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Dell’incenso (by Cristina Campo)

Mercoledì, 16 Gennaio 2013

L’incenso, gomma odorifera in cristalli proveniente dall’Arabia, spesso mischiato a mirra, limiamo, cassia od altri aromi, fu usato nelle cerimonie liturgiche cristiane sin dal secolo IV.

Tra i molteplici significati dell’offerta d’incenso il più antico è forse il simbolo scritturale della preghiera che, a somiglianza della colonna profumata dell’incenso, si leva dalla terra verso il cielo al cospetto di Dio. Questo sacrificio di adorazione è palese nella chiesa bizantina, nelle funzioni dette dei Presantificati, nelle quali, durante il canto del Salmo 140 (“Salga a te la mia preghiera come incenso / l’elevazione delle mani come sacrificio vespertino”), il turibolo fumante viene deposto e lasciato sull’altare, mentre il sacerdote leva alte le mani.

L’offerta d’incenso all’imperatore, questo atto d’idolatria che costò al cristianesimo tanti martiri, fu presto tradotto anch’esso nei termini cristiani di omaggio all’Onnipotente. Ha questa origine l’incensazione liturgica dell’altare, del libro dei Vangeli, delle Oblate all’Offertorio e, ogni qualvolta sia esposto, del Santissimo Sacramento. I bizantini in-

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censano persino il velo del calice prima che questo ne venga ricoperto e tutti i paramenti del vescovo, via via che egli li indossa. Il tempio bizantino viene del resto incensato completamente, icona per icona, all’inizio e nel corso di molte cerimonie. Le persone dei celebranti e degli assistenti sono anch’esse incensate in entrambe le Chiese. Ai Vespri conventuali latini si incensa l’altare della Vergine al canto del Magnificat. Nelle antiche abbazie benedettine l’incensazione si ripeteva tre volte, a ogni Notturno dell’ora canonica di Mattutino.

L’interpretazione mistica tradizionale dà all’offerta dell’incenso ulteriori significati. Esso si brucia:

1) per rendere omaggio a Dio col distruggere una creatura in suo onore;

2) per imitare in terra ciò che gli Angeli fanno in cielo, dove san Giovanni li vide offrire a Dio molti incensi bruciati in turiboli d’oro;

3) per profumare lo spazio sacro in odore di soavità e allontanare ogni ricordo del mondo profano prima che vi discenda Iddio;

4) per insegnare ai fedeli a bruciare e consumare anch’essi la loro vita per la gloria di Dio e diffondere ovunque il buon odore del Cristo.

Se la Chiesa incensa, oltre al tempio e alle cose sacre, anche i vivi ed i morti, essa fa questo:

1) per onorare quei corpi che col Battesimo divennero membra del Cristo e templi dello Spirito Santo;

2) per rivolgere ai vivi, nel modello visibile, l’invito a far ascendere la loro mente a Dio;

3) per mostrare che, come i fedeli morti hanno già fatto olocausto della loro vita al Signore, così i viventi debbono farne olocausto ogni giorno nel servizio di Dio.

È noto infine che la presenza degli spiriti del male è segnalata o simboleggiata da sgradevole odore. L’incenso, fragrante e benedetto dal celebrante col segno della Croce, si oppone a questa presenza,

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creando un cerchio di benedizione e operando nel regno dell’olfatto quello stesso esorcismo che la campana opera nel regno dell’udito, l’acqua benedetta in quello del tatto. Tale potere esoreistico è dimostrato dalla triplice incensazione circolare della salma nella cerimonia dell’assoluzione e in quella della sepoltura, e dichiarato esplicitamente da papa Innocenzo III in De sacrificio missae: “Fumus incensi valere creditur ad effugando daemones”.

 da C. CAMPO, Sotto falso nome, a cura di M. FARNETTI, II ed., Milano, Adelphi, 1998, pp. 209-211. (via unavocevenetia)

Quante balle sulla crisi (by Boeri)

