebbe tenuta a concludere che basti il marchio di fabbrica della premiata ditta bolognese per farlo ritenere superiore al libro pubblicato da Brambillone di Casalpusterlengo; la presenza di uno studioso straniero in un comitato redazionale attesta una indubbia apertura intellettuale agli scambi e alla collaborazione internazionale ma non garantisce, in quanto tale, il raggiungimento dell’obiettivo – il reciproco arricchimento dei saperi che si confrontano e si trasmettono. Poiché di studiosi stranieri mediocri ce ne sono tanti (almeno quanti se ne trovano nel nostro paese), il prestigio di una pubblicazione non è assicurato dagli apporti esterni ma dal valore scientifico dei suoi collaboratori, che potrebbero essere, indifferentemente, in parte italiani e in parte stranieri o, al contrario, tutti italiani. Tra una rivista che avesse un comitato direttivo composto da quattro italiani, due francesi e due tedeschi, tutt’e otto di scadente qualità intellettuale, e un’altra con un direttivo composto da otto italiani, tutti studiosi di cifra elevata, in base alle norme ministeriali, la prima dovrebbe venir considerata più ‘virtuosa’ della seconda. Ha davvero senso tutto questo? Spero proprio, per il bene del nostro paese, di non essere il solo a farsi la domanda. Se le riforme pensate in Italia ci facessero unicamente sprofondare nel ridicolo, potremmo anche sopportarle e fare buon viso a cattivo gioco ma, purtroppo, da noi il ridicolo è sempre, per citare il Canto XIII dell’Inferno dantesco, un “tristo annunzio di futuro danno”. d. coafrancesco annali del centro pannunzio via loccidentale

La retorica dell’inglese per tutti (by Gregory)

