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La Melandrina (ritratti al vetriolo di G. Perna)

Martedì, 23 Ottobre 2012

Come titolare delle Politiche giovanili e Attività sportive, la ds Giovanna Melandri è un ministro senza portafoglio. Poco male, dicono a Montecitorio, «carina com’è, troverà sempre qualcuno che aprirà il suo (portafoglio, ndr) per lei».A queste battute maschiliste, Giovanna rabbrividisce. Detesta essere giudicata per il sex appeal. Quando fu eletta miss Montecitorio, rifiutò sdegnosamente il titolo. «Montecitorio non è il nome di un concorso di bellezza», disse con un broncetto così affascinante da confermare in pieno l’elezione. Di seguito, fece circolare il curriculum su cui spicca la laurea in Economia con 110 e lode. Non cambiò nulla. Fu soprannominata Giovanna Settebellezze e ha continuato a colpire per i boccoli biondi, i fianchi rotondi e due gambe da domatrice col frustino. Del suo cervello invece non si occupa nessuno. Anche l’ultima notizia giornalistica che la riguarda è un omaggio alla sua venustà.Un esperto di madame del calibro di Franco Califano, l’ultrasettantenne autore di «Calisutra», aureo libretto sulle sue imprese d’alcova, ha detto: «Quella che mi ispira più carica erotica è Giovanna Melandri. Per lei farei pazzie. Mi eccita in maniera mostruosa». È assodato: Settebellezze colpisce più per la grazia che per lo spirito. Ne sia lieta. Se no, faccia l’esame di coscienza e veda di capire il perché.Coi suoi 44 anni, Giovanna è il ministro più giovane del governo. Ha assunto l’incarico di titolare dello Sport in concomitanza con Calciopoli e i Mondiali di calcio. Si è distribuita con sapienza tra le due vicende in modo da apparire tre volte il giorno in tv per tutta l’estate. O era con Guido Rossi, allora commissario straordinario di Federcalcio, o con F.S. Borrelli, il super ispettore. Ma il più delle volte, stava con la squadra di calcio. E qui, non ha avuto che l’imbarazzo della scelta per variare le inquadrature.La si è vista con Lippi, con Totti, con Gattuso, e l’intero periplo dei calciatori. In ogni circostanza, con nuovi tailleur, sciarpette diverse, acconciature inedite, sbarazzine, matronali, boccolute, frangettate. Solo le dichiarazioni si ripetevano. Alternava i «grazie» a Rossi, Borrelli, Lippi, ai «ho piena fiducia» in Lippi, Borrelli, Rossi. Tale fu la sua simbiosi col mondo del pallone che si guadagnò un secondo soprannome, Fatina azzurra.La fatina ha fatto la sua prima visita alla squadra nell’allenamento di Coverciano col Mondiale alle porte. L’indomani è entrata al Consiglio dei ministri euforica. Non riusciva a contenere l’entusiasmo per gli aitanti ragazzoni in pantaloncini corti. «…ma voi – ha detto in estasi – non avete visto Luca Toni…». Era con la squadra anche alla finale di Berlino. La affiancavano sugli spalti, Guido Rossi e il capo dello Stato, Giorgio Napolitano. Rossi, vittima dei ricordi liceali, indossava una pashmina bianca, memore della Germania nevosa descritta da Tacito.C’erano invece 40 gradi e il commissario usava la vezzosa sciarpina etnica come tampone contro la liquefazione del faccione. Settebellezze cercava intanto di coinvolgere il presidente. «Siamo campioni del Mondo», gli urlava in viso sperando di indurlo a sbracciarsi come Pertini ai Mondiali di Madrid dell’82. Ma