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Democrazia del profitto e valore della bellezza (by Rossi)

Sabato, 17 Marzo 2012

La più grande ristrutturazione storica del debito statale è avvenuta in Grecia in una situazione ancora non del tutto chiara. Il cosiddetto salvataggio, che non elimina tuttavia le dichiarazioni di default, è stato condotto con lo scopo dichiarato di tutelare, nei limiti del possibile, i creditori ben più che i cittadini greci. Creditori che, anche attraverso la speculazione ampiamente adottata con le assicurazioni stipulate sul default greco, mediante quei singolari derivati chiamati credit default swaps, per il momento, pur nei tagli all’ammontare dei crediti, hanno goduto di una sorta di sgangherata par condicio creditorum. E questa, ai danni di una cittadinanza, in pericolo di caduta oltre che economica, di democrazia. Questa operazione, creata dalle derive del capitalismo finanziario globale, è ben diversa dalla impostazione ideologica e culturale adottata dal presidente Roosevelt con il New Deal, che aveva in precedenza indicato come principio fondamentale per risolvere la crisi della grande depressione, progetti che venissero dal basso e non dall’alto, e che prestassero «fiducia una volta di più nell’uomo dimenticato in fondo alla piramide economica»Le politiche di austerity prima, e di vaga quanto incerta crescita poi, costituiscono da tempo in Occidente uno “stato di eccezione”, con grave pericolo della democrazia e dei diritti dell’uomo storico, ripresi nella Dichiarazione del 1948 e frutto della profonda cultura europea.The forgotten man, cioè l’uomo dimenticato, è sempre più dimenticato in ragione anche di una crescita basata soltanto ed esclusivamente sulle quantità del Pil, il quale può sì avere un suo riflesso nel rapporto tra i Paesi ricchi e i Paesi poveri, ma all’interno del singolo Paese, ricco o povero che sia, il Pil non conta più, se non in rapporto al benessere e al profilo soggettivo della ricchezza individuale, per cui quella dell’uno non dà la stessa felicità che l’identica ricchezza dà all’altro.Globalizzazione, Pil, crescita esclusivamente economica, spinta all’educazione alle sole culture tecnologiche o scientifiche, ma con scarso pensiero critico, sono state recentemente bollate e aspramente criticate da Martha C. Nussbaum, anche nell’articolo apparso sull’ultimo numero della rivista Il Mulino dal titolo “Educare per il profitto o per la libertà?”. Conclude significativamente la Nussbaum che “produrre crescita economica non significa produrre democrazia, né garantire una popolazione sana, occupata, istruita”. La creazione di élite competenti in tecnologie e affari ha sottovalutato l’importanza di educare alle scienze umane e alle arti per evitare l’ottusità morale che, eliminando i valori creati dalle scienze umane, ha soppresso uno degli aspetti principali della democrazia, quello della partecipazione critica dei cittadini alle scelte politiche. È così che l’”uomo dimenticato” si allontana sempre più dalla politica costellata di luoghi comuni e di interessi lobbystici, con governanti che impongono modelli e schemi di attività sociali, con presunzione e arroganza ora vergognosamente scandalosa, ora sobria, ma sempre aliena dal considerare al centro della democrazia the forgotten man.Eppure le disuguaglianze sempre più gravi create dalla cultura dell’economia finanziaria invece che dalla cultura delle scienze umane, delle arti (non del mercato dell’arte) e del pensiero critico, non vengono rimosse secondo una ricetta che già in altri momenti di crisi avevano convinto dei grandi illuministi come Condorcet. Questi era del parere che, per risolvere le inuguaglianze create dalla libertà dei commerci, fosse necessario garantire la parità di istruzione dei cittadini. Egli stesso, poi, fin da allora, sottolineava che è la ricchezza che domina la politica e che dunque la politica in realtà è appannaggio dei ricchi. L’invito di Martha Nussbaum a investire oltre che nelle competenze tecniche e scientifiche anche, e ora soprattutto, in quelle umanistiche e artistiche, che potrebbero sparire perché non producono profitto, rimane inascoltato. Ciò comporta il rischio di soffocare, nella mancata coscienza dei diritti umani e di quelli dei cittadini a scegliersi liberamente il loro governo, anche la grande tradizione della democrazia europea e dei diritti umani che fanno parte della sua storia. Cioè quei diritti sociali dell’uomo storico europeo alla salute, alla dignità del lavoro e all’abitazione, all’uguaglianza dei punti di partenza, insomma a tutto il processo di welfare che finora ha in qualche modo fatto sì che nei Paesi europei la pur dilagante povertà sia meno grave che altrove. Risultano allora inquietanti le dichiarazioni di chi è ai vertici delle istituzioni europee, che hanno accompagnato la crisi e che pretenderebbero ora di risolverla, che il welfare europeo è finito.Non è invece tempo di investire nella democrazia, nel pensiero critico e nella cultura della bellezza delle arti, grande patrimonio europeo e in modo particolare italiano? Sarà forse questa una strada per riproporre all’uomo dimenticato che anche la Bellezza, come nei miti dell’antica Grecia, produce ordine e giustizia, cioè elimina le disuguaglianze. La giustizia di Afrodite nella ricostruzione del mito greco fatta da James Hillman può essere un viatico da non trascurare poiché, come egli conclude, “quando Lei trionfa in tutta la sua sublimità, allora la sconfinata confusa chiarezza del cosmo stesso è in perfetto ordine, e anche la giustizia trionfa”. g. rossi ilo sole24 ore

Il regno di Narciso (by de Benoist)

Giovedì, 2 Febbraio 2012

“La società ha integralmente adottato, senza il minimo limite e senza il minimo contropotere, i valori femminili”: in questi termini ha espresso di recente il suo parere il pediatra Aldo Naouri. Di questa femminilizzazione sono già testimonianze il primato dell’economia sulla politica, il primato del consumo sulla produzione, il primato della discussione sulla decisione, il declino dell’autorità a profitto del “dialogo”, ma anche l’ossessione della protezione del bambino (e la sopravvalutazione della parola del bambino), la messa sulla piazza pubblica della vita privata e le confessioni intimi della “tele-realtà”, la moda dell’“umanitario” e della carità massmediale, l’accento posto costantemente sui problemi della sessualità, della procreazione e della salute, l’ossessione dell’apparire, del voler piacere e della cura di sé (ma anche l’assimilazione della seduzione maschile alla manipolazione e alla “molestia”), la femminilizzazione di talune professioni (scuola, magistratura, psicologi, operatori sociali), l’importanza dei mestieri della comunicazione e dei servizi, la diffusione delle forme rotonde nell’industria, la sacralizzazione del matrimonio d’amore (un ossimoro), la moda dell’ideologia vittimistica, la moltiplicazione delle “cellule di sostegno psicologico”, lo sviluppo del mercato dell’emotività e della compassione, la nuova concezione della giustizia che fa di essa un mezzo non per giudicare in assoluta equità ma per far pesare il dolore delle vittime (per consentire loro di “elaborare il lutto” e “ricostruirsi”), la moda dell’ecologia e delle “medicine dolci”, la generalizzazione dei valori del mercato, la deificazione della “coppia” e dei “problemi di coppia”, il gusto della “trasparenza” e della “commistione”, senza dimenticare il telefono portatile come sostituto del cordone ombelicale, la progressiva scomparsa dell’imperativo dal linguaggio corrente ed infine la stessa globalizzazione, che tende ad instaurare un mondo di flussi e riflussi, senza frontiere né punti di riferimento stabili, un mondo liquido e amniotico (la logica del Mare è anche quella della Madre).

Dopo la penosa “cultura rigida” degli anni Trenta, non tutto è stato negativo in questa femminilizzazione, certo; ma essa è ormai scaduta nell’eccesso inverso. Al di là dell’essere sinonimo di svirilizzazione, il suo sbocco è la cancellazione simbolica del ruolo del Padre e l’indistinzione tra i ruoli sociali maschile e femminile.

La generalizzazione della condizione salariale e l’evoluzione della società industriale fanno sì che oggi gli uomini non abbiano semplicemente più tempo da dedicare ai figli. Il padre è stato a poco a poco ridotto ad un ruolo economico e amministrativo. Trasformato in “papà”, tende a diventare un semplice sostegno affettivo e sentimentale, fornitore di beni di consumo ed esecutore delle volontà materne, e nel contempo un assistente social-familiare, un aiuto-marmittone, destinato a cambiare pannolini e spingere passeggini.

Ma il padre simboleggia la Legge, referente oggettivo che si innalza al di sopra delle soggettività familiari. Mentre la madre esprime prima di tutto il mondo degli affetti e dei bisogni, il padre ha la funzione di tagliare il legame di fusione fra il bambino e la madre. Fungendo da istanza terza che fa uscire il bambino dall’onnipotenza narcisistica, egli consente l’incontro di costui con il suo contesto socio-storico e lo aiuta a collocarsi all’interno di un mondo e di un periodo di durata. Assicura “la trasmissione dell’origine, del nome, dell’identità, dell’eredità culturale e del compito da svolgere”, come ha scritto Philippe Forget. Facendo da ponte fra la sfera familiare privata e la sfera pubblica, limitando il desiderio attraverso la Legge, egli si rivela indispensabile alla costruzione di se stessi. Ma nel nostro tempo i padri tendono a diventare “madri come le altre”. Per usare le parole di Éric Zemmour, “anch’essi vogliono essere portatori dell’Amore e non più solamente della Legge”. Orbene: il bambino senza padre fa un’enorme fatica ad accedere al mondo simbolico. In cerca di un benessere immediato che non è costretto ad affrontare la Legge, la dipendenza dalla merce diventa del tutto naturalmente il suo modo di essere.