Giovedì, 8 Marzo 2012

Mentre la conoscenza e la pratica della lingua italiana regredisce nelle nostre scuole medie e la capacità di comprendere un testo scritto è sempre più ridotta negli adulti, si apre il miraggio dell’inglese come lingua comune dalle scuole alberghiere all’università: tutti dovranno parlare inglese, i portieri d’albergo come i professori, almeno per i dottorati di ricerca. Questo lo strumento essenziale per modernizzare e internazionalizzarele nostre malconce università, secondo le magnifiche sorti progressive prospettate dal ministro Profumo, raccogliendo ampi consensi soprattutto nei luoghi dedicati all’insegnamento politecnico e manageriale. Proprio perché da questi ambienti viene la proposta di lasciare la lingua italiana per l’inglese (povera lingua, ridotta a un modesto basic ), l’auspicata modernizzazione e l’internazionalizzazione sono finalizzate al rapporto con le imprese che, del progetto (addirittura definito «progetto Paese»), è «l’aspetto più importante». In quella stessa prospettiva si pone l’Anvur, l’Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario della ricerca, che propone i parametri per valutare quello che, significativamente, è definito «prodotto», termine usato per indicare il risultato della ricerca scientifica. Prodotto perché quantitativamente valutabile in base a criteri bibliometrici, cioè al «successo», identificato con il numero di citazioni nel giro di pochi anni. Dunque università, prodotto, impresa: questo il circolo «virtuoso» che si pensa di promuovere con la mediazione dell’inglese, come se il valore della ricerca e dell’insegnamento dipendesse dalla lingua in cui si esprime. Purtroppo gli alfieri della modernizzazionee dell’internazionalizzazione esclusivamente legate all’uso dell’inglese (nessun cenno alla qualità dell’insegnamento) non si limitano ai loro rispettabili campi disciplinari, ma sembrano offrire la loro ricetta come panacea universale da applicare anche a quelle forme di insegnamento e di studio che non forniscono «prodotti» per le imprese, ma cultura come sapere disinteressato capace di formare l’uomo libero, collocandolo fuori dall’angoscia del successo economico e del profitto immediato. Cultura che se è tale non «produce» beni di consumo (o comunque ne prescinde), ma vuole promuovere l’educazione della persona e del cittadino, renderlo capace di godere di beni immateriali, una poesia, un quadro, uno spettacolo (invece il Miur, fissando norme per i progetti di ricerca 2011-2013, nell’unico rapido accenno al patrimonio culturale, si preoccupa di precisare che esso deve essere studiato per la sua «valorizzazione come generatore di attività economiche»). In realtà, anche in termini di sviluppo economico, la cultura «disinteressata» nel tempo lungo apre ben più positive prospettive rispetto al «prodotto» di pronto uso e si afferma come essenziale motore di creatività e di crescita in ogni settore del Paese. E poiché si è parlato- come segno di internazionalizzazione – della crescente presenza di studenti cinesi nelle nostre università, andrà ricordato che sin qui la maggiore attrattiva della cultura italiana e il maggior contributo del nostro Paese allo sviluppo della Repubblica Popolare Cinese è costituito dall’importanza paradigmatica dei nostri studi di diritto romano, assunti come modello per il processo di codificazione avviato in quel Paese con la traduzione in cinese di tutto il Corpus iuris, compresi i fragmenta: non sono un «prodotto», ma la testimonianza del valore della nostra cultura classica e giuridica e del suo prestigio internazionale; fra l’altro agli studenti dell’Estremo Oriente non insegniamo l’inglese – che conoscono benissimo – ma il latino. La verità è che gli studi umanistici, classici, letterari, filologici, storici- nei quali l’Italia occupa ancora un posto di primo piano – sono del tutto fuori dagli orizzonti di coloro che da decenni hanno governato e governano la nostra scuola e i nostri enti di ricerca. Le prove sono infinite: non solo è significativo che parlando di eccellenza nella ricerca non vengano mai ricordati gli studi umanistici (pure nel Cnr essi sono al vertice della valutazione da parte di un’apposita commissione internazionale), ma nella scuola media si è proceduto alla sistematica riduzione del numero di ore dedicate al loro insegnamento, con una totale insensibilità per la caduta nella conoscenza della lingua italiana (ne è ultimo esito il miserabile stile di gran parte delle tesi di laurea) e l’accantonamento del problema dell’analfabetismo di ritorno.  Si dimentica che, senza una scuola efficiente, dotata di laboratori e biblioteche(non bastano l’iPad e l’ebook signor ministro), con professori adeguatamente retribuiti (almeno come i commessi della Camera), con forti processi selettivi e incentivi che assicurino la mobilità sociale, non vi è riforma universitaria che regga, anzi non vi sono cultura e vita civile.  È in questo settore che vanno indirizzati gli investimentie non v’è internazionalizzazione se il nostro Paese resta ai livelli più bassi nelle spese per l’istruzione e per la ricerca senza un impegno prioritario per la scuola preuniversitaria, struttura portante di un Paese moderno.  Cerchiamo di formare cittadini colti attraverso percorsi scolastici rigorosi: saranno anche migliori i «prodotti» per le imprese. (T. Gregory Corriere delle sera)

