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Scalia, un abuso l’attivismo dei giudizi

Lunedì, 27 Maggio 2013

«L’attivismo giudiziario è un abuso di potere e distrugge la pretesa dei magistrati di essere il legittimo arbitro finale del significato della legge». Lo dirà stamane Antonin Scalia a Torino nel «Discorso Bruno Leoni», la conferenza che l’omonimo istituto organizza in occasione del centenario della nascita del filosofo liberale. Il giudice della Corte Suprema degli Stati Uniti, punta di lancia della cultura conservatrice, parlerà del rapporto tra democrazia, attivismo giudiziario e libero mercato.

Il suo sarà un atto di accusa, come sempre diretto ed esplicito, alle «agende politiche di moda» che portano molti magistrati a sottovalutare le protezioni costituzionali dei diritti economici. Scalia ha in mente gli Usa, ma il suo messaggio sulla necessità per i giudici di «interessarsi di più ai diritti proprietari e alle libertà economiche» previste dalla Costituzione americana, acquista valore di appello universale.

 

Con Antonin «Nino» Scalia, nato nel 1936 a Trenton, New Jersey, da immigrati siciliani, abbiamo parlato al telefono alla vigilia dell’appuntamento torinese.

Mr. Justice, il presidente Obama ha detto di recente che la guerra al terrorismo, come tutte le guerre, dovrà finire, ammettendo anche che gli Stati Uniti in questi anni sono stati in conflitto con i propri stessi principi. Lei crede che dopo l’11 settembre l’America, in nome della sicurezza, sia stata in difetto con la sua Costituzione? 
«La nostra Costituzione protegge i non-americani quando sono in America, ma non limita le attività del governo all’estero, eccezion fatta quando si tratta di cittadini americani. Questa è la legge. Naturalmente il presidente decide quale politica debbano seguire i militari».

Ma non esistono dei diritti universali? 
«Io non applico diritti universali. Io devo applicare la legge americana, espressa nella Costituzione e nelle leggi approvate dal Congresso. Non applico le leggi di Dio o di chiunque promulghi la cosiddetta legge internazionale».

Ma ci sono convenzioni internazionali, cui gli Stati Uniti aderiscono… 
«Certo. E nella misura in cui le abbiamo sottoscritte, sono diventate leggi americane che vincolano l’esecutivo. Ma non ne conosco una, in tema di guerra al terrorismo, che limiti le azioni degli Stati Uniti contro i nemici che ci attaccano. Certo, c’è la Convenzione di Ginevra. Ma non si può invocarla, se non si è un esercito, soggetto al comando di qualcuno, che indossa un’uniforme. I terroristi non indossano uniformi, giusto? Ginevra si applica nel caso di una guerra e non si applica a chiunque decida di far esplodere una scuola o un grattacielo».

Lei non pensa che nella guerra al terrore l’America abbia violato principi che sono alla base della sua democrazia?
«Troppo generale. A me interessa sapere se l’America abbia violato la sua Costituzione».

Ma è possibile mettere qualcuno in prigione per sempre senza giudicarlo? 
«Sta parlando di Guantánamo?».

Sì.
«Non è una descrizione accurata. Il tema non è se uno possa essere detenuto laggiù, ma se vi possa rimanere senza un processo civile. I detenuti a Guantánamo sono stati giudicati da commissioni militari, cosa normale in guerra. Nessuno delle centinaia di migliaia di tedeschi catturati nella Seconda guerra mondiale ebbe un processo civile negli Usa, furono giudicati da tribunali militari. Questa nozione che stiamo facendo qualcosa di inaudito è assurda. Quando parlo con i miei amici europei e mi dicono che non possiamo tenerli in prigione per sempre, rispondo: “Bene, ci stiamo pensando. Vorreste prenderne qualcuno in Italia, in Germania, in Francia, visto che siete così ligi ai principi del rispetto dei diritti umani?”. La risposta è sempre no. Trovo questa polemica molto ipocrita».

Lei è considerato la maggiore forza intellettuale dietro la cosiddetta lettura «originalist» della Costituzione americana. Può un testo redatto quasi due secoli e mezzo fa essere applicato, senza interpretazione, a una società radicalmente cambiata ed evoluta da allora? 
«Ovviamente dev’essere interpretato. Quando ci sono nuovi fenomeni che non esistevano al tempo in cui la Costituzione fu scritta, uno deve calcolare in che modo lo spirito di quel testo si applica a loro. Per esempio, il diritto di espressione: come si applica alla radio, alla tv, ai social media. Ciò che non accade, secondo gli originalist , è che i fenomeni che esistevano al tempo vengano improvvisamente trattati diversamente poiché lo pensano i giudici di oggi. L’esempio migliore è la pena di morte. C’è qualcuno che pensa che la pena di morte sia diventata incostituzionale. Assolutamente incomprensibile per me: il popolo americano non ha votato per renderla incostituzionale. Ogni Stato se crede può abolirla e 17 di questi lo hanno fatto. Ma non c’è alcuna base per dire che la nostra Costituzione proibisca la pena di morte, chi lo dice è un incendiario».

E questo si applica anche al diritto di portare armi? 
«Esattamente».

