Articolo taggato ‘veltroni’

D’Alema commosso dalla risate per l’addio di Walter

Giovedì, 19 Febbraio 2009

Ma perché DAlema non è andato a sentire l’addio di Veltroni? Aveva paura di commuoversi dalle risate.

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Andrà in Africa?

Martedì, 17 Febbraio 2009

Andrà in Africa?

Come,. quando e perchè d’alema e marini hanno programmato il dopo walter

Martedì, 20 Gennaio 2009

Molte di quelle voci maliziose che in queste ore hanno raccontato di famigerati "piani" pronti per accelerare, già da oggi, la sostituzione di Veltroni alla segreteria del Pd potrebbero trovare conferma in un incontro che pochi giorni prima della fine dell’anno ha messo di fronte Massimo D’Alema e Franco Marini. Un incontro che alcuni parlamentari del Pd considerano il primo vero tentativo di arrivare alle elezioni della prossima primavera con forze nuove alla guida del partito: in altre parole, senza Walter Veltroni. E’ successo così che durante le feste di Natale il presidente della fondazione ItalianiEuropei ha deciso di andare a trovare l’ex presidente del Senato, per spiegargli in prima persona cos’è che non va e per suggerire allo stesso Marini la seguente soluzione: sostituire il segretario già prima delle europee. "Ti pare possibile – ha detto D’Alema – andare avanti per cinque mesi così?".

Per chi non fosse a conoscenza degli ultimi complicatissimi e in effetti poco appassionati equilibri di potere tra le correnti del Pd, il fatto nuovo è che uno dei grandi sponsor e grandi difensori finora di Veltroni, Marini appunto, si stia muovendo in prima persona per promuovere il ricambio di leadership nel partito: Marini rappresenta il vertice più prezioso di quel solido triangolo politico che fino a oggi ha scortato W. nella sua avventura nel Pd – e che ai due vertici bassi ha Franceschini (vicesegretario del partito) e Fioroni (capo dell’organizzazione del Pd). Nel breve incontro che i due hanno avuto durante le vacanze, più che le parole di Max sono state quelle dello stesso Marini a essere espressione diretta di una certa insofferenza nei confronti del segretario: "Io che ho sempre detto che bisognava aspettare oggi mi rendo conto che non c’è più nulla da aspettare". Naturalmente, quando sentono parlare di complotti dalemian-mariniani i veltroniani sorridono e ti rispondono dicendo che non c’è nessuna alternativa a Walter, che i dalemiani sono sovrastimati, che i mariniani non contano più come un tempo e che Red comunque non ci fa per nulla paura. Sarà.

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Casta retromanna: i consulenti di Alemanno superano quelli di Veltroni

Martedì, 13 Gennaio 2009

Ne aveva mandati via 31, ne ha già assunti 33. Saranno anche le regole dello spoils system, ma il dato salta all’occhio: Alemanno, che appena insediato non aveva rinnovato il contratto ai nominati da Veltroni (tra i quali Danilo Eccher del Macro, Stefano Mastrangelo del Servizio Giardini e Eugenio La Rocca sovrintendente ai Beni Culturali) ha già battuto il suo predecessore. Le ultime nomine, deliberate dalla giunta il 20 dicembre, hanno sancito il sorpasso: 33 dirigenti di fresca nomina, compresi gli ultimi 12.

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Quei 4 killer pronti a finire il PD

Domenica, 11 Gennaio 2009

Chi romperà per primo il Pd? Questa domanda non nasconde né un concorso a premi né un auspicio. È la domanda politica del giorno, viste le tensioni che attraversano il partito maggiore dell’opposizione e i segnali di dissociazione che vengono da diverse parti del gruppo dirigente. I sospettati sono almeno quattro. Possono dichiarare finita la partita del Pd i rutelliani, i dalemiani, i prodiani, i cacicchi. Potrebbe accadere che lo facciano tutti e quattro assieme.

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Mr Tiscali vuole mandare a casa Veltroni

Sabato, 10 Gennaio 2009

La cena era stata convocata in suo onore, nella meravigliosa tenuta toscana della Sterpaia, a giugno dello scorso anno. E quella sera, a festeggiarlo, era accorso un meraviglioso parterre de roi, da Massimo Moratti a Paolo Crepet, da Philippe Daverio ai monaci zen, dall’artista neo-futurista Graziano Cecchini, a opinion leader come Gad Lerner, tutti convocati dal padrone di casa, Oliviero Toscani. Il creativo più famoso d’Italia aveva presentato l’ospite d’onore così: «Un uomo che può tornare a far bella l’Italia». E il critico Daverio, dopo una dotta dissertazione, lo aveva paragonato a Lorenzo de’ Medici, che «ha fatto grande l’Italia in Europa, per la seconda volta, dopo i fasti dell’impero romano». L’ospite d’onore era lui, Renato Soru.