Popper, senza speranza per l’Università italiana

Domenica, 26 Febbraio 2012

Del mercato dovrebbe dirsi ciò che si dice della democrazia: che è il peggior modo di assegnare premi e castighi, ad eccezione di tutti quanti gli altri. In una società seria ed operosa, sono i cittadini-consumatori a stabilire quali prodotti scegliere e quali evitare, per quali marche d’auto    sborsare migliaia di euro e da quali,invece, tenersi alla larga, anche se i prezzi sono inferiori.E’ un discorso che vale anche per la fornitura di servizi sociali particolarmente pregiati come un’elevata istruzione universitaria. Le Facoltà d’eccellenza costano di più giacché, reclutando i migliori cervelli, affrontano spese di gestione di gran lunga maggiori rispetto alle facoltà meno attrezzate e meno esigenti.Una caratteristica tipica dei paesi, in cui la ‘malapianta’ del liberalismo non è mai attecchita, invece, è quella di affidare la valutazione delle merci, materiali e culturali,non agli uomini della strada, titolari in astratto della sovranità sia politica che economica, ma a commissioni di esperti, nominate dall’alto, insediate in ministeri, sepolte nei bunker di pratiche infinite, che richiedono sempre più spazi, più impiegati, più ruoli.E il bello è che queste esplosioni di metastasi burocratiche vengono presentate come una grande conquista, un progresso di cui essere orgogliosi. Così lo presenta Simonetta Fiori su ‘Repubblica’,con toni trionfalistici che ricordano le veline di tanti anni fa: “Una rivoluzione silenziosa sta per scuotere l’accade­mia italiana, minacciando di intac­care feudi consolidati, blasoni fa­sulli e inutili diplomifici. Per la pri­ma volta i sessantamila docenti ita­liani – dai ricercatori agli ordinari -di novantacinque università pub­bliche e private dovranno sottopor­re a un giudizio esterno l’attività di ricerca svolta nell’arco di sei anni (dal 2004 al 2010). Sulla base dei lo­ro lavori sarà stilata una classifica degli atenei e dei dipartimenti, che indicherà per ciascuna disciplinale eccellenze e le vergogne. Una map­patura da cui dipenderanno la di­stribuzione di 832 milioni di euro e soprattutto il futuro della ricerca italiana – meno isolata rispetto al contesto internazionale – e anche degli studenti, che disporranno di uno strumento certo per orientare le proprie scelte”.Verranno, in tal modo, valutati 200 mila ‘prodotti’(avete letto bene: 200 mila!) “sia con metodi bibliometrici sia con la peer review” dove il criterio bibliometrico misura l’interesse suscitato nella comunità scientifica da un lavoro – articolo, libro etc. -mentre la peer review si riferisce alla  valutazione che studiosi di pari grado danno di quel lavoro. Come si vede, è in via di allestimento un enorme e costosissimo apparato centralizzato a ulteriore dimostrazione del fatto che la retorica delle autonomie, se sotto non c’è il mercato, serve solo a smantellare quel che resta dello Stato risorgimentale e a creare nuovi poteri e nuove istituzioni illiberali, al di fuori di qualsiasi controllo democratico. Al fondo, c’è la grande illusione di rimediare alle insufficienze a alle inaffidabilità degli uomini con criteri chiari, razionali, oggettivi. Le Commissioni della bibliometria e della peer review come i cardinali riuniti in Conclave, si presume ispirate dallo Spirito Santo della Scienza: niente più favoritismi, niente più nepotismi, nessuno spazio riservato alla ‘discrezionalità’. Nella fattispecie, i Pari, competenti per le facoltà umanistiche,  possono stabilire che la produzione scientifica di un collega è superiore a quella di un altro, in considerazione del numero di pagine di uno scritto, della rivista o della casa editrice che lo ha accolto.E non sono, questi, parametri oggettivi, si dirà? In realtà, non lo sono: non lo erano nell’Italia di autentici ‘luminari’ come Norberto Bobbio e Guido Calogero, quando, per pubblicare La società aperta e i suoi nemici di Karl Popper ci si dovette rivolgere a una piccola casa editrice di pubblicazioni pedagogiche (Armando); non lo sono oggi che quei ‘luminari’ sono scomparsi ed editori che pubblicarono Kant e Croce, Hegel e Gentile sono monopolizzati da avventurieri delle patrie lettere, abilissimi venditori di fumisterie ideologiche.Nello spirito della ‘società aperta’ sono le singole Facoltà, i singoli Atenei, che debbono assumersi il compito gravoso di reclutare docenti e ricercatori, un compito che comporta la libertà di dare una cattedra  anche all’autore di un saggio di venti pagine che, a loro avviso, abbia  segnato una svolta epocale in un settore scientifico. Sarà il prestigio che ne deriverà all’istituzione non la ‘classifica nazionale delle Università’ a dire se la loro scelta sarà stata saggia e lungimirante.Per questo si dovrebbe (finalmente) accogliere la proposta di Luigi Einaudi di rendere obbligatoria accanto al titolo dottorale l’Università che l’ha conferito:sarebbe la vecchia maniera liberale di  rispettare l’autonomia degli individui e delle istituzioni e di sottoporre le loro opere non al giudizio dei super-esperti, riuniti nella capitale, ma a quello dell’opinione pubblica e del tempo che raramente si sbagliano. d. cofrancesco, loccidentale