Ma allora l’autodifesa aveva senso, oggi ci sono istituzioni che proteggono il cittadino. 
«Bene, allora cambino il secondo emendamento. E sarebbe anche più facile, perché il suo scopo era di consentire ai cittadini di difendersi dalla tirannia del potere. Se la gente non lo ritiene più necessario, allora si cambi la Costituzione, ma non mi dite che qualcosa sia cambiato. Ci sono molte proposte di legge che riguardano quali armi possano essere portate. Per esempio, armi a spalla che possono lanciare missili in grado di abbattere un aereo. Ma il principio generale che i cittadini possano avere armi, incluse armi da guerra, è chiaro nel testo del secondo emendamento. Se si vuole essere onesti e non si vuole che siano i giudici a scrivere la legge, i cittadini americani hanno il diritto di portare armi, come difesa dai tiranni».

Ma è un fatto che sempre più di frequente queste armi sono usate per uccidere persone innocenti… 
«Nonsense. Non c’è nessuna prova che le combat arms o le “armi d’assalto” siano la causa di questi episodi. Ogni cacciatore in America ha un fucile automatico».

Paolo Valentino corriere.it

Il 95% dei rivoltosi siriani non è siriano

Lunedì, 24 Dicembre 2012

Chi combatte veramente in Siria? Secondo le fonti di intelligence tedesche solo il 5% dei rivoltosi è siriano. Il resto proviene da gruppi armati religiosi, addestratisi dall’Iraq all’Afghanistan fino alla Libia. Il timore di Usa ed Europa è che aiutando la rivolta si aiuti in realtà un fronte jihadista aggressivo

I soldati occidentali non mettevano piede in Medio Oriente dalla Guerra di Suez. È successo di nuovo qualche giorno fa, quando Germania e Usa, sotto l’ombrello della Nato, sono arrivati al confine tra Siria e Turchia per posizionare le batterie di missili Patriot che saranno l’ombrello strategico di Ankara contro il lancio di missili a corto e medio raggio che partono dalla Siria.

Non c’è dubbio che il conflitto siriano è oggi in cima alle preoccupazioni della comunità internazionale. Per il numero di vittime civili che sta facendo, senz’altro. Ma anche per le implicazioni geopolitiche che il conflitto avrà sui nuovi equilibri mediorientali. Per adesso, la volontà di schiacciare la rivolta da parte delle truppe rimaste fedeli ad Assad, con il supporto delle forze speciali iraniane, è determinata dalla certezza che in Siria non ci sarà nessun intervento internazionale. Tutte le cancellerie sanno – o temono – che l’implosione del regime siriano avrebbe effetti di destabilizzazione su tutto il Medio Oriente. A differenza della Libia, infatti, la Siria non è isolata. Essa è anzi la cerniera strategica delle proiezione di potenza iraniana verso il Mediterraneo e l’avamposto per il tentativo del blocco sunnita – guidato da Arabia Saudita e Qatar – per contenere la mezzaluna sciita. Sempre a differenza della Libia, la rivolta è frammentata non solo geograficamente ma soprattutto lungo faglie confessionali. I componenti del Consiglio nazionale siriano sono per lo più esuli con scarsi contatti con gli insorti sul campo. E qui sta la principale difficoltà di analisi e interpretazione dei fatti siriani che si perdono nella “nebbia della guerra”.

Chi combatte veramente in Siria? Quali sono gli interlocutori più affidabili per una possibile transizione nel dopo-Assad? Secondo le fonti di intelligence tedesche solo il 5% dei rivoltosi è siriano. Il resto proviene da gruppi armati, spesso a forte matrice religiosa, addestratisi ormai in vari campi di battaglia, dall’Iraq all’Afghanistan fino alla Libia. Il timore degli Usa e di molti europei è che aiutando la rivolta, fornendo armi e munizioni, si aiuti in realtà un fronte jihadista aggressivo e potenzialmente pericoloso. Un pericolo ritenuto almeno pari alla minaccia di Assad di usare le armi chimiche, le cui riserve sono state spostate nelle scorse settimane dai pretoriani del regime.

Quello siriano è un gioco regionale ma è anche un Great Game globale. Russia e Cina appoggiano Assad e il suo tentativo di soffocare la rivolta. Anche il governo iracheno dello sciita al-Maliki lo sostiene, benché in modo più sfumato. Lo fa in odio ai sunniti siriani, legati a quelli iracheni, e anche verso la Turchia. Ankara ha infatti concesso asilo politico al vicepresidente iracheno condannato a morte per terrorismo. Tra l’Iraq e la Siria esiste una frattura storica, quella tra Baghdad e Damasco, per una sorta di primazia politica e culturale. Era così anche ai tempi del Ba’ath, quando il governo siriano decise addirittura la creazione di una Repubblica Araba Unita con l’Egitto pur di creare un forte contrappeso all’Iraq. 

Non è però l’unica faglia regionale quella tra le due capitali della sunna. I curdi iracheni ad esempio appoggiano i curdi siriani, nella prospettiva di un possibile futuro stato curdo dall’Anatolia del sud ai pozzi di petrolio di Kirkuk. I palestinesi sono invece molto divisi. L’ufficio politico di Hamas ha abbandonato negli scorsi Damasco per trasferirsi in Turchia. I palestinesi rifugiati da decenni in Siria – circa mezzo milione – sono divisi al loro interno tra chi esprime gratitudine all’élite alawita di Assad per averli ospitati e chi invece appoggia la prospettiva di una Siria a maggioranza sunnita.

Come ogni crisi internazionale, anche quella siriana oscilla tra la soluzione militare e quella politica. Per adesso questa seconda prevale, nella misura in cui la frammentazione del fronte delle opposizioni, il supporto iraniano ad Assad e il pericolo che i jihadisti si impadroniscano di troppe armi e soprattutto di quelle chimiche lascia il fronte internazionale in una posizione di assoluta ambiguità. 