Un’altra caratteristica della modernità tardiva è l’indistinzione tra le funzioni maschile e femminile, che fa dei genitori dei soggetti vaganti, smarriti nella confusione dei ruoli e nell’offuscarsi dei punti di riferimento. I sessi sono dei complementari antagonistici, il che vuol dire che si attirano e nel contempo si combattono. L’indifferenziazione sessuale, ricercata nella speranza di pacificare le relazioni fra i sessi, finisce col far scomparire quelle relazioni. Confondendo identità sessuali (non ce ne sono che due) e orientamenti sessuali (ce ne può essere una moltitudine), la rivendicazione di omoparentalità (che toglie al bambino i mezzi per nominare la sua parentela e nega l’importanza della filiazione nella sua costruzione psichica) si riduce a chiedere allo Stato di fabbricare leggi per convalidare abitudini, legalizzare una pulsione o dare una garanzia istituzionale al desiderio, tutte funzioni che non gli spettano.

Paradossalmente, la privatizzazione della famiglia è andata di pari passo con la sua invasione da parte dell’“apparato terapeutico” dei tecnici e degli esperti, consiglieri e psicologi. Questa “colonizzazione del mondo vissuto” operata con il pretesto di razionalizzare la vita quotidiana ha rafforzato insieme la medicalizzazione dell’esistenza, la deresponsabilizzazione dei genitori e le capacità di sorveglianza e di controllo disciplinare dello Stato. In una società considerata in debito perpetuo nei confronti degli individui, in una repubblica oscillante fra commemorazione e compassione, lo Stato assistenziale, indaffarato nella gestione lacrimosa delle miserie sociali per il tramite della sua clericatura sanitaria e previdenziale, si è trasformato in Stato materno e maternizzante, igienista, distributore di messaggi di “sostegno” a una società rinchiusa in una serra. È questa società dominata dal matriarcato mercantile che si indigna oggi del virilismo “arcaico” delle periferie metropolitane e si stupisce di vedersene disprezzata.

Tutto ciò però altro evidentemente non è se non la forma esteriore del fatto sociale, dietro la quale si dissimula la realtà delle disuguaglianze salariali e delle donne picchiate. La durezza, evacuata dal discorso pubblico, ritorna con tanta più forza dietro le quinte, e la violenza sociale si scatena sotto l’orizzonte dell’impero del Bene. La femminilizzazione delle élites e il ruolo acquisito dalle donne nel mondo del lavoro non ha reso quest’ultimo più affettuoso, più tollerante, più attento all’altro, ma soltanto più ipocrita. La sfera del lavoro salariato obbedisce più che mai alle sole leggi del mercato, il cui obiettivo è accumulare all’infinito lucrativi ritorni sugli investimenti fatti. Il capitalismo, si sa, ha costantemente incoraggiato le donne a lavorare al fine di esercitare una pressione al ribasso sul salario degli uomini.

Ogni società tende a manifestare dinamiche psicologiche che si possono osservare anche a livello personale. Alla fine del XIX secolo regnava frequentemente l’isteria, all’inizio del XX secolo la paranoia. Nei paesi occidentali, la patologia più corrente oggi sembra essere un narcisismo di civiltà, che si esprime in particolare nell’infantilizzazione degli agenti, in un’esistenza immatura, in un’ansia che porta spesso alla depressione. Ogni individuo si prende per l’oggetto e la fine di tutto, la ricerca del Medesimo prende il sopravvento sul senso della differenza sessuale, il rapporto con il tempo si limita all’immediato. Il narcisismo produce un’ossessione di auto-generazione, in un mondo senza ricordi né promesse, in cui passato e futuro sono egualmente ripiegati su un eterno presente e in cui ciascuno assume se stesso come oggetto del proprio desiderio, pretendendo di sfuggire alle conseguenze dei propri atti. Società senza padri, società senza punti di riferimento! a. de benoist  (da “Éléments” n. 121, estate 2006) via diorama.it

 

Fini e Bersani, i valori hanno la stessa matrice culturale

Venerdì, 19 Novembre 2010

Fini e Bersani, con i loro «elenchi di valori» di destra e sinistra rappresentano «solo delle elite», in realtà «hanno la stessa matrice» e incarnano il soggettivismo e lo statalismo. È il giudizio impietoso del professor Luca Diotallevi, vicepresidente delle Settimane Sociali, sociologo di fiducia della Cei.  Che cosa ne pensa degli «elenchi» di Bersani e Fini che sono stati letti nel corso del programma di Fabio Fazio?  «Hanno offerto immagini molto simili: un po’ di soggettivismo, molto statalismo; l’opposizione tra i due è solo formale, perché nei fatti militano nello stesso schieramento e dal punto di vista culturale hanno la stessa matrice giacobina e idealista». Entrambi, nei loro elenchi di valori, hanno omesso qualsiasi riferimento temporale…  «Sì, erano elenchi validi per ogni tempo e spazio. L’unica differenza tra i due è che Fini un concreto riferimento spaziale l’ha fatto, quello all’Italia. E se davvero fossero loro due i protagonisti di un’ipotetica finale, vincerebbe inevitabilmente Fini, che pur nella sua astrattezza, è stato meno astratto di Bersani». Qual è stata la sua reazione di fronte ai due interventi?  «Il confronto tra Fini e Bersani ci dice innanzitutto che il valore non è la forma della verità e tantomeno della verità cristiana, ma qualcosa di astratto e di lontano dalla vita. Non a caso da quella scena mancava l’80 per cento del Paese e il 95 per cento della storia del Paese…». Prego? A che cosa si riferisce esattamente?  «Mancavano il sangue e la carne degli uomini che hanno fatto la storia italiana a partire dal dopoguerra, e che erano ispirati dalla tradizione cattolica e da forme di realismo e di passione per la vita provenienti tanto dal mondo laico che dalla tradizione socialista. Se guardiamo alla trasmissione di Fazio, vediamo un polo composto da due radicalismi, due quasi indistinguibili forme di soggettivismo e statalismo, sia nella versione di Fini che in quella di Bersani. Mancava del tutto il polo opposto, caratterizzato dalla passione per la vita e dal coraggio di riformare, quello della grande tradizione del pensiero cattolico» Non le sembra esagerato parlare di «radicalismi»?  «Confermo il giudizio, Fini e Bersani sono radicali nel soggettivismo e nello statalismo. Sono soltanto piccole schegge di elite, che oppongono resistenza al formarsi di una società libera e aperta, “poliarchica”, come ama definirla Benedetto XVI». Che cosa ci dobbiamo dunque aspettare dalla crisi?  «Ci troviamo in una condizione simile alla transione verso la prima Repubblica (1943-1948), e alla fuoriuscita dalla prima Repubblica (1993). In entrambi i casi si rischiò ma poi si evitò di consegnare il Paese alle forze dello statalismo e del socialismo. Decisiva fu l’iniziativa imprevista del cattolicesimo politico e dei suoi alleati riformisti: nel primo caso la Dc di De Gasperi evitò il confronto tra nostalgici del regime e la sinistra telecomandata da Mosca. Nel secondo caso l’iniziativa referendaria di Segni, le giuste rivendicazioni della Lega Nord, la leadership di Berlusconi sul centrodestra, e quella di Prodi sul centrosinistra e poi il tentativo appena abbozzato di Partito Democratico, hanno mostrato la possibilità di un bipolarismo guidato dalle due ali mediane».  E oggi qual è la situazione?  «Oggi siamo ad un nuovo passaggio critico ed ad un riproporsi dello stesso rischio. Difficile fare previsioni, ma sarà importante l’iniziativa politica dei cattolici, che i vescovi invitano a impegnarsi. Sarà importante non solo per loro stessi, ma per difendere una democrazia di tanti e non di pochi». Sta pensando alla costituzione di un terzo polo? «Assolutamente no. L’iniziativa politica dei cattolici deve essere capace di un regime bipolare, coltivando le alleanze e difendendo il ruolo dell’elettore». Che dice del ruolo dell’Udc di Pierferdinando Casini, che sembra guardare con attenzione a quanto sta facendo Fini in vista di future alleanze?  «Resta difficile comprendere come l’eredità di De Gasperi e Sturzo possa essere composta con personaggi che esaltano il soggettivismo e lo statalismo». Lunedì scorso nella trasmissione di Fazio si è parlato molto in difesa dell’eutanasia…  «La perfetta affinità tra quel profilo di destra e quel profilo di sinistra è dimostrata proprio dall’apologia dell’eutanasia, che nulla ha a che vedere col divieto dell’accanimento terapeutico sempre insegnato dalla Chiesa. Il segno del soggettivismo, che non a caso ha accomunato negli ultimi anni Fini e Bersani, sta nella pretesa del soggetto di disporre pienamente della vita propria e altrui, quasi a rifarsi così dello spazio abnorme concesso allo “Stato”, dell’aver sostituito il rispetto del diritto con l’idolatria della legalità». a. tornielli ilgiornale.it