Università, condannata alla quantità

Mercoledì, 22 Febbraio 2012
Anche all’università italiana è in arrivo La Corazzata Potemkin, cioè una “boiata pazzesca”, per dirla col ragioniere Ugo Fantozzi. Si tratta dell’ANVUR (Agenzia nazionale per la valutazione dell’università e della ricerca) prevista nella legge di riforma di un anno e mezzo fa ed ora autocollocatasi nel cuore di ogni preesistente libertà di ricerca.Sessantamila docenti italiani, nonché tutti i loro dipartimenti ed atenei, dovranno essere quanto prima valutati e classificati in base ai criteri fissati dalla nuova Agenzia. Tutto si svolgerà secondo una raggelante tecnica quantitativa (numero di pagine di uno scritto, rimbalzi in altri scritti tramite citazioni, riviste e case editrici che lo pubblicano e via dicendo). Tecnica ipocrita ed ingannevole che, tanto nell’abito cosiddetto scientifico quanto nell’ambito cosiddetto umanistico, ha sempre ispirato una abdicazione dalle responsabilità individuali e prodotto vere e proprie forme di corruzione della probità scientifica.
Si pensi alla vicenda del matematico italiano Ennio De Giorgi, colui che fece meglio di John Nash, il memorabile protagonista del film Beautiful mind. Il lavoro di De Giorgi, pubblicato in italiano nel 1957 dall’Accademia della Scienze di Torino, in base alla dittatura dei parametri bibliometrici, non consentirebbe all’autore di essere preso in considerazione neanche come professore di seconda fascia nelle nostre università.E si ricordi pure il caso “filosofico” di Karl Popper in Italia. Su di lui e sulle sue opere pesava fin dall’immediato dopoguerra il veto dell’editorone Einaudi e del professorone Norberto Bobbio; sarebbero stati poi alla metà degli anni settanta una piccola casa editrice (Armando) ed un allora giovanissimo professorino (Dario Antiseri) a non farsi condizionare da quel veto.
Al fianco dei nuovi sacerdoti della bibliometria, ispirati, quasi come i cardinali in conclave, dallo Spirito Santo del sapere, operano in questi giorni in Italia le imprese che questi meccanismi di finta obbiettività hanno inventato e producono. Si mira ad una sorta di mercato ad hoc, esclusivo ed autoreferenziale di editoria accademica lontano da ogni effettiva garanzia di competizione e di libertà. Con l’ANVUR nella parte di un enorme costosissimo apparato centrale irresponsabile e introvabile, capace di far valere comunque un rapporto fra libertà di ricerca e organizzazione accademica degno dei peggiori modelli di democrazia popolare.Se fossimo al cinema, sarebbe La Corazzata Potemkin contro Beautiful mind. Bruttissimo spettacolo: neanche immaginabile quando, prima dell’estate scorsa, il CUN (Consiglio universitario nazionale) aveva deliberato che “in ogni caso nessun parametro quantitativo potrà impedire un positivo giudizio di merito a fronte di risultati di assoluto valore”. Come a suo tempo per De Giorgi e Antiseri, come mai più l’ANVUR vorrebbe accadesse: in omaggio a parametri di vil meccanica! Luigi Compagna (Il Tempo, 17 febbraio 2012)

Monti, l’unico economista con una sola citazione scientifica

Martedì, 3 Gennaio 2012

La Thomson Reuters, Web of Knowledge, Web of Science, è il database di tutte le pubblicazioni scientifiche edite dal 1889 ad oggi. E’ il database di riferimento per ricercare le pubblicazioni scientifiche di uno scienziato e le citazioni che esse hanno ricevuto.Più lavori scientifici un ricercatore ha pubblicato su riviste internazionali e maggiore è il suo prestigio.Più altri ricercatori citano ed usano i lavori che uno scienziato ha fatto e maggiore è la sua autorevolezza.Ad esempio, Kurt Gödel ha ricevuto più di 44,900 citazioni. Il lavoro «Can quantum-mechanical description of physical reality be considered complete?» di Albert Einstein é stato citato 8,500 volte.Un buon ricercatore a fine carriera ha pubblicato in media quaranta lavori su riviste internazionali ed ha ricevuto circa duecentodieci citazioni da parte di lavori altrettanto pubblicati su riviste internazionali.Ciò premesso, domandiamoci quale é lo spessore scientifico del prof. Mario Monti, rettore dell’Università Bocconi di Milano.Ecco cosa risponde la Thomson Reuters, Web of Knowledge, Web of Science:

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Il prof. Mario Monti ha al suo attivo ben 13 pubblicazioni, avendo ricevuto un totale di una, dicansi una, citazione. La maggior parte dei Suoi lavori è stata pubblicata su il «Giornale degli Economisti e Annali di Economia», che non sono mai state citate nemmeno una volta proprio da nessuno.Questo risultato illustra lo spessore scientifico del Personaggio.Per evitare malevoli commenti, qui di seguito riporto il risultato della Thomson Reuters, Web of Knowledge, Web of Science per il sottoscritto, solo per comparare il Rettore della Bocconi con uno squincero qualsiasi:

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GS Mela ha al suo attivo 203 pubblicazioni su riviste internazionali. Il lavoro pubblicato sul New England Journal of Medicine é stato citato 352 volte, mentre quello sul Lancet 141. Gli altri a seguito.Adesso abbiamo preso coscienza dello spessore scientifico del prof. Mario Monti, e ci si domanda:Come ha fatto a passare il concorso a cattedra?Come ha fatto a diventare il rettore della Bocconi?Non fate malignità gratuite: non è assolutamente vero che il grembiulino fa la differenza.

giuseppe sandro mela rischiocalcolato

Nepotismo universitario

Giovedì, 4 Agosto 2011

Marie Curie vinse il Nobel insieme al marito Pierre, e qualche anno dopo lo stesso premio andò alla loro figlia Irene, sempre con il consorte. In famiglia il talento era di casa. Non sempre accade lo stesso dietro quei cognomi che, a scorrere la rubrica telefonica delle università italiane, si ripetono pagina dopo pagina. «Measuring nepotism: the case of italian academia» è il titolo della ricerca di Stefano Allesina, cervello in fuga che da Carpi è volato a Chicago, dove si occupa di modelli matematici applicati all’ecologia.Misurare il nepotismo, calcolare il peso dei baroni. D’accordo, ma come? Spulciando la banca dati del ministero dell’Istruzione, questo ricercatore di 35 anni ha controllato quante volte lo stesso cognome si ripete dentro le nostre 94 università. Un lavoro lungo ma in fondo semplice, «statisticamente rozzo» come spiega lui stesso al telefono. Perché avere lo stesso cognome non vuol dire per forza essere parenti, visto che ci possono essere casi di omonimia.E perché le vie del nepotismo sono infinite, con la possibilità di concedere la spintarella ad amici, cugini e magari amanti che si chiamano in altro modo e quindi sfuggono ad un controllo del genere. Tra gli oltre 61 mila professori e ricercatori a tempo indeterminato delle università italiane, ci sono 4.583 cognomi ripetuti due volte, 1.903 che compaiono tre volte. Il record spetta ai signor Rossi, ovviamente, ce ne sono 255, seguiti da Russo, Ferrari e Romano. Tutti sopra quota cento ma in fondo sono anche i cognomi più diffusi nel Paese.L’analisi diventa più interessante quando si calcola il tasso di nepotismo all’interno delle singole università. Le cose vanno peggio al Sud, con il primo posto assoluto alla Lum Jean Monnet, piccolo ateneo privato della Puglia, seguito da Sassari e Cagliari, mentre per trovare la prima università del Nord bisogna scendere fino alla 15esima posizione con Modena e Reggio Emilia. Altra classifica per le aree disciplinari: i sospetti maggiori si concentrano su ingegneria industriale, seguita da diritto, medicina, geografia e pedagogia. I settori più virtuosi, invece, sono demografia, linguistica e psicologia.Anche qui un indizio non fa una prova. Ma il ricercatore sottolinea alcuni cognomi non proprio comunissimi: «In Economia il quinto cognome più diffuso è Massari, in Veterinaria il primo è Passantino» . Sbotta Luigi Frati, rettore della Sapienza con due figli e una moglie che hanno seguito la carriera accademica: «La meritocrazia non ha cognome. Piuttosto si veda se uno studioso è bravo oppure no». E per questo cita l’indice H, che misura l’impatto del lavoro degli scienziati: «Il mio è 45, quello del ricercatore americano 11».Virgilio Ferrario, preside di Medicina alla Statale di Milano, dice che il «nepotismo c’è ma si faccia la cortesia di vedere cosa succede nell’amministrazione pubblica» . Lui, l’autore dello studio, ribatte di «aver solo offerto uno strumento per combattere il fenomeno» . E dedica il suo lavoro ai ricercatori italiani all’estero. Forse ne avrebbero ancora più bisogno quelli rimasti a casa. Lorenzo Salvia per il “Corriere della Sera