Di certo non appare semplice immaginare un salvacondotto per Assad e i suoi familiari, almeno stando alle dichiarazioni del raìss di Damasco che ha dichiarato di voler vivere e morire in patria. Sta di fatto che la scorsa settimana alcuni emissari siriani hanno fatto il giro del Sud America per raccogliere la disponibilità dei governi ad ospitare il presidente e i suoi familiari, lasciando il paese ad una transizione politica. 

Delle due l’una: o si accelera il supporto militare al fronte delle opposizioni, dando una spallata definitiva al presidio di Assad su una parte ancora maggioritaria del Paese, oppure si preme per una sua uscita soft, macchiata dalle enormi sofferenze già inflitte alle popolazioni civili ma prevenendo il rischi che nuovi massacri si ripetano in una Siria ormai allo stremo delle forze. Il rischio altrimenti non è solo quello di una guerra infinita ma anche della creazione di sacche di presidio territoriale e di conflittualità perpetua tra fazioni e gruppi armati. Assad potrebbe ad esempio chiudersi a Damasco e dintorni, facendo nascere una sorta di “villayet alawita”, circondato da province praticamente autonome. Non passerebbe molto tempo e il caos raggiungerebbe anche il Libano e di lì il resto del Levante.
L’attesa, quindi, semplicemente non è un’opzione. f. morosini linkiesta

Grillo manovrato dalla Destra americana (by De Michelis)

Venerdì, 15 Giugno 2012

«Mentre ai tempi della guerra fredda c’era uno schema preciso ed era prevalente la contrapposizione col blocco comunista, adesso questo non c’è più e ha reso generali gli scontri di interessi. Grillo potrebbe essere utilmente utilizzato ai fini di indebolire la situazione dell’Europa e dell’Italia. Lo ha detto alla Zanzara su Radio 24 in diretta su www.radio24.it, l’ex ministro socialista Gianni De Michelis. «Casaleggio non lo avevo mai sentito nominare, – continua il politico – ho scoperto dopo le elezioni amministrative che conta molto di più di quello che sembra. Mi hanno detto – continua De Michelis – che ha una società e degli interessi in America, dunque potrebbe essere un elemento di questa teoria. In questo momento Obama è quello che ha più interesse a tenere la situazione sotto controllo. I repubblicani credo siano disponibili a correre il rischio di indebolire la situazione americana, non solo quella mondiale, pur di vincere le elezioni» Il Sole 24 Ore

Obama, altro che Grande Fratello…

Venerdì, 30 Marzo 2012

C’è un argomento – nella tanto decantata, ma demagogica, riforma sanitaria di Obama negli Stati Uniti – amerikano che è stato rimosso da ogni commento. Ne accenniamo qui, noi.
Se verrà confermato alla Casa Bianca, il democraticissimo Barack Obama renderà obbligatorio, nel corso del prossimo 2013, l’inserimento di microchip sottocutanei in ogni cittadino statunitense.
L’obiettivo formale è quello di creare un “registro nazionale di identificazione” per “seguire meglio i pazienti con la disponibilità di tutte le informazioni relative alla loro salute”. E’ tutto scritto nel progetto di legge Hr 3200 adottato di recente dal Congresso Usa. E’ alla pagina 1001 del dossier che si specifica come il microchip sarà obbligatoriamente immesso sotto la pelle dei cittadini americani per usufruire del sistema sanitario federale. Né le fantasie di una umanità “programmata in provetta” in uno stato unico totalitario romanzate da Aldous Huxley nel 1932, né la trama dell’occhio onnipresente del “Grande Fratello” immaginata nel suo “1984” da George Orwell, possono ormai dunque competere con quella che è una triste realtà sia in divenire che già presente fra noi (siamo tutti spiati dall’elettronica, dalle telecomunicazioni, dai microchips). Come nota la giornalista italiana indipendente Enrica Perrucchietti (autrice tra l’altro de “l’altra faccia di Obama”, una severa reprimenda a disposizione dei cultori anche nostrani dell’idolo politico veltroniano), né Huxley, né Orwell si erano spinti tanto in là. In qualche modo i cittadini oppressi dell’uno o dell’altro autore, avevano a disposizione qualche scampolo di libertà o desiderio di ribellione.
E’ in arrivo, dunque, la bara per ogni nostro timido desiderio di riservatezza e di libero arbitrio. In fondo si tratta dell’applicazione “in corpore vili” dell’assioma calvinista dell’inesistenza umana della libera scelta, idea fondante di quel mostro chiamato Stati uniti d’America. u. gaudenzi rinascita

 

Al Qaida alleata di Obama

Sabato, 7 Maggio 2011

Sì, Obama, non Osama. Perchè Al Qaida sarebbe alleata del presidente degli Stato Uniti? semplice: Obama era in crisi sulla pubblicazione o meno delle foto del cadavere di Bin Laden. I complottisiti, in primi Giulietto Chiesa, erano scatenati. Ecco Al Qaida dichiarare che Obama è morto. Quale miglior alleato? temis

I nostri ministri sono manovrati dagli Americani (by Berlusconi)