Valori, Baldassarre e gli intellettuali massoni tra affari, RAI e politica

Lunedì, 12 Luglio 2010

Non se ne abbia a male il “narcisismo” del Fratello Antonio Baldassarre se, nel titolo e nel contenuto di questa Velina, è menzionato per secondo, dopo il Fratello Giancarlo Elia Valori. Del resto, non è colpa nostra se l’evergreen  Valori ci sembra più in auge  del Presidente Emerito della Corte Costituzionale, nonché Ex Presidente RAI. Più in auge  e più dinamico nella gestione di quel back-office del potere dove si decidono tante cose con più incisività e solidità di quanto non faccia la politica ufficiale, troppo spesso velleitaria, chiacchierona e priva di reali tattiche. Per non parlare delle strategie… Il Fratello Valori, al contrario, da decenni è sulla cresta dell’onda, trasversalissimo tra destre e sinistre, capace di rafforzarsi e potenziarsi ad ogni cambio di legislativo e/o esecutivo. E il Fratello Professor Giancarlo Elia Valori non è solo trasversale nella nostra piccola italietta… No, fedele al principio iniziatico della coincidentia oppositorum, Egli spazia da una tradizionale ed ostentata amicizia con il milieu ebraico internazionale a frequentazioni amichevoli e ravvicinate con importanti esponenti del “mondo islamico”; si muove con disinvoltura nel bacino mediterraneo, ma ha solidi rapporti anche nelle Americhe e nell’Europa centro-settentrionale. A Oriente come a Occidente.  Non sono questi, oltre tutto, i punti cardinali di riferimento per un Massone?  Meglio ancora, per un Massone che nel 1963 (a soli 23 anni) era già “Cameriere di Cappa e Spada” presso la Curia Vaticana e che in seguito è divenuto anche Cavaliere di Gran Croce della Repubblica italiana? Com’è noto, Valori fu iniziato Massone nel Grande Oriente d’Italia nel 1965, presso la Loggia Romagnosi. Lui racconta poi che, già l’anno dopo, a causa del suo “progetto di dialogo” tra Massoneria e Cattolicesimo, fu sottoposto a processo massonico ed “espulso”. Ahi, Fratello Giancarlo! Ma i “bravi cattolici” non dovrebbero raccontare sempre la verità…? Tra il 1961 e il 1970 fu Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia Giordano Gamberini, il quale inaugurò un fitto e fecondo dialogo tra Vaticano e Massoneria… Figuriamoci se in quel clima di ritrovata “cordialità e collaborazione” un pio Cattolico Massone come Valori non sarebbe stato adeguatamente valorizzato… E’ che spesso uno se la racconta un po’ come gli pare. Ma in questa sede non ci interessa concionare rispetto alle vere ragioni della provvisoria uscita di questo Fratello dalla sua prima Loggia. Infatti, era la prima, ma non sarebbe stata l’ultima. Ad inizio anni ‘70, il Fratello Licio Gelli (anch’egli cresciuto massonicamente nella “Romagnosi”) accolse amorevolmente il Fratello Valori nella P2.  E, dunque, di nuovo, a tutti gli effetti, nel G.O.I. di Palazzo Giustiniani. Dopo che nel 1981 le perquisizioni di Castiglion Fibocchi, chez Maitre Gelli,portarono alla luce gli elenchi “piduisti” (elenchi incompleti, molto incompleti, ve lo garantiamo Noi di Grande Oriente Democratico…) e il nome di Valori vi campeggiava come affiliato ma successivamente “espulso”, il “busillis” fu spiegato dallo stesso Fratello in questione ricorrendo a una presunta, quasi immediata, incompatibilità rispetto alla gestione gelliana della P2.
Cioè il pio Valori, turbato dalle occulte trame di potere tessute dal Venerabile Burattinaio (Sic!) se ne sarebbe distaccato, dedicandosi alla coltivazione di “fiori di loto” e “viole mammole”… Tanto candore “floreale”, purtroppo, mal si concilia con le voci che corsero e corrono sui pesanti conflitti interni alla stessa P2, in cui la coppia Valori-Pecorelli fu momentaneamente “tacitata”: il povero Fratello Mino Pecorelli perdendoci la vita, morto ammazzato, l’immarcescibile Fratello Giancarlo Elia Valori costretto solo a mettersi un po’ da parte, in attesa di imminenti rivincite. Che arrivarono prontamente, altroché se arrivarono. E il Fratello Valori risorse come l’aurea Fenice. Buon per Lui. Ma in questa sede non intendiamo soffermarci troppo lungamente su questa interessante figura di Libero Muratore cattolico, eroe di “più mondi”, sempre un po’ in bilico tra Roma, Teheran, Beirut e Tel Aviv…
Lo faremo in seguito, se e quando lo faremo. In questa Velina vogliamo solo comparare tre intellettuali massoni, tre illustri professori appartenenti alla Libera Muratoria: il citato Valori, Antonio Baldassarre e Claudio Bonvecchio. Eh già, perché il Fratello Valori non è soltanto accreditato come un Massone potente, molto potente, in Italia e all’estero. Il Fratello Valori è anche dotato di un incontestabile valore intellettuale. Prova ne siano le diverse “lectiones magistrales” tenute in tanti contesti prestigiosi, in ogni angolo del pianeta.
Prova ne siano le tante pubblicazioni intriganti e generalmente apprezzate. Come, ad esempio, il recente volume: Il Futuro è già qui, Rizzoli, Milano 2009. Un libro indiscutibilmente interessante, dedicato -tra le altre cose- ad esaltare le grandi potenzialità presenti e future dell’area mediterranea, una “regione” che dovrebbe costituire un “centro di interessi privilegiato” per l’Italia ma anche per l’Unione Europea, sotto tutti i punti di vista: politico, economico, culturale. Perciò ci si stupisce che i relatori e gli intervenuti alla presentazione di questo libro fossero dei perfetti sconosciuti, tutte persone di nessun peso nell’ambito degli assetti di potere italioti… Pensate, al Palazzo della Cancelleria di Roma (dove si è svolta la kermesse), a presentare il volume del Fratello Giancarlo Elia Valori c’era soltanto Antonio Catricalà (Presidente Autorità Garante della concorrenza e del mercato), Antonio Martone (Avvocato Generale presso la Cassazione), Antonio Maccanico (già Segretario Generale della Camera dei Deputati, Segretario Generale della Presidenza della Repubblica, Presidente di Mediobanca, Deputato, Senatore, Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Ministro, attualmente Presidente dell’ Associazione Civita), Paolo Savona (Presidente Unicredit Banca di Roma) e Tarak Ben Ammar (Vice Presidente de La Centrale Finanziaria e storico socio e sodale del Fratello Presidente Silvio Berlusconi). Tra gli intervenuti , personaggi ancora più anonimi e modesti: il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Gianni Letta (con delega ai Servizi di Sicurezza), il Generale Giorgio Piccirillo dell’A.I.S.I. (Agenzia Informazioni per la Sicurezza Interna, Agenzia che ha sostituito il SISDE), Il Presidente di Mediobanca Cesare Geronzi, il Presidente del Gruppo Gmc-Adnkronos, Giuseppe Marra, l’Amministratore Delegato di Telecom Italia Franco Bernabé, Il Presidente dell’Enel, Piero Gnudi, Andrea Monorchio, ex Ragioniere Generale dello Stato e Presidente della Commissione Controllo Autorità dei Lavori Pubblici, Monsignor Natalino Zagotto, Direttore e Vicario Episcopale del’Ufficio per la Vita Consacrata, nonché Priore dell’Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme, Gaetano Gifuni, già Segretario Generale del Senato e della Presidenza della Repubblica, il Finanziere Roman Zaleski, il Presidente dell’Unioncamere Lazio, Andrea Mondello, il Presidente del Collegio Sindacale della Camera di Commercio di Roma, Giovanni Sapia, ex Direttore Generale INPDAI, il Presidente dell’Autorità per la Vigilanza sui Contratti Pubblici di Lavori, Servizi e Forniture, Luigi Giampaolino ed altri Signori di egual blasone…
Ma l’ex Procuratore Aggiunto della Procura della Repubblica di Roma, Achille Toro, non c’era?
Ma come? Un così grande amico e conversatore telefonico del Fratello Giancarlo Elia Valori, non c’era?
Forse, dopo essere stato infine inquisito dopo tante inchieste da lui gestite in modo “assai discusso e discutibile”, stava a casa a rimuginare su qualcuna delle sue “buone opere” al servizio della Giustizia (non certo a vantaggio di amici e amici degli amici, come sussurrano i maligni…): buone opere come il sequestro dell’ “Archivio” di Gioacchino Genchi (Vicequestore della Polizia di Stato e Consulente di molte procure italiane in diverse importanti inchieste); Archivio dove, guarda la combinazione, si trovavano le intercettazioni di molte telefonate tra lo stesso Achille Toro e il Fratello Giancarlo Elia Valori.  Telefonate svoltesi in periodi di tempo in cui il Procuratore Aggiunto Toro era incaricato di indagini relative ad imputazioni che riguardavano molti amici e sodali del Fratello Valori.
Addirittura, i due si sentivano quando il Fratello Valori era imputato presso la Procura di Roma per le vicende legate alle licenze Umts…Quando si dice la combinazione e la “coincidenza significativa”!
In ogni caso, lasciamo l’ex Procuratore Aggiunto Achille Toro alle riflessioni sulla sua vita al servizio della Giustizia e alla linea di difesa da assumere rispetto all’inchiesta che lo vede indagato: quell’inchiesta sui “Grandi Eventi” (Mondiali di nuoto 2009, G8 alla Maddalena, Celebrazioni per i 150 anni dello Stato italiano etc.) in cui sono coinvolti tanti altri Galantuomini, dal Sottosegretario Guido Bertolaso a Angelo Balducci, Diego Anemone e altri personaggi della cosiddetta “Cricca”… E lasciamo il valoroso Fratello Valori alle sue sottili disquisizioni di Filosofia dell’Economia, di Socio-antropologia Teleologica sul Futuro dell’Umanità e di esaltazione retorica dell’Area Mediterranea.
Lasciamolo a tali dotte dissertazioni che è meglio… e consente a tutti di “volare più alto” rispetto a tante altre vicende dai contorni un po’ più prosaici… Ma si sa, certi intellettuali massoni, mentre additano agli altri sublimi “volte iperuranie”, per se stessi si accontentano di scenari assai più pragmatici, talvolta proprio “terra-terra”… Ora dedichiamoci un po’ all’ “antico massone prestigioso”, Fratello Professor Antonio Baldassarre, così come è stato di recente definito in un articolo per il Corriere della Sera, dal giornalista Goffredo Buccini (per vedere l’articolo, clicca sulla Sezione del Sito www.grandeoriente-democratico.com : Documenti e Rassegna stampa oppure direttamente su Corriere della Sera del 14 giugno 2010 by Goffredo Buccini: “La battaglia dei massoni all’ombra dei partiti” ). Pare che il Fratello Baldassarre se la sia presa un po’ a male… Così come se la prese a male quando diversi anni fa-così ci riferiscono- il famigerato giornaletto “Cuore” pubblicò il suo nome (lievemente storpiato: Antonio Baldassarri anziché Baldassarre con la “e” finale) in un elenco di massoni indubitabili e acclarati. In effetti, allora come oggi, ci pare che il Fratello Antonio non abbia tutti i torti nella sua stizzosa reazione.
Allora gli storpiarono il nome, oggi lo definiscono addirittura “antico”… Antico a Lui? Ad un uomo che, a dispetto della settantina ormai raggiunta, si tiene in bella e buona forma con lo sci, i massaggi, l’abbronzatura, le vacanze e un certo “dongiovannismo” che, se non è paragonabile a quello del Fratello Silvio da Arcore, e se raramente è coronato da successo, tuttavia regala tutta intera l’illusione dell’eterna giovinezza…
Purtroppo si tratta di illusione, certo, ma riteniamo abbastanza indelicato togliere anche questa ad un Uomo ché è già stato duramente provato dai postumi traumatici della sua defenestrazione dalla RAI, dal suo mancato re-inserimento (almeno finora) in qualche incarico all’altezza del suo passato di Presidente della Corte Costituzionale, dalla recente batosta elettorale nell’elezione a Sindaco per il Comune di Terni (giugno 2009: batosta subita nonostante molte forze “fraterne”, di destra e di sinistra… si siano spese per annullare il grande divario che esisteva di partenza rispetto al candidato- poi vincente, Grazie a Dio- Leopoldo Di Girolamo). Un uomo, il Fratello Antonio Baldassarre, duramente provato anche perché è stato recentemente indagato dalla Procura della Repubblica di Genova per “concorso in millantato credito” e, udite, udite, anche dalla Procura di Roma “per aggiotaggio informativo”, in una vicenda in cui è coinvolto insieme all’amico e collega e Fratello Giancarlo Elia Valori (si tratta di questioni legate al tentativo di acquisizione di Alitalia). Perciò, scusateci, ma non Ci sembra il caso anche di alludere alla sua età e ai suoi capelli bianchi, dandogli dell’ “antico”. Preghiamo il giornalista Goffredo Buccini di chiedere umilmente perdono al Fratello Baldassarre, in ginocchio, con il capo cosparso di cenere, e magari auto-infliggendosi qualche punizione con il cilicio: magari se lo farà prestare da Paola Binetti, su segnalazione del Fratello Baldassarre che, benché Massone, al pari di Valori (ma in età più tarda, provenendo in origine dalle file del PCI) non disdegna e anzi apprezza molto le frequentazioni curiali e vaticane.