Bocciare è anti-economico ma educativo

Lunedì, 1 Agosto 2011

Nei giorni scorsi l’Ocse (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico), rielaborando uno studio effettuato nel 2009 nell’ambito del Pisa (Programme for International Student Assessment), ha fornito un rapporto indirizzato ai paesi membri, nel quale ritiene di ravvisare nelle cosiddette “bocciature” un danno economico per i paesi dove la pratica è diffusa e un danno formativo per gli studenti bocciati. Rileva, inoltre, che, sia dal punto di vista educativo,sia da quello economico, altrettanto deleteria è la tendenza a trasferire gli studenti bocciati in altri istituti o in altri corsi di studio: in questo modo si rafforzerebbero discriminazioni sociali poiché nel cambiare scuola vengono penalizzati i bocciati socialmente svantaggiati, costretti a frequentare scuole meno efficaci dal punto di vista della qualificazione finale. Questo è bastato perché su alcuni quotidiani si scrivesse del consiglio, dato dall’Ocse ai docenti, di non bocciare più; di scuole “all’antica” (tra cui , ovviamente quella italiana) e di altre che, invece, stanno abbandonando questo modello obsoleto. In realtà, la questione è vecchia (data almeno dal fatidico ’68), ma gli argomenti contro le bocciature scarseggiano e puzzano di tecnocrazia. Innanzitutto, in Italia le bocciature riguardano il 18% degli studenti (la media Ocse è al 15%) e il nostro paese si colloca al 22° posto tra i paesi Ocse: non si tratta quindi di cifre da capogiro o da terzo mondo. Inoltre, lo stesso rapporto Ocse consiglia l’alternativa dei corsi di recupero personalizzati o altre misure di sostegno, con questo ammettendo di fatto che vi siano studenti che, non adeguatamente preparati al termine di un anno scolastico, non meriterebbero la promozione a quello successivo.
Ma, come qualcuno si è già chiesto e come tutti i docenti sanno, se anche il recupero o il sostegno fallissero, perché lo studente proprio non studia, che si fa? Dietro a questo dilemma sta la realtà di una diversa percezione della scuola tra chi la ritiene, data la sua obbligatorietà di fatto e di diritto, un percorso prestabilito con esito certo e certificato (dove, però, si dovrebbe certificare soltanto l’avvenuta frequenza) e chi, invece, vede nella scuola il luogo nel quale si incontrano due volontà, quella di chi vuole imparare e quella di chi vuole insegnare. Nella scuola del primo tipo prevale il conto economico dei costi che gravano sul paese, la rapidità del percorso scolastico e, a ben vedere, una notevole uniformità negli esiti scolastici. Meglio ancora se questi esiti fossero programmabili in termini qualitativi e quantitativi per meglio assecondare le richieste del mercato del lavoro: non stupisce che un organismo come l’Ocse, che si occupa di sviluppo economico, faccia sua questa idea di scuola, insistendo, magari sul fatto che sarebbe bene, una volta iniziata una scuola, andare fino in fondo e nei tempi previsti. Nella scuola del secondo tipo, tutto questo passa in secondo piano; diventa più importante fare in modo che lo studente impari quel che serve per vincere l’ignoranza, scopra che senza fatica non si impara nulla, si senta incoraggiato a dare il meglio di sé e sia guidato a farlo dai suoi docenti fino a conseguire ciò che,con il suo lavoro, si è ripromesso di ottenere. Se questo non avviene, se lo studente non studia, il docente che intrattenga con lui un rapporto che si definisca veramente educativo, dopo aver esperito tutte le cure alternative (recupero e sostegno), non può evitare l’intervento chirurgico della bocciatura. Una cura, quindi, dolorosa, ma non una punizione né un rifiuto. L’obiezione economicistica dei costi che le bocciature produrrebbero per la comunità, in questo tipo di scuola suonerebbe un po’ strana, come se si dicesse che per limitare i costi della sanità bisogna smetterla con gli interventi troppo costosi e puntare tutto sulle cure palliative. Per quanto riguarda la dimensione sociologica del problema, vale a dire il fatto che tra i bocciati siano più numerosi gli studenti di famiglie economicamente svantaggiate, è evidente che per costoro la non bocciatura non è una soluzione: arrivati in fondo a un percorso scolastico nel quale non hanno imparato nulla, si ritroverebbero con il classico pugno di mosche di fronte al mondo del lavoro. Al contrario,è proprio con questi alunni che una scuola del secondo tipo può dare i risultati migliori. Per i docenti una scuola del primo tipo sarebbe una passeggiata, con poche soddisfazioni, quella del secondo tipo un impegno che permetterebbe di collaudare, verificandola, la solidità di una scelta professionale. e.riboldi labussolaquotidiana.it TEMIS: l’atteggiamento dell’OCSE conferma la visione economica della vita che pervade le ns istituzioni. vedi post leozappa su formiche su studiare vale più dei bot