Venerdì, 25 Marzo 2011

Non ho niente da dire». Berlusconi attraversa a passo spedito la hall del Conrad. Evita i giornalisti italiani che, almeno questa volta, non vogliono chiedergli di cucina politica nostrana, del rimpasto di governo, ma di Libia, del «povero Gheddafi da salvare», di una nostra possibile mediazione, del «saccente Sarkozy», dei nostri interessi petroliferi.E invece lui si nega (vedremo se oggi farà una conferenza stampa al termine del vertice europeo).Si nega per il momento perché sa che potrebbe dire quello che non può dire in pubblico e cioè di essere «angosciato», di essere stato trascinato in questa avventura libica. A trascinarlo «obtorto collo» sarebbero stati Franco Frattini, Gianni Letta e Ignazio La Russa. Con l’autorevole sponda del presidente della Repubblica Napolitano.Il kingmaker, a suo giudizio, sarebbe innanzitutto il ministro degli Esteri, in presa diretta con l’Amministrazione americana e il Segretario di Stato Hillary Clinton, la quale non perde occasione per elogiare la politica estera italiana (la Farnesina) in questa circostanza. Gli stessi elogi che ieri ha scritto il capo dello Stato in una lettera. «Cosa del tutto inusuale – osservano sospettosi a Palazzo Grazioli – visto che di solito Napolitano prende carta e penna per bacchettare il governo…».Alle cinque del pomeriggio Berlusconi, che in mattinata aveva dato forfait alla riunione del Ppe («per studiare i dossier europei», spiegano i suoi collaboratori), s’infila in macchina e di fronte alle telecamere nemmeno un sorrisino. Via verso Justus Lipsius, il palazzo dove lo attendono i colleghi europei, anche il «Napoleone dell’Eliseo». E qui lo raggiunge la buona notizia dell’accordo di affidare il completo controllo delle operazioni militari alla Nato. Adesso il Cavaliere ha tutte le ragioni per vendersi questa decisione come una sua vittoria (in effetti è sempre stata la linea di Roma).Buone notizie anche da Parigi dove il presidente dell’Unione africana, Jean Ping, fa sapere che oggi al vertice di Addis Abeba ci saranno pure esponenti degli insorti libici e del regime. Un flebile spiraglio di una possibile mediazione con Gheddafi per arrivare al cessate il fuoco e convincere il raiss a passare la mano. Ma è lo stesso Berlusconi a non crederci molto. È convinto che il suo vecchio amico del deserto non mollerà mai e poi mai «e prima di arrendersi farà una carneficina».Eppure, ancora oggi alcuni contatti con Tripoli sono in piedi e passano attraverso quadri intermedi della nostra diplomazia. L’unica vera finestra di mediazione c’è stata la notte in cui è stata votata la risoluzione dell’Onu. Anche la mattina successiva c’era ancora una chance se si fosse messa in moto una forte azione diplomatica. Ma quell’occasione si è persa. E il Cavaliere è «angosciato».Dice di non conoscere i leader dei ribelli, anzi alcuni li conosce bene e sono persone che fino all’altro ieri stavano con il Colonnello. E non gli sembrano quindi stinchi di santo, amanti della democrazia e della libertà. Quindi «non è il caso di avere facili entusiasmi», perché in quel governo di insorti non tutte le componenti sono il nuovo. Il riferimento è a figure come Mustafa Abdel Jalil (presidente del Consiglio nazionale di transizione libico ed ex ministro della Giustizia con Gheddafi) e ad Addel Fatah Yunis (ex ministro dell’Interno).«E poi – ragiona Berlusconi – è mai possibile che il nostro interesse è portare democrazia e libertà sempre nei Paesi dove c’è il petrolio? Allora se dovessimo seguire questo criterio dovremmo dichiarare guerra a mezzo Medio Oriente…». Insomma, il premier si sente trascinato dentro una missione che non riesce a sentire propria, che non corrisponde a una vera finalità di pace, ma è solo legata a interessi economici e di egemonia politica nel Mediterraneo.Angosciato per quello che potrà accadere a Gheddafi per il quale teme una fine come quella che è toccata a Saddam Hussein. Sembra che l’altra sera a palazzo Grazioli con i parlamentari Responsabili abbia sfogliato l’album delle fotografie con il raiss. Tempi d’oro, costellati di accordi che hanno fermato gli sbarchi di immigrati sulle nostre coste. E ora quella sua opera d’arte politica viene frantumata dalle bombe. Angosciato e deluso dal suo amico della tenda nel deserto che si ostina a non ascoltarlo.Ora i contatti diretti si sono interrotti da tempo e Berlusconi è vincolato da una parte del suo governo e da un voto. Frattini e La Russa gli ripetono che l’Italia aveva di fronte una strada obbligati. «Ma come possiamo fidarci di quelli di Bengasi?», è la sua domanda fissa. E il Capo della Farnesina, che ha ottimi rapporti con il presidente del governo provvisorio Jabril, lo rassicura. «Te li farò conoscere, vedrai che potremo fidarci».Qui a Bruxelles deve mettere da parte questi dubbi e angosce e fare in modo che l’Europa accetti di fare uno sforzo sul fronte immigrazione. I Paesi dell’Ue devono accettare di contribuire agli sforzi economici per la gestione dei migranti e dei profughi. E dividerseli, perché l’Italia non può essere invasa e sopportare gli effetti di quello che sta accadendo nel Maghreb. Il premier si aspetta ben poco: al di là delle dichiarazioni di intenti e qualche «spicciolo», difficilmente i Ventisette decideranno misure concrete per alleggerire la pressione sul nostro Paese.Amedeo La Mattina per “La Stampa