Certo il Fratello Antonio si professa “ateo”, ma di quel genere di “ateismo” nuovo, inaugurato da tanti altri intellettuali amanti del Potere “a prescindere” (a partire da Marcello Pera, Ferdinando Adornato e Giuliano Ferrara)…
Quel genere definito “Ateismo Devoto”, tanto più utile al Vaticano del supporto (umanamente assai più autentico) di cattolici “adulti”e sinceramente credenti. Questi ultimi, infatti, sono esprits forts,  poco disposti ad obbedire in modo asinino alle spesso anacronistiche pretese del Magistero di subordinare l’attività legislativa e governativa di un Paese laico alle sue ingerenze ultra-clericali. Il pluri-indagato Fratello Professor Antonio Baldassarre, comunque, pare se la sia presa con il Corriere della Sera e con il giornalista Buccini, anche per altre ragioni. Egli, nei giorni scorsi, scriveva la seguente Lettera (pubblicata prima sulla Rivista on-line Terni Magazine www.ternimagazine.it e poi anche dal Corriere della Sera, con replica di Goffredo Buccini): “Leggo sul Corriere del 14 giugno un articolo a firma di Goffredo Buccini in cui questi, citando un ‘ricorso’ di Gioele Magaldi contro l’elezione per la terza volta del Gran Maestro della Massoneria avvocato Gustavo Raffi, sottolinea che tale elezione è stata resa possibile a seguito di un ‘parere giuridico’ di un antico massone prestigioso come Antonio Baldassarre. A parte che i pareri sulla possibilità di rielezione sono stati espressamente richiesti dall’avvocato Raffi al Prof. Massimo Zaccheo e a me proprio in quanto non massoni (al fine di escludere eventuali coinvolgimenti nella questione degli estensori) e che gli stessi pareri sono autonomamente giunti alla medesima conclusione (positiva), in realtà il principio di completezza dell’informazione avrebbe dovuto comportare che il giornalista avesse citato anche la sentenza del giudice Covelli che ha respinto la presentazione del ricorrente e le sue false insinuazioni, riconoscendo l’imparzialità e la terzietà degli estensori dei citati pareri.
Antonio Baldassarre” “Come il Professor Baldassarre sa bene, il Giudice Covelli ha respinto l’istanza cautelare dei ricorrenti ma la causa di merito è ancora pendente davanti al Tribunale Civile di Roma: solo per questo non mi sono dilungato, nell’articolo, a descrivere una vicenda giudiziaria complessa che contrappone esponenti del Grande Oriente. Indicando, a suo avviso erroneamente, il professore come massone non intendevo offenderlo, com’è di tutta evidenza (l’aggettivo ‘prestigioso’ tronca sul nascere qualunque dubbio in proposito), né revocarne in discussione l’imparzialità (non sarebbe comunque compito mio). G.B.” Ci sembra che, per quanto lo riguardi, la “replica” di G.B. (Goffredo Buccini), sia inappuntabile e intellettualmente onesta. Lo stesso non si può dire per l’incredibile e scandalosa Lettera del Fratello Baldassarre. Che non definiremmo come un “massone prestigioso”, ma semplicemente come un massone che vuole occultare di essere stato e di essere tale (l’iniziazione ha carattere indelebile e non cessa mai, durante la vita, nei suoi effetti e conseguenze). Il “prestigio” infatti, lasciamolo a chi, Libero Muratore alla luce del sole, abbia ben operato nella società civile, a vantaggio dei suoi simili, recando in tal modo beneficio sia ad altri esseri umani che alla Fratellanza alla quale ha avuto l’onore e il privilegio di essere ammesso. Non capiamo invece quali “buone opere” Il Fratello Baldassarre abbia compiuto in favore del Grande Oriente d’Italia o della collettività sociale in cui ha mosso i suoi passi. Certo non gli si possono ascrivere  “a merito” il parere legale scritto “a uso e consumo” del “golpe massonico” del Fratello e Amico Gustavo Raffi, né le ipotesi di reato per cui è indagato dalla Procura di Genova e di Roma e, meno ancora, la pessima gestione della RAI, allorché ne è stato (fortunatamente per poco tempo) Presidente.
Ma vediamo più da vicino la Lettera del Fratello Baldassarre al Corriere, lettera che torniamo a definire “scandalosa” e “piena zeppa di menzogne spudorate”. Intanto facciamo definitiva chiarezza su un punto: il Prof. Antonio Baldassarre fu iniziato apprendista massone nel Grande Oriente d’Italia negli stessi anni in cui alcuni massoni romani del G.O.I., dopo l’appropriazione di Palazzo Giustiniani da parte del Senato della Repubblica, si riunivano in Via degli Specchi.
Il Fratello Antonio Baldassarre venne iniziato in Massoneria negli stessi anni in cui, a partire dalla nomina dell’8 agosto 1986 da parte del Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, inizia come “giudice” a frequentare quella Corte Costituzionale di cui diverrà il più giovane Presidente della storia nel 1995.
Soprattutto, il Fratello Antonio Baldassarre viene portato nel Grande Oriente d’Italia dal Fratello Elvio Sciubba.
Chi era Elvio Sciubba, si diranno i più giovani (e meno consapevoli) fra i cronisti? Elvio Sciubba è stato anzitutto un importante massone, 33°grado del Rito Scozzese Antico ed Accettato.
Ma è stato anche un importante membro della Loggia P2, sopravvissuto al suo apparente “crollo” (e sottolineiamo “apparente”), nonché un punto di riferimento costante, durante la Guerra Fredda, dell’Ambasciata americana a Roma e della Central Intelligence Agency di Langley, Virginia; della cosiddetta C.I.A., insomma.
A Via degli Specchi, a Roma, Il Fratello Elvio Sciubba condusse per mano il Professor Baldassarre all’iniziazione quale Apprendista Libero Muratore. E consigliamo il Fratello Antonio nel non insistere nella sua “smentita”, perché ci sono ancora documenti e testimonianze delle sue frequentazioni a una Loggia che poi, per diverse vicissitudini, fu “dispersa”, così come il Fratello Sciubba fu sottoposto ad alcuni procedimenti disciplinari massonici.
Anzi, visto che nella sua Lettera al Corriere della Sera, Antonio Baldassarre parla di “false insinuazioni” a proposito di Gioele Magaldi in relazione a questa vicenda, gli consigliamo fraternamente di desistere da questo atteggiamento e di ritirarsi “con la coda fra le gambe”. Altrimenti, conoscendo la facilità del ricorso alla Querela da parte del nostro Direttore e Fratello Magaldi, il Presidente Emerito della Corte Costituzionale potrebbe trovarsi nell’ imbarazzante situazione di rispondere in Tribunale della sue dichiarazioni volte ad attribuire (con spudorata faccia tosta) patenti di “falsità” a chi rende note cose straconosciute agli “addetti ai lavori” e ignote solo per il grosso pubblico e per parte degli operatori mediatici. Ma nella sua Lettera, la propensione alla menzogna del Fratello Baldassarre non si limita alla negazione della sua identità di massone; no, egli si permette anche il lusso di citare a sproposito la Dott.ssa Covelli, Giudice del Tribunale Civile di Roma (alla quale, peraltro, facciamo le condoglianze per un recente lutto che pare l’abbia colpita).
Baldassarre dice (mentendo spudoratamente) che la Giudice Covelli “ha respinto la presentazione del ricorrente e le sue false insinuazioni, riconoscendo l’imparzialità e la terzietà degli estensori dei citati pareri” (Sic!!!). Come si permette Antonio Baldassarre di “mettere in bocca” a un Magistrato affermazioni che questi non ha mai fatto, né oralmente né per iscritto? La Giudice Covelli non solo non ha respinto la “presentazione del ricorrente” (la “causa di merito” circa l’ineleggibilità di Gustavo Raffi a Gran Maestro per il quinquennio 2009-2014 non è stata ancora trattata), ma non ha respinto alcuna insinuazione e men che mai ha riconosciuto (perché mai avrebbe dovuto farlo?) l’imparzialità e la terzietà degli estensori dei citati pareri. Imparzialità e terzietà che, per quanto riguarda il Fratello Baldassarre, non ci sarebbero state nemmeno se Egli non fosse stato massone: può essere “terzo e imparziale” un Signore che, da diversi anni, si presenta all’Assemblea annuale del Grande Oriente d’Italia (Gran Loggia di Rimini) oppure ad altri eventi nella sede nazionale del G.O.I. (Villa Medici del Vascello) “a braccetto” del Gran Maestro Raffi e si intrattiene con lui fino a sera tarda, tra grandi bevute, mangiate e amabili pacche sulla spalla, baci e abbracci? Certo, a proposito di “insinuazioni”, quelle che Noi di Grande Oriente Democratico non reputiamo assolutamente degne di fede sono le “voci” secondo cui lo stesso Fratello Antonio Baldassarre si sarebbe vantato con il Gran Maestro Raffi, rassicurandolo sull’esito finale del procedimento pendente presso la Terza Sezione del Tribunale Civile di Roma (relativo alla carenza o meno di jus eligendi per Raffi, quale Gran Maestro per un terzo mandato e 15 anni consecutivi, anche in palese deroga di alcune norme ispiratrici della Commissione e della Legge Anselmi sulla P2).
Secondo queste voci (a nostro parere indegne di fede), Antonio Baldassarre si sarebbe vantato con Raffi, dicendo che lui e il Prof. Zaccheo erano in grado, attraverso il marito della Dott.ssa Covelli, di esercitare pressioni su questa integerrima Giudice, nonché su altri dello stesso Tribunale Civile di Roma. Si tratta con tutta evidenza di “insinuazioni” senza fondamento, ma se anche fosse vero (e Noi di G.O.D. non lo crediamo) che Baldassarre vada in giro a dire o a pensare di poter porre in essere indebite “pressioni”, tutto ciò si scontrerebbe con l’onestà e l’assoluta incorruttibilità della Giudice Covelli e degli altri Magistrati del Tribunale Civile di Roma, qualità che abbiamo avuto modo di poter constatare in termini indubitabili. E comunque, benché il Fratello Baldassarre sia stato recentemente inquisito per “concorso in millantato credito” dalla Procura di Genova, non pensiamo assolutamente che Egli possa spingersi ad azioni così spregevoli di “millantato credito” ai danni dell’immagine e della reputazione dei Magistrati del Tribunale Civile di Roma, solo per “farsi bello” con il suo amico e Gran Maestro Raffi. Infine, a proposito della “massonicità” di Antonio Baldassarre, giova ricordare che egli, nel 2005, aveva chiesto (senza peraltro ottenerlo) al nostro Direttore Gioele Magaldi (all’epoca Maestro Venerabile della Loggia Monte Sion di Roma), di “fare iniziare” come apprendista libero muratore suo figlio, Paco Baldassarre. Anche su questo non temiamo smentite, perché ci sono ampie testimonianze. Così come non temiamo smentite sul fatto che sia stato iniziato in Massoneria (da qualche tempo ha anche il grado di Maestro) nel Grande Oriente d’Italia, e proprio nella Loggia Monte Sion di Roma, il Fratello Roberto Giovannelli, nel 2002 nominato Segretario/Assistente del Presidente RAI Antonio Baldassarre.  Chi è Roberto Giovannelli? Nel 2002, proprio Il Fratello Baldassarre lo definiva pubblicamente il suo prezioso “braccio destro”, un uomo con cui aveva un’amicizia quarantennale… Roberto Giovannelli, classe 1943, già Responsabile della formazione quadri e dei trasporti della CGIL di Terni, già area PCI, è un uomo che, “in piccolo”, può essere paragonato, per trasversalità e ubiquità delle sue amicizie e relazioni, al Fratello Giancarlo Elia Valori. Certo, Il Fratello Roberto Giovannelli non è un intellettuale (anzi, a suo riguardo, più d’uno ha usato il detto: “Contadino, scarpe grosse e cervello fino…”) ma questo non toglie che si tratti di un uomo furbo, abile, scaltro e sempre pronto a fiutare il “vento del Potere”, ovunque esso soffi… Così, mentre il Fratello Antonio Baldassarre costruiva una carriera “luminosa” e “brillante”, occupando poltrone di evidente spessore istituzionale (Presidenza Corte Costituzionale, Presidenza RAI), il Fratello e “amico quarantennale” Roberto Giovannelli tesseva e ritesseva utilissime trame nel “back-office” del Potere e del Sotto-Potere, accreditandosi come utile interlocutore dell’entourage dell’Ex Direttore del SISMI (Servizio per le Informazioni e la Sicurezza Militare) Generale Niccolò Pollari, di diversi Generali della Guardia di Finanza, di Alti Ufficiali del Corpo dei Carabinieri, di alcuni Gabinetti di Ministero, di importanti Dirigenti sindacali, politici e dell’amministrazione burocratica dello Stato.  Per non parlare di giornalisti vari, di personaggi del mondo dello sport e dello spettacolo e, dulcis in fundo, di alcuni storici Top Manager RAI, alcuni dei quali ancora molto ben installati nelle proprie poltrone. Uno fra tutti, Gianfranco Comanducci-amico comune di Giovannelli e dell’ex Direttore Generale Agostino Saccà (la “trasversalità” e naturale “capacità di empatia umana” di Giovannelli è tale che egli ha potuto essere amico di costui, nonostante quest’ultimo sia sempre stato acerrimo nemico del suo amico quarantennale Baldassarre).