l’austero Napolitano aveva lo sguardo fisso nel vuoto e la testa in un lontano altrove.Allora la ministra lo ha trascinato negli spogliatoi. Quando sono entrati, Materazzi reduce dalla testata di Zidane, era in mutande. Il presidente ha percepito che non era quello il suo ambiente e si è esiliato in un angolo. La biondina è rimasta al centro della scena e la squadra non ha avuto occhi che per lei. Perdendo ogni ritegno, i calciatori hanno intonato un coretto: «Faccela vedè… faccela toccà».La fatina ha riso lusingata, saltellato, ha abbracciato, bevuto spumante, mangiato crostate, sotto l’occhio delle telecamere e i flash dei paparazzi dell’universo mondo. Passata la festa, ha smentito che quei «vedè» e quei «toccà» fossero riferiti a lei. «Non ce l’avevano con me. Volevano la coppa», ha detto ridendo all’Unità il giornale del partito.La fatina non capisce nulla di sport. Ha molti altri talenti. È un’economista, un’ecologista impegnata, è forte in filosofia e conosce le arti femminili. Ma sul calcio e le altre discipline, zero. In settembre, illustrando alla stampa l’impatto della Finanziaria sullo Sport, ha inanellato strafalcioni ameni, diventati poi gag popolari tra i cronisti. «Dobbiamo ringraziare – ha detto giuliva – gli atleti della bicicletta…». «Si chiamano ciclisti», le hanno urlato insieme due, tre cronisti. Cinque minuti dopo ha detto: «Ringraziamo i pallacanestristi…». «Si chiamano cestisti», ha corretto la platea. E così via. Per non sbandare, Settebellezze ha bisogno di collaboratori in gamba. Da ministro della Cultura e dello Sport nel ’98, a condurla per mano era il capogabinetto Oberdan Forlenza, che fece per lei la riforma del Coni. Oggi, il pesce pilota è il sottosegretario ds Giovanni Lolli, un abruzzese esperto di diritti tv e altri tecnicismi calcistici. Lolli è stimato per l’equilibrio anche dalla Cdl. In particolare, dal conterraneo Gianni Letta che lo considera un antidoto all’antiberlusconismo pasionario della ministra. La fatina è indifferente alle sue lacune e comanda il ministero col piglio di un tigrotto. La settimana scorsa ha proibito ai suoi due sottosegretari, Lolli e Elidio De Paoli (Lega autonomia lombarda) di fare dichiarazioni senza il suo placet. De Paoli ha replicato: «Ho 58 anni, figuriamoci se mi faccio intimidire. Melandri si rassegni: leggerà le mie dichiarazioni il giorno dopo sui giornali». Il pennacchio di Settebellezze è la nascita a New York. Le dà un alone di internazionalità che le piace da morire. Ma negli Usa è stata solo fino a quando il babbo, Franco, ha avuto l’incarico di direttore di Rai Corporation. A tre anni, la bimbetta era già a Roma e qui è vissuta. La mamma, Cesarina Minoli, è una traduttrice dall’inglese. Per questa via, la fatina è cugina di Gianni Minoli, noto volto notturno della Rai-tv. Rientrata dagli States, la famiglia si insediò alla Balduina, quartiere borghese della Capitale. Giovanna frequentò lo Scientifico dalle suore del Santa Giuliana Falconieri. «Non mi trovavo bene. Ero allergica al contesto», dichiarerà in seguito per sottolineare il suo laicismo. Per sottolineare invece la sua intelligenza confiderà: «La filosofia era la mia materia preferita. Facevo accese discussioni su Feuerbach e Schopenhauer». Presa la licenza, si iscrisse alla Facoltà di Economia e si laureò con una tesi