E per un puro caso, fra gli invitati, era presente anche chi scrive. Se non era una incoronazione politica, di certo era la più grande apertura di credito ricevuta da un leader di centrosinistra nell’ultimo anno. La testata che dedicò più spazio alle cronache della cena della Sterpaia, misteriosamente, fu Novella 2000. Forse perché molti giornali nazionali hanno la tendenza a considerare la Sardegna una provincia lontana, e molti hanno scoperto Soru solo ora, dopo la clamorosa intervista a l’Espresso in cui – venerdì – il governatore ha acceso le polveri della sua campagna elettorale. Non solo. Soru ha annunciato la sua seconda discesa in campo, con una dichiarazione di ingaggio che è un’Opa sulla politica nazionale: «Il mio avversario non conosce la regione. Sarà uno scontro Berlusconi-Soru per interposta persona». Corollario dell’annuncio: «I partiti sono club di capi e capetti», l’Ulivo è ancora un buon progetto, «se vinco dimostrerò che Berlusconi si può battere. Come Prodi ha fatto due volte».

Ma in realtà molti indizi – a partire da quella cena – avrebbero potuto far intuire che qualcosa si stava muovendo. Che il governatore dell’isola avesse ambizioni nazionali lo dicevano in molti, ma la sua operazione di questi giorni è stato un piccolo capolavoro tattico, un modo per uscire dall’angolo partendo in contropiede e sottrarsi a una sconfitta certa. Solo l’estate scorsa, al pari di molti altri leader dell’Ulivo, Soru si trovava in grande difficoltà, preso in una lotta mortale con gli apparati del suo stesso partito. Alle primarie per eleggere Veltroni – poco prima – era stato costretto a candidarsi direttamente (caso unico) alla carica di segretario regionale. Una battaglia campale contro gli apparati del Pd, che da sempre lo detestano, nemmeno troppo cordialmente. Uno scontro perso clamorosamente, quando per batterlo si erano cementate le due anime del partito, gli ex dc e gli ex diessini, che avevano espresso il suo avversario: Antonello Cabras (in alcuni seggi, Cabras aveva più voti di quelli raccolti dal Pd alle elezioni!). La guerra di Soru aveva avuto un antefatto (non compreso) in primavera, e avrebbe un secondo atto (sottovalutato) ad agosto. L’antefatto: a ridosso dell’estate Soru aveva comprato l’Unità, dichiarando: «Voglio salvare il quotidiano fondato da Antonio Gramsci».

Tutte le interpretazioni «romanocentriche» lo avevano letto come un servizio scomodo, realizzato sotto la dettatura di Walter Veltroni. Invece, a partire da quel passo, Soru si era comprato delle fiches al tavolo della ribalta mediatica nazionale. Testardo, coraggioso, capace di sorprendenti scelte controcorrente, Soru aveva fatto parlare di sé nel pieno dell’emergenza rifiuti, quando (unico nel centrosinistra) aveva accettato di portare nella sua regione le navi cariche di monnezza napoletana. Aveva pagato un immediato costo di immagine, ritrovandosi una guerriglia notturna sotto casa, per protesta contro quella scelta. In agosto tutto precipitava. L’ala anti-soriana del Pd faceva una mossa a sorpresa per farlo secco: «Per scegliere il candidato alla presidenza della Regione servono le primarie». Era un modo per replicare la vittoria realizzata sulla segreteria regionale. Soru aveva risposto con una battuta: «Non ho nulla contro le primarie. Ma trovo curioso che si facciano nell’unico caso in cui il candidato c’è già!».