Gianfranco Comanducci è attualmente uno dei quattro Vice Direttori Generali della Rai, con Deleghe alla gestione del Personale. Ma Giovannelli è buon amico anche dell’attuale Consigliere di Amministrazione RAI Alessio Gorla, ex Dirigente RTI, Delegato Mediaset in Sudamerica e tra i principali Organizzatori e Coordinatori della campagna elettorale di FORZA ITALIA nel 1994. Ci facciamo una domanda: ma non è che per caso, in barba ai “tagli” e ai “sacrifici” cui sono sottoposti tutti gli italiani, tutti i ministeri, tutte le forze dell’ordine, la Magistratura, gli enti nazionali e locali dello Stato, in RAI si usa ancora elargire profumatissime CONSULENZE a chi in realtà non reca alcun valore aggiunto al Servizio Pubblico della RAI Radiotelevisione italiana? Chiediamo ufficialmente lumi al riguardo ai Responsabili del Personale della RAI, ma ci risulta che fino a poco tempo fa il suddetto Fratello Roberto Giovannelli continuava a usufruire di un costoso (per i contribuenti che pagano il canone RAI) Contratto di Consulenza, a fronte di un lavoro che (dicono i maligni) consisteva soprattutto nel continuare a curare le proprie relazioni e i propri contatti di interesse personale, sotto il “mantello protettivo” del marchio RAI e con consistente remunerazione in termini di quattrini (sin dal febbraio 2003, allorché decadendo Baldassarre come Presidente, sarebbe dovuto “andare a casa” anche il suo Assistente/Segretario e “braccio destro” Roberto Giovannelli). Noi, conoscendo e apprezzando le indubbie qualità professionali di Giovannelli, ma anche la sua indiscutibile integrità morale, siamo certi che Egli-per senso dello Stato e orrore degli “sprechi” e delle “consulenze” elargite per aderenza clientelare- abbia da tempo rinunciato al Contratto di Consulenza RAI, qualora si sia reso consapevole che esso viene remunerato a fronte di scarso o nullo apporto al predetto Servizio Pubblico. Se invece tale Contratto di Consulenza perdurasse, siamo certi che esso comporta un esborso da parte della Rai (e dei contribuenti) in ragione di certi, documentabili e irrinunciabili servigi che il Giovannelli offre all’Azienda di Viale Mazzini. Invitiamo comunque i Responsabili interni dell’azienda Rai ad attivare un’Ispezione generale e approfondita sulle tante, troppe Consulenze elargite a piene mani negli ultimi anni e, qualora tale Ispezione latitasse o venisse fatta con superficialità, invitiamo anche la Magistratura italiana competente a voler fare accertamenti e verifiche su questa “voce” delle Uscite/Costi dell’Azienda diretta attualmente da Mauro Masi. La nostra comparazione di intellettuali massoni, iniziata con il Fratello Giancarlo Elia Valori e proseguita con il Fratello Antonio Baldassarre, si chiude con una rapidissima presentazione del Fratello Professor Claudio Bonvecchio. Dichiariamo subito che, se dovessimo stilare una “classifica relativa” tra questi tre Professori massoni esaminati, la simpatia e l’apprezzamento di Grande Oriente Democratico andrebbero indiscutibilmente al Fratello Bonvecchio. Perciò, metteremmo costui al primo posto, il Fratello Valori al secondo e il Fratello Baldassarre al terzo, se non altro per le troppe menzogne scritte nella sua recente Lettera al Corriere della Sera… Insomma, Antonio! Un po’ di contegno e ritegno! Sei o non sei anche apprezzato Docente di Institutiones iuris civilis publici presso la Pontificia Università Lateranense? Nonché amico dell’ex Rettore di detta Università, Sua Eccellenza l’Arcivescovo Salvatore (detto “Rino”) Fisichella, già Vescovo Ausiliare di Roma, già Presidente della Pontificia Accademia per la Vita e attuale Presidente del Pontificio Consiglio della Nuova Evangelizzazione? E allora, comportati bene e non dire bugie, per di più in pubblico! Che altrimenti ti cresce il naso… Tornando al Fratello Bonvecchio, diciamo subito che, potendone osservare la recente intervista di Klaus Davi su KlausCondicio in visione su You Tube (vedi l’intervista riportata sul sito ufficiale del G.O.I.: www.grandeoriente.it ) non nascondiamo come il predetto Fratello ci ispiri soprattutto molta tenerezza… Certo non ne condividiamo l’atteggiamento reticente e “negazionista” ricalcato quasi alla Lettera sull’intervista del Gran Maestro Raffi concessa a Lucia Annunziata: quando qualcuno intervista Raffi o i suoi Colonnelli, costoro non sanno mai nulla…Non sanno chi sia Massone fra i cosiddetti VIP…Glissano sull’identità massonica di determinati politici, giornalisti, magistrati, alti ufficiali, alti burocrati, banchieri, esponenti della Curia o dell’Episcopato…A sentir loro la Massoneria inizia i suoi affiliati solo tra innocui e insignificanti operai e impiegati (A Noi, in Massoneria, di impiegati e operai è capitato di incontrarne lo 0,1% sul totale del Fratelli…). E non condividiamo, di Bonvecchio, la “non-spiegazione” del perché le donne non dovrebbero essere ammesse in Massoneria: Bonvecchio ha farfugliato che è così per Tradizione… In nome della Tradizione, allora, tanto varrebbe non aver abbattuto neanche l’Ancien Regime, il Potere Temporale della Chiesa, la discriminazione in base alla nascita, al censo o alla razza; lo stesso “diritto di famiglia” italiano, tardivamente riformato pochi anni fa nelle sue direttive misogine, paternaliste e maschiliste. In nome della Tradizione bisognerebbe negare alle donne il diritto di studiare, esercitare determinate professioni, persino votare o avere capacità giuridica. Si vergogni di queste “fregnacce” sulla Tradizione il Fratello Bonvecchio e si ricordi che il suo Gran Maestro Raffi, nel 1999 e ancora nel 2004, giurava di voler affrontare e risolvere il problema delle donne in Massoneria (chiedendo il voto dei Fratelli anche in base a questo impegno), perché gli sembrava “vergognosa” (sono parole Sue) la condizione delle Stelle d’Oriente del G.O.I., libere muratrici di Serie C che vengono iniziate e accolte solo in quanto mogli, sorelle o figlie di Massoni Maschi, dai quali sono controllate e dirette quasi si trovassero “in stato di minorità”.
Inoltre, ci ha fatto sbellicare dalle risa il Fratello Bonvecchio, allorché, incalzato sul punto dall’intervistatore Klaus Davi, ha affermato che Gioele Magaldi e Grande Oriente Democratico sarebbero tollerati e non colpiti da ritorsioni da parte dell’establishment raffiano, in quanto “in seno al Grande Oriente d’Italia guidato da Gustavo Raffi si accetta il Dissenso e lo si rispetta”… Ah,ah, ah… meglio delle barzellette del Fratello Berlusconi! Queste altre “frescacce” però, il Fratello Bonvecchio non le vada a raccontare al candido, inconsapevole e sprovveduto Klaus Davi (e all’altrettanto ignaro pubblico di You Tube); le racconti piuttosto ai Fratelli intimiditi, minacciati, perseguitati, danneggiati in mille modi soltanto per aver osato “alzare la testa” ed esprimere liberamente le proprie opinioni critiche rispetto a Raffi e alla sua gestione del G.O.I. Il Fratello Bonvecchio racconti queste “favole” al Fratello Gioele Magaldi, che dal maggio 2007, nonostante due sentenze di reintegro disposte dal Tribunale Civile di Roma, ancora non ha potuto riprendere a frequentare i normali lavori di Loggia…E che, il prossimo 14 luglio, la IV Sezione della Corte Centrale Massonica (secondo i maligni, di strettissima aderenza raffiana) si appresta nuovamente a tentare di “espellere” dal G,O.I. (sempre secondo voci maligne che si rincorrono in questi giorni)… Ma nonostante (o forse anche in ragione di) tutte queste amenità spassose elargite da Bonvecchio a Klaus Davi e agli spettatori della sua trasmissione KlausCondicio, il sentimento che Egli ci ispira, come dicevamo sopra, è soprattutto la tenerezza. In effetti, ad ascoltare attentamente la sua intervista, ci si rende conto che il Fratello Professor Bonvecchio è in buona fede. Era in buona fede quando, durante le elezioni 2009 per la Gran Maestranza (invalide e inquinate dalla partecipazione dell’ineleggibile Raffi) sciorinava le sue tesi all’insegna del sacrificium intellectus di “brechtiana memoria”: anche se fosse una “forzatura”, diceva più o meno, bisogna eleggere Raffi perché Costui è inviato dalla Provvidenza ed è e sarà, in saecula saeculorum, il miglior Gran Maestro Possibile… Ed era in buona fede all’intervista di Klaus Davi, quando quasi su ogni domanda ripondeva pressappoco così: “non mi risulta… io non so, se c’ero non ho visto… se ho visto non ho sentito… se ho sentito non ho capito… non ho mai conosciuto massoni così, colì o colà…la Massoneria di Raffi e un’Eterna Primavera di Beltà e Progresso civile e spirituale…”. Il Fratello Bonvecchio, ne siamo ormai certi, era ed è in buonissima fede.  Quando egli nega o afferma di non sapere e non capire, non mente. Evidentemente, a lui come ad altri onesti intellettuali arruolati sul Carro raffiano (un altro che ci sembra “errare” in buona fede è il Fratello Professor Morris Ghezzi) la premiata Ditta “Gustavo Raffi & Giuseppe Abramo” non ha ritenuto di compartecipare le sottili strategie e tessiture di potere pluriennale che da Villa Medici del Vascello si irradiano verso altri santuari del Potere Italiota, per fare ritorno al Gianicolo sotto forma di utili e dividendi di varia natura. Ecco perché il Fratello Claudio Bonvecchio e il Fratello Morris Ghezzi ci ispirano anzitutto tenerezza, comprensione e fraterna simpatia: sono le “inconsapevoli foglie di fico”, utilizzate strumentalmente da un Potere che tiene moltissimo a mascherarsi e a celare la sua vera natura. Poi, non possiamo non apprezzare la solida e interessante produzione scientifica del Fratello Prof. Bonvecchio (così come quella del Prof. Ghezzi, in altri ambiti di studio), segnatamente sulla tradizione gnostica e sulla simbologia esoterica, trattate alla luce di una strumentazione filosofica di elevato spessore e di rara capacità ermeneutica.
Alla luce di ciò, al Fratello Prof. Bonvecchio (e al Fratello Professor Ghezzi) rivolgiamo un augurio sincero: AD MAIORA! Speriamo un giorno di poter collaborare fraternamente all’edificazione di un Grande Oriente d’Italia che sia davvero “una casa di vetro” e che, invece di nascondersi dietro “mille maschere”, possa contribuire a migliorare concretamente la vita (soprattutto morale e spirituale) dei suoi adepti, così come dei cittadini italiani tutti, disperatamente bisognosi di una Massoneria “che sappia fare bene il suo mestiere”, per il Bene e il Progresso dell’Umanità e alla Gloria del Grande Architetto dell’Universo. Chiudiamo questa non breve (ma necessaria) Velina del 5 luglio 2010 con l’anticipazione che, nelle prossime ore, verranno pubblicate su www.grandeoriente-democratico.com delle interessanti novità (soprattutto in termini di ATTUALITA’ POLITICA) nella Sezione Comunicazioni dei lettori/visitatori e un Editoriale di Gioele Magaldi dal titolo: “PDL, PD e Massoneria. Silvio Berlusconi e Gustavo Raffi fra gioco delle parti, disastro economico e istituzionale, DDL intercettazioni” (www.grandeorinete-democratico.com) TEMIS: attendiamo smentite!