sulla riforma fiscale dell’aborrito Ronald Reagan. «Abbiamo studiato economia – ha dichiarato affranta, parlando in nome di un’intera generazione – in quei brutti anni ’80 in cui il mondo accademico accoglieva il vento gelido che veniva da Reagan e dalla Thatcher e si convertiva al neoliberismo. Ci siamo stretti tra noi e ai nostri maestri» e cita i due preferiti: Federico Caffè e Ezio Tarantelli, entrambi tragicamente scomparsi. Un modo per dire che anche lei, nonostante i boccoli e i tailleur pastello, conosce i dolori del mondo. Dopo un tirocinio alla Montedison e una militanza in Legambiente, la ritroviamo a 29 anni nella direzione del neonato Pds. Deputata nel ’94, è ministro del Beni Culturali nel ’98, designata dal predecessore Walter Veltroni, amico d’infanzia. Il ’98 è il suo grande anno. A ridosso della nomina a ministro, la fatina aveva messo al mondo Maddalena con la collaborazione di un simpatico avvocato, Marco Morielli, suo compagno. Tra maternità e politica, Giovanna non ha dubbi: sceglie entrambe. Attrezzò le stanze del ministero per lavorare e insieme allattare la bimba. Ad aiutarla nello svezzamento, la fida Lucia Urcioli, allora segretario particolare, oggi capo della segreteria. Urcioli è la pietra angolare di Giovanna. È la confidente, la consigliera, l’alter ego. Con un simile appoggio, la fatina poteva lasciare a balia il bebè e concedersi pause di libertà. Correva dal suo parrucchiere, Angelo dei Sargassi in via Frattina, e si lasciava agghindare per i party serali. Poco dopo, era raggiunta da un ministerial commesso con diversi abiti. Settebellezze li provava uno a uno per scegliere il più adatto all’acconciatura del giorno. L’avvocato Morielli è parte della sua vita da alcuni lustri. È un benestante, calmo e riflessivo. Con queste doti ha reagito alla sbandata della fatina per il musicista Nicola Piovani. Nel 2001, Chi pubblicò una foto dei due che si baciavano furtivi sul Lungotevere. Altre apparvero su Novella 2000 col titolo «La passione è melandrina» e Melandrina divenne un ennesimo soprannome di Settebellezze. La storia durò qualche tempo, senza che Morielli battesse pubblicamente ciglio. Con la stampa, la sua stoica reazione minimizzatrice fu: «Tranquilli. Tutto è sotto controllo. Siamo giovani, siamo aperti. E io sono uomo di sinistra», cioè uomo di mondo. Tornata tra le sue braccia, Melandrina commentò: «Nelle lunghe relazioni è possibile incagliarsi in qualche secca. Ma Marco è un fuoriclasse e l’uomo della mia vita». Per mettere una pietra sopra la faccenda, cambiarono casa. Lasciarono quella in affitto sul Gianicolo.Giovanna rifiutò l’appartamento di Marco ai Parioli, considerando un insulto per una donna di sinistra acqua e sapone come lei, diventare una snob pariolina. Così, hanno preso un attico vista Tevere al Testaccio, quartiere popolarissimo. Il palazzo è il cosiddetto Cremlino, per la mole da edificio staliniano e storica sede di una sezione dell’ex Pci. Nello stabile abitano anche Giuliano Ferrara e Enrico Letta. Con simili inquilini, il Cremlino è diventato uno status symbol proletario a 20mila euro il metro quadro. Pare che negli anni ’50, l’appartamento ora della coppia appartenesse a un originale che ci abitava con una tigre, la quale lo sbranò. I nostri auguri all’avvocato Morielli. G. Perna il giornale