Obama caccia Berlusconi

Lunedì, 14 Febbraio 2011

Per alcuni analisti di politica internazionale sì, anche se il motivo non è certo Ruby, bensì la linea dell’amministrazione Obama. Così come il capo del Paese tuttora più potente del mondo ha spinto perché il rais egiziano lasciasse subito il potere, altrettanto, dicono questi analisti, sta avvenendo nei confronti di Berlusconi, anche se ovviamente in maniera più discreta, trattandosi di un alleato in un Paese sicuramente democratico. A pensarla così sono anche le teste più fini di là dal Tevere, a cominciare dal cardinale Camillo Ruini. L’influenza degli americani nei Paesi alleati, e in particolare in Italia, non è nuova. Solo una volta si sono sentiti dire un secco e duro no: da Bettino Craxi per la vicenda Sigonella. E tutti ricordano come è andata per lo statista socialista. Anche allora fu il diretto interessato a dare una mano importante a chi lo voleva fuori dalla politica per il suo coinvolgimento nelle tangenti, poco importa se per il partito o per le sue tasche, come però non sembrerebbe a giudicare da quanto ha lasciato. E indubbiamente anche Berlusconi sta aiutando chi, fra gli americani, lo vuol veder cadere, con i suoi eccessi sessuali o se si preferisce la sua eccessiva disinvoltura nel ritenere che la privacy possa valere anche per un uomo che da quando è entrato in politica ha attirato su di sé il risentimento del terzo potere dello Stato, appunto i magistrati: basta pensare al trattamento che ricevette quando presiedeva il G8 a Napoli con un avviso di reato finito prima sul Corriere della Sera e poi sulla sua scrivania per un procedimento conclusosi con l’assoluzione. Se invece di attaccare ogni giorno i giudici, Berlusconi si limitasse a ricordare quei fatti, nessuno potrebbe accusarlo di voler creare un conflitto istituzionale, visto che allora furono i magistrati a travalicare il loro potere e a voler confliggere con il capo del governo. Ma in realtà i Bunga Bunga non sono la causa bensì l’occasione per cercare, da parte di alcuni esponenti dell’amministrazione americana, di sospingere fuori dal vertice del governo Berlusconi: la causa è descritta e documentata nelle carte della diplomazia statunitense resa pubblica da Wikileaks, confermate da un’infelice dichiarazione del segretario di Stato, Hillary Clinton, e rettificate (dalla stessa Clinton) solo dopo una vigorosa protesta del ministro degli Esteri italiano, Franco Frattini. Così come l’amministrazione americana non sopporta più che l’Egitto, per quanto alleato fedele e unico difensore di Israele nello scacchiere medio-orientale, abbia una dittatura mascherata da democrazia e teme che prima o poi il fanatismo islamico porti il Paese nell’influenza di Al Qaida, allo stesso modo l’amministrazione Obama non tollera più il rapporto stretto e amichevole di Berlusconi con il (ritornato) nemico Vladimir Putin. Mentre l’amministrazione di George W. Bush era d’accordo che Berlusconi facesse da mediatore con la Russia, l’amministrazione democratica di Obama vuole andare ben oltre Berlusconi e continua a vedere nella Russia il vecchio nemico comunista. La fede nella democrazia assoluta da parte di Barack Obama è testimoniata non solo dal suo credo che internet debba essere totalmente libero, senza alcun controllo ma anche dai reiterati pronunciamenti di questi giorni sul fatto che gli Stati Uniti sono a fianco del popolo egiziano. La democrazia fin dal tempo dei greci è stata la più bella conquista della dignità di ogni essere umano, ma la fede cieca in essa prescindendo da qualsiasi valutazione della fase contingente ha fatto spesso compiere in passato errori madornali ai presidenti democratici statunitensi, come per esempio a Jimmy Carter, che pur di far cadere lo scià di Persia non si accorse che stava consegnando il Paese all’integralismo islamico di Khomeini. Oggi molti pensano che la pressione fatta su Mubarak per una sua immediata uscita di scena esporrà l’Egitto a non pochi rischi di un’affermazione integralista. Del resto, proprio la sua insistenza ha esposto Obama nei giorni scorsi a pessime figure, visto che Mubarak si è dimesso solo ieri, mentre il presidente degli Stati Uniti aveva più volte annunciato la caduta del raís quando ancora Mubarak spiegava dalla televisione che avrebbe lasciato solo a fine mandato, vale a dire a settembre. E figura ancora più brutta, ancorché le pressioni questa volta siano sotterranee, l’amministrazione americana rischia di farla con Berlusconi. Il quale, per esistere oltre, non solo attacca la magistratura e l’opposizione, a suo giudizio antidemocratica, ma ha deciso di tornare a governare l’economia con il Consiglio dei ministri straordinario di mercoledì 9. La manovra approvata, di fatto a costo zero per le casse dello Stato, è stata giudicata un po’ da tutti inadeguata ai fini dell’obiettivo: generare cioè uno shock capace di imprimere un’accelerazione forte allo sviluppo economico attualmente troppo modesto, vero cancro del Paese Italia. All’interno della maggioranza di centro-destra oggi esistono due correnti. Quella di Berlusconi, di Gianni Letta e di recente, di nuovo, di Giuliano Ferrara. (In particolare, il direttore del Foglio si sta spendendo per sostenere che almeno i 10 miliardi incassati in più dallo Stato grazie all’efficienza dell’Agenzia delle entrate dovrebbero essere investiti per cercare di