22 esami in 31 mesi: l’incredibile carriera di Di Pietro (by Facci) 2

Martedì, 19 Gennaio 2010

Seconda e ultima parte del Tonino segreto. Quando lavorava per una ditta di armamenti; la laurea sprint; i silenzi attorno a una misteriosa struttura di intelligence antiterrorismo.

(continua…)

Di pietro tocca il fondo e poi scava

Lunedì, 5 Ottobre 2009

La settimana appena trascorsa merita di essere ricordata come una di quelle in cui la vocazione autolesionistica dell’opposizione si è espressa ai livelli più alti. Non c’è da stupirsi troppo, i precedenti sono numerosi, e d’altra parte non potrebbe andare diversamente in una situazione in cui Antonio Di Pietro può presentarsi alla manifestazione per la libertà di stampa, ieri a piazza del Popolo, dichiarando ormai non senza qualche ragione «l’opposizione sono io». Ed è sempre più chiaro di che razza d’opposizione si tratta.

L’Italia dei valori è come quei negozi di copertura, dove l’attività principale copre lo svolgimento di altri e più remunerativi traffici: formalmente l’Idv "vende" l’opposizione dura e pura a Berlusconi, ma di fatto campa minando il terreno dell’opposizione e delle istituzioni e poi piantando la propria bandiera sulle macerie, come dimostra – non bastassero quasi due anni di esempi – il fatto che in un giorno solo l’ex pm ha dato di «cialtroni» ai suoi alleati del Pd e ha accusato di «viltà» il capo dello Stato per la decisione di firmare il decreto anticrisi.