Veltroni porta i deputati a Auschwitz, ma a spese nostre

Giovedì, 27 Ottobre 2011

come in gita scolastica…ma, come sempre, a nostre spese. temis

Calearo, il grande bluff di Veltroni

Mercoledì, 29 Settembre 2010

La sua cooptazione nel Pd nella stagione del rinnovamento veltroniano aveva sorpreso perchè era considerato un falco. Ora Calearo è tornato alle origini e dal Pd è passato al Pdl. Speriamo che Veltroni ne segua quanto prima l’esempio passagio dall’Italia all’Africa. Calearo è l’ultima dimostrazione del grande bluff della politica di Veltroni che, in nome del nuovo, aveva riempito le liste di personaggi in cerca d’autore. temis

I volti nuovi del Veltronismo sono stati i primi a mollarlo

Lunedì, 20 Settembre 2010

imagesGli hanno voluto un gran bene e, giurano, gliene vorranno ancora. Ma non hanno firmato il documento dello strappo, con cui Veltroni ha dichiarato guerra a Bersani. E’ un ammutinamento «dolce» e un po’ sentimentale quello dei giovani simboli del veltronismo che fu, da Marianna Madia ad Emanuele Fiano, da Federica Mogherini ad Antonio Boccuzzi. «Non mi hanno chiesto dì firmare e non lo avrei fatto – confessa l’onorevole Madia, la bella Marianna che l’ex segretario volle fortissimamente capolista nel Lazio -. Io mi sento molto veltroniana quando Walter dice no alle correnti, ma adesso non mi riconosco nel progetto che mi aveva affascinato. Perché ha raccolto delle firme per fare ciò che aveva combattuto? Che differenza c’è tra corrente e movimento?». E il problema non sono tanto i contenuti, che la Madia ritiene «così generici da essere condivisibili da tutti». Il problema, per Emanuele Fiano, sono tempi e modi dell’operazione. Perché andare a una conta che spacca il Pd? «Non credo che i nostri militanti la prenderanno bene – teme ïl deputato, esponente dì spicco della comunità ebraica -. Non ho dimenticato l’aria del Lingotto e l’ottimismo delle primarie 2007, ma non accetto che si mettano i bastoni fra le ruote del segretario, proprio come accadde a Veltroni». L’amicizia, l’affetto, in una parola «i sentimenti», non vengono meno. «Walter ha visione» gli riconosce Fiano, ma è deluso: «Mi aspettavo un contributo forte all’unità, invece di contare il peso di una fazione». Nelle 75 firme non c’è quella di Dario Franceschini. L’ex vice di Veltroni lo ha criticato tra i primi e, fatte salve anche qui «la stima e l’amicizia», gliene ha dette di tutti i colori: no alle conte, basta con il «virus» di chi vuole indebolire il leader… Un no pesante e in sintonia con quello di Piero Fassino, l’altro leader della minoranza al quale i seguaci di Veltroni e Fioroni, certi che non lo avrebbe sottoscritto, non hanno nemmeno proposto la lettura del documento. A Federica Mogherini, che era nella sua segreteria, Veltroni ha invece voluto parlare di persona, lei gli ha espresso le sue «perplessità»» e lo ha invitato a discutere delle debolezze del Pd dentro Area democratica. Nulla di fatto e amici come prima: «Non c’è un sentimento di rottura, almeno da parte mia». Il no di Antonio Boccuzzi, il superstite della strage alla Thyssen che Veltroni candidò alla Camera, è arrivato a distanza. A lui nemmeno una telefonata: «Mi dispiacerebbe molto se ïl documento fosse un modo per uscire dal partito. L’errore di Walter è stato dimettersi da segretario – rimpiange il deputato operaio -. Il Pd era il vestito che gli calzava addosso. Ora spero che continuerà ad abbracciarmi, ogni volta che mi incontra». Altrettanto dolorosa deve essere stata per Veltroni la notizia che l’eurodeputato Sergio Cofferati non lo seguirà. E così Roberta Pinotti, che fu ministro alla Difesa nel suo governo ombra contro Berlusconi. «Ora Cofferati e Pinotti voltano le spalle a Walter» titolava ieri il Secolo XIX. Un altro eurodeputato, l’ex volto del Tg1 David Sassoli, si è smarcato sul Riformista contestando a Walter il tradimento delle sue stesse idee: «L’iniziativa di Veltroni vuol dire, di fatto, abdicare alla missione storica del Pd e metterne in crisi la vocazione maggïorïtaria». La teoria del «dentro e fuori» allarma Marina Sereni. La vicepresidente del Pd ricorda di aver «combattuto quando era segretario quelli che lo attaccavano», ammette che i problemi ci sono ma è convinta che «non andavano discussi sui giornali». E da Caserta, dove sta conducendo la Festa della legalità, arriva l’addio dell’onorevole Pina Picierno: «Io resto con Franceschini. C’è bisogno di unità…». Monica Guerzoni per “Il Corriere della Sera” (di sabato 18 settembre)

Gianfry e Walter, le prodezze dei cofondatori (by Veneziani)