Caos Università

Martedì, 5 Aprile 2011

Cronache di chiusure annunciate: dal prossimo anno accademico alcuni corsi di laurea, in base alla normativa vigente, potrebbero non essere attivati per la mancanza dei “requisiti minimi di docenza”. L’Effetto-Gelmini, in questo caso, non è prodotto diretto della Legge di Riforma entrata in vigore a fine gennaio, ma parte da più lontano: precisamente dal Decreto Ministeriale n. 17 del 22 settembre 2010 che fissa i “paletti” numerici da rispettare per essere in regola e poter continuare ad erogare un corso presente nell’offerta formativa d’ateneo. La razionalizzazione dei corsi di laurea, che dal punto di vista squisitamente economico-finanziario può rappresentare una boccata d’ossigeno per i bilanci accademici, prevede due soluzioni: la soppressione o l’accorpamento. Provvedimenti che, uniti al blocco del turn-over e ai pensionamenti previsti nei prossimi anni, metteranno a dura prova gli atenei riducendo il bacino di docenti per coprire i corsi attivati. Con il risultato che l’offerta formativa delle università pubbliche subirà, nel suo complesso, un forte ridimensionamento. Sono due degli argomenti che ricorrono nelle storie raccontate dai lettori di Repubblica.it. Abbiamo approfondito.Soppressi o accorpati? I requisiti minimi di docenza – vale a dire “il numero di docenti di ruolo complessivamente necessari, calcolato ipotizzando una situazione teorica di impegno nelle attività didattiche esclusivamente di un singolo corso di studio”, secondo la formula ministeriale – prevedono 12 docenti per i corsi di laurea (triennali) e 8 per quelli magistrali (biennali); per i corsi magistrali a ciclo unico di 5 anni il corpo docente di ruolo dev’essere pari a 20 unità, per quelli a ciclo unico di 6 anni il numero-minimo sale a 24. Con l’obiettivo di mettere “un limite alla proliferazione degli insegnamenti”, si rischia però – come ci hanno segnalato molti lettori in occasione della precedente puntata dell’inchiesta – di “tagliare le gambe” a iniziative didattiche valide e con concrete prospettive lavorative post-laurea, cancellandole o ridimensionandole fortemente.“Fiore all’occhiello” spezzato. Alla Federico II di Napoli il corso di laurea magistrale in Astrofisica e Scienze dello Spazio è stato disattivato il 16 marzo su delibera del Consiglio di Facoltà: dal prossimo anno accademico non accetterà più nuove immatricolazioni. “Quella del Senato Accademico – si legge nella nota pubblicata sul sito dell’università – non è stata una decisione insensata, perché, con la nuova legislazione, i corsi di laurea poco popolati incidono negativamente e pesantemente sul finanziamento dell’università”. Effettivamente questo corso di laurea magistrale negli ultimi due anni aveva avuto una media di 12 iscritti (anziché 15, minimo previsto dai regolamenti ministeriali). Ma tutti i laureati, come precisa anche l’ateneo, “hanno finora trovato un inserimento nel mondo della ricerca scientifica nazionale e in special modo internazionale, dando una chiara indicazione di successo e competitività”. Un corso “fiore all’occhiello” sacrificato per mere ragioni di budget.Genova senza Servizio Sociale. Nell’ateneo del capoluogo ligure il corso di laurea magistrale in Servizio Sociale e Politiche Sociali è a rischio chiusura, come conferma il preside della Facoltà di Giurisprudenza Paolo Comanducci: “Detto semplicemente: il Miur pretende, a priori e in astratto, che per attivare i corsi di studio proposti una Facoltà abbia un numero di docenti considerato sufficiente sulla base di una formuletta matematica elaborata dal Ministero”. Per scongiurare la chiusura del corso, d’intesa con il rettore, è stata chiesta una deroga al Miur, ma ancora non è giunta una risposta ufficiale. Intanto la Regione e l’Ordine Nazionale degli Assistenti Sociali stanno manifestando preoccupazione per la paventata chiusura del corso in questione: si tratta, infatti, di