L’ennesimo attacco di Di Pietro a Napolitano offre un perfetto campionario di opposizione sterile e demagogica, qualunque sia il metro di giudizio. Nel merito, l’ex pm ignora, o finge di ignorare, che il decreto approvato dal Parlamento è un correttivo di un precedente decreto, osteggiato con grande forza dalle opposizioni e, anche per questo, tornato in Parlamento per essere revisionato. Non promulgare il nuovo provvedimento avrebbe come effetto principale non quello di bloccare lo scudo fiscale ma semplicemente di tornare alla sua non meno vituperata versione originale. Nel metodo, appellarsi a Napolitano affinché non firmi significa chiedergli, in nome della Costituzione, di uscire dalle prerogative che la Costituzione stessa affida al capo dello Stato. Una contraddizione palese che solo la canea giustizialista non vuol vedere. Infine, sul terreno strettamente politico, nell’ultima intemerata dipietrista rispunta una folle pretesa di delega al Colle, come se Napolitano potesse intervenire laddove l’opposizione non ha i numeri o la forza o l’intelligenza di fare da sola il proprio mestiere.

Un mestiere, peraltro, sempre più incerto, perché il partito che dell’opposizione dovrebbe essere architrave scricchiola sempre più. Il congresso Pd si trascina con un carico di veleni: accuse di brogli, denunce di complotti, accuse di immoralità. L’impressione è che una parte del gruppo dirigente democratico, davanti alla prospettiva di una sconfitta ormai più che probabile, stia giocando a sua volta allo sfascio, cedendo alla tentazione di picconare l’edificio prima di lasciarlo agli avversari interni. Ma l’edificio è malfermo di suo. La vicenda dello scudo fiscale è esemplare. All’opposizione è riuscito un altro miracolo a rovescio: dello scudo si parla più per le assenze in aula dei deputati democratici al momento del voto finale (non erano gli unici…) più che per il provvedimento in sé. E mentre il Pd si dilania nell’ennesima polemica intestina, incalzato dai dipietristi, governo e maggioranza ringraziano e procedono indisturbati.

In questo scenario la manifestazione di ieri sulla libertà di stampa è stata la rappresentazione plastica del limbo in cui si trova il Pd, coi suoi leader presenti ai piedi del palco di piazza del Popolo, stretti tra una manifestazione i cui promotori e protagonisti sono altri e una piazza che non riconosce alcun ruolo di mediazione al partito che, in teoria, ne dovrebbe organizzare la rappresentanza. Ancor più che all’epoca del maxi-girotondo di piazza San Giovanni – era il 2002 – una fetta del popolo di centrosinistra ha scelto i suoi referenti fuori dalla politica in senso stretto, anche e soprattutto perché manca un’offerta alternativa.

Il principale partito d’opposizione, perso dietro una crisi di identità cui il congresso non ha offerto soluzione, non ha ancora capito come maneggiare la politica al tempo delle escort, che è all’origine anche della manifestazione di ieri. Non trova la giusta distanza dalle campagne giornalistiche, cioè un atteggiamento che non sia né la supina adesione di certi frangenti (basti ricordare l’ultima campagna elettorale per le europee) né la totale inerzia di altri (durante la quale, perlopiù, scatta l’autocritica per essersi lasciati trascinare dalla foga). Non riesce a parlare al paese, a impostare una agenda sua e a smettere finalmente di inseguire quelle altrui. Che siano quelle del governo, dei giornali o degli ex pm la cui unica logica è quella del tanto peggio tanto meglio. E peggio di così non sarà facile andare.

s.cappellini ilriformista

(continua…)

Di Pietro indagato dalla Corte dei Conti

Mercoledì, 9 Settembre 2009

Più esposti e le inchieste del Giornale sulle stranezze della gestione finanziaria dell’Idv sono confluiti in un fascicolo della Corte dei conti. I magistrati contabili della procura generale stanno indagando sul «tesoro» dell’Idv e su quale soggetto abbia effettivamente richiesto e percepito i fondi elettorali destinati al partito di Antonio Di Pietro: la notizia viene confermata dalla Corte dei conti: «L’istruttoria – spiega un alto magistrato – concerne varie questioni, ma non posso dire di più».

(continua…)

L’assalto al Colle di di Pietro

Venerdì, 24 Luglio 2009

L’agitazione di Tonino Di Pietro contro il Quirinale ha fatto ieri un rilevante e pericoloso salto di qualità. Finora era stata, per così dire, incidentale: il leader dell’Idv sparava su Berlusconi e colpiva Napolitano di striscio. Da ieri, invece, l’attacco è diretto e personale: Di Pietro tenta apertamente di trascinare il Capo dello Stato nell’arena politica, ingaggia polemiche quotidiane con lui, gli chiede spiegazioni e gli intima comportamenti, e organizza perfino girotondi sotto il Quirinale per metterlo sotto pressione con una vera e propria provocazione organizzata.

Questo è molto pericoloso, e non solo per le forme in cui avviene (giustamente oggi criticate perfino dal capogruppo dell’Udv alla Camera, Donadi, in un’intervista al nostro giornale). È pericoloso perché intacca una prerogativa essenziale del Capo dello Stato, e cioè la sua «irresponsabilità politica». Forse non tutti sanno che neanche nelle aule del Parlamento è consentito ai parlamentari di discutere l’operato del Presidente.

Qui invece abbiamo un parlamentare che addirittura gli intima ciò che deve fare, interferendo su un potere (quello di messaggio alle Camere) che la Costituzione affida in esclusiva al Capo dello Stato.

Non è solo in difesa del bon ton istituzionale, o della figura di Napolitano, che diciamo queste cose. È anche e soprattutto per difenderne i poteri. Si rende conto Di Pietro che il suo comportamento potrebbe indebolire, non rafforzare, proprio quella funzione di controllo e garanzia del Quirinale che lui dice stargli tanto a cuore? Se domani una decisione del Presidente andasse in conflitto con i voleri della maggioranza, qualche estremista dell’altra parte lo accuserebbe subito di aver ceduto alle minacce dell’ex pm.

Meno male che Napolitano ha spalle larghe, e non si lascia intimidire da nessuno. Ma insieme con l’equilibrio dei poteri e con l’ordinato svolgimento della vita istituzionale, l’offensiva di Di Pietro rischia dunque di colpire anche gli interessi dell’opposizione, che dovrebbero fare tutt’uno con il rispetto della Costituzione. E avvelena quotidianamente la lotta politica, come ha ben detto Casini.

L’unica via d’uscita da questa pericolosa situazione è che un nuovo arco costituzionale, di quelle forze cioè che si riconoscono pienamente nei valori della Carta e nel modo puntuale e attivo con cui Napolitano li fa rispettare, isolino il sedizioso. Attenzione: questo non è folklore. Non è neanche solo demagogia, tesa a conquistare qualche facile consenso. Qui sta nascendo un movimento politico, una vera e propria lobby che tra poco avrà anche il suo giornale, il cui programma è cambiare le regole del gioco democratico deligittimando l’arbitro.

a.polito riformista

(continua…)

IDV si sgonfia in due settimane – il bluff di Di Pietro

Giovedì, 25 Giugno 2009

Senza il testimonial De Magistris, le apparizioni di Grillo, i candidati-immagine, gli outing di insospettabili intellettuali folgorati sulla via di Montenero di Bisaccia, è un’Italia dei valori dimezzati. C’è un dato che gira per le segreterie dell’Idv e che, dopo la sbornia in salsa Ue, ridimensiona di molto il partito. Il calcolo fatto dai dipietristi è presto detto: l’Idv è passato dall’8 per cento delle europee al 5% circa delle amministrative, se si prendono come base le province. Ancora meno, un punto in meno, se si guarda alle performance nelle città: la metà, intorno al 4%. La metà, tra l’altro, proprio nel voto – quello per eleggere sindaco e consiglio comunale – che rispecchia meglio il radicamento sul territorio di un partito (e che infatti coincide con quello delle Politiche 2008), e dipende in misura minore dalla capacità di attirare il voto di protesta o d’opinione come invece accade nelle europee (basti ricordare l’8,5% della Lista Bonino nel 1999).
Già finita la nuova primavera dell’Idv, il grande balzo in avanti del condottiero Tonino? Da Strasburgo all’Italia per l’Idv è un bucato ad alta gradazione: si restringe di diverse taglie. Dal boom al flop. Prendiamo i comuni capoluogo e confrontiamo i risultati delle due elezioni. Praticamente ovunque, che siano province o comuni, il parallelo è a perdere. Qualche esempio. A Firenze città l’Idv ha raccolto il 7,94% alle Europee, un successo memorabile in una regione mai troppo attratta dalle sirene dell’ex pm. Ma quanti fiorentini hanno poi votato i candidati dipietristi al comune di Firenze? Un misero 2,82%. Cambiamo regione ma troviamo la stessa voragine. Bologna. Lì, nell’area cittadina, l’Idv ha conquistato alle europee l’8,86%, grazie ai soliti De Magistris (più votato in assoluto dopo Silvio Berlusconi) e Sonia Alfano. E alle comunali? Qui la forbice elettorale taglia esattamente in due il partito di Tonino, che alle amministrative per rinnovare il comune di Bologna (nello stesso giorno delle Europee) rimedia la metà esatta dei voti, 4,43%. Significa che in un caso su due, l’elettore conquistato da Di Pietro per le Europee, ha poi votato un altro partito (nella maggior parte il Pd) quando si trattava di scegliere il governo cittadino. Un dato che i più attenti dentro l’Idv guardano come un serio campanello d’allarme, come il segno evidente dell’incapacità della dirigenza di conquistare elettori non «occasionali», e di affrancarsi dalla figura del leader-padrone e dei suoi uomini-immagine (primo tra tutti De Magistris) capaci di bucare il video con campagne urlate, ma non di creare un elettorato fedele.
Altri numeri dall’Italia dei valori dimezzati. Nel Sud, dove l’Idv ha superato il 10% per Strasburgo, la musica non cambia. Lo scivolone più devastante è ad Avellino città, dove perde più di sette punti, dal 9,93% al 2,75%. Anche nelle province meridionali è tutto al ribasso. A Taranto il rapporto è di 8,18% (Europee) a 3,77 (Provinciali). A Crotone si scende dal 10,69 al 3,76. Persino il Molise ha tradito il molisano Di Pietro. Nella «sua» Campobasso, dove l’Idv ha percentuali bielorusse (30% alle Politiche 2008, 33% alle Europee 2009), il candidato sindaco dell’Idv (il pupillo di Tonino, Massimo Romano) ha preso il 18%. Certo, fanno notare nel partito, il risultato delle amministrative va confrontato anche con quello delle precedenti consultazioni locali, dove l’Idv aveva ancora numeri da prefisso telefonico. Da questo punto di vista il partito è cresciuto. Ma nessuno sottovaluta il raffronto desolante con le concomitanti Europee.