Lunedì, 20 Settembre 2010

Spappolocrazia. Il neologismo sta ad indicare che il sistema Italia è in preda allo spappolamento. Fini schizza a est, Veltroni schizza a ovest, Miccicchè schizza a sud, Bossi schizza a nord. Mastella corre a Napoli, Vendola accorre da Bari, Chiamparino soccorre da Torino, Pisanu fa il tamburino sardo, Lombardo fa il sultano siculo e nell’harem delle alleanze fa fuori una concubina al giorno. Totò Cuffaro divorzia da Casini, il cui partito è in preda allo spappolamento, come i resti di Alleanza nazionale, Di Pietro vampirizza Bersani, ma a sua volta è vampirizzato dai grillini. Si spappola il Sud in una miriade di partitini a vocazione territoriale. E il Paese trema come un budino spappolato, diviso tra Nord, Sud e Roma capitale, la scassatissima trinità. In questo clima cresce il randagismo parlamentare. Turbe di deputati privi di collare sciàmano randage per le strade della Capitale in cerca di nuove affiliazioni, nuovi padroncini e rassicurazioni di collegi. Abbaiano in interviste, tirano sul prezzo, si concedono al miglior offerente, giurano fedeltà per avere conferma di seggi o mostrano malessere per godere almeno di un’adozione a distanza. Si rivedono cari estinti: Diliberto e Ferrero riemergono dai sarcofagi del comunismo; ho visto l’altro giorno un altro glorioso trapassato, Pecoraro Scanio, operatore ecologico in senso politico, che vendeva tappeti verdi su una tivù locale. Riaffiora dopo un millennio perfino una mummia piemontese, Oscar Luigi Scalfaro, antenato paleolitico della Democrazia cristiana avanti Cristo. Si riaccendono polemiche perfino con l’antico egizio Giulio Andreotti. Attendiamo con ansia il ritorno dei ragazzi, tipo Ciriaco De Mita e Arnaldo Forlani.  Nel nostro Paese sta avvenendo qualcosa che somiglia alla fine di un lungo sceneggiato; scorrono i titoli di coda con i nomi dei partecipanti, anche alle puntate precedenti. Si preparano per il gran finale tutti quanti, comparse, protagonisti e antagonisti, per poi salutare il gentile pubblico pagante.  Dopo la partitocrazia venne la spappolocrazia. Stanchi della monarchia berlusconiana, i residui tossici dei vecchi partiti danno luogo a questa convulsa stagione di spaccature e riemersioni. Eppure avevamo raggiunto, per caso o per destino, la fortunosa coincidenza di un governo stabile, di una maggioranza larga, di un Paese che poteva tirare un sospiro di sollievo perché non aveva davanti a sé, per tre lunghissimi anni, la prospettiva di un sisma elettorale. Non c’erano elezioni in vista, poteva essere l’occasione per tutti, da destra a sinistra, per lavorare proficuamente sul futuro, ridisegnare progetti, culture politiche, selezionare classi dirigenti, prepararsi insomma alla scadenza di questo governo. Potevano investire per una volta su una doppia carta: lasciare che un governo governasse per davvero, lasciando la possibilità di realizzare il suo programma, o, dal punto di vista dell’opposizione, dimostrare la sua incapacità di farlo. E dall’altra parte avviare un laborioso piano per presentarsi nel 2013 alle urne con leader adeguati, classi dirigenti rinnovate, programmi e linguaggi adeguati alle nuove sfide. Invece no, si è preferito la cospirazione, la congiura, la scissione, il regicidio mediatico, l’anarchia dello spappolamento. Basta con il capo-popolo, hanno gridato i capetti di tanti popolini, quasi tutti al cinque per cento o giù di lì, a cominciare dai due figliocci traditori del comunismo e della missineria. Se ci fosse un Plutarco disposto a scrivere le vite parallele dei piccoli uomini che non hanno fatto la storia, ma l’hanno solo disfatta, si potrebbe scrivere una storia parallela di Walter e Gianfranco. Con Walter sparì la sinistra dal Parlamento italiano; quella radicale fu messa fuori dal cono d’alleanza, e il Pds perse la esse di sinistra per farsi un sapone neutro. Con Gianfranco sparì la destra dal Parlamento italiano, quella sociale fu messa fuori gioco, e come il pentito Brusca, Gianfranco sciolse An, ancora adolescente, nel liquido del Pdl. Liquidatori della destra e della sinistra, ora i due leaderini stanno sfasciando i rispettivi partiti di cui erano cofondatori e di cui sono ora coaffondatori. Veltroni ha più seguito di Fini, e il Pdl è ben più grosso del Pd, però la marcia è parallela. La differenza tra i due è a vantaggio di Veltroni: lui, perlomeno, ha fatto il sindaco di Roma, ha inventato un suo modellino tra notti bianche, fiction e festival, ha costruito una sua rete cine-teatral-culturale e i libri a sua firma, almeno, li scrive lui. Di Fini, invece, restano solo i comizi in tv o nelle Mirabello d’Italia, vincitore del festival delle parole vuote di cui narrava ieri il Corsera. Sono loro oggi i simboli viventi di un sistema morente, i testimonial e indossatori dello spappolamento nazionale. Benvenuti nella spappolocrazia. m. veneziani ilgiornale

Il ritorno di Veltroni puzza di stantio

Domenica, 19 Settembre 2010

veltroniAvete presente quei cinquantenni che credono e vogliono sembrare ancora giovani utilizzando vestiti e parole di moda (e il pollicione)? il ritorno di Veltroni puzza drammaticamente di vecchio. Dopo l’esperienza di sindaco della capitale doveva andare in africa e invece si candidò a segretario del pd. Dopo la sonora sconfitta impartitagli dal berlusca si dimise per far posto al nuovo. Oggi tenta il grande ritorno e quando intervistato dal tg gli chiedono se punta alle primarie si ritrare con una battuta. Solo che questa volta anche coloro che hanno voluto fermamente credere che Veltroni fosse il nuovo - pur essendo stato segretario del pds che portò al minimo storico – non possono più ingannare se stessi e riconoscono che Veltroni puzza di stantio. temis

Torna Veltroni! ma non doveva andare in Africa?