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Dimissioni di Veltroni: il passo per rilanciare il PD

Lunedì, 29 Dicembre 2008

Di nuovi inizi sono lastricate le strade del declino. Il Partito democratico vi si è incamminato con passo leggero e irresponsabile. Non sembra rendersi conto della gravità della situazione. Tra la manifestazione del 25 ottobre e la vittoria elettorale in Trentino (peraltro assai poco valorizzata e immediatamente dimenticata in tutti i commenti) il Pd ha vissuto una fase di rilancio. Una boccata di ossigeno per un partito messo alle strette dalla pessima gestione della sconfitta elettorale: provincialismo, rancori interni e fragilità nervosa si erano fusi a creare un impasto micidiale di svalorizzazione del risultato ottenuto e di sfiducia nella leadership. Come se il patrimonio di un terzo dei voti fosse una misera cosa e, in Italia o in Europa, la sinistra avesse sempre veleggiato ben al di sopra di questa cifra. Tutto ciò ha prodotto l’ingabbiamento progressivo del segretario in una rete di delegittimazione. Ruolo dal quale Walter Veltroni non è riuscito a uscire nemmeno con la grande manifestazione di Roma. Un discorso piatto di fronte a una folla entusiasta e un’azione politica senza fantasia né rigore nelle settimane successive, fino al travaso di bile prodotto, com’era destino, dall’epatologo Riccardo Villari. E infine la mazzata degli arresti a raffica.

Invocare la moralità dei ‘compagni di un tempo’ come qualcuno ha fatto con riflesso pavloviano non ha molto senso per il semplice fatto che il Pd non è la continuazione del Pci-Pds-Ds, ma un partito in cui sono confluiti esponenti della Margherita i cui percorsi politici, al di là del nocciolo duro degli ex Ppi, sono stati i più fantasiosi, senza una adeguata socializzazione politica all’interno di un partito strutturato. Del resto, all’epoca veniva teorizzato che la Margherita non dovesse essere altro che un traghetto verso il grande partito dell’Ulivo e quindi verifica di curriculum e selezione interna erano viste come quisquilie o, peggio, forche caudine da vecchio partito. Senza un partito forte, i cacicchi prosperano.

"L’amalgama non è riuscito", ha sentenziato Massimo D’Alema alla prima vera direzione del partito dove, finalmente, si è incominciato a discutere (riconoscendo che quello è ‘il luogo’ della politica democrat). Bella scoperta quella di D’Alema, come se potesse riuscire la maionese con lo strutto al posto dell’olio. Gli ingredienti del Pd non si sono ‘contaminati’ in una nuova cultura politica come i più ottimisti auspicavano, recitando un atto di fede più che articolando una riflessione. Perché non si dà nuova identità senza un progetto politico-ideale forte, alto, evocativo e, soprattutto, senza sostegno convinto da parte del gruppo dirigente. Sono queste le due irrinunciabili condizioni per effettuare cambiamenti veri e farli accettare sia ai vecchi militanti che ai nuovi adepti. Queste condizioni continuano a mancare drammaticamente nel Pd.

C’è però anche un’altra strada per imporre il rinnovamento. Il cambio radicale della classe dirigente. L’Spd di Willy Brandt, il Ps di François Mitterrand e il Labour di Tony Blair dimostrano che i ‘nuovi inizi’ necessitano di leadership collettive rinnovate in profondità, non di un uomo solo al comando.

Per il Pd non si tratta tanto di una questione generazionale – e quello dei giovani è ormai uno stucchevole leit-motiv ad usum bamboccioni – quanto piuttosto del rapporto centro-periferia. La forza del Pd, soprattutto nella componente ex diessina, sta proprio nel governo delle città, delle provincie e delle regioni. La qualità politica di tanti dirigenti locali – ed è ridicolo pensare che dieci inchieste annullino migliaia di buone amministrazioni – è più che sufficiente per ritemprare un partito sfibrato, esausto. Solo coloro che hanno dimostrato esperienza e capacità a contatto con le realtà locali, affrontando i problemi quotidiani della vita dei cittadini, e allo stesso tempo sono estranei ai ‘giochi romani’, possono produrre (probabilmente) un migliore amalgama e (certamente) una migliore gestione politica.

Il nuovo inizio evocato da Veltroni sembra invece ridursi a un pio desiderio, fatto per consolare e illudere, reso credibile da una unità emergenziale. Invece, solo un gesto drammatico, eroico, come l’offerta delle sue dimissioni avrebbe rimesso tutto in gioco: per un vero nuovo inizio. Adesso si dovrà aspettare il risultato delle europee per rifare gli stessi discorsi, e magari attuare ciò che non è stato fatto adesso. La crisi di identità e di convinzione, all’interno come all’esterno del partito, non si risolve aspettando. Ma iniziando davvero.

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Innovazione: caro Veltroni ma il PD non è una impresa!