creare sviluppo e lavoro). E quella del ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, ormai quinta essenza dell’intransigenza a non spendere, preoccupato com’è (e giustamente) che il Paese venga attaccato dalla speculazione come accadde a Grecia, Portogallo e, in parte, alla Spagna. Ha scritto Il Foglio venerdì 11: è stato Franco Bassanini con la sua legge di accorpamento dei ministeri, in particolare del Tesoro e delle Finanze, a dare troppo potere a Tremonti. Oggi l’ex deputato del Pd è presidente della Cassa depositi e prestiti, cioè il braccio operativo del ministro Tremonti. La Cassa vanta una liquidità di ben 140 miliardi, un capitale con il quale si potrebbe fare una manovra davvero shock per spingere la ripresa, anche se la Cassa stessa deve tenere liquidi almeno 70 miliardi a garanzia dei 200 miliardi di risparmio postale. Come mai Tremonti non decide di investire almeno i 70 miliardi liberi? Perché è legittimamente ossessionato dal rischio che la speculazione prenda di mira il Belpaese e l’Unione europea presto chieda di ridurre significativamente il debito. Pur essendo oggi la Cassa una spa di diritto privato partecipato da molte fondazioni ex bancarie, quei capitali sono una buona riserva di sicurezza per poter comprare Bot e Cct in caso di attacco della speculazione. Per questo la Cassa, il suo presidente Bassanini e l’amministratore delegato Giovanni Gorno Tempini stanno battendo la strada dell’attrazione di capitali esteri, in particolare di quei Paesi come la Cina che stanno accumulando enormi riserve. A inizio febbraio sono stati ospiti della Cassa il presidente e il top management del più grande fondo sovrano cinese, il Cic, capace di investire centinaia di miliardi. È sicuro che la Cina voglia investire in Italia anche per una razionale diversificazione Paese. Il grandissimo fondo dell’ex Impero celeste è disponibile anche a investimenti diretti, ma finora la Cassa gli ha potuto offrire solo l’investimento in altri fondi da essa promossi o partecipati, come il Fondo delle Pmi, che ancora ha quote importanti da sottoscrivere, o quello per le Infrastrutture. Infatti, esistono ancora forti impedimenti burocratico-fiscali per la formula preferita dai cinesi del project financing che avrebbe la capacità di muovere una forte leva grazie ai finanziamenti bancari. Bassanini, che è uno specialista di semplificazioni burocratiche, riconosciuto anche all’estero (è nella commissione nominata dal presidente francese Nicolas Sarkozy), ha preso di petto il problema e ha partecipato allo studio richiesto dal sottosegretario leghista, Roberto Castelli, responsabile degli investimenti infrastrutturali per mettere a nudo i vari impedimenti. I lacci e i lacciuoli, come li chiamava Guido Carli, sono numerosi e condizionanti: si va dai tempi di approvazione delle licenze per le opere alla possibilità di fatto per gli appaltatori di incrementare incondizionatamente il costo delle opere stesse fino alla lungaggine tipica della giustizia italiana per i possibili contenziosi. I cinesi, che studiano tutto nei minimi dettagli, hanno confermato di essere interessati al project financing per le grandi opere, ma solo quando questi lacci e lacciuoli saranno eliminati. Questo quadro dimostra che la mancanza di capitali massicci è la prima causa del modesto sviluppo italiano, ma ben altre cause esistono nel non favorire lo sviluppo quando anche i capitali sono disponibili. L’idea, quindi, di approcciare il problema sviluppo da parte del governo dal lato della semplificazione normativa non è un’idea peregrina; ma quanto è stato varato dal Consiglio dei ministri di mercoledì 9 non è sufficiente, né perfettamente congruo. È perciò auspicabile che lo studio recentemente consegnato al sottosegretario Castelli generi provvedimenti di riforma della normativa per gli investimenti. Per questo tutta l’attenzione politica, di maggioranza e opposizione, dovrebbe essere concentrata sulle riforme liberandosi, almeno mentalmente, dagli scandali sessuali e dalle battaglie giudiziarie. Ma occorre anche che Tremonti, la cui politica di rigore non può essere che apprezzata, superi una sorta di sindrome di Stoccolma per il debito e non aspetti il varo della sua pur necessaria riforma fiscale (attesa per aprile-maggio) per essere parte attiva della politica di rilancio dell’economia. Mercoledì 9 alla conferenza stampa per presentare la manovrina a costo zero ha partecipato per pochi minuti. Tutti hanno poi visto in televisione che effettivamente era andato a Reggio Calabria per un impegno con il sindacalista Raffaele Bonanni. Ma è chiaro che senza la partecipazione di Tremonti, non solo per il potere che ha ma anche per la sua intelligenza finanziaria, non ci può essere manovra di forte peso reale. Caro Signor Ministro, giusto il rigore, ma una sua partecipazione di entusiasmo all’azione di politica economica è a questo punto necessaria. Anche per togliere spazio alle voci maliziose secondo le quali Lei aspetterebbe di poter incidere effettivamente sulla crisi economica solo quando sarà presidente del Consiglio. Purtroppo non c’è più tempo da perdere, neppure una settimana. Tanto più ora che Lei ha ritrovato una sintonia con il governatore Mario Draghi, da Lei finalmente candidato al vertice della Bce con la sua dichiarazione di venerdì 11 alla stampa estera. Bravo. Paolo Panerai per “Milano Finanza”