Venerdì, 14 Maggio 2010

tumblr_l2by6y8xdv1qbcnw6o1_500Gordon Brown perde, saluta e se ne va da gran signore quale è. Ieri invece Walter Veltroni ha avuto l’ardire di dichiarare a Santoro che “a breve” non conta di candidarsi. Sollecitato dal conduttore, non ha escluso la sua ambizione. Non se ne può più!!!!!!!!!!!

foto via satashi

I lecchini abbandonano Veltroni – il flop dell’ultimo libro

Martedì, 4 Maggio 2010

veÈ uscito il nuovo libro di Walter Veltroni, Quando cade l’acrobata, entrano i clown, dedicato alla strage dello stadio Heysel, in occasione della finale di Coppa dei campioni Juventus-Liverpool del 29 maggio 1985, una strage con decine di morti in diretta televisiva causata dalle folli cariche degli hooligans inglesi. Il monologo, senza infamia e senza lode, destinato alle tavole del palco teatrale, è stato pubblicato da Einaudi qualche giorno fa, proprio mentre molti altri autori della casa editrice torinese si chiedevano se pubblicare per il gruppo Mondadori, proprietà Berlusconi, fosse uno sporco atto di collaborazionismo. Nemmeno questo dettaglio è riuscito a suscitare un minimo di interesse verso l’ultima fatica dello scrittore/politico che, quando era all’apice del potere, sembrava ormai candidato al Nobel. Una ampia intervista sulla Stampa, una più piccola su Sette, alcuni trafiletti di maniera imboscati nelle pagine interne, un’apparizione al Tg3, una a Radio Tre, una più corposa a Sky Sport…

Una copertura tutto sommato notevole per qualsiasi altro autore, ma poco o niente per Walter, abituato ad altre presentazioni, ad altre recensioni. Ricordate? È l’estate inoltrata del 2006, e il mondo letterario italiano attende trepidante l’esordio nella narrativa del sindaco di Roma appena rieletto con una valanga di voti. Walter è l’uomo nuovo (si fa per dire, essendo nelle file della FGCI da quando era in fasce), alcune sue frasi lasciano sperare nelle sue capacità d’innovazione («Il comunismo è lasciare il posto alle vecchiette sul tram», pare abbia detto), insomma è il candidato in pectore del Partito democratico.

Forse sarà per questo che la Scoperta dell’alba (Rizzoli), un romanzo che sfoggia una prosa da studente liceale con velleità poetiche, fa incetta di anticipazioni positive. La critica si scatena in un kamasutra marchettaro mai visto a memoria d’uomo. Si leggono, su quasi tutte le testate, recensioni zerbinate, sdraiate, inginocchiate, prone, insalivate. È una gara all’elogio più roboante, una competizione al paragone fuori misura. Parte Dacia Maraini in piena estate con una lenzuolata sul Corriere della Sera in cui volano paroloni. Tanto per non esagerare, alla Dacia «è venuta in mente “l’identità sospesa” di cui parla Pirandello». Una malattia del nostro tempo «così ben raccontata da Mattia Pascal, che qui appare con piglio rinnovato nella storia misteriosa e dolente di Giovanni Astengo», protagonista del romanzo del Fu Mattia Veltroni. Per uscire dall’apparente impasse narrativa, in cui sembra scivolare (ma solo per un attimo) la «storia conradiana», il leader sfodera un «elegante zoom alla Tarkovskij».

E voilà: Pirandello, Conrad e Tarkovskij in un colpo solo. Magistrale. Quasi impossibile fare meglio. Giancarlo De Cataldo (Il Messaggero) cerca di essere all’altezza e se la cava con uno «spunto da “realismo magico” e fulminante conclusione alla Borges». Olè. Nantas Salvalaggio sul Tempo prova una manovra diversiva e afferma (con ironia, va detto) che «Walter gioca con i colori degli aggettivi come Chagall o Toulouse-Lautrec». Andrea Camilleri, sull’Unità, si trastulla con Calvino per arrivare a concludere che: «la straordinaria qualità di Veltroni narratore consiste in questo continuo scorrere quieto, in questo fluire qua e là picchiettato da voluti soprassalti di mulinelli o di piccoli gorghi». Concita de Gregorio, sul Venerdì di Repubblica, si smarca: «Non è dunque nulla di quel che si mormorava alla vigilia – un giallo, un noir, un thriller psicologico, un romanzo sugli anni di piombo, un racconto metafisico o forse onirico, una confessione autobiografica – ed è invece naturalmente, come sempre quando si tratta di Veltroni, un poco di tutto questo insieme». Negli incontri pubblici, Adriano Sofri tira fuori Giacomo Leopardi, la Maraini (ancora lei) evoca Henry James, Sandro Veronesi convoca le qualità di Ian McEwan. Veltroni fa finta di niente, anzi, precisa: «Non sono uno scrittore, sono uno che scrive».