Domenica, 21 Dicembre 2008

Inizia male la riscossa di Veltroni. La parola d’ordine scelta dall’ex sindaco di Roma – innovazione – si addice più a una impresa che a un partito, per di più di sinistra o sinistra-centro o centrosinistra. dinanzi a questa scelta infelice (ma che la dice lunga su quanto il mercatismo abbia contaminato la sinistra), c’è da chiedersi che cosa debba innovare il PD. le sue radici? ma le radici se sono tali non si innovano per definizione. la classe dirigente? ma se è appena stato costituito. le sue componenti? ma allora non si tratta di innovazione, ma di marcia indietro. il suo programma? ma se non c’è un programma. innovazione: l’ennesimo slogan vuoto del veltronismo. chiediamo venia. una cosa c’è da innovare: il leader!

Tafazzi? Walter Veltroni

Martedì, 16 Dicembre 2008

Se lo conosci lo eviti. Ma Veltroni, pur sapendo bene chi sia Di Pietro, cosa rappresenti, che fine abbiano fatto i suoi alleati, e quale sia il suo obiettivo, continua a restargli avvinghiato come una vittima al proprio carnefice. Ora il risultato dell’Abruzzo rappresenta una lezione in salsa dipietrista per il Pd, la batosta è stata terrificante come dimostra la matematica: il Pd passa dal 35% al 20%, mentre Di Pietro dal 3% arriva quasi al 15%. Quindi che qualcosa non vada in un rapporto che segua questa dinamica, non serve un raffinato politologo per capirlo. Ma se questa è la sintesi algebrica, il problema è un altro, più grave, ed è tutto politico: il Veltroni di «we can», non può più. Non può guidare il partito che aveva teorizzato, non può rompere con Di Pietro, non può liberarsi di D’Alema e delle correnti che soffiano nel Pd, non può scegliere una collocazione europea, non può avere un’idea che non sia subito commissariata.
Così assistiamo ad un singolare paradosso: il Partito democratico dichiara di aver rotto l’alleanza con l’Italia dei Valori, ma nella regione-simbolo della questione morale, dopo essere stato travolto dallo stesso problema in tutto il resto del Paese, si fa dettare la linea dalla pattuglia dell’ex pm, che per tutta la campagna elettorale continua a pronunciare in ogni salotto televisivo le sue requisitorie, il cui principale bersaglio è ovviamente il Pd. E mentre Veltroni sdogana e consacra gli arrabbiati dipietristi, Di Pietro – per riconoscenza – gli succhia il sangue dalle vene e i voti nelle urne.
L’equivoco, in realtà, continua dalle politiche, ed ogni volta la situazione si aggrava. Il Pd – all’epoca – ci aveva raccontato che avrebbe corso da solo. Il suo leader ci aveva promesso, al Lingotto e poi in tutte le piazze d’Italia, che avrebbe inaugurato una stagione nuova: nessuna demonizzazione politica nei confronti del centrodestra, dialogo sulle riforme, priorità ai problemi del Paese. Ce lo ricordiamo ancora, quel giorno indimenticabile, alla Camera, in cui il leader del Pd aveva incontrato Berlusconi per poi suggellare questo nuovo corso con una solenne conferenza stampa. Tutto finito, scomparso, evaporato. Non solo: da quando Veltroni ha ufficialmente «rotto» (ma chi se n’è accorto) l’alleanza con Di Pietro, Veltroni è tornato all’antiberlusconismo militante, celebrando, il 25 ottobre, la sua messa dipietrista al Circo Massimo. Subito dopo si è infilato nel budello istituzionale della Commissione di vigilanza, che ha portato all’elezione di Villari e alla triturazione di un candidato come Zavoli. E come mai? Perché anche lì, il giorno dopo la famosa rottura con Di Pietro, il Pd era in trincea per il dipietrista Leoluca Orlando. Un paradosso, o forse soltanto un pasticcio. Con il centrodestra pronto a votare Zavoli, e il posto dell’ex presidente della Rai occupato da un senatore eletto con il Pd.
Noi non sappiamo cosa dirà la mattina del 19 dicembre Walter Veltroni, nella sua relazione in direzione. Ma siamo certi di una cosa: se continuerà a ripetere gli errori che lo hanno portato al pasticcio dipietrista, avremo finalmente trovato un leader. Non del Partito democratico, ma di tutti i tafazzi italiani.

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“La Tangentopoli del PD seppellisce la diversità della sinistra”

Domenica, 7 Dicembre 2008

Onorevole Gianni De Michelis, non dirà «l’avevo detto…».
«No, non lo dico».

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