Il tramonto dell’Occidente? che bluff…

Mercoledì, 20 Ottobre 2010

Smetterla di pensare solo all’Islam vuol dire sottrarsi a una delle grandi narrazioni della paura di questo inizio secolo, come la fine del capitalismo, la catastrofe ambientale, l’esaurimento dei combustibili fossili, un nuovo paganesimo capace di travolgere la Cristianità. Neanche Spengler avrebbe mai toccato le vette di autolesionismo raggiunte dai nuovi cantori del “tramonto dell’Occidente”: ogni volta sembra che la nostra civiltà debba sparire e invece continua a progredire. Cent’anni fa le grandi potenze controllavano tre quarti delle terre emerse, ma quello era il colonialismo, l’espressione faustiana della potenza occidentale, sangue, guerre, rapina delle risorse mondiali e milioni di vite umane sacrificate. Poi ci sono stati due conflitti mondiali, fascismo, comunismo, un pantheon poco edificante capace di far breccia ad altre latitudini. Ma che l’America è rimasta quel che era, il mondo atlantico non ha ceduto alla tentazione totalitaria, le democrazie europee dopo la dittatura sono resuscitate assicurando libertà e benessere ai popoli diretti sulla strada della globalizzazione. In futuro dovremo riconoscere con meno esitazione i nostri limiti: credenze e pregiudizi duri a morire come la fiducia quasi religiosa nel consumo, la dipendenza dalle materie prime e dal petrolio, una società sempre più mediatizzata e virtuale ai confini del Luna Park. Prima di togliersi la vita, lo scrittore americano David Foster Wallace ha raccontato i mali oscuri del nostro tempo. Andrebbe riletto per scansare facili entusiasmi. Eppure le democrazie occidentali conservano dei valori indissolubili e spendibili nei futuri assetti internazionali. Un’economia basata sul libero mercato, rappresentanti eletti dal popolo in liberi parlamenti, una società civile capace di mettere dei paletti al potere, un sistema giudiziario indipendente. La domanda è se nei prossimi decenni riusciremo a sostenere la pressione congiunta delle “nuove grandi potenze”, Cina, India, Russia, Brasile, oppure il mondo acquisterà equilibri diversi da quelli che conosciamo, incrinando l’egemonia occidentale più di quanto non lo sia già. L’Europa può resistere a questi concorrenti completando il processo di unificazione politico, economico, militare, culturale, iniziato dopo la Seconda Guerra mondiale, ma l’Occidente corre davvero il rischio di finire al traino dei giganti asiatici? Se guardiamo come vengono descritte le “nuove potenze” risuona l’eco di esagerazioni storiche da cui stiamo appena uscendo convalescenti. I bestseller di (fanta?)economia raccontano una Cina senza rivali ma quanto c’è di libero mercato e quanto di iniezione statale nell’economia della Repubblica popolare? Pechino soffre di sovrapproduzione, la domanda interna e i consumi non reggono al decollo, i mercati occidentali rappresentano uno sbocco obbligato per il Celeste Impero. Le politiche di controllo delle nascite vorrebbero ridimensionare la crescita demografica ma offrono soluzioni aberranti come “l’aborto selettivo” sulla base del sesso del nascituro. La mancanza di libertà sta diventando insopportabile, come ha dimostrato il premio Nobel per la Pace a Lin Xiaobo. La scomposizione e la ricomposizione etnica e culturale di un Paese così grande da essere ancora diviso da barriere linguistiche faranno il resto. Le nuove potenze potrebbero sgretolarsi dall’interno. L’India è molto più vicina all’Occidente di quanto non lo sia la Cina – dal punto di vista democratico, imprenditoriale – e sarà l’alleato chiave degli Stati Uniti in Asia. Solo che anche Delhi deve e dovrà vedersela con tassi di povertà e condizioni di vita disperate della popolazione, problemi di lungo periodo che covano sotto il vulcano con un impatto potenzialmente esplosivo sulla stabilità del Paese. Quella indiana è una civiltà culturalmente e spiritualmente diversa dalla nostra ma si sta occidentalizzando sotto tanti punti di vista, com’è accaduto al Giappone o alle (ex) “Tigri asiatiche” che non appartenevano alla storia occidentale ma ne hanno preso il modello politico ed economico sviluppandolo in modo originale sulla base delle proprie radici e tradizioni storiche. Lo stesso fenomeno interessa il Brasile e altri stati del Sudamerica e rende l’America Latina il miglior candidato a diventate la “terza gamba” dell’Occidente dopo l’Europa e il Nord-Atlantico (e Israele, l’Australia, la Nuova Zelanda, il Sudafrica…). Nel mondo islamico l’esperimento si chiama Iraq, la democrazia uscita dalla guerra di liberazione contro il regime di Saddam Hussein. La Turchia di Erdogan a sua volta sta facendo i conti con la divisione fra stato e chiesa, un passaggio che se fosse assolto potrebbe riavvicinare Ankara a Bruxelles. E infine come si fa a credere che la Russia di oggi sia paragonabile alla vecchia Unione Sovietica? Allora il mondo era diviso in sfere di influenze, dopo la caduta del comunismo invece c’è stato spazio per un’unica superpotenza – gli Stati Uniti. Quello fu uno scontro di dimensioni epiche e globali che per decenni ha tenuto l’Europa con il fiato sospeso per un blitz dell’Armata Rossa, oggi la battaglia si gioca nel “cortile di casa” russo come ha dimostrato la guerra in Georgia nel 2008. Bene che vada i successori di Putin potranno ergersi a custodi dell’Ortodossia e preservare l’intangibilità delle frontiere ma difficilmente Mosca otterrà di più. Il Cremlino ha rimesso prepotentemente piede nell’economia ma è un vantaggio che si regge sulle megaconcentrazioni come Gazprom e rischia di generare delle crisi con effetti distruttivi sulla società russa. Se aggiungiamo il cesarismo, le pulsioni illiberali e a sfondo etnico, una divisione quasi feudale della società, il quadro clinico di Mosca assume contorni funebri. L’America ha retto al colpo dell’11 Settembre affrontando due guerre e lo sfascio economico. Gran parte della responsabilità di quel che un domani sarà la civiltà occidentale dipende dalle scelte che vengono prese a Washington. E’ il caso della Polonia. La caduta del comunismo nei Paesi dell’Europa Orientale ha rappresentato un momento decisivo di quella Rivoluzione liberale partita in Spagna e Portogallo alla metà degli anni Settanta, “esportata” in America Latina e sancita dalla triade Reagan-Thatcher-Giovanni Paolo II. Qui nasce la democrazia polacca, un Paese giovane, fiducioso della globalizzazione, che cresce più di molti altri partner europei. Varsavia, per inciso, è anche un esempio di cosa significa “radici cristiane” del mondo occidentale. Peccato che il Presidente Obama abbia tradito le aspettative dei polacchi scendendo a patti con Mosca sul disarmo e lo scudo spaziale. r. santoro l’occidentale