Nel febbraio 2009, Veltroni si dimette da segretario del Partito democratico, dopo la doppia batosta elettorale che ha affondato il suo schieramento (politiche e amministrative di Roma). In agosto esce Noi (Rizzoli). L’ex leader porta a casa una badilata di articoli ma, come dire, più oggettivi e meno sbilanciati, tanto che la formula che va per la maggiore è l’intervista. Che parli e se la sbrighi lui. C’è un fatto singolare però. Noi viene impallinato sul «Domenicale» del Sole 24 Ore dal critico Giovanni Pacchiano: «Noi, ha dunque, a prima vista, l’aspetto del romanzo storico. Con, in più, una singolare punta proiettata nel futuro, che potrebbe fare tanto fantascienza, se l’autore non si limitasse a una serie di luoghi comuni senza mordente sul trionfo dell’individualismo e sulla solitudine futura». Bang, legnata sulla testa. Passa qualche giorno e il direttore del quotidiano, Gianni Riotta, scende in campo per rimettere a posto le cose e il suo collaboratore: «Quando l’autore di un libro è personaggio noto, i recensori spesso finiscono con il mettere sotto critica l’autore, non il volume». Poi si tesse l’elogio della sinistra di Walter, «una sinistra del buon senso, della mano aperta, che veda in una pubblicità un sorriso e non la mano del demonio, nella famiglia un calore e non oppressione ratzingeriana, nella memoria simpatia e non manovra massonica».

Una sinistra macellata nelle urne, ma non importa.
Oggi, primavera 2010, Walter è fuori gioco, ci prova anche lui con la Fondazione-corrente ma sembra in ritardo. Sarà un caso, ma questo vuoto di potere coincide col vuoto d’interesse per il suo nuovo parto, l’unico ad arrivare prima in libreria che sui giornali. Certo, c’è tempo per rimediare. Però dev’essere terribile la solitudine dei potenti. Ancora peggio quella degli sconfitti.

a.gnocchi ilgiornale.it

TEMIS: era ora!

Torna Veltroni: ma allora è vero che l’Africa è qui da noi!

Lunedì, 1 Febbraio 2010

Il bouquet di risposte offerto in forma anonima da chi lo conosce bene e lo frequenta va da «padre nobile del centrosinistra» a «presidente della Repubblica nel 2013», passando – ovviamente – per la prossima nomination a candidato premier. Tolta la successione a Ciro Ferrara alla guida della (fu?) amata Juve, che ieri s’è conclusa con l’arrivo di Alberto Zaccheroni, c’è di tutto e di più. Tranne una seggiola, che Walter ha definitivamente cancellato dall’elenco dei suoi desiderata: quella di segretario di partito.

Eppure Veltroni lo sa. Sa perfettamente che l’ipotesi di una sua grande rentrée sulla scena politica, nel medio e lungo periodo, è legata a doppio filo ai successi della gestione Bersani. In maniera inversamente proporzionale, naturalmente. Più scende «Pier Luigi» più sale «Walter», e viceversa. Infatti, guardando al voto di marzo, il secondo è praticamente sicuro che dalle urne uscirà una sentenza a lui favorevole. La stessa che ha anticipato in più d’un colloquio privato: «Il 33 e passa per cento che ho ottenuto da segretario nel 2008 è destinato a rimanere il maggiore successo del Pd». Un modo come un altro per rivendicare, Bersani o non Bersani, che «il record sarà ancora mio». Per questo Veltroni ha cerchiato sull’agenda la data del 30 marzo: perché nel day after, a urne chiuse, inizierà il suo «maxi-processo» nei confronti non tanto di Bersani, quanto di Massimo D’Alema.

Nonostante l’atmosfera da battaglia interna, l’ex segretario s’è dato una regola d’ingaggio. Quella di stare, parafrasando lo slogan di Radio radicale, «dentro ma fuori dal Palazzo» (del Pd). Dopo un lungo periodo di gelo ha riallacciato i rapporti con Dario Franceschini, col quale – subito dopo la vittoria di Vendola in Puglia – ha concordato la strategia di non sferrare attacchi frontali a Bersani. Non a caso, quando ha letto dell’affondo di Sergio Chiamparino («Il Pd è fallito, apriamo il cantiere del Nuovo Ulivo»), Walter ha chiesto ai suoi di rimanere fermi. E così giovedì pomeriggio, mentre in Transatlantico risuonava l’eco delle parole del sindaco di Torino, in un angolo di Montecitorio Walter Verini arrivava addirittura a dire: «Sergio m’è parso un pochino ingeneroso nei confronti di Bersani». E il nuovo Ulivo? «Mah», aggiungeva il braccio sinistro&destro di Veltroni, «all’insalata russa noi continuiamo a preferire la mayonese». Identico concetto ribadito da Giorgio Tonini, altro pezzo da novanta del walterismo ortodosso: «Forse non ho ben capito la proposta di Chiamparino. Messa così, però, assomiglia all’Unione…».