(continua…)

Il trucco di Di Pietro per intascare i soldi pubblici

Sabato, 23 Maggio 2009

Tana per Tonino! È finito il gioco a nascondino di Antonio Di Pietro. Abbiamo trovato l’atto che l’ex pm teneva nascosto: il verbale di modifica dello statuto Idv, documento fondamentale per capire se il cambiamento nella gestione dei soldi pubblici pubblicizzato dal paladino della legalità è reale o di facciata. Messo alle strette dal Giornale che aveva documentato le anomalie nella gestione delle finanze dell’Idv, in una confusione di ruoli tra Associazione di famiglia (che si sostituisce al partito nella percezione e gestione dei fondi elettorali) e Movimento-Partito (che deposita le liste), a inizio anno l’ex pm giurò che avrebbe messo le cose a posto a cominciare dallo statuto del partito. E così sembrava aver fatto, il 9 gennaio scorso, recandosi dal notaio di fiducia di Bergamo, Giovanni Vacirca. Sembrava, appunto. Perché da subito l’ex pm – accusato di una gestione «personale» dei soldi del partito – non rese pubblico l’atto sottoscritto, impedendo a chiunque di sapere chi, e a che titolo, aveva messo la firma in calce al documento. Forse il Nostro non voleva si sapesse che le cose erano rimaste tali e quali a prima, che il tanto sbandierato «nuovo statuto» non era mai entrato in vigore anche perché mai approvato dall’assemblea degli associati, cioè dagli iscritti dell’Idv, ma solo dall’associazione di famiglia. Insomma, il buon Di Pietro aveva paura che si scoprisse il bluff. Per questo motivo aveva detto al notaio di non fornire quel documento al Giornale, che da giorni chiedeva chiarimenti in merito. Purtroppo per il leader Idv, alla fine, quell’atto il Giornale è riuscito a recuperarlo. E dalla lettura emerge la prova che la modifica dello statuto avvenuta il 9 gennaio 2009 è appunto solo un’operazione di facciata, perché effettuata dal solo Antonio Di Pietro, in qualità di presidente dell’Associazione Italia dei valori, ovvero dell’associazione di famiglia composta da Tonino, dalla moglie, dalla tesoriera Silvana Mura. L’unica firma in calce al documento è la sua. Dunque, l’associazione di famiglia che in via di fatto percepiva i rimborsi elettorali al posto del partito, rimane, eccome. Ed essendosi auto-approvato l’ennesimo statuto della sua associazione di famiglia, Di Pietro vorrebbe tutto proseguisse com’era. Sostituendosi al partito, nella consueta carenza di controlli della Camera nella percezione e nella gestione dei fondi elettorali. È chiaro che non basta che l’associazione di famiglia modifichi il proprio statuto dichiarando di essere un partito, perché quello statuto diventi lo statuto del partito, che nulla mai ha approvato. Di Pietro e le due socie continueranno a gestire i quattrini pubblici senza che nessuno, nel partito o nell’Ufficio di Presidenza del Movimento (un soggetto «virtuale» in quanto mai approvato dagli iscritti del Movimento politico) possa dire nulla. Ma ci sono anche altri aspetti che non tornano. [TESTO]Il 9 gennaio 2009 Di Pietro ha modificato lo statuto richiamandosi al primo statuto Idv approvato il 29 settembre 2000. E in forza di questo richiamo si è attribuito il potere che derivava allora al Presidente di convocazione dell’assemblea generale (art.6). Questo statuto del 2000 è stato però sostituito da più statuti successivi (9 gennaio 2001, 21 marzo 2001, 5 novembre 2003, 24 luglio 2004). L’ultimo, quello vigente, del 2004, attribuisce la rappresentanza legale, e quindi il potere di convocazione dell’assemblea dell’associazione, non al Presidente del partito ma alla tesoriera Silvana Mura che il 9 gennaio 2009 non era presente. Ha convocato lei l’assemblea? E se mai l’ha fatto, perché non ha conferito la delega di rappresentanza della sua qualità di socio a Di Pietro che andava dal notaio? E come mai nell’atto non compare nemmeno la delega della moglie, socia anch’essa? [/TESTO]Insomma, un’operazione che somiglia a un gioco delle tre carte. Di Pietro ha annunciato d’aver modificato lo statuto ma si è ben guardato – per mesi – dal rendere noto il verbale di modifica. Perché lo statuto sì e il verbale no? Lo abbiamo chiesto ripetutamente al suo notaio di Bergamo che, all’inizio, dopo aver chiesto l’autorizzazione al leader, con non poco imbarazzo ci ha fatto sapere che l’onorevole non gradiva dar pubblicità al documento. Forse perché dalla lettura dell’atto notarile – come anticipato – si scopre che Di Pietro è andato a Bergamo da solo e ha disposto la modifica dello statuto dell’associazione di famiglia quale presidente della stessa. Inutile dire che non c’è uno straccio di delibera assembleare del partito, che del resto non ha mai approvato nulla, neppure i rendiconti previsti dalla legge n. 2 del 1997 che sono stati invece sempre e solo auto approvati, ancora una volta dallo stesso Di Pietro quale presidente dell’associazione. E poi, se questa non fosse la prova che qualcosa non torna nella gestione del partito, perché Di Pietro avrebbe voluto tenere nascosto proprio quest’atto, prima non pubblicandolo sul sito del partito e poi negando al suo notaio l’autorizzazione a renderlo pubblico? Un atto pubblico per legge, si badi, che Di Pietro ha tentato di non rendere pubblico. C’è molto di strano, in tutto questo. È come se Franceschini andasse dal notaio di fiducia e modificasse lo statuto del Pd. Ovvio che nessuno nel Pd riterrebbe legittimo il nuovo statuto. Ma per l’Idv, evidentemente tutto è possibile. Sempre per rimanere nel paragone con l’alleato, lo Statuto del Pd è stato approvato nel febbraio 2008 dall’Assemblea costituente del Pd, composta da quasi 3mila delegati. Non certo dal solo Walter Veltroni. Dunque, statuto ad personam e partito ad personam. Alcuni parlamentari dell’Idv, contattati dal Giornale, confessano imbarazzati: «Ricordo che in un esecutivo si parlò della modifica dello statuto, ma solo come valutazione preventiva. Non c’è stata in seguito nessuna votazione di quel nuovo testo, che come tale non è mai entrato in vigore. Spero si farà dopo le amministrative», dice uno di loro. «Ma quale statuto? Ma si sa che sono parole, è da anni che si parla di un congresso, e chi lo ha visto mai?», si sfoga un altro. Ricapitolando, dunque: la situazione è rimasta tale e quale a quella denunciata mesi fa dal Giornale. Resta la distinzione (riconosciuta dal Tribunale di Roma) tra Associazione e partito, e rimane quindi aperta la questione della gestione personale e senza regole né controlli dei fondi pubblici al partito. Certo, nel nuovo statuto c’è scritto che spetta all’Ufficio di presidenza, non più solo al Presidente, il compito di «approvare annualmente il rendiconto economico finanziario richiesto dalle vigenti leggi e il rendiconto con i relativi allegati previsti dalle leggi sulla contabilità dei partiti politici e sui rimborsi elettorali» (art. 10). Ma se lo statuto non è stato approvato dal partito, e se anzi è stato disposto solo da Di Pietro, che valore potrà mai avere? Nulla è cambiato, allora, se non in peggio. L’associazione di famiglia rimane. La sostituzione dell’associazione al movimento politico nella gestione dei finanziamenti pubblici anche. È e resta una associazione di tre persone, non un Movimento politico con migliaia di iscritti. Fino a prova contraria i fondi perciò continuano ad essere incassati dall’associazione di famiglia Di Pietro, i cui soci continuano ad essere, sino a prova contraria, Susanna Mazzoleni e Silvana Mura, oltre allo stesso Di Pietro. Ma quando, dentro l’Idv, verrà risolta per davvero questa situazione di partito-personalistico? Si badi che è stato lo stesso Di Pietro a dire, in una intervista a Repubblica, che l’Idv è ancora nella fase "personalistica", cioè la sua. L’Idv non ha avuto mai congressi, ci sono soltanto degli Incontri nazionali, il settembre di ogni anno (nel 2008 c’è stato il terzo), ma che non hanno niente a che fare con i congressi, somigliano piuttosto a delle semplici feste di partito. Mai nessuno ha votato la leadership di Tonino, come nessuno ha votato lo statuto o la modifica dello stesso statuto a gennaio dell’anno scorso. Il partito è individuale (lo ha detto Di Pietro), ma i soldi sono pubblici. E sono milioni di euro, una bella fetta in arrivo tra un mese, entro il 31 luglio. I rendiconti dell’Idv che la legge riserva solo a partiti o movimenti politici, sono stati approvati dal 2001 al 2007 dal solo Di Pietro quale presidente dell’associazione ristretta o di famiglia, che partito non è. Decine di milioni di euro sono stati pagati dalla Camera al soggetto «sbagliato», cioè all’associazione di famiglia che s’è sostituita al movimento, in un conto corrente intestato all’associazione stessa. Ad oggi niente è cambiato: i soldi son destinati a finire nelle casse dell’associazione, dove finivano prima della grande pulizia annunciata da Antonio Di Pietro.

(continua…)