un percorso di studi necessario per accedere ai ruoli apicali dei Servizi pubblici nell’area socio-sanitaria.L’Aquila, stop alle indagini. Ha quasi duemila iscritti, registra un alto tasso d’immatricolazioni, è l’unico in tutta Italia: eppure il corso di laurea in Scienze dell’Investigazione dell’Università degli Studi dell’Aquila sta lottando per sopravvivere e, se non riuscirà a trovare i docenti per raggiungere il minimo previsto dal Miur, dal prossimo anno accademico sarà costretto a chiudere i battenti. Il professor Francesco Sidoti, presidente del corso di laurea, ha scritto un accorato appello all’intera comunità accademica aquilana per rendere partecipi tutti del paradosso: per la mancanza di quattro docenti un corso con una precisa identità giuridica, colonna portante dell’ateneo e apprezzato anche in ambito internazionale non potrà essere attivato. Puntualizzando: “Nelle università italiane il settore della sicurezza è stato lasciato drammaticamente allo sbando in questi anni. Siamo il paese di Cesare Beccaria e di Giovanni Falcone; un tempo la criminologia italiana è stata la prima nel mondo. Di tutto questo nelle aule universitarie c’è ben poco, per motivi interni – legati agli aspetti corporativi, clientelari e familistici del sistema – e per motivi esterni se possibile ancor più deleteri: la mancanza di idee chiare e di lungimiranza”. Triennali sfoltite, magistrali stabili. Capitolo accorpamenti. In molte università si sta rimodulando l’offerta formativa puntando sulla riduzione dei corsi di laurea triennali – meno numerosi e più “generalisti” – cercando di mantenere la specializzazione sui corsi magistrali. La Facoltà di Ingegneria dell’Università di Palermo, ad esempio, ha seguito questa strada operando fusioni mirate tra corsi affini, come conferma il preside Fabrizio Micari: “Dal prossimo anno accademico saranno accorpati i corsi triennali di Civile ed Edile e, nella sede distaccata di Agrigento, quelli di Gestionale ed Informatica. In tal modo i nostri corsi triennali scenderanno da 12 a 10 mentre rimarrà inalterato il numero di corsi di laurea magistrale (14 di cui una a ciclo unico quinquennale)”. Ritocchi omogenei anche per Ingegneria a Parma: tre corsi triennali “vicini” – Informatica, Elettronica, Comunicazioni – confluiranno in uno solo che sarà suddiviso in tre curricula. Invariata l’offerta specialistica. Ma non sempre gli accorpamenti seguono criteri logici di prossimità e affinità:  a livello di dipartimenti in alcuni casi il principale obiettivo – non dichiarato ma evidente – è quello di creare nuovi soggetti “di peso” all’interno di atenei, derogando al principio dell’omogeneità.Il “caso” maxidipartimenti. All’Università di Padova il processo di aggregazione dei dipartimenti è cominciato lo scorso anno, in base alle linee guida del Senato Accademico che anticipavano la Riforma Gelmini. Marco Maggioni, rappresentante in CdA del Sindacato degli Studenti Link, sottolinea alcuni “casi” anomali nel nuovo assetto dipartimentale. Il più eclatante è quello del costituendo maxidipartimento “Filosofia, Sociologia, Psicologia Applicata”: “L’aggregazione di tutti questi dipartimenti – spiega Maggioni – non è basata su una comunanza a livello di ricerca o di didattica, bensì sulla volontà di costituire una struttura abnorme dal punto di vista numerico: avrà più di 150 docenti”. E il suo direttore designato – l’ex rettore dell’ateneo patavino Vincenzo Milanesi, delegato all’istruzione del bilancio – ha portato in commissione statuto la proposta di dare più risorse ai dipartimenti numericamente più consistenti. Solo un caso? Un altro dato interessante a proposito di accorpamenti “pazzi” è quello legato alle “spartizioni” di alcuni piccoli dipartimenti, uno per tutti “Geografia”: è stato fagocitato da realtà più grandi, dividendo i suoi docenti tra Geologia, Scienze Politiche e Scienze del Mondo Antico. m. massimo repubblica