C’è un’altra chiave di lettura, più maliziosa. Quella secondo cui il gelo dei veltrones nei confronti di Chiamparino derivi, come sospetta un esperto deputato dalemiano, «dal fatto che Sergio ha rubato l’idea a Walter. Forse il sindaco di Torino l’ha bruciato sul tempo, mettendosi nella posizione che Veltroni avrebbe voluto occupare dopo le regionali?». Ma solo veleni e veline, spifferi di corridoio.

L’unica cosa certa è la scuola di politica del Pd che Veltroni trasformerà in fondazione. Anche in questo caso, però, Walter ha reso virtù quella che è stata una necessità. L’obiettivo iniziale, soprattutto dopo il successo della Frattocchie democrat di Cortona (era settembre scorso), era aspettare la fine del congresso per «strutturare» sul territorio la corrente di Area democratica. Poi, però, il ritorno di Franceschini alla guida del gruppo della Camera, l’avvicinamento di Piero Fassino a Bersani («Vuole prendere il posto di D’Alema», malignano alcuni veltroniani) e «l’intelligenza col nemico» dei Popolari hanno mandato a monte il «piano A». Morale della favola? Veltroni si limiterà a replicare, in giro per l’Italia, le sue lezioni di «bella politica». In un contesto, a giudicare dai compagni di viaggio (Michele Salvati, Salvatore Vassallo, Stefano Ceccanti), un po’ più accademico rispetto al road show di due anni fa.

Nel frattempo, come una goccia cinese, l’ex segretario spunta da ogni parte e in tutte le salse. «Quando hai tempo "posti" qualche scena di qualche bel film? Ieri ho visto The Departed, che mi è piaciuto molto ma sono rimasta male… Pensavo almeno nei film i buoni avessero la meglio», gli scrive (testualmente) Ilaria C. su Facebook. Lui risponde citando Mourinho («In Italia è impossibile innovare, si può solo resistere») e, a seguire, un personaggio del neo-defunto Salinger («Sono stufa di tutti questi ego, ego, ego»). Il suo peregrinare terrestre, analogico e digitale, ieri l’ha portato a Festa italiana, su Rai Uno. Dove ha detto: «Dopo le dimissioni da segretario, ho scremato le amicizie. Ci sono quelli che sono spariti, non si sono più visti. Erano più interessati al mio tempo occupato che al mio tempo libero». Già, gli amici.

Veltroni ne ha persi molti nel Pd, nel sindacato (Guglielmo Epifani), nell’editoria (Carlo De Benedetti). Ma ne sta cercando altri. Negli ultimi giorni ha parlato a lungo con Michele Emiliano con l’obiettivo di stringere un legame con Nichi Vendola. Poi c’è Antonio Di Pietro, con cui il rapporto di stima reciproca non s’è mai incrinato. Addirittura qualcuno sostiene che sia tornato il sereno anche nei colloqui con Francesco Rutelli.

Tutta gente che sta fuori dal Pd. È un segnale? «Walter ha una grande capacità distruttiva», dice un suo antico amico. «Se uscisse dal Pd farebbe un danno enorme alla ditta. Se però fondasse un’altra Cosa, di sicuro non avrebbe successo». Meglio rimanere dentro, ma fuori. Martedì, all’Auditorium di Roma, presenterà la colonna sonora del suo ultimo romanzo, Noi. Parlami d’amore Mariu’, Città vuota, Video killed the radio star e Father and Son, tutto in versione jazz. Un’idea messa in piedi con una delle persone che Veltroni, oggi, frequenta di più. E cioè il senatore-imprenditore Raffaele Ranucci, uno dei tasselli del vecchio, bettiniano, «modello Roma».

t.labate il riformista

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Le donne di Veltroni

Venerdì, 27 Febbraio 2009

Veltroni e le donne. Biondine e carine hanno tutte fatto una folgorante carriera grazie a Veltroni: concita de gregorio

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