Obama scheda gli immigrati

Martedì, 5 Ottobre 2010

E ora che diranno di Obama? Che è ancora un progressista, un difensore dei deboli e degli oppressi? O scriveranno che si comporta come un bieco reazionario? Più probabilmente non diranno nulla. Opteranno per il silenzio lasciando che una rivoluzione prenda avvio. Non a favore, ma contro l’immigrazione, adottando una misura che Hollywood aveva già previsto, nel film Minority Report, ambientato nel 2054. Siamo nel 2010 e la realtà supera la fiction. E che realtà! Il presidente che solo due anni fa accendeva le speranze del mondo è costretto, di fatto, a rinnegare i valori per i quali si è sempre battuto e che rappresentano un aspetto fondamentale della sua identità. Il primo presidente nero e figlio di padre kenyota, ha deciso di schedare gli immigrati usando l’unico metodo di riconoscimento che gli esperti considerano infallibile: il controllo dell’iride.
Fino a oggi i clandestini di tutto il mondo potevano facilmente cancellare o comunque cambiare la propria identità. Le impronte digitali si cancellano, i passaporti si taroccano, l’aspetto fisico può essere camuffato. Un irregolare arrestato ed espulso può facilmente riprovarci creandosi una nuova identità. Ma se l’iride è stato fotografato, qualunque travestimento diventa inutile. Questa parte dell’occhio rimane immutata fino alla morte. Rappresenta l’identikit perfetto, supportato da tecnologie sempre più precise, che consentono registrazioni persino a due metri di distanza. Una volta che i dati di una persona sono immessi nel cervellone elettronico, questa è schedata per sempre. Il provvedimento verrà provato in via sperimentale in Texas per un paio di settimane e se darà risultati positivi, come in Irak, dove è stato perfezionato su migliaia di potenziali sovversivi, verrà esteso a tutto il Paese. E forse verrà ampliata anche «l’Operazione Streamline». Non ne avete mai sentito parlare? Ovvio, è un’altra notizia, che come capita sovente, è ignorata benché molto significativa. Trattasi di un provvedimento che consente di processare e condannare in giornata i clandestini catturati al confine. Processi sommari, quasi di massa. Per ora la media è di 700 al giorno, ma il Dipartimento della Homelande Security, ovvero il ministero dell’Interno statunitense, vorrebbe che salissero a mille. La regola è chiaramente anticostituzionale, ma l’America che apriva le braccia del suo mondo ai diseredati dando una seconda chance a tutti, l’America dove lo stato di diritto era sacro, se ne infischia. E tira dritto. Anche se la Casa Bianca non è più abitata dal conservatore Bush, ma dal progressista Obama; il quale non lo proclama perché non sta bene; è politicamente scorretto. Ma lo fa, eccome se lo fa. Solo una certa sinistra italiana ed europea, continua a credere al mito di una società, bella, buona, giusta e multietnica e multiculturale. Il loro idolo, Obama, promuove politiche che, a ben vedere, non sono molto diverse da quelle di un Maroni o di un Sarkozy; a riprova del fallimento di tutti i modelli di integrazione da quello francese a quello britannico, da quello olandese a quello americano. E a conferma dell’esasperazione della società civile, in Europa come in America, che non sopporta più l’impatto disgregante sul tessuto sociale, di un’immigrazione ormai fuori controllo. Così fan tutti, ormai. La differenza è di forma. La destra lo urla e scoppiano le polemiche. Obama lo sussurra e, grazie alla compiacenza della grande stampa, la fa franca. Ma ha capito che per vincere deve dichiararsi di sinistra, ma poi attuare politiche di destra. Clinton, Schroeder, Blair erano maestri in quest’arte. L’importante è calibrare bene il messaggio, salvando le apparenze. Al resto pensano gli spin doctor ovvero i grandi manipolatori dell’opinione pubblica. Magari anche a camuffare l’inquietante rischio insito nel controllo con l’iride, che oggi è applicato ai clandestini e domani, magari, a tutti i cittadini; i quali potrebbero essere controllati nella vita di tutti i giorni, con l’ausilio di semplici telecamere, destinate a diventare sempre più sofisticate. Un moderno, orwelliano Grande Fratello, come nel film Minority Report. E proprio con la primogenitura di colui che prometteva un mondo migliore, trasparente e più giusto. Alleluia. m. foa

Gli USA dietro Fini

Venerdì, 24 Settembre 2010

I servizi segreti americani hanno informato Fini della manovra contro di lui a Saint Lucia. Lo scrive il Secolo XIX a firma di Sara D’Ambrosio “E a confortare i sospetti di Fini, sarebbe poi arrivata la segnalazione da parte dei servizi americani. Che osservano con sospetto le mosse del premier Berlusconi almeno da quando Obama siede alla Casa Bianca”. C’è di che riflettere… temis