Venerdì, 15 Ottobre 2010

“L’informazione è vitale in democrazia. E quella economica è scesa a un livello preoccupante”. L’economista Tito Boeri, professore ordinario alla Bocconi e membro del comitato di redazione del sito lavoce.info, è eufemisticamente molto “arrabbiato” perché – dice – lo stato dell’informazione nel nostro paese “sta facendo venir meno il controllo democratico degli elettori”. Professor Boeri, che cosa sta succedendo? E’ pazzesco, davvero il livello della disinformazione è a un punto bassissimo. Da un lato i giornali e i media in genere raccontano i fatti in modo volutamente distorto. Dall’altro le agenzie governative danno ai giornalisti delle informazioni che sono distorte esse stesse. Di chi parla? Non dell’Istat, ma l’Inps e l’agenzia delle entrate forniscono dati volutamente “narrati”, in modo da indurre in errore anche chi nell’informazione è animato dalle migliori intenzioni. Le agenzie governative nascondono o edulcorano i dati reali? E’ una novità degli ultimi anni. Nella gestione dei dati sulla cassa integrazione, ad esempio, l’Inps ha davvero inviato comunicati con una fortissima connotazione politica, cercando sempre di sminuirne la portata. I dati in realtà sono preoccupanti: in Italia la cassa integrazione continua ad aumentare, nonostante siamo usciti dalla fase più acuta della crisi. In Germania, che ha uno strumento simile al nostro, i livelli di ore sono il 20% di quelli raggiunti nel punto più alto della crisi. Da noi invece continuano a crescere. Ma non se ne trova traccia nell’informazione? Ogni comunicato dell’Inps cerca di sminuire questo fatto. Si parla di piccoli incrementi quando sono incrementi da mese a mese del 10%, e non vengono mai riportati i numeri assoluti. Quel che è interessante è che dopo i dati dell’Inps escono i comunicati del ministero del Lavoro che pubblicamente esaltano l’azione del governo. Ad agosto ad esempio era uscito un comunicato del ministro che diceva: “Vedete, anche l’Inps dice che abbiamo fatto molto bene”. E addirittura se la prendevano con i finiani perché in qualche modo avevano ostacolato l’azione del governo. Mi chiedo cosa c’entri l’aumento della cassa integrazione con le lacerazioni interne alla maggioranza. Poi c’è l’agenzia delle entrate. Di cosa li accusa? Nonostante sia stato chiesto più volte di farlo, non dà mai i dati e non spiega quali sono i risultati della lotta all’evasione. Quali dati? Fondamentalmente, le cose da sapere sono quanti controlli vengono effettuati e qual è l’importo medio per ogni controllo. Perché? Perché se aumenta l’importo medio per controllo, questo può essere un indicatore del fatto che l’evasione sta aumentando, non diminuendo. Secondo: bisogna sempre distinguere tra il recupero di evasione che avviene attraverso un accertamento e quello che avviene attraverso procedure di conciliazione. Se c’è conciliazione lo Stato può aumentare le somme riscosse semplicemente perché fa degli accordi al ribasso. Insomma, pur di portare a casa qualcosa abbassa le proprie pretese. Quindi fa lo sconto all’evasore. E su questo non c’è mai comunicazione. Il presidente dell’Inps, Mastrapasqua, ha detto che ai precari non viene fornita la simulazione della loro pensione su internet perché se lo facessero “si rischierebbe un sommovimento sociale” E’ pazzesco. Questo dà l’idea di come ragioni l’Inps. Il loro compito sarebbe quello di dare una informazione ai contribuenti di quanto riceverebbero di pensione con le regole attuali e con la attuale situazione del mercato del lavoro, in modo tale che le persone possano per tempo trovare le soluzioni possibili. Invece? Invece abbiamo un presidente dell’Inps che dice “non diamo i dati perché altrimenti la gente si arrabbia”. E’ veramente pazzesco. Io credo che se l’affermazione è vera ci siano gli estremi per chiederne le dimissioni immediate. E’ inammissibile che chi ha un ruolo istituzionale di questa portata possa fare queste affermazioni. Cosa dovrebbe accadere? L’Inps dovrebbe mandare a casa di tutti i contribuenti un estratto conto previdenziale che li informi di quanto percepiranno quando andranno in pensione. In Svezia ci sono le buste arancioni, che vengono inviate ogni anno e in cui si dice: “Guardate che allo stato attuale e con questi salari andrete in pensione tra tot anni e con tot importo”. L’Inps invece continua a dire che lo farà e non lo fa mai. Adesso capiamo perché non lo fa. Lavoce.info ha lanciato l’allarme sulla “campagna elettorale, strisciante” che potrebbe durare “tre mesi o tre anni”. Cosa si aspetta? Io penso che abbiamo toccato il punto più basso, il che mi spinge ad usare toni più duri e ad essere molto preoccupato. Perché quando l’informazione è così distorta, l’esercizio della democrazia è molto limitato. Ogni democrazia funziona quando c’è un patrimonio informativo comune su cui gli elettori possono esercitare un controllo. Se le statistiche vengono prodotte in modo distorto questo controllo viene meno. Nel vostro studio avete citato i dati Ocse sulla differenza informativa tra chi guarda solo la televisione e chi si affida anche ad altri mezzi. Cosa si aspetta da Internet? Internet sarà fondamentale. Uno può pensare che le persone che vanno in rete abbiano una cultura e una formazione maggiore. Ma anche depurata di queste differenze, l’informazione sulla rete è molto più pluralista, e questo mi fa guardare avanti con una certa fiducia. La rete come panacea? Ovviamente no, su Internet circolano informazioni di buona e cattiva qualità. Ma il potere politico ha meno possibilità di condizionarle. f. amato fatto quotidiano
Leggi lo studio su lavoce.info

Marco Milanese – l’uomo nero di Tremonti

Giovedì, 23 Settembre 2010

Solo oggi i quotidiani nazionali scoprono la figura di Marco Milanese (vedi Alberto Statera su Repubblica), l’alter ego di Giulio Tremonti cui la Voce aveva dedicato un’inchiesta di copertina fin da dicembre 2008. La ripubblichiamo qui di seguito. TREMONTI BOYS: MARCO MILANESE Bravi “ragazzi”, i professionisti che il ministro dell’Economia Giulio Tremonti ha voluto con se’ in via XX Settembre, da cui partono le scelte rivolte ai destini finanziari del Paese in un momento di crisi mondiale. Braccio destro assoluto e’ l’ex delle Fiamme Gialle Marco Milanese, dioscuro del “Divo Giulio” insieme all’altro campano Nicola Cosentino, cui e’ strettamente collegato. DIVO GIULIO Tu vuo fa’ l’antiamericano. E bravo Giulio Tremonti. Da un lato, scrive un libro in cui esterna al mondo la sua folgorazione no global, dall’altro pero’, nel segreto del suo stretto entourage, stringe alleanze e decide investiture per i fedelissimi che farebbero invidia a Caligola. Con effetti che potrebbero diventare allarmanti per le stesse sorti della vita pubblica italiana. Cominciamo dalla triangolazione – in parlamento, ma anche al governo – fra il ministro dell’Economia Tremonti, il “suo” sottosegretario Nicola Cosentino e un altro deputato in arrivo dalla Campania, il fidatissimo Marco Milanese (subito inserito, non a caso, nella Commissione Finanze). Nato all’ombra della Madunina nel 1959 ma da genitori irpini di Cervinara ed eletto, per questo, nella circoscrizione Campania 2, Milanese esibisce sulla Navicella un curriculum studiorum di tutto rispetto: «Laurea in giurisprudenza, Laurea in scienza della sicurezza economico-finanziaria, Master in diritto tributario internazionale; Avvocato, Professore ordinario di diritto tributario». La prima laurea l’ha conseguita all’Universita’ di Salerno. «Ma solo nel 2004, alla bella eta’ di 45 anni», giura chi lo conosce da vicino. Fatto sta che il Milanese si iscrive all’Ordine degli avvocati di Milano appena un anno fa, il 27 settembre del 2007 e – si legge sulla sua scheda personale del Consiglio nazionale forense – non e’ cassazionista, ma apre uno studio nel capoluogo lombardo in zona San Paolo.
Grazie a un decreto di Tremonti entra come docente alla Scuola di formazione della Guardia di Finanza, lo strategico istituto alle dipendenze del dicastero finanziato ogni anno con milioni di euro (e dove, fra gli altri, insegnava Gabriella Alemanno, sorella del sindaco di Roma, ora passata nello staff di Tremonti a via XX Settembre). Un incarico che non va certo stretto ad un ex finanziere come Milanese e che viene retribuito con circa 60 mila euro l’anno.
Lui pero’ figura attualmente fra i “docenti non in servizio”, distaccato com’e’ in parlamento. Una precauzione resasi necessaria soprattutto dopo l’ondata di polemiche suscitata da articoli di stampa sui doppio e triplolavoristi ai vertici del Mef, mentre si tagliano stipendi, pensioni e posti di lavoro alla gente comune (Milanese e’ stato, contemporaneamente, nel comitato di gestione dell’Agenzia delle entrate). QUANDO PARLA TAVAROLI Sul passato non troppo remoto del “professore” Milanese racconta qualcosa ai magistrati che indagano sulla spy story di casa Telecom il superinquisito Giuliano Tavaroli. Il passaggio fa parte di una lunga inchiesta firmata da Carlo Bonini su Repubblica lo scorso 22 luglio. Il periodo di riferimento e’ quello del precedente governo Berlusconi, quando il colosso di telefonia vede scricchiolare le sue fondamenta e l’allora AD Carlo Buora incarica Tavaroli di trovare un contatto sicuro con Giulio Tremonti, del quale si temono i ripetuti altola’ sulle imprese a un passo dal fallimento, ascoltati soprattutto dalle banche, subito pronte a chiudere i rubinetti del credito.
«Decido – rivela Tavaroli – di mettermi in contatto con il capo della sua segreteria, un ufficiale della Guardia di Finanza, Marco Milanese, che poi lascera’ le Fiamme Gialle per lavorare direttamente nello studio di Tremonti. Contattare Milanese, proprio lui e non altri, e’ un modo per dire a Tremonti: conosco i tuoi metodi, conosco il tuo sistema, chi lo agisce e interpreta, da dove possono venirti le informazioni – vere o false – che possono danneggiare la mia azienda. Non c’e’ bisogno di molte parole. Quelle cose li’, si capiscono al volo nel nostro mondo. I due – Tronchetti e Tremonti – si incontrano. I problemi si risolvono. Nessuno parlera’ piu’ di fallimento con i banchieri».
Cosa aveva fatto di tanto importante, il Milanese, per diventare in pochi anni l’uomo piu’ “all’orecchio” di Tremonti? La vicenda fa il paio con il feeling che negli anni novanta avvinse Silvio Berlusconi e Massimo Maria Berruti, i quali non si sono lasciati mai piu’. L’allora capitano della Guardia di Finanza Marco Milanese era infatti piombato nell’accorsato studio meneghino di Tremonti per verifiche proprio sulle aziende targate Berlusconi, i cui sancta sanctorum erano, come sappiamo, da sempre affidati alle cure del professore. Non e’ noto che fine abbia fatto poi quella indagine. Fatto sta che Milanese qualche tempo dopo appende al chiodo la divisa e passa a lavorare a tempo pieno presso gli studi di Tremonti, dividendosi fra Roma e Milano. La sua professionalita’ viene premiata nella quattordicesima legislatura, quando insieme a Tremonti entra per la prima volta nello staff del ministero. Nella sedicesima sara’ deputato, gli assicurano. E cosi’ e’ stato. COSENTINO STYLE Ad Avellino, quando e’ andato ad inaugurare la sua segreteria politica, pare che Marco Milanese sia arrivato a bordo di una Ferrari. Una vecchia passione, quella per le auto da corsa (a Milano gli appassionati ricordano ancora la sua rombante Porsche), che comunque non gli impedisce di dedicarsi anima e corpo alle sorti irpine del suo partito, Forza Italia, del quale «il consigliere economico del ministro Tremonti – annuncia lo scorso 1 novembre la stampa locale – e’ stato nominato commissario straordinario». Uno stile di vita alla grande, insomma, come si conviene ad un protagonista del partito di governo. Il quale non a caso per l’inaugurazione di quel comitato elettorale aveva scelto di avere al suo fianco Nicola Cosentino. L’altro gioiello di via XX Settembre non poteva mancare, nonostante alla mole di impegni politici si fosse aggiunta la necessita’ di doversi difendere dalle dure accuse che ne stanno amareggiando un percorso altrimenti liscio come l’olio. Una vicenda giudiziaria riassunta pochi giorni fa dal ministro ombra degli Interni Marco Minniti durante la convention del PD a Casal di Principe: «Benche’ sia accusato da cinque pentiti, Cosentino resta ancora al suo posto. Noi parliamo di stazione unica appaltante e Cosentino presiede addirittura il Cipe». Ed in effetti, nonostante le roventi verbalizzazioni portate alla luce dall’Espresso, il sottosegretario non risulta fino ad ora indagato dalla Procura di Napoli.
ARRIVA IL GENERALE  E proprio nel capoluogo partenopeo si e’ appena insediato, al vertice delle Fiamme Gialle, un’altra personalita’ dello staff di Giulio Tremonti, il generale della Guardia di Finanza Giulio Mainolfi, assurto giovanissimo al massimo grado (ha appena 49 anni), che insieme a Marco Milanese e’ stato anche docente alla prestigiosa Scuola della Gdf (75.000 euro il compenso percepito nel 2005). Come l’onorevole Milanese, il generale Mainolfi vanta solide origini irpine, anzi, proprio caudine: per festeggiare il suo cursus honorum il Comune di Paolisi (ridente paese della Valle Caudina) gli ha conferito la cittadinanza onoraria.  Infine l’ultima, strabiliante analogia che lega questi due figli della stessa terra: entrambi, dopo la prima laurea in giurisprudenza, vantano nel curriculum due ulteriori titoli accademici identici: «Laurea in Scienze della Sicurezza Economico Finanziaria presso l’Universita’ degli Studi di Roma Tor Vergata; Laurea in Scienze Politiche presso l’Universita’ degli Studi di Trieste», si legge nella biografia di entrambi. NON SOLO VACCARIELLO Avellinese e’ anche Alessio Vaccariello, cugino di Marco Milanese. Non poche furono le polemiche che accompagnarono il suo insediamento al vertice dell’Agenzia delle Entrate del Veneto. Era il 22 febbraio del 2006 quando «dopo un solo anno di servizio nella regione Enrico Pardi veniva allontanato per fare posto al dott. Alessio Vaccariello, dirigente di seconda fascia, tra i cui meriti c’e’ quello di essere cognato del gia’ citato Marco Milanese, segretario del Ministro (Tremonti. ndr)», scrive l’informatissimo periodico finanziario on line Contrappunti diretto da Giancarlo Fornari. Ad aprile 2006, in coincidenza con l’insediamento del governo Prodi, la circostanza viene ricordata a muso duro da Vincenzo Visco, il quale assumendo il comando del dicastero sottolinea anche che «l’Ufficio controlli sui soggetti di grandi dimensioni» era stato affidato «al dott. Graziano Gallo, dottore commercialista a Milano», sempre per volonta’ del super ministro Tremonti. Chi e’ Gallo? In occasione di quella famosa perquisizione della Guardia di Finanza del 24 ottobre 1979 presso gli uffici di Silvio Berlusconi, al fianco del capitano Massimo Maria Berruti c’era, in veste di investigatore, il colonnello Salvatore Gallo, tessera 933 della disciolta Loggia P2. La storia di Berruti e’ nota: entra in Fininvest e nel 1995 viene arrestato per depistaggio nelle indagini sulle mazzette alla Guardia di Finanza. Dopo la condanna definitiva entra con Forza Italia in Parlamento, dove ora siede nella decima commissione (Attivita’ produttive, commercio e turismo).
Meno note le performances dei Gallo. Il figlio del colonnello e’ proprio quel Graziano Gallo che sta nel cuore delle manovre strategiche di Tremonti. Scrive Maurizio Chierici sull’Unita’ del 17 settembre 2007: «Quando nel 2003 il ministro Tremonti cambia i vertici della guardia di finanza di Milano, il dottore commercialista Graziano viene nominato direttore dell’agenzia Accertamenti. Deve controllare le imprese di grandi dimensioni. Inevitabilmente l´affare Telecom-Bell lo vede tra i protagonisti». IL FALLIMENTO Preso com’e’ dai multiformi impegni, l’onorevole ed avvocato Marco Milanese non ha trovato il tempo di arginare la catastrofe economica che ha portato al fallimento giudiziario la vecchia impresa di famiglia. Si tratta della “Appia Shopping Center Immobiliare”, una sas intestata ai genitori Raffaele Milanese da Cervinara e Maria Cioffi, da Casalnuovo di Napoli.  Assai attiva nell’edilizia fino a qualche anno fa («ha costruito mezza Cervinara», ricordano in paese), la sfortunata societa’ di Airola (iscritta al Registro imprese di Benevento col numero 98567), e’ stata dichiarata fallita dal tribunale del capoluogo sannita nel 1995 (curatore fallimentare e’ l’avvocato Nicola Boccalone).
Poco male: il suo posto e’ stato preso da un’omonima “Appia Shopping Center Immobiliare”, stessi soci, che ha trasferito la sede dal Palazzo De Nicolais in via del Rettifilo (Cervinara) ad Airola, altro ridente comune del beneventano, Parco La Lucciola.  MI FACCIO LA BANCA E passiamo ad un’altra creatura made in Tremonti seguita personalmente dal suo proconsole Milanese. Ci mancava solo, per le disastrate sorti di un Mezzogiorno sempre piu’ in ginocchio nella tenaglia fra recessione e camorra, la nascita naif di una “banca no global”. La traduzione in moneta contante del sogno di Tremonti-scrittore? Forse. Peccato che a guastare la festa facciano gia’ capolino vertici massonici in grande spolvero, imprenditori da prima repubblica, faccendieri. Vediamo. La Banca del Sud, sede a Napoli nella centralissima via Calabritto, a un passo dalle cravatte di Marinella e i baba’ della Caffetteria di piazza dei Martiri, e’ un vecchio pallino di Tremonti, ovvero la creazione di «un istituto con un azionariato popolare e agevolazioni per i vecchi soci delle banche meridionali». Detto fatto, vecchio e nuovo uniti nell’abbraccio pulcinellesco per far passare ‘a nuttata e veder risorgere, come l’araba fenice, l’economia partenopea dalla munnezza. Ecco cosa dice a fine ottobre l’inviato speciale del ministro e socio promotore della Banca, Marco Milanese: «Si tratta di un progetto di straordinaria attualita’, proprio in questa fase di turbolenza dei mercati finanziari mondiali: questa banca del mezzogiorno si puo’ definire un progetto no global, l’idea di un istituto di credito radicato sul territorio e non implicato negli tsunami dei mercati mondiali oggi e’ piu’ che mai vincente e di prospettiva».
Ed e’ infatti sicuramente proiettata verso il futuro l’idea tremontiana di lanciare al vertice del progetto Carlo di Borbone delle Due Sicilie, che giusto dieci anni fa convolo’ a giuste nozze con Camilla Crociani, figlia di Camillo (protagonista della scandalo Lockheed). Nel suo pedigree, una hit parade dei cavalierati: Ordine di Malta (Bali’ Gran Croce d’Onore e Devozione), Ordine Costantiniano, e il piu’ ruspante Real Ordine di San Gennaro.
Buon sangue (reale) non mente. Segue quindi a ruota, tra i primatori nel parterre della Banca del Sud, Lillio Ruspoli Sforza, professione latifondista, impegnato com’e’ – al pari delle dame di San Vincenzo per il recupero di ragazze perdute – nei “Centri d’Azione Agraria”. Meridionalista convinto, ora; quattro anni fa, invece, legato al carroccio della Lega in occasione delle europee 2004, dove racimolo’ 280 voti. LA CHIAMATA ALLE ARMI Una banca che dovra’ raccogliere idealmente e non solo il testimone di quel Banco di Napoli (anni anni fa passato per pochi spiccioli, 70 miliardi di vecchie lire, alla BNL e da questa smistato all’Imi-San Paolo per dieci volte tanto), la cui eredita’ e’ sparita nel nulla. A testimoniarlo, forse, la chiamata “alle armi” di un pezzo da novanta del Banco di Napoli edizione anni ‘70, l’avellinese (allora demitiano) Aristide Savignano. Il quale dovrebbe affiancare, sul ponte di comando dell’istituto, Gerlando Genuardi, ex vice presidente della Bei (la banca europea degli investimenti) e lontano dall’Italia da quasi trent’anni. «Due facce per bene, due professori, ma lontani mille miglia dagli affari odierni dell’economia e della finanza», sottolineano a Piazza Affari. Dalla Fondazione Banco Napoli, del resto, arriva il presidente onorario della Banca del Sud, l’economista Adriano Giannola. Lo affianca il presidente, Giulio Lanciotti, mentre la poltrona di vice e amministratore delegato tocca a Francesco Andreozzi.  MASSONI IN PISTA Nel consiglio di amministrazione (tredici i componenti) spicca la presenza di Adriano Gaito, dirigente di punta del Banco di Napoli, massone del Grand’Oriente d’Italia (l’avvocato Virgilio Gaito e’ stato Gran Maestro del Goi – a livello nazionale – per sei anni, dal novembre 1993 al marzo 1999). Nell’affollato comitato promotore, dal canto suo, fa capolino uno dei vertici della Gran Loggia d’Italia, Sergio Ciannella, avvocato anche lui.
Ai destini della Banca del Sud si e’ a lungo interessato il potente brasseur d’affari Antonio Saladino, protagonista nell’inchiesta Why Not portata avanti per mesi e mesi dal pm di Catanzaro (ora trasferito dal Csm al Riesame di Napoli) Luigi De Magistris.
Un’attenzione che si e’ manifestata in una sfilza di intercettazioni telefoniche, tutte del 2006 (quando la Banca era in fase di decollo). Ecco alcuni stralci da un conversazione intercorsa tra Saladino e un certo Luca Antonini da Gallarate.
Saladino – Ho visto il Presidente (di Banca del Sud) che e’ un coglione, cioe’ sai, il classico trombato del Banco di Napoli che si butta in questa cosa, questi ora mi hanno chiesto centomila euro… A dieci imprenditori, a diecimila euro l’uno per entrare dentro…
Antonini – Si’….
Saladino – … Nel comitato promotore. Pero’ volevo capire cosa avevi fatto tu con Ponsellini (Massimo Ponzellini, nel 2006 al ministero dell’Economia e fra i soci promotori della Banca, ndr), cioe’… noi non avremmo nemmeno grosse difficolta’ a… trovare imprenditori che mettono 10 mila euro l’uno… eh?
Antonini – Ma tu non l’avevi senito Ponsellini?
Saladino – No, non l’ho piu’ risentito perche’ lui mi aveva detto che doveva sentire Tremonti la sera dopo…
Antonini – Richiamalo…
Saladino – Lo richiamo io?…
Antonini – Io l’avevo chiamato, si’… e mi aveva detto che per lui andava benissimo e mi aveva detto anche lui questa roba qua… che lui vedeva il giorno dopo Tremonti e via…
E via con la Banca…
(R. Pennarola http://lavocedellevoci.it/inchieste